Un dolore senza voce

La vita, ma ancor di più la morte, per gli esseri umani di ogni etnia, cultura e confessione religiosa, rimane un mistero insondabile. Molto spesso c’è un modo sbagliato di guardare la morte. Questa realtà riguarda tutti noi e ci interroga in modo profondo, specialmente quando ci tocca da vicino, o quando colpisce i piccoli, gli indifesi, in una maniera che ci risulta scandalosa. Come rispondere alla domanda: “perché soffrono i bambini? Perché muoiono?”. Se la morte viene intesa come la fine di tutto, questo spaventa, atterrisce, si trasforma in minaccia che infrange ogni sogno, ogni prospettiva, che spezza ogni relazione e interrompe ogni cammino. Questa concezione della morte è tipica del pensiero ateo e nichilista, che interpreta l’esistenza come un trovarsi casualmente nel mondo, per camminare verso il nulla. Dichiara Papa Francesco: «Molti non credono in un orizzonte che va oltre la vita presente e vivono come se Dio non esistesse». Quando ci lasciamo prendere da questa visione sbagliata della morte, non abbiamo altra scelta che quella di occultarla, di negarla, o di banalizzarla, perché non ci faccia paura.  Ma il cuore dell’uomo e soprattutto quello di donna e madre, si ribella a questa soluzione. L’uomo ha desiderio d’infinito e nostalgia dell’eterno. Qual è, allora, il senso cristiano della morte?
Se guardiamo i momenti più dolorosi della nostra vita, quelli in cui abbiamo perso una persona cara, ci accorgiamo che, anche nel dramma della perdita, anche lacerati dal distacco, sale dal cuore la convinzione che non può essere tutto finito, che il bene dato e ricevuto non è inutile. C’è un istinto potente dentro di noi, che ci dice che la nostra vita non finisce con la morte. La morte è, purtroppo, un’esperienza che riguarda tutte le famiglie, senza eccezione alcuna. Fa parte della vita. Eppure, quando tocca agli affetti familiari, la morte non riesce mai ad apparirci naturale. Per i genitori, sopravvivere ai propri figli è qualcosa di particolarmente straziante, che contraddice la natura elementare dei rapporti che danno senso alla famiglia stessa. La perdita di un figlio o di una figlia sembra fermare il tempo: una voragine inghiotte passato e futuro. La morte che porta via il bambino è uno schiaffo alle promesse, ai doni e ai sacrifici d’amore. In questi casi la morte è come un buco nero che si apre nella vita delle famiglie e a cui non sappiamo dare alcuna spiegazione.

Come comprendere un’esperienza che appare evidentemente contro natura, devastante, come il lutto nel periodo pre- e perinatale1?

Per comprendere il lutto perinatale e conoscere meglio il vissuto dei genitori colpiti dalla perdita del proprio figlio, sono necessarie alcune premesse:

  1. L’idea di avere un figlio ha origini molto remote nella persona dei genitori: la genitorialità, infatti, ha inizio ben prima del concepimento;
  2. Il percorso genitoriale è irreversibile. Quando si realizza la gravidanza, prende vita il primo legame di attaccamento dettato dalla relazione con quel bambino portato in grembo. La gioia dell’attesa proietta i genitori nel progettare lo spazio dove accogliere il nascituro. I genitori sono proiettati in un futuro dove la nascita è già avvenuta2;
  3. Non si diventa madre o padre al momento del parto, ma molto prima, durante tutto il percorso della genitorialità.

Il lutto in gravidanza o dopo il parto ed anche le nascite di bambini terminali chiamano i genitori ad affrontare un difficile percorso, in cui l’amore per il bambino e il dolore della perdita si intrecciano con il proprio personale vissuto, lasciando gli stessi attoniti. L’evento “morte” spezza il legame fisico col bambino, ma non il legame psichico che resta dolorosamente saldo, indipendentemente dall’età gestionale in cui la morte interviene. Il cordone ombelicale, da un punto di vista mentale e spirituale, non viene mai reciso.

La nascita, che coincide con la morte, rappresenta sempre un evento molto triste. È difficile accettare il fatto che il bambino, cresciuto in grembo, possa cessare di vivere improvvisamente senza una ragione evidente. Nessuno è mai preparato ad affrontare una morte del genere.

La morte all’inizio della vita è concettualmente difficile da capire e da accettare sia da parte di chi ne è colpito direttamente, e che inevitabilmente con essa deve fare i conti, sia da parte della società. Infatti, la nostra cultura occidentale non trova parole che possano spiegare ciò che è di fatto innaturale: come si può morire prima di nascere? Un dolore cui non si dà voce è destinato a restare privato. Questo tipo di morte non ha uno spazio sociale ben definito e, per certi versi, rimane ancora un tabù: non se ne parla, si tende ad evitare l’argomento ed il confronto. Una spiegazione a tale atteggiamento può essere data dalla volontà di dimenticare rapidamente l’insuccesso e il fallimento: un bambino desiderato e cercato non può morire! L’aborto spontaneo, il bambino nato morto, il neonato terminale non trovano spazio nell’ideale di maternità. Il bambino che muore prima di nascere è una cosa inimmaginabile, inaudita e inaccettabile.

Cosa fare?

La situazione va affrontata con lealtà, sincerità e trasparenza da parte degli operatori sanitari – e non solo – condividendo con i genitori il dramma, la tristezza, il dolore e l’impotenza: ben sappiamo che sentirsi soli, in un momento così drammatico, non fa altro che aumentare l’ansia e la depressione e consegna la persona, sofferente, a fantasmi e ossessioni di cui ci si può liberare; d’altro canto, soltanto facendo appello alla speranza che, per chi crede o semplicemente ha avvertenza del fatto che la vita non si esaurisce nella sua dimensione biologica, come con la vedova di Nain3, Dio restituisce ai propri cari chi li precede nel doloroso passo.

Rocco Colucci

Rocco Colucci è nato a Filiano, un piccolo comune della Lucania, in provincia di Potenza, nel 1962. Ordinato sacerdote nel 1987, ha sempre coltivato un profondo interesse per le tematiche della pedagogia e della bioetica; attulamente docente presso il Liceo Classico “Quinto Orazio Flacco” e presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Mons. Vairo” di Potenza, città in cui è anche parroco.

NOTE:
1. Tecnicamente si definisce morte “perinatale” la perdita di un figlio che avviene, indicativamente, tra l’ultimo periodo della gravidanza e i primi giorni di vita dopo il parto. Ma il lutto perinatale si può estendere anche all’aborto spontaneo, all’interruzione terapeutica di gravidanza, alla riduzione fetale in caso di gravidanze multiple o alla morte endouterina di uno dei gemelli; in caso limite, anche all’abbandono per adozione.
2. Tale proiezione si manifesta naturalmente già dalle prime settimane di gravidanza.
3. Cfr. Lc 7, 11-15.

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“Come noi non c’è nessuno”: resto o scappo?

Alla vita adulta, si dice, ci si arriva soprattutto grazie al lavoro. E’ per un impiego, per la capacità di autofinanziarsi, per la possibilità di esprimersi che si deve passare.

Ci dicono che in Italia non c’è futuro per noi giovani. Che è meglio se ce ne andiamo via perché “non c’è speranza” e “le porte sono chiuse”.
Cervelli in fuga, li chiamano i media.
In patria si fatica a trovare un posto all’altezza della propria formazione e delle proprie ambizioni? Piuttosto di accontentarsi di un lavoro considerato dequalificante qui da noi, meglio andare a sfornare pizze in un ristorante a Londra, a preparare mojito in un bar di Berlino o a fare il commesso in un negozio sugli Champs-Elysées.
Certo, il titolo di studio va chiuso in un cassetto, ma l’esperienza all’estero e la pratica della lingua straniera aiutano ad essere un po’ meno…schizzinosi.
Sessant’anni fa si emigrava spinti dalla fame, oggi dall’assenza di possibilità.
O di motivazione?
A questa provocazione, molti risponderebbero che è pura utopia pensare che dalla profonda crisi che sta attraversando il nostro paese si uscirà, che tra un po’ di anni le cose si sistemeranno, che se ci si mette d’impegno qualcosa da fare qui in Italia lo si trova. Molti risponderebbero: “solo incarichi temporanei e orari ridotti!” Altri ancora: “Non c’è lavoro, punto. O vai via e ti costruisci la tua vita all’estero, o sarai destinato a fare la fame per sempre”.
Allora, che faccio? Mollo tutto e scappo?
O mi rimbocco le maniche?
“La speranza è virtù rischiosa, non illusoria. E il mio, il tuo impegno, se non è carico di speranza, è pura follia”: queste le parole del nostro Papa Francesco.
E’ vero, pensare a “futuro” e collegarlo alla nostra attuale situazione economica fa un po’ paura. Pensare a “Futuro”, accendere la tv o sfogliare un giornale e vedere titoli come “Gestione Fallimentare dei Fondi Comunitari, Tasso di disoccupazione nell’agosto 2014 pari al 44,2 % o Italia peggiore nell’Eurozona”, non è di certo rassicurante. E non pensare più a “futuro” ma a “il futuro non c’è più” è facile.
Thomas Mann scriveva:

Quando un pensiero ti domina, lo ritrovi dappertutto, lo annusi perfino nel vento..

Indubbiamente, analizzando le ultime statistiche e la condizione odierna, la situazione è abbastanza nera.
E la prima priorità della politica italiana deve essere la lotta alla disoccupazione involontaria. “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul Lavoro”, ci ricorda l’art. 1 della nostra Costituzione.
Ma io credo che, come giovani, sia nostro dovere, accogliere tutto ciò come una grande sfida. Provarci almeno. Provare a concentrarsi su quel poco che ancora ci rimane, sfruttandolo però al meglio. Provare a concentrarsi su di noi, su ciò che noi siamo, e su ciò che noi abbiamo da offrire agli altri. Mettendo da parte, almeno per un momento, rassegnazione e pessimismo.
Mi viene in mente subito un articolo della Nuova Venezia pubblicato il 25 settembre 2013:

Matteo e Simone neo imprenditori puntando su un’alga: MEOLO. Se la crisi sta spingendo tanti giovani verso l’estero, c’è anche chi la propria sfida vuole vincerla in casa. Ne sono un esempio due giovani di Meolo, Matteo Fecchio e Simone Parro. Entrambi 25enni, stanno per coronare il loro sogno: avviare in paese un’innovativa attività di acquacoltura di spirulina, una particolare tipologia di micro alga. (…) L’ultilizzo della spirulina si sta diffondendo notevolmente, soprattutto nel campo alimentare come prodotto dietetico e salutista, con possibili applicazioni anche nell’industria cosmetica e farmaceutica. Ma per la quasi totalità, si tratta di alghe importate. «La produzione italiana è davvero molto scarsa, a fronte di una richiesta invece elevata. Quando ho avviato la mia attività», spiega Matteo Fecchio, «sono venuto a sapere dell’esistenza di questi micro organismi, tramite uno staff di biologi con cui ora vorremo collaborare. Mi hanno spiegato le potenzialità benefiche della spirulina, poi ne ho capito anche le potenzialità di reddito. Era ormai da un paio d’anni che cercavo di sviluppare questo progetto di acquacoltura, ma non ci sono mai riuscito per le difficoltà che oggi i giovani incontrano nell’accesso al credito per le start up di imprese». L’opportunità colta al balzo, allora, è arrivata dal bando che la Regione ha pubblicato per finanziare proprio le imprese giovanili. Matteo Fecchio e l’amico di sempre Simone Parro decidono di parteciparvi. E, su circa 250 progetti partecipanti, l’idea di Matteo e Simone si è piazzata sesta, strappando uno dei pochi finanziamenti disponibili. (…)”

Quando si dice: “non aspettare la manna dal cielo ma rimboccarsi le maniche con ciò che si ha”!
Certo, probabilmente la situazione economica e lavorativa da qui a dieci, quindici, vent’anni non cambierà, probabilmente le difficoltà raddoppieranno, gli incentivi diminuiranno, i progetti come questi saranno sempre più rari, le possibilità sempre meno e la voglia di prendere l’aereo tanta.
Non dimentichiamo però che il futuro è un nostro diritto e che tutte le donne e gli uomini hanno corresponsabilità nel bene comune. E’ ciò che costruiamo oggi, non pensando al domani, non pensando a cosa sarà, ma pensando a ciò che possiamo fare, qui e ora. Credere in un futuro che si riempie di forza ed energia tramite il presente.

Rossella Zatta

Mi sono diplomata nel 2013 presso il Liceo Classico Elena Corner di Mirano e attualmente studio Mediazione Linguistica presso il Campus Universitario CIELS di Padova.
Adoro la musica e il teatro in tutte le sue forme, amo la letteratura e le lingue, sia antiche sia moderne.
Scrivo articoli di attualità per giornali locali e sono parte della redazione del giornale parrocchiale.

[immagini tratte da google immagini]

Chiesa Cattolica tra belle parole e esempio concreto

Gesù infatti era rigoroso, ma mai rigido: “Diffida dell’uomo rigido è un traditore”scrive Shakespeare. Tenerezza implica mettere al centro non un sistema di nozioni, ma il volto dell’altro, la sua presenza fisica che interpella, la carne con il suo dolore e con la sua gioia. La Chiesa Cattolica dovrebbe temere molto di più la perdita di tenerezza che la secolarizzazione, essa dovrebbe impegnarsi a dare l’esempio al posto di fornire generiche indicazioni teoriche. All’Italia e al Mondo servirebbe una Chiesa capace di essere vicina alle persone in questi tempi avari di speranza, non c’è miglior formula che quella della prassi per testimoniare – e qui il termine non è a caso – l’autentico messaggio Cristiano.

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