Una citazione per voi: Eraclito e il divenire

 

• TUTTO SCORRE •

 

Tutto scorre, dal greco Pánta rei, è l’espressione con la quale la tradizione filosofica ha voluto riassumere il pensiero del filosofo greco Eraclito, nato e vissuto ad Efeso tra il VI e il V sec. a.C. Benché diverse fonti sostengano che tale teoria sia da attribuire ai suoi discepoli, con essa si vuole rappresentare il punto di partenza della sua filosofia: la constatazione dell’incessante divenire delle cose.

Eraclito si accorse infatti che tutto, all’interno dell’universo, è soggetto a un continuo movimento: le stagioni, la vita, l’alternanza del giorno e della notte, proprio come se tutto fosse trasportato da un flusso che scorre senza mai fermarsi: «non è possibile discendere due volte nello stesso fiume né toccare due volte una sostanza mortale nello stesso stato; per la velocità del movimento tutto si disperde e si ricompone di nuovo, tutto viene e va», leggiamo all’interno del frammento 91, tratto dalla sua opera intitolata Intorno alla natura.

Oltre all’universo e al mondo, Eraclito si accorse che anche l’essere è in continuo divenire, in quanto soggetto al tempo e alla trasformazione, e che questo principio si poteva estendere anche a tutte quelle realtà che sembrano essere statiche e ferme ma che in realtà divengono.

Al contrario dei suoi predecessori, egli vide nel fuoco, l’Archè, ossia il principio nascosto dietro alle cose. Assunse quest’elemento mobile e distruttore per eccellenza per simboleggiare la sua visione del cosmo come energia in perpetua trasformazione, in quanto ogni fiamma non è mai uguale a un’altra, e per ricordare come tutto ciò che esiste provenga e ritorni, una volta compiuto il suo ciclo, al fuoco.

Egli infine capì che la legge secondo cui tutto poteva divenire era da ricercarsi all’interno di quell’eterno scontro tra opposti, nel Polemos, ossia in quel conflitto nel quale essi si trovano non solo a dover lottare, ma anche ad autoalimentarsi per produrre un equilibrio, un ordine razionale, un’armonia. Questo perché «l’uno vive la morte dell’altro, come l’altro muore la vita del primo», ma nello stesso tempo non possono stare l’uno senza l’altro, vivendo solo l’uno in virtù dell’altro. Di conseguenza, ciò che a prima vista può sembrare disordine e irrazionalità manifesta invece, a uno sguardo più approfondito, una sua interiore razionalità e armonia.

 

Edoardo Ciarpaglini

 

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Vita e Morale: una dura scelta

Recentemente mi è capitato di leggere un’ intervista di Shady Hamadi per il Fatto Quotidiano, realizzata intervistando Mazen AlHummada, ingegnere petrolifero che lavorava per una compagnia d’estrazione francese che aveva appalti a Dar Al Zour, in Siria. Nel suo triste resoconto ci racconta di essere stato arrestato due volte a causa di una manifestazione nel 2011: «In entrambe le occasioni, la prigione è stata una passeggiata: solo calci e bastonate», spiega, «per uscirne in piedi bastava la promessa all’ufficiale di non “prendere più parte alle manifestazioni dei terroristi”, così ci chiamavano le autorità». E precisa: «Noi volevamo, allora come oggi, un Paese per tutti i siriani».
Ciò che lascia senza parole sono i fatti successivi: venuto a conoscenza di un suo imminente arresto si trasferisce a Damasco. Qui si dà da fare per procurare aiuti umanitari per la popolazione e nel 2013, quando aiuta una dottoressa dei sobborghi a trovare del latte in polvere di cui aveva bisogno, viene arrestato. Senza sapere le accuse del suo arresto, per settimane condivide una cella di 12 metri per 7 con altre 170 persone fino a che non viene condotto davanti ad un ufficiale che gli intima di confessare i suoi crimini: traffico d’armi, lotta armata e terrorismo, tutti puniti con la morte.
I resoconti della sua prigionia sonno terribili: appeso a 40 centimetri da terra sotto il sole cocente per ore mentre veniva bastonato con ferri arroventati; un minuto di tempo per andare in bagno ogni 12 ore (pena la morte), per raggiungerlo dovevano attraversare due ali di guardie che picchiavano i detenuti; racconta che la tortura peggiore è stata quando «mi hanno stretto i genitali e mi hanno sodomizzato con una staffa di ferro». E ancora: «morivano almeno due persone al giorno dall’asfissia e le condizioni igieniche nella cella. A turno, dovevo tirare fuori i corpi e gettarli nell’angolo della spazzatura».
Infine, quando non riesce a mettersi sull’attenti in segno di rispetto durante una visita del capo del carcere alle celle a causa delle botte ricevute, viene trasferito nell’ospedale militare di Damasco, sezione 601, dove prenderà il nome di “numero 1858”. Un luogo in cui i prigionieri erano a disposizione di medici ed infermieri per vari tipi di iniezioni. Qui i carcerieri lo obbligarono a urinare sui cadaveri ammassati in bagno.

La prima reazione che ho avuto è stata quella di pensare: “siamo nel 2017 e ancora capitano queste cose, com’è possibile?”.
Poi mi sono reso conto di come il mio interrogativo non potesse essere posto in maniera più errata: ogni volta che pensiamo: “siamo nell’anno xxxx e…” pecchiamo di superficialità per almeno due volte. La prima, forse meno grave, è quella di preservare il gesto estraniandolo dal tempo e quindi in qualche modo − e forse paradossalmente − attenuando i fatti invece di conferire loro più gravità. La seconda, ben più pervasiva e incidente nella nostra vita, è quella di non solo dare per scontato che ci sia un progresso nella storia dell’uomo, ma che questo progresso coinvolga anche la nostra morale, la nostra etica. Come a dire che gli uomini contemporanei hanno più elementi morali a loro disposizione per capire non solo che questi fatti non dovrebbero accadere, ma che il motivo è che essi siano sbagliati.
Ma chi l’ha detto? Ogni volta che pensiamo che con lo scorrere degli anni gli uomini non solo possano ma addirittura debbano evolversi moralmente − a mio modo di vedere − commettiamo una grandissima violenza nei confronti della nostra umanità. Ed è questa una delle cause per cui, ad esempio, abbiamo dovuto aspettare fino al 5 settembre 1981 per vedere finalmente abrogate le disposizioni in merito al delitto d’onore in Italia.
Ogni volta che affermiamo “i tempi non erano ancora maturi” apriamo uno spiraglio alla possibilità che per ottenere dei diritti ci siano un tempo ed un luogo adatti. Adatti! Come un clima per una specie di animale o un colore per un mobile. Ogni tempo è adatto! E questo perché esso non esiste, almeno non nella misura in cui scandisca una fantomatica evoluzione, un dispiegarsi di possibilità che forse, magari, chissà io e te non siamo poi così diversi.
Umani, troppo poco umani, per scherzare con Nietzsche.

Andiamo ancora più in profondità: è così necessaria una morale? A guardar bene, quanto detto fin qui non fa altro che presupporre ciò che cerca di negare, perché è ancora inserito in un contesto morale. Riproduce la superficialità capovolgendola.
Detto in altri termini: necessito di una categoria in cui inserire questi fatti per non doverli compiere? Sono cioè obbligato a pensare che essi siano sbagliati per discostarmi da essi? (e viceversa, dovrò compiere solo azioni giuste perché sono tali?) E poi: giuste e sbagliate per chi? Per me? Per gli altri?
Riprendiamo Nietzsche: egli ci conduce attraverso un’analisi genealogica della morale e ne individua la natura psicologica e la genesi storica, che conducono ad una sua considerazione come evidente di per sé nella storia dell’uomo. Sono i valori etici e le motivazioni umane, troppo umane, a creare una morale che non è altro che uno strumento di dominio. Affidarsi alla morale significa negare la nostra capacità di saper scegliere sulla base dell’accettazione della vita. Sapendo che, comunque vada, panta rei.

Massimiliano Mattiuzzo

[Immagine tratta da Google Immagini]

Tutto passa

«Pánta rêi»¹.

Tutto scorre, tutto passa.

Al tempo che scorre e agli eventi che cambiano vorrei dedicare questo promemoria filosofico. Forse un po’ per me o forse perché sembra sempre che ci sfugga di mano qualcosa.

Nel momento in cui nasciamo, cresciamo a vista d’occhio. Dal primo dente all’ultimo numero di scarpe, diventiamo adulti e siamo catapultati nel mondo.

Un bel giorno dobbiamo sorrergerci sulle nostre gambe e costruire qualcosa di nostro, più per una necessità che ci appartiene che per quella altrui. Peccato che non siano tutte rose e fiori.

Cominciano i sogni ma bisogna creare il terreno per coltivarli.

A volte non si hanno le forze di terminare la lista delle cose da fare della giornata e si rimanda al domani. A volte si ritorna, dopo una lunga giornata, a casa si vorrebbe trovare la cena pronta e fare una calda conversazione con gli affetti più cari, ma siamo soli, il pasto freddo in frigo e il posto accanto alla nostra sedia è vuoto.

Non ci si aspetta mai che i propri genitori divorzino, non ci si aspetta mai che una famiglia si divida. Ma tutto passa e qualcosa di nuovo prende vita.

Passa il tempo di stare sui banchi e di lamentarsi per tutti quei compiti per casa, ma poi si va all’università o a lavorare e ci si ritrova sommarsi da montagne di problemi in più, questa volta senza segni di addizione, sottrazione, divisione o moltiplicazione.

Passa il tempo dei primi appuntamenti e arriva il momento in cui si ha voglia di impegnarsi davvero con un altro che diventa Noi.

Passa il tempo di vedere spesso i tuoi amici perché ci sono troppi impegni, ma quando li incontri quella volta, dopo tanto, è come se davvero non fosse passato neanche un giorno.

Passano i giorni belli e colorati, ma anche quelli grigi e neri. Passano le giornate di sole e gli abissi in cui non sembra uscire mai. Non abbiamo tante possibilità, il tempo guarisce anche quando non c’è nulla da guarire, perché il tempo passa e per fortuna passa per tutti.

Cambiano anche i sogni ad un certo punto, per un motivo o per l’altro. Magari un motivo neanche c’è ma alla fine non importa. Gli obiettivi si decidono uno alla volta.

L’unico dettaglio che davvero si trasforma però, e non è talvolta evidente: siamo noi, è la nostra identità. L’identità non è altro che un grande puzzle che si costruisce ogni giorno, di tutte le esperienza fatte, di tutti gli incontri e gli scontri che abbiamo avuto e dalle relazioni che intrecciamo. È una statua in argilla che si può modellare dall’interno, ma che è anche soggetta al divenire esterno. Si perde l’egocentrismo infantile per apprendere una visione più ampia del mondo, che di continuo cambia; si deve affrontare la solitudine per permettersi l’indipendenza.

Può cambiare il pensiero dal confronto con altri pensieri e nella condivisione di intenti può nascere un’idea migliore di qualsiasi altra.

Lo specchio riflette quello che abbiamo passato, i segni, le cicatrici delle nostre scelte, come anche la piega dei lati del nostro sorriso. Siamo orgogliosi dei segni del tempo, hanno scolpito la nostra statua e ci hanno fatto essere quello che siamo. Le rughe intorno agli occhi e quelle che ci segnano la fronte solo le prove del nostro impegno in questa vita che cambia e ci passa davanti senza guardarci tanto in faccia.

Dopo questo promemoria sul divenire dell’esistenza, vorrei lasciarvi infine con questo augurio: «Prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro»².

Azzurra Gianotto

In copertina: Giuseppe Armenia, Tutto scorre, 2014
[Immagine tratta da Google Immagini]

NOTE:
1. In greco πάντα ῥεῖ, tradotto in tutto scorre, è il celebre aforisma di Eraclito. Il riferimento è al frammento 91DK del trattato Sulla natura.
2. Citazione tratta dal discorso qui riportato di Papa Giovanni Paolo II: «Vorrei, prima di tutto, riprendere il discorso che tenni circa un mese fa […]. Dissi ai giovani in quella occasione di “non appiattirsi nella mediocrità”, di “non vivere solo a metà”, ma di “prendere nelle loro mani la propria vita”, per “farne un autentico e personale capolavoro”. Ciò naturalmente vale anche per voi, e ne ho avvertito l’eco nelle parole dei due vostri amici e interpreti, quando, accennando alle difficoltà e ai disagi dell’odierna realtà sociale, hanno denunciato il pericolo di adagiarsi nella provvisorietà come stile di vita, di cedere allo scoraggiamento e di cadere nell’emarginazione. Per questo anche a voi io ripeto: a nessuno è lecito “abbandonarsi”; oggi è più che mai necessario, proprio per superare le difficoltà, che “prendiate in mano” la vostra vita! Prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro!».