Creta, Dioniso e la nascita della filosofia

Dioniso è una divinità molto complessa, capace di demolire le difese dell’ego e portare alla condivisione universale. In lui si riversa la pulsione animale e l’anelito al divino, il maschile e il femminile, l’eros carnale e l’ascesi, il turbine delle emozioni più ancestrali e la contemplazione dell’estasi, la discesa negli spazi reconditi e scandalosi dell’anima e la liberazione da essi. Dioniso è simboleggiato nel toro, nel serpente, nel capro o nel satiro, altri suoi simboli sono l’edera, la vite (sarà Bacco per i Romani) e altro ancora, insomma, una molteplicità che ci narra della sua impossibilità a giacere nell’univocità.

Oggi manca un riferimento simbolico così potente nel riunire gli opposti e liberare dall’oppressione del quotidiano. Non ci rimane che interrogarci sulla sua provenienza, per comprendere meglio cosa ci manca.

Nel mondo minoico-miceneo di Creta va ricercata l’origine del suo culto, come scrive anche Giorgio Colli1. Questo ci porta a entrare nel mitico labirinto di Minosse, dove incontriamo anche Arianna e il Minotauro. Il mito che qui si offre potrebbe essere il più antico e fondante della cultura greca, mille anni prima del suo apogeo. In questo misterioso cosmo ebbero origine i caratteri fondanti di quella sapienza che darà poi origine alla filosofia. Nietzsche ha avuto il merito di dissotterrare il dionisiaco e scoperchiare la sua sconvolgente potenza.

Il legame di Dioniso con la filosofia si svela attraverso un racconto tra storia e mito.

Il popolo minoico fu così chiamato dal nome del mitico re di Creta, Minosse, che fece costruire il labirinto per imprigionare il Minotauro, una sorta di alter ego dionisiaco, mostro mezzo uomo e mezzo toro, partorito dalla moglie. Questo mito ci arriva così maneggiato dalla cultura greca e per noi la civiltà minoica non ha voce; quasi cancellata da catastrofi naturali, i suoi resti furono assorbiti dagli invasori, i Micenei.

Il labirinto, riconducibile alla struttura intricatissima dei palazzi minoici, è una figura centrale. Esso simboleggia probabilmente la sfida dell’enigma, il percorso tortuoso e sfiancante della conoscenza, la cui insidia è quella di far smarrire o divorare l’essere umano mentre tenta di emanciparsi dalla sua animalità attratto dall’ammaliante possibilità di elevarsi a dio attraverso il possesso della conoscenza. La tensione dialettica tra le polarità apparentemente inconciliabili della bestialità e della tensione al divino, è il filo, dionisiaco, che conduce alla sapienza.

Chi era il sapiente? «Essere sophos significava essere radicato nell’Assoluto, essere attraversato dall’eternità, ed essere-uno… con l’origine di tutte le cose»2, come nel caso di Eraclito, Empedocle o Pitagora, o tutti gli altri che si collocano prima dello spartiacque: Socrate, l’ultimo sapiente prima che l’impresa della conoscenza si depositasse nella scrittura. La scrittura è percepita come un potenziale inganno perché il sapere è materia viva, dinamica e fluida, si presta al lavoro del confronto, si arricchisce nello scambio umano, con il dialogo e la critica. La filosofia nasce invece come forma letteraria fondata sulla logica raziocinante e rifugge dall’oscurità enigmatica dei sapienti.

La nascita della filosofia si congiunge al declino della sapienza perché se la razionalità tende a essere calcolante e produttrice di ordine, si allontana dal lato oscuro della mente umana, spalancato all’abisso del caos, dove gli opposti convivono e lottano tra di loro. Il sapiente sa sfidare questo abisso e uscirne arricchito, ma esiste una possibilità anche per tutti gli altri. Questa è nel dionisiaco che si offre attraverso pratiche collettive di culti e misteri in cui la condivisione tra adepti consente quella fuga dall’individualità funzionale alla visione liberatoria che il sapiente raggiungeva attraverso percorsi conoscitivi diversi.

Dove la collettività sperimenta rituali di condivisione e fuga dal quotidiano, ma anche quando il singolo abbandona la propria configurazione individuale e temporanea per ricongiungersi al tutto, lì appare il dionisiaco. Di tutto ciò non possiamo che constatare un’enorme assenza, visto il nostro esser consegnati alla logica della ragione senza spazi istituzionali, al di fuori della religione, per coltivare la dimensione più intima, ma collettiva, del nostro io. Questa dimensione è talmente sconvolgente che l’io sparisce, perché in fondo al tunnel c’è l’uno, il tutto, la miscela incendiaria degli opposti. Solo nell’esperienza mistica possiamo ritrovare qualcosa di simile oggi, ma lungi dall’essere un’esperienza collettiva, essa perlopiù rimane qualcosa di individuale.

Alla fine, Dioniso è il filo conduttore di una storia lunghissima, albeggia in civiltà remote e si dissolve nel Cristianesimo, tuttavia non è scomparso nelle trame delle religioni orientali. Egli è sempre pronto a svegliarsi grazie al suo potere: quello di legare tutto assieme e offrirci un momento di liberazione attraverso pratiche che attendono solo di essere cercate e che potrebbero forse lenire la diffusa malinconia della nostra società.

Sull’esempio di Alice nel Paese delle Meraviglie, osate passeggiare sul prato dove nasce la filosofia e poi tuffatevi nella prima cavità per un viaggio nel suo sottosuolo!

 

Pamela Boldrin

 

NOTE:
1. G. Colli, La nascita della filosofia, 1975, p. 25.
2. A. Tonelli, Sulle tracce della sapienza. Per una rifondazione etica della contemporaneità, 2009, p. 33.

[Immagine a cura dell’autrice]

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Una prospettiva etico-filosofica della magia

La magia oggi non riveste alcun ruolo nella cultura. È scaduta a prodotto di nicchia per creduloni e ambito di perizia per ciarlatani. L’unica magia che si salva è quella oggetto di studio dell’antropologia. È di qui che dobbiamo passare se vogliamo interrogarci sull’eventualità che la magia abbia ancora qualcosa da dirci.

L’universo del pensiero magico potrebbe avere un importante messaggio filosofico da darci. Esso ha a che fare con una domanda cruciale: perché la mente umana, fin dalle sue manifestazioni più remote, ha creato un mondo simbolico immenso? Dall’oscuro serbatoio dei pensieri umani in cui germinano sogni di gloria e incubi di dissolvimento si espande un cosmo di proiezioni cariche di inesauribili contenuti. Questo accade almeno da quando alcuni esseri umani hanno iniziato a trasferire i loro pensieri sui dipinti all’interno delle caverne in cui vivevano. Un mondo in cui magia, spiritualità e conoscenza erano solo sfaccettature della stessa impresa: la fabbricazione di senso.

Il pensiero magico ha sempre accompagnato la vita degli umani, ma ad un certo punto non ce l’ha più fatta, non è riuscito a sopravvivere a due fatali eventi: l’Inquisizione e la Rivoluzione scientifica. Il mondo è cambiato molto da allora, per molti aspetti in meglio, ma non per tutti. Ma torniamo all’antropologia.
Dobbiamo a Frazer, agli inizi del ‘900, il primo importante approccio antropologico alla magia. Sebbene laureato in giurisprudenza, Frazer era molto più interessato agli studi sul folclore e sulle culture cosiddette “primitive”. La sua più famosa opera è Il ramo d’oro1, in cui partì dall’idea di confrontare la singolare pratica, secondo un’antica leggenda italica, di sottrarre un ramo dall’albero nel santuario della dea Diana, a Nemi, per poi procedere all’uccisione del sacerdote in carica e prenderne il posto. Da qui continuò allargando l’indagine su pratiche magiche in culture di tutto il mondo.
Il suo lavoro diventò il punto di riferimento, nonché di critica, per molti autori successivi, come Wittgenstein2 , ad esempio, il quale denunciò come l’idea di “selvaggio” e il punto di vista sulla magia fossero permeati di forte etnocentrismo. Fatto sta che sia Frazer, sia Wittgenstein, ma in generale l’antropologia, sentirono il bisogno di esplorare e spiegare la magia perché fondamentalmente, da un bel po’, non siamo più in grado di capirla. Eppure lei era qui, in mezzo a noi, è stata lume della nostra relazione con il mondo fino qualche secolo fa.
Ma che cos’è la magia? Detto con le parole di Guidorizzi, la magia è “un orientamento del pensiero” che si presenta «come visione obliqua e perturbante del mondo, come una possibile risposta al tentativo di indirizzare la realtà affidandone la guida all’Uomo»3.

La magia come guarda al mondo? In questa risposta credo risieda il potenziale valore etico di questa modalità del pensiero. Secondo la magia l’universo è un tessuto la cui fitta trama lega tutti gli elementi, visibili e invisibili. Potremmo dire che la magia vede a priori quei collegamenti che la scienza cerca di discernere man mano, organizzandoli in termini deterministici. Nella magia tutto è connesso e le formule magiche servono a sollecitare l’intercessione di forze occulte per fini pratici umani.

Nella nostra epoca di sapere parcellizzato e fortemente dominato da un approccio riduzionistico, fatichiamo a cogliere la preziosità della complessità che la magia invece dava come presupposto dell’esistenza. È proprio l’incapacità di vedere la complessità che ci porta a infliggere danni ormai irreversibili all’ecosistema, insensibili alle intime connessioni che tengono in vita il nostro pianeta e noi stessi.
Molte analogie e contrapposizioni sono state evidenziate tra magia e scienza. La seconda, lungo tutto il corso della sua emancipazione, si è resa autonoma proprio a partire dalla magia. Il primo a voler depurare un approccio “proto-scientifico” da uno magico fu Ippocrate, il quale affermò che ogni malattia ha una causa naturale e le pratiche di cura basate su esorcismi, ad esempio, sono fuorvianti se non dannose. In questo caso la superstizione, come la chiamiamo noi ora, era il risvolto di una modalità di visione iper-connessa. Il fatto è che se tutto è potenzialmente interconnesso, è possibile che il risultato sia il caos. Vedere lo spirito maligno al posto di un difetto di conduzione nervosa a carico del cervello, come aveva già compreso Ippocrate nel caso dell’epilessia, distoglieva da più concrete possibilità di cura. Questo accade purtroppo ancora oggi, quando persone che professano poteri guaritivi anti-scientifici arrivano a plagiare alcuni malati, con il risultato di allontanarli da possibilità di cura più efficaci. I veri maghi di un tempo – naturalmente esistevano anche gli impostori – non erano affatto dei ciarlatani: la magia era piuttosto una forma di sapere pre-scientifico.

Dunque, è chiaro che la capacità di orientarsi nella realtà deve essere un compromesso tra una visione eccessivamente “iperconnessa” e una totalmente “sconnessa”, cioè riduzionista e anti-complessa.
Un altro grande pensatore che si dedicò all’antropologia fu Ernesto de Martino. Muovendosi da un background filosofico, egli si approcciò allo studio della magia con l’intento di comprenderne lo sfondo esistenziale. Anche lui la confrontò con la scienza, definendo quest’ultima come un sapere che ha gradualmente ritirato la “psichicità” dalla naturalità4.
Tutte le proiezioni che la mente magica vedeva stagliarsi nell’universo, la scienza le ha man mano dissipate, lasciando solo la materia con le sue connessioni causali. Chiarezza al prezzo della perdita di complessità. La magia, per de Martino, è una risposta all’angoscia prodotta dall’incertezza della propria presenza, quotidianamente messa alla prova dal rischio di scomparire.
Insomma, è lo stesso motivo per cui esiste la filosofia.

La magia è la risposta al rischio di non esserci e lo sciamano è il grande esploratore del limite, colui che possiede le virtù per sfidare il rischio, portarsi alle soglie del caos e porsi come ordinatore della labilità.
E noi progrediti occidentali, digiuni di pratiche collettive e sguarniti di visioni di armonia universale, come ci poniamo di fronte alla nostra angoscia di scomparire? La scienza è preziosa, ma non possiede i requisiti per placare la nostra naturale inquietudine. La magia si è estinta, certamente aveva i suoi difetti, ma non la filosofia. È lei che ci può ancora guidare nell’esplorazione del perduto terreno delle sconfinate connessioni tra gli elementi del cosmo, costruendo significati, mentre la scienza è ormai fondamentale per scartare alcune connessioni rivelatesi fuorvianti. Un approccio complesso alla realtà sulla scorta della capacità “visiva” del pensiero magico è quanto di più etico la filosofia può desumere dalla storia della magia. Con una certa urgenza, oserei dire, visto che cogliere la complessità è la premessa per salvarci.

 

Pamela Boldrin

 

NOTE:
1 J. G. Frazer, Il ramo d’oro, Newton Compton Editori, 1992, Roma.
2 Note sul Ramo d’oro di Frazer. Ludwig Wittgenstein. Adelphi, 1975, Milano.
3 G. Guidorizzi, La trama segreta del mondo. La magia nell’antichità, Il Mulino, 2015, Bologna.
4 E. de Martino, Il pensiero magico. Prologomeni a una storia di magismo, Boringhieri, 1973, Torino.

[Immagine tratta da Google immagini]

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Tra ragione e passione. Storia culturale della differenza di genere (Parte III)

Nei miei precedenti due articoli (parte I e parte II) è stata proposta, in sintesi, una narrazione storica della differenza di genere nell’ottica di spiegare come ancora oggi siano presenti iniquità in molti aspetti della vita delle donne. Uno di questi è quello della posizione delle donne nella scienza, che, come vedremo, è nata in un contesto storico già pienamente sfavorevole a una manifestazione emancipata del femminile.
L’estrema fiducia nella ragione come strumento della conoscenza, di matrice greca, accanto alla missione di governo e disposizione di tutte le cose della natura, secondo l’idea cristiana, si amalgamano come ingredienti che confluiranno, alla fine del Medioevo, nella rivoluzione scientifica. Mentre Galileo Galilei elevava la matematica a strumento principe e determinante dell’indagine scientifica, Francesco Bacone si distingueva come quel filosofo e teorico che diede indirizzo e forma alla nascente impresa scientifica. La sua idea di scienza si esprime molto chiaramente nella metafora della mente maschile che si appropria della natura, femmina da conquistare ed esplorare a piacimento, anzi, per Bacone è la natura stessa che abbisogna di essere domata, plasmata e soggiogata dall’intelletto scientifico.

Nel 1600 l’istruzione è ancora una prerogativa dei maschi, per quelli che se la possono permettere; le donne, se riescono a studiare, comunque non possono insegnare, come ben ci dimostra Elena Cornaro Piscopia, prima
laureata al mondo, a Padova nel 1678. Se le donne non possono studiare o insegnare, chi si occupa degli interessi e delle inclinazioni del 50% dell’umanità? Quasi nessuno. Infatti, solo per fare un esempio, tutti gli argomenti della medicina al femminile sono stati molto trascurati. L’apparato riproduttivo femminile ha sofferto a lungo della visione di mero substrato, tanto che solo verso la fine del 1600 viene ipotizzata l’esistenza degli ovuli. Addirittura, la tesi viene avversata in vari modi perché per secoli si era detto che la madre era solo una specie di forno di lievitazione, e solo a metà del 1800 si capì meglio la fisiologia del concepimento. Ancora oggi disconosciamo molti aspetti della riproduzione, soprattutto femminile.
Mentre Bacone e Galilei gettano le fondamenta della nascente scienza, l’Inquisizione si occupa di mettere in atto la più grande opera di persecuzione dell’eresia, in cui verranno messe al rogo migliaia di donne accusate di essere streghe, su istruzione del Malleus malleficarum (di Sprenger e Heinrich, 1487), che spiegava come ogni stregoneria nascesse dalla lussuria insaziabile delle donne.

Nel XVII secolo le donne erano ormai state allontanate da molti lavori e occupavano esclusivamente lo spazio della casa, concretizzando sempre più l’immagine borghese della donna dedita alla vita domestica e lontana dagli spazi pubblici. Le donne sono apparse in massa sulla scena pubblica solo recentemente, e ancora troppo parzialmente. Il contributo delle donne al mondo del sapere si sta facendo sentire in molti settori, tra i quali anche l’antropologia e l’archeologia, consentendo di svelare il contributo femminile nella storia delle società, che fino a prima era stato omesso. Infatti, fintanto che in tutte le discipline gli studiosi erano uomini, il risultato delle loro ricerche non poteva essere altrimenti che imperniato di un’ottica esclusivamente maschile. Ad esempio, il paradigma del primitivo uomo cacciatore è stato così a lungo enfatizzato da venire declinato come spiegazione di molti fenomeni squisitamente umani, come le abilità di pensiero logico-simbolico o il linguaggio, non tenendo conto del fondamentale contributo femminile all’economia di sussistenza familiare e dell’imprescindibile apporto della cura delle madri nel plasmare l’educazione e la cultura umana.

A proposito di negligenza dello sguardo maschile, nel campo della medicina è particolarmente importante la questione di quanto siano state trascurate le diversità sia anatomiche che fisiologiche del corpo femminile, e questo ha avuto ovvie implicazioni di salute. Finalmente, nel corso del ‘900, la possibilità di accesso alle aule universitarie per le donne, sia come studentesse che come docenti, ha permesso di costruire i presupposti per comprendere molte questioni che si caratterizzano diversamente in base al sesso. Ma non è ancora finita con le discriminazioni, perché ancora oggi la ricerca scientifica continua a privilegiare cavie animali maschi, sia per sperimentare farmaci sia per capire le malattie, ma farmaci e malattie non si comportano ugualmente nei maschi e nelle femmine. Su questo argomento è molto apprezzabile il contributo della rivista scientifica più prestigiosa al mondo, Nature, che più volte ha dato spazio a voci di denuncia alla gender inequality.

La scienza, così come il resto delle discipline, deve fare spazio anche alle donne, sia come oggetti di studio che come soggetti della ricerca, affinché entrino in gioco, perché è ormai evidente che possono e devono dare contributi brillanti e imprescindibili. A tale proposito ricordiamo che la prima persona a vincere due Nobel nella vita fu una donna (Marie Curie). Le donne possono contribuire enormemente alla conoscenza, mettendo in luce come spesso tutto il sapere che le riguarda, che è anche quello del 50% dell’umanità, è stato trascurato o mutilato. La subordinazione della donna è una condizione storica, dunque conoscerne la storia è la precondizione per cambiare il futuro, come già abbiamo iniziato un po’ a fare. È importante anche realizzare che il sistema patriarcale è così penetrato nelle nostre menti che, per imparare a pensare più equamente, abbiamo bisogno innanzitutto di riconoscere gli errori concettuali, distruggere gli stereotipi e costruire nuove mappe di navigazione, assieme, maschi e femmine.

 

Pamela Boldrin

 

NOTE
E. Fox Keller, Sul genere e la scienza, Garzanti, 1987.

 

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Tra ragione e passione. Storia culturale della differenza di genere (parte II)

Nel mio precedente articolo, si è introdotta, seppur per sommi capi, la questione storica della differenza di genere, che, come abbiamo già detto, è quella differenza che più di tutte si radica come originaria, infatti, tra gli esseri umani è quella più trasversale, dicotomica e ineluttabile dal punto di vista biologico. In questo articolo il focus viene posto sulla cultura greca e sull’immagine della donna da essa plasmata, sull’onda di quella che si era già in parte delineata nelle società precedenti.

La donna nella Grecia antica La donna greca, soprattutto quella Ateniese e salvo alcune eccezioni, era relegata agli spazi della casa, subordinata all’uomo e dedita alla vita domestica; era sconveniente che le donne facessero vita pubblica, salvo nelle occasioni dei rituali di culto e nelle celebrazioni di feste.

La Grecia portò le polis alla più alta forma grazie alle vittorie in guerra, rafforzando così la classe militare che poté mettere in discussione i poteri dell’aristocrazia. Questo era ovviamente fuori discussione per le donne, che non godevano di una situazione istituzionalizzata di vita in comune e di condivisione di interessi con le loro coeve. La vita militare e la guerra hanno certamente rafforzato la coesione maschile e fornito le basi fondamentali alla costruzione della vita politica. Eccezione in ciò la faceva Sparta: fin dal VII sec. la legge prevedeva l’addestramento militare anche per le donne, affinché fossero forti per partorire e crescessero figli vigorosi. L’iscrizione dei nomi dei morti sulle lapidi spartane era vietata, fatta eccezione per i morti in battaglia e per le morte di parto, due condizioni che ricevevano la medesima gloria. È interessante aggiungere che il governo spartano era oligarchico, mentre la democrazia fu inventata ad Atene, dove le donne erano totalmente escluse dalla vita pubblica.

Erodoto, nel VII sec. a.C. riscrive nelle “Opere e i giorni” il mito di Pandora, narrazione in cui è una donna, Pandora appunto, a essere causa di tutti i mali, mentre nella “Teogonia” racconta l’ascesa di Zeus al pantheon divino. Lo sfondo mitico è congruente con il panorama sociale: per il femminile non c’è più alcuna forma di potere. Un ultimo urlo di nostalgia del passato arriva dalla tragedia greca, le cui opere furono scritte nel V sec. a.C. principalmente da 3 grandi autori: Eschilo, Sofocle, Euripide. Tutti e tre hanno dato un po’ di voce al cosmo femminile legato alla passione, al mondo irrazionale, al primato della morale famigliare e all’antico culto ormai sull’orlo della rimozione: quello fondato su una teogonia al femminile. È possibile, grazie ad alcune tragedie, vedere i resti dell’antico scontro tra il sistema patriarcale e quello delle Dee Madri.

Quando la tragedia termina la sua stagione, muore anche Socrate. Platone ha 30 anni ed è il primo filosofo che fa della filosofia una materia non più esclusivamente orale, ma anche scritta, elaborata sia dall’insegnamento del maestro, ma anche grazie al contatto con altri sapienti. Particolarmente importante è il suo contatto con i Pitagorici, che avevano comunità di adepti costituita da maschi e femmine, cosa eccezionale per la società greca.

Sicuramente Platone si ispirò ai Pitagorici per la sua elaborazione del concetto di anima immortale e, dato che nella Repubblica prevedeva che il governo della città fosse affidato a dei guardiani, sia maschi che femmine, possiamo immaginare che Platone abbia avuto una visione positiva dell’esperienza pitagorica (anche se le donne pitagoriche non erano comunque uguali agli uomini). E’ importante sottolineare che Platone non riteneva la donna uguale all’uomo, semplicemente le destinava alcuni spazi. È interessante anche sottolineare l’attenzione che Platone dedica al mondo dell’irrazionalità, nonostante egli sia uno dei filosofi che ha eretto la ragione a baluardo del sapere, nonché della filosofia. Il mondo irrazionale è presente in ogni individuo e, se represso, può sfociare nelle manifestazioni più mostruose e aberranti, per questo necessita di spazi congrui alle sue manifestazioni. La religione tradizionale è il luogo che, nonostante in antitesi con la razionalità che sta diventando l’istituzione della filosofia, si pone come adatto a contenere l’irrazionalità. Platone è consapevole che la ragione è per pochi eletti, per il resto del popolo il freno sarà la religione con la superstizione. E nel mondo greco trovano ampiamente spazio i fenomeni che contengono l’irrazionale, come ad esempio i santuari degli oracoli, il più famoso e longevo quello di Delfi, in cui la Pizia emanava profezie su richiesta, dopo essere stata posseduta dal dio Apollo attraverso la trance.

Un altro momento catartico era quello del culto dionisiaco delle Baccanti, in cui le donne abbandonavano le case per lasciarsi possedere dal Dio che le portava alle manifestazioni più estreme, attraverso il ballo sfrenato, l’isteria collettiva e l’estasi dionisiaca. Le donne che rispondevano al richiamo di Dioniso erano le menadi, perfettamente narrate da Euripide nella tragedia delle Baccanti. La tragedia, in generale, afferma l’impotenza morale della ragione e dà voce a quella forza potente, misteriosa e paurosa che era in mano agli dei: la passione. Non a caso spesso gli ideali della passione sono incarnati da protagoniste femminili.

Arrivati a questo punto della storia, la dicotomia ragione/passione, è ormai obbligata. Le donne sono state escluse da tutti i campi applicativi della ragione, in particolare dall’istruzione e dalla vita politica. Il loro mondo è per forza quello delle passioni. La loro dimensione legata, per esclusione, esclusivamente alla fisicità accentua l’appartenenza all’irrazionale e alle sue manifestazioni più tipiche, come la medianità e la trance; anche le forze dell’irrazionalità vengono associate a divinità femminili. L’esclusiva fisicità della donna viene ancora più esaltata da Aristotele: la femmina appartiene alla categoria inferiore, che per Aristotele è la materia, mentre il maschio appartiene alla forma, che è la categoria che attribuisce il valore alle cose. Per Aristotele, quando il seme maschile feconda la donna, pone l’intero embrione, mentre la madre è solo substrato materiale che fornisce le risorse per crescere. Con la filosofia aristotelica la donna è definitivamente consegnata all’inferiorità attraverso le argomentazioni della ragione filosofica. La religione cristiana incorpora la metafisica aristotelica, investendo di autorità religiosa solamente i maschi, coerentemente con il pensiero aristotelico ed ebraico.

Nella prossima parte, che sarà conclusiva, si vedrà come le basi di una cultura ormai profondamente patriarcale, confluiranno in un progetto di scienza che ancora oggi pone ancora problemi e incomprensioni all’obiettivo di una cultura di genere più equa.

 

Pamela Boldrin

 

NOTE

Cfr. N. Loraux, Il femminile e l’uomo greco, Laterza, Bari, 1991.

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Tra ragione e passione. Storia culturale della differenza di genere (parte I)

Tra ragione e passione è il titolo di una conferenza organizzata dalla Chiave di Sophia lo scorso gennaio al museo di Asolo, in provincia di Treviso. Per chi non ha potuto esserci ma avrebbe voluto, abbiamo pensato di riportarvi gli interventi della conferenza dedicata ad alcune questioni legate alla differenza di genere in modo da trasformarli in articoli da leggere online.
Quella che vi proponiamo oggi è la prima parte: verrà introdotto un excursus storico della nascita delle prime forme di discriminazione di genere dal Paleolitico fino alla Mesopotamia.

La differenza di genere è quella differenza che più di tutte si radica come originaria, infatti, tra gli esseri umani è quella più trasversale, dicotomica e irrimediabile dal punto di vista biologico. L’umanità così, si spacca esattamente in due e non può essere diversamente, né nel tempo, né nello spazio. Questa spaccatura nasce nella notte dei tempi e da lì, seppur intralciati dalle tenebre più cupe, dobbiamo partire per osservare come la dicotomia da biologica si fa culturale.
Le origini
Gli esseri umani appartengono ai mammiferi, la cui caratteristica biologica cruciale è il fatto che le mamme partoriscono i neonati e li allattano. Nel caso degli umani, oltre al tempo di allattamento c’è ancora un lungo tempo di cure di cui il bambino necessita prima di diventare autonomo, ed è il più lungo in assoluto in natura. Questo lungo tempo aumenta la vulnerabilità della piccola creatura, che sopravvive meglio se sia la mamma che il papà si occupano di lui/lei. Vista la complessità della sopravvivenza, la strategia del gruppo deve essersi rivelata vincente, dato che le società umane sono andate crescendo. Le madri fin da giovani sono sempre state impegnate a partorire e crescere figli e, pur provvedendo loro stesse alla raccolta della maggior parte del cibo (nelle società di raccoglitori-cacciatori rimaste ancora oggi è così), avevano certamente bisogno di lasciare ai maschi altri ruoli. Per
gran parte del Paleolitico e oltre, fintanto che lo stile di vita era nomade, non esisteva la proprietà e il cibo si cercava in giro, le società umane si sono basate sulla cooperazione. Questo elemento fa credere a molti studiosi che tali società siano anche state piuttosto egalitarie. Con l’avvento dell’agricoltura e dell’allevamento si è abbandonato il nomadismo ed è iniziato quel lunghissimo processo che ha dato vita alle città prima e agli imperi poi. È in questa fase che si sono inseriti concetti come proprietà privata, surplus di produzione, ricchezza, dominio e subordinazione. Nel corso di questa lunga fase le donne si sono ritrovate, quasi ovunque, nella condizione di forte subordinazione al potere maschile. Non sapremo mai come è andata esattamente, possiamo ipotizzare che il fatto che le donne erano (e sono) risorse così fondamentali per la sopravvivenza della comunità, ad un certo punto e in concomitanza ai mutamenti sopraccitati, ciò le abbia fatte diventare oggetto di “attenzioni subordinanti”. Più donne voleva dire più bambini (non vale lo stesso con gli uomini) e dato che la mortalità per parto era alta, la numerosità delle donne era cruciale. È ritenuto ormai verosimile che la schiavitù sia iniziata con le donne, perché i prigionieri maschi più facilmente venivano uccisi, in quanto pericolosi, ma le donne e i bambini potevano arricchire i vincitori perché erano manodopera e/o futura prole. Uno dei metodi per assoggettare le donne era lo stupro e la minaccia alla vita dei figli, questi due elementi le rendevano vulnerabili e ricattabili. Solo in seguito la schiavitù divenne anche maschile. Parallelamente, sappiamo che nel Paleolitico e nel Neolitico erano diffusissime sculture,
dipinti e rappresentazioni varie di figure femminili (come quelle qui sotto) dai fianchi e seni molto accentuati: l’ampia diffusione e quantità di tali manufatti ci fa propendere per un’ampia diffusione del culto della fertilità e del riconoscimento di un sacro potere generativo femminile. Dopodiché, le cose sono andate lentamente cambiando.

La donna in Mesopotamia nell’antico regno ebraico
Dall’età del Bronzo in poi abbiamo vario materiale che ci narra di una dea madre o grande dea, a capo di svariate altre divinità e con nomi variabili da un popolo all’altro. Abbiamo documentazione della sua presenza innanzitutto in Mesopotamia, ma proprio qui, man mano che si sviluppano le città-stato e il potere si consolida nelle mani dei re, si deteriora la condizione della donna, che diventa sempre più subordinata al padre e al marito. Il Codice di Hammurabi (1750 a.C.) ben testimonia la condizione delle donne dell’epoca: i loro ruoli sociali erano limitati e le punizioni più severe che nei maschi. Moglie e figli potevano essere venduti o ceduti in pegno per debiti, le figlie date in spose ancora bambine. La prostituzione era regolamentata ed era la minaccia in cui ricadeva una donna che non aveva un marito.
Sul fronte religioso, la dea principale dei Sumeri era Inanna, che assieme al suo consorte governava il mondo e dava a costui la possibilità di comandare. L’influenza della dea fertile, potente e generativa è ancora alta all’inizio della storia mesopotamica, nei suoi templi sono presenti molte sacerdotesse; ne conosciamo una famosa, poetessa, figlia del re Sargon, che dedicò a Inanna un magnifico inno, del 2300 a.C., in lingua sumera. Il grande potere delle dee madri si andò deteriorando più lentamente della condizione della donna mesopotamica, ma le sacerdotesse divennero sempre meno e un codice successivo a quello di Hammurabi, del regno medio Assiro, enuncia leggi ancora più restrittive e violente per le donne; ad esempio, la punizione per l’adulterio femminile diventa la mutilazione della donna eseguita in pubblico. Gradualmente il controllo della donna passa dal capofamiglia fino a includere lo stato. La donna è proprietà di un uomo, la sua condizione sociale è dipendente dalla classe sociale dell’uomo con cui ha la relazione sessuale e questo legame deve essere riconoscibile, infatti
viene reso obbligatorio il velo per le donne coniugate, proprio per distinguerle dalle schiave e dalle prostitute. Tutta la società doveva sapere quali erano le donne per bene e quali no. Una donna legata a un uomo di alto rango poteva avere proprietà e schiavi, nonché potere decisionale, ma fintanto che il marito le accordava tali possibilità. Man mano che muta la condizione sociale femminile, muta, seppur più lentamente, il mondo religioso e simbolico a cui gli umani fanno riferimento.
In Mesopotamia le dee scendono dal pantheon delle divinità ma non scompaiono, come testimonia la dea Ishtar, ancora così importante per i Babilonesi che le dedicarono il nome di una delle porte di Babilonia (foto qui accanto della porta di Ishtar, museo di Pergamo, Berlino). Se le dee perdono potere, anche le sacerdotesse hanno vita più difficile, ma ancora resistono. Accanto alla Mesopotamia c’era un altro regno, il quale trasse ispirazione dai miti mesopotamici per elaborare un’innovativa religione e dei testi scritti che diedero vita all’antico testamento. La stesura del libro della Genesi, scritto a più mani, potrebbe aver avuto luogo dal X al V sec. a.C., rifacendosi ad avvenimenti che potevano risalire fino al XV sec. a.C. L’innovazione dell’Ebraismo è l’assoluto monoteismo, Jaweh è il solo dio, non ha un tempio ma i suoi fedeli si riuniscono in sinagoghe discutendo senza la necessità di un sacerdote. Questa flessibilità sarà decisiva nella sopravvivenza dell’Ebraismo, nonostante la sua storia di conflitti e sconfitte. Lo statuto patriarcale è assimilabile a quello mesopotamico, ma dal periodo monarchico in poi le donne ebree non possono essere ridotte in schiavitù, soltanto quelle straniere (che devono essere liberate al settimo anno, come gli schiavi maschi). La legge ebraica prevedeva che l’adulterio tra coniugi fosse punito con la morte, ma le donne avevano meno possibilità di difendersi dalle false accuse, inoltre, lo stupratore doveva sposare la sua vittima. Se la donna era sterile, una schiava la rimpiazzava nella questione riproduttiva col marito. Le donne non possedevano né gestivano beni su concessione del marito, ma vi era una forte enfasi al ruolo dei genitori: i figli dovevano onorare padre e madre. Il libro della Genesi elabora i simboli delle culture precedenti e adiacenti verso un totale predomini del dio come padre e scompare la figura femminile come simbolo creativo, semmai la sessualità femminile viene sancita come origine del male (tranne quella esclusivamente dedita alla procreazione). Il patto avviene tra Dio e Abramo, nessuna donna è inclusa. Il Dio Padre, creatore unico, si è definitivamente appropriato della potenza generatrice del femminile eliminando per sempre il millenario ruolo della Dea Madre e autorizzando l’uomo a dominare su tutto.
La storia prosegue, nel prossimo articolo, focalizzandosi su quella cultura storica che più di tutte ha plasmato la società occidentale: quella greca.

 

Pamela Boldrin

 

NOTE
G. Lerner, The Creation of Patriarchy, Oxford University Press, 1986.

 

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Il futuro della riproduzione umana: più tecnica e meno sesso?

La scienza ci informa che ora è possibile la vita, almeno nei topi, a partire da due individui dello stesso sesso, unendo i cromosomi provenienti da due maschi, ma anche unendo i cromosomi provenienti da due femmine1. Ma andiamo per gradi, ripercorrendo velocemente i presupposti di questa possibilità.

PMA è un acronimo di tre lettere che apre un universo di opportunità con conseguenze imponderabili. PMA sta per procreazione medicalmente assistita ed è entrata nel panorama delle nostre possibilità grazie all’interesse della scienza verso la risoluzione dell’incapacità riproduttiva negli esseri umani. Non sempre dietro l’infertilità ci sono vere e proprie malattie, spesso i problemi sono legati a questioni ignote, potenzialmente dipendenti da variabili come l’età o il livello di stress; tuttavia è riconosciuto che l’incapacità di avere figli si ripercuote sulla sfera psico-affettiva degli aspiranti genitori. Questo trova soluzione nel fatto che il concetto di salute si è ampiamente allargato negli ultimi anni, tanto che la medicina fornisce strategie di successo anche al di fuori del concetto di malattia organica. In questo contesto si inserisce anche la PMA, che è una tecnica con cui non si cura l’infertilità ma si ovvia agli impedimenti di questa. Genericamente si procede a prelevare i gameti, sia maschili (spermatozoi) che femminili (ovuli) e si fanno incontrare in laboratorio, di solito si fa in modo che ci siano più tentativi a disposizione, perché le percentuali di successo non sono molto alte e per la coppia si tratta di percorsi molto impegnativi e sofferti. Quando tutto va bene si formano più embrioni, se ne scelgono uno o due per procedere all’inserimento nell’utero materno, nella speranza che prosegua tutto verso una gravidanza a buon fine. Era il 1978 quando nacque la prima bambina con l’aiuto della fecondazione assistita e da allora sono stati fatti tantissimi passi nel supporto della procreazione.

Una volta che l’embrione è in laboratorio è possibile controllarne il DNA per cercare alcune malattie, ma in futuro sarà verosimile poter verificare anche altre caratteristiche ed è già possibile vedere il sesso (di solito non si può rivelare per non indurre a discriminazioni di genere nella scelta dei genitori). Una volta estrapolati i gameti possono essere congelati, donati, o, in alcuni Paesi, ceduti dietro compenso. È chiaro che, una volta esternalizzata la fecondazione, è possibile attuare tutte le combinazioni; è per questo che sono possibili pratiche come la fecondazione eterologa (con gameti di terzi), la gestazione per altri (la donna “surrogata” porta a termine la gravidanza per altri) o il congelamento per lunga data di embrioni2. Ci sono già molte questioni etiche su queste possibilità perché in USA e Australia, ad esempio, ci sono persone nate con queste tecniche che hanno più di 30 anni. Il problema principale, secondo i nati da donazione, è il desiderio di recuperare, o almeno conoscere meglio la storia, di un legame interrotto, qualunque sia stata la tipologia. Non sempre è possibile ricostruire la storia dei legami interrotti, ciò dipende dal livello di anonimato garantito a coloro che hanno prestato le proprie risorse biologiche. Questo aspetto di cura e attenzione verso il legame è piuttosto trascurato in quello che è un iter molto spesso di tipo esclusivamente sanitario, atto ad espletare gli aspetti più tecnici della riproduzione, trascurando quelli più etici. Ma i quesiti etici, già attualmente poco destinati a trovare attenzioni e risposte, sono sicuramente in crescita. Di questo siamo certi perché possiamo vedere come la ricerca stia incredibilmente ampliando il potere di intervento attraverso la sperimentazione sugli animali e, appunto, di qualche giorno fa è la notizia che si è riusciti a far nascere dei topolini utilizzando il patrimonio genetico di due madri in un gruppo, di due padri nell’altro.

Per capire come questo sia possibile dobbiamo considerare l’importanza delle cellule staminali, di cui tutti abbiamo sentito parlare; si tratta di cellule non ancora differenziate in cellule specifiche, che possono essere forzate dalla tecnica a diventare qualunque tipo di cellula, anche ovuli e spermatozoi. Dato che un ovulo è sempre fondamentale per ottenere un embrione, si può anche sostituire il DNA dell’ovulo originario con quello di un altro individuo (maschio o femmina). Si capisce che le combinazioni possibili aumentano ulteriormente. Questo genere di ricerche non mirano di principio a cambiare le modalità riproduttive tra gli umani, ma a comprendere il ruolo delle istruzioni contenute nei geni maschili e nei geni femminili rispetto alle malattie che possono presentarsi nell’embrione. Eppure, la possibilità di utilizzare le staminali implica che invece di dover prelevare i gameti, che nel caso degli ovuli attualmente implica per le donne un processo lungo, faticoso e non privo di sofferenza, potremmo cercare le staminali nel corpo, o ancora meglio, produrle! Infatti, nel 2007 Shinya Yamanaka, ricercatore giapponese, è riuscito a indurre una cellula comune della pelle a “tornare” staminale. Ci sono dunque i presupposti per ampliare ancora le possibilità di manipolazione e, anche se non è detto che riusciremo a rendere efficaci tutte queste possibilità, è sicuramente verosimile che il nostro potere aumenterà. Il professor Henry T. Greely3 sostiene che il futuro sarà in mano alla PMA, che, resa più facile dall’uso delle cellule staminali, favorita dall’aumento dell’infertilità delle popolazioni occidentali, incoraggiata dalle possibilità delle diagnosi pre-impianto dell’embrione utile a evitare orribili malattie e forse a consentire la scelta di alcuni tratti genetici che ci piacciono di più, insomma, tutto ciò renderà la procreazione senza sesso molto più appetibile.

Che cosa può dire la bioetica? Non è verosimile fermare la ricerca se ha di mira la cura di malattie infauste, ma sappiamo anche che una volta che una tecnica è disponibile tendiamo a usufruirne sempre in più contesti. E indietro non si torna mai. La domanda, difficile, che ognuno di noi dovrebbe porsi, ormai in molti ambiti, è: quanto sono disposto a manipolare la natura per ottenere ciò che voglio?

NATURA, TECNICA E LIMITE: alla prossima puntata…

 

Pamela Boldrin

 

NOTE
1. Qui la notizia.
2. Si veda a questo proposito questo articolo.
3. Cfr H. T. Greely, La fine del sesso e il futuro della riproduzione umana, Codice Edizioni, Torino 2017.

[Photo credits unsplash.com]

Maschi e femmine al tribunale della scienza: errori del passato e buoni propositi per il futuro

Possiamo certamente affermare che la scienza è stata e continua a essere fondamentale per la società e, seppur consapevoli che anch’essa incappa in errori, non siamo mai troppo sospettosi nei suoi confronti, proprio perché non sappiamo vivere senza i suoi risultati. La storia della scienza è per lo più la storia delle domande e delle risposte formulate dagli uomini. Dagli uomini, appunto, perché alle donne è stata a lungo preclusa la partecipazione alla costruzione del sapere, scientifico in particolar modo (ci sono poche eccezioni).

Vediamo un esempio di teoria scientifica e prendiamo Darwin, che è stato uno scienziato veramente brillante, una delle menti che ha sconvolto il panorama del sapere umano, in mezzo alle due altre grandi rivoluzioni: quella copernicana e quella freudiana. La prima ha spostato il nostro pianeta dal centro del sistema solare alla periferia, la seconda ci ha rivelato che l’io cosciente è solo una punta dell’iceberg sommerso dell’inconscio. Darwin ha smentito le nostre origini divine, mediandole quantomeno con milioni di anni di evoluzione a partire dal mondo animale, facendoci parenti stretti con le scimmie. Ma nel tracciare l’evoluzione Darwin ha osservato che i maschi delle varie specie sono più stimolati, grazie alla competizione per le femmine, a perfezionarsi sotto vari punti di vista. I pavoni maschi si sono sfidati, e continuano tuttora, sulle code più belle, ad esempio. I maschi umani invece, oltre alla competizione dei muscoli, hanno ingaggiato la sfida anche sul piano intellettuale, perché gli strumenti cognitivi di cui è dotata la specie umana hanno consentito loro di affinare, grazie a un circolo virtuoso, le loro menti. E le femmine? Beh, non hanno fatto granché, al massimo traggono profitto mutuando i successi evolutivi dei maschi grazie al fatto che si riproducono con loro. In sostanza Darwin, in qualità di scienziato, affermava che la disuguaglianza tra i due generi che oggi riscontriamo è frutto di differenze biologiche, perfettamente in linea di continuità con quella che era la tradizione di pensiero alle sue spalle e dei suoi contemporanei1.

Dopo Eva plasmata dalla costola di Adamo, anche la versione scientifica, addirittura la stessa che smentisce Adamo e Eva, conferma la donna come prodotto sub-evoluto subordinato all’uomo.

Se arrivati a questo punto vi siete un po’ indignate, ma anche indignati, mi auguro, allora vi interesserà sicuramente capire qualcosa di più intorno a domande del tipo: quali ragioni sottendono la diversità sociale maschio-femmina? Si tratta di una questione enorme, non si può rispondere certo qui in poche righe, occorre andare molto indietro nel tempo, addirittura fino al Neolitico, quando sembra che le differenze abbiano iniziato a essere giocate a sfavore delle donne. Anche la portata nella dimensione dello spazio è interessante, perché ad oggi, in angoli remoti del nostro pianeta, ci sono comunità umane intatte da millenni che talora ci raccontano una storia diversa sul ruolo delle donne. Si tratta di un lavoro lungo e paziente, che passa attraverso molti fonti bibliografiche, ma una delle risposte che facilmente emerge è la questione dell’istruzione. Alle donne è ripetutamente stato proibito di istruirsi lungo tutto il corso della storia della civiltà.

Questo permette di rispondere alla prossima domanda. Perché scienziati, filosofi, letterati e intellettuali vari sono quasi sempre maschi? In realtà, seppur in minoranza, le donne compaiono qua e là lungo tutto il corso della storia, sono quelle che sono riuscite a emergere, con sforzi disumani e talenti straordinari proprio perché da sempre stigmatizzate non appena si accingevano a varcare l’uscio di casa. Tuttavia, sebbene in minoranza, quelle donne prodigiose sono spesso state trascurate dai libri di storia, anche se oggi, grazie alla recente e fruttuosa tendenza editoriale di narrare i contributi delle donne al mondo del sapere, scopriamo che ce ne sono parecchie di donne eccezionali. Occorre però puntare la luce su di loro, perché, si sa, la storia non è solo la storia dei fatti, ma anche di chi li racconta e decide come farlo.

Se il sapere è stato prerogativa maschile per lungo tempo, questo ha sicuramente dato una tonalità piuttosto che un’altra ai contenuti del sapere stesso. Darwin, tra gli altri, non può che aver consolidato tale atteggiamento. Pensate a come sarebbe stata l’impresa della conoscenza se avesse ricevuto uguali contributi da entrambi i sessi. Anche la salute ne avrebbe risentito. La medicina infatti è stata, come tutte le branche del sapere, prerogativa maschile. Ancora oggi la ricerca medica soffre di una distorsione enorme, questo perché i modelli di studio di farmaci e malattie sono realizzati su campioni maschili, animali o umani. Le cavie animali e i volontari umani sono quasi sempre maschi e molti farmaci sono tarati sul metabolismo maschile. In alcuni casi ciò si è rivelato deleterio per le donne, basti pensare che un famoso farmaco per l’insonnia, Zolpidem, è stato ritirato dal mercato quando si realizzò che procurava grave sonnolenza diurna alle donne che lo assumevano, aumentando il rischio di incidenti stradali. È solo la punta dell’iceberg, perché la ricerca si sta adeguando a una metodologia più equa tra i sessi troppo lentamente.

La rivista Nature si è occupata più volte di questo argomento; nel 20102 e nel 20173 diversi autori riportavano che, se i medicinali pongono sempre qualche rischio per chi li assume, questo rischio è molto più alto per le donne, inoltre, sottolineavano che una stessa malattia non colpisce in ugual modo maschi e femmine.

È allora fondamentale prendere consapevolezza di come la scienza in passato sia stata ingiusta nei confronti delle femmine, privandole di tutti i meriti evolutivi della nostra specie e di come continui a essere faziosa nella ricerca medica. Per fortuna, oramai l’accesso all’istruzione non è più una ostacolo, almeno da noi, anche se è possibile che gli stereotipi di genere continuino a essere una barriera all’emancipazione del genere femminile. E qui si apre uno spazio per i contributi di chiunque, perché, se non è possibile che ciascuno/a di noi diventi scienziato/a, è assolutamente possibile che ognuno/a di noi cominci almeno a cambiare la cultura iniziando a riflettere sui propri stereotipi di genere, ovvero le più subdole delle barriere.

 

Pamela Boldrin

 

NOTE
1. Cfr. C. Darwin, The Descent of Man: Selection in Relation to Sex, London, John Murray, 1871.
2. Zucker et al., Males still dominates animal studies, Nature vol. 465, 10 Jun 2010.
3. A. Nowogrodzki, Clinical research: Inequality in medicine, in “Nature” vol. 550, S18–S19, 05 October 2017.

 

 

 

[Photo credits: Charles Deluvio via Unsplash.com]

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Artemide, il sacro femminile perduto e la bioetica come rinascita del femminile

C’è stato un tempo in cui le donne rivestivano un ruolo di grande importanza sociale, non relegato al focolare domestico, ma allargato alla gestione del simbolico all’interno della comunità. Il mondo del pensiero simbolico è cruciale per la definizione di essere umano, ci distingue dal resto delle creature senzienti; ci siamo arrivati gradualmente, per tentativi ed errori, perché così funziona l’evoluzione. Non sappiamo quando sia successo, probabilmente già nel Paleolitico, visti vari ritrovamenti di manufatti e ossa umane dipinte di rosso ocra, colore del sangue, indissolubilmente legato al sacro. E quali manifestazioni sono maggiormente legate in modo fisiologico al sangue? Le mestruazioni, il primo amplesso, il parto. Tutti fenomeni esclusivamente femminili e cruciali per la fertilità e la generazione. Simbolico e sacro sono legati perché aver iniziato a interrogarsi sulla nostra presenza, origine e destinazione è significato provare stupore e soggezione per qualcosa di “altro”, separato, misterioso, dunque sacro. Il luogo dell’origine è il femminile: la natura, la terra, la madre. L’atto generativo e il corpo che genera sono l’origine, dunque il sacro, forma del simbolico.

statuetta-di-artemide_la-chiave-di-sophiaNegli ultimi cento anni l’archeologia e l’antropologia hanno cominciato a narrarci una storia diversa da quella per lo più tramandata e scritta negli ultimi due millenni e mezzo. Le prime autorità, testimoniate dai più antichi reperti che la terra ci restituisce, erano regine. Le prime divinità, erano femminili1. Erano la potenza creatrice testimoniata dal corpo femminile, celebrato dalle statuette dette “veneri”, dai fianchi estremamente pronunciati: le più antiche sono chiamate “veneri di Willendorf”, risalenti a circa 30.000 anni fa. La prima grande epopea che ci è rimasta del nostro passato non è quella di Gilgamesh, ma quella di Inanna, più antica, che racconta come questa Dea madre, presso i Sumeri, si fece umana per incontrare e godere dei piaceri del corpo con il suo amato re. La Grande Dea Madre avrà ampia diffusione in tutto il Mediterraneo, incluso l’antico Egitto (si pensi alla famosa raffigurazione della dea Nut che crea il mondo). Nell’attuale Turchia troviamo una magnifica testimonianza dei culti imperniati sulla divinità femminile, sono pochi resti, rovine di un sistema che è andato in rovina, in un Paese dove ancora oggi la figura femminile è succube di un apparato fortemente centrato sui maschi. Si tratta del tempio di Artemide a Efeso, dea dai mille volti, eretto intorno al VI secolo a.C., ma su un progetto ben più antico, forse di legno, secondo la tradizione che vede le Amazzoni come sue progettiste. Era considerato una delle sette meraviglie del mondo antico. Le raffigurazioni più antiche di Artemide la vedono come la dea delle belve, raffigurata con cervi, leoni o leopardi, altre come dotata di molteplici mammelle, una sorte di Madre Natura, dea della fertilità e di tutte le creature. L’altro suo nome era Cibele, dea dei Frigi, e ci testimonia la sua provenienza più antica, derivata dalla Dea Madre Inanna della vicina Mesopotamia. Il culto di Artemide si diffuse in tutta la Grecia, sorsero ovunque templi dedicati, molte fanciulle vi si stabilivano per un periodo iniziatico e alcune venivano selezionate come più idonee a divenire sacerdotesse, per officiare il suo culto. A Efeso in particolare, il culto di Artemide godeva della tradizione più forte, era celebrato da feste e pellegrinaggi di persone provenienti da tutto il mondo antico. Un culto così sentito che gli Efesini furono i più restii a farsi convertire al Cristianesimo, dopo millenni di devozione alla Dea, opposero una estenuante resistenza e furono crocefissi a migliaia, finché il loro tempio fu distrutto definitivamente nel 392 d.C. Ironia della sorte, poco dopo, nel 431, proprio ad Efeso si tenne un concilio della Chiesa per decretare la natura della Madonna, la donna che nel Cristianesimo non è più la potenza creatrice di tutto, ma solo la prescelta da Dio per compiere il Suo Progetto di filiazione per la salvezza del mondo. Il nome più tardivo di Artemide fu Diana, dea della caccia, figura leggermente mascolinizzata esportata a Roma dai Romani che proprio di Efeso fecero uno dei loro centri di potere (testimoniato dalla famosa biblioteca di Celso, senatore e magistrato romano). Fino al riconoscimento del Cristianesimo come religione ufficiale i Romani non avevano interferito con i culti pagani dei popoli conquistati, per questo Efeso continuò a mantenere intatto il proprio attaccamento ad Artemide così a lungo.

Il declino della figura femminile fu lento e progressivo; i classici filosofi Greci, nonostante dichiaratamente sostenitori dell’inferiorità della donna, sono forse inconsapevoli testimoni della potente influenza dell’antica tradizione della Dea e della sapienza femminile. Si pensi a Platone, che nel Simposio fa narrare a Socrate del suo incontro con Diotima, la quale gli rivela i segreti dell’amore, o Parmenide, che solo grazie alla guida di alcune fanciulle (sacerdotesse) giunge alla Dea per udire da lei la Verità, trascritta poi nel poema Sulla Natura, opera che sancisce l’atto di nascita del pensiero occidentale. Infine, la tradizione millenaria del femminile come potente e sacra sorgente generativa subisce un grave colpo dalle parole di Aristotele: egli dispone che la forma sia superiore alla materia e che la prima appartiene al maschio, la seconda alla femmina. Il corpo femminile perde il suo alone di misterioso generatore di vita e diventa mero substrato di riproduzione, relegando la donna a madre e domestica.

Il secolo scorso le cose hanno finalmente iniziato a cambiare: lotte femministe e bioetica sono gemellate perché nascono nello stesso momento storico e probabilmente le prime influiscono sullo sviluppo della seconda: hanno un’anima in comune, come ricorda la Furnari in Donne, bioetica e cittadinanza2. Dopo millenni di subordinazione al maschile, alcune coraggiose rappresentanti dell’altra metà dell’umanità insorgono contro il sistema patriarcale che pervade la società, in particolare nel contesto della medicina. Contemporaneamente la bioetica nasce come disciplina che si interroga sui limiti della potenza di manipolazione che gli umani si sono trovati a poter disporre. E qual è il luogo per eccellenza della potenza della tecnica e di configurazione del limite? Il corpo, e proprio il corpo delle donne avrà un ruolo di rilievo in questa battaglia, basti pensare alle lotte femministe per il diritto a decidere senza intermediazione (maschile), soprattutto nell’ambito riproduttivo. Infatti, aborto e contraccezione diventano i cavalli di battaglia dell’emancipazione femminile. Le cose stanno cambiando e applaudiamo il progresso, ignare che, in tempi molto antichi, il potere di decidere del proprio corpo e l’onore di testimoniare il sacro attraverso esso, era qualcosa di concreto che è stato prima abolito e poi rimosso dalla memoria collettiva. La linea del tempo e la direzione del progresso non sempre coincidono, la storia femminile ne è un esempio. Adesso, però, possiamo rimuovere questo velo di Maya e guardare orgogliosamente all’antico passato per trarne forza.

 

Pamela Boldrin

 

NOTE
1. Sul tema, si veda L. Percovich, Oscure madri splendenti. Le radici del sacro e delle religioni, Venexia, Roma, 2007.
2. AA.VV., M. G. Furnari. Donne, bioetica e cittadinanza. Spunti teorici e sguardi sul contesto italiano, Rubbettino Editore, Catanzaro, 2017.

[Immagine di copertina: rovine della biblioteca di Celso a Efeso.
Immagine interna: una delle tante rappresentazioni della dea Artemide.
Immagini di proprietà dell’autrice]

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Chi vuole vivere per sempre?

Quanto a lungo può vivere un essere umano? Quanto a lungo ambireste a vivere voi?

Che vi siate posti o meno queste domande durante qualche vostro intimo viavai di pensieri, sappiate che la scienza è intensamente interessata a capire la risposta alla prima domanda e arrivare ad assecondare le aspettative più esose sulla seconda domanda, ad un certo prezzo. In vari laboratori del mondo, in particolare negli Stati Uniti (la Silicon Valley è un hot point a tal proposito), una cricca di scienziati audaci e imprenditori estremamente facoltosi stanno unendo le loro rispettive risorse, ovvero abilità tecno-scientifica e ingenti investimenti economici, per sfidare l’oltraggioso limite connaturato alla nostra natura di mortali: la morte, appunto. Ma prima di vedere chi sono gli sfidanti dell’immortalità, vediamo come gli umani, abitanti dell’Occidente in primis, si sono “disabituati” al proprio destino in scadenza.

Oggi è molto più probabile che l’umano medio muoia per i rischi connessi a un’alimentazione eccessiva e inappropriata piuttosto che a causa di un virus, di un attacco terroristico o per la fame. Infatti, nel 2014 è accaduto per la prima volta nella storia che la bilancia tra affamati e obesi pendesse dalla parte di quest’ultimi: 2,1 miliardi di persone sovrappeso a fronte di 850 milioni di persone denutrite. Yuval Noah Harari, nel suo ultimo libro Homo Deus. Breve storia del futuro (Bompiani 2017), illustra molto bene la situazione a tal proposito, analizzando le cause di morte nel mondo intero, conclude che lo zucchero è attualmente molto più pericoloso della polvere da sparo, in quanto il diabete è un’arma che uccide di più delle armi vere e proprie. Eppure, l’aspettativa di vita si è comunque allungata di molto, tanto che solo una minima percentuale di individui muore prima di raggiungere l’età adulta. Questo perché siamo diventati piuttosto bravi a curare le malattie, tanto che la morte sopraggiunge sempre più spesso dopo anni di cronicità di una certa patologia. Mentre impariamo ad allungare la vita procrastinando la morte (ma non sempre garantendo che la sopravvivenza aggiunta sia all’insegna della salute), stiamo anche diventando molto bravi a creare la vita in laboratorio, artificialmente. Una domanda dovrebbe sorgere allora spontanea: che prospettive ci sono per l’umanità considerato tutto questo potere di cui ora disponiamo? È ormai evidente a molti che un obiettivo sempre più stringente è quello di metterci al riparo, assieme al nostro pianeta, dai rischi del nostro potere.

Il potere di manipolare la vita e la morte, sottraendoli a quell’alone di mistero e imprevedibilità a noi poco gradito, ci seduce come la più grande rivincita sul nostro destino di mortali da sempre consegnati al volere divino o naturale, a seconda delle prospettive. Quando non avevamo strumenti contro la morte, essa era il momento più sacro per la comunità e la cerchia di persone più affezionate si riuniva attorno al morente per celebrare con lui o lei la sua vita, esaltandone il significato alla luce dell’imminente fine. Fino al 1800 l’aspettativa di vita media era attorno ai 30 anni (non mancavano le persone longeve, ma erano l’eccezione e non la regola). Si moriva facilmente e spesso senza nemmeno capire perché. Montaigne scriveva nel XVI secolo che morire di vecchiaia è una morte rara, singolare e straordinaria, molto meno naturale delle altre: è l’ultima e più estrema forma del morire.

Ci sono voluti molti contributi nella storia del progresso scientifico per arrivare a comprendere i meccanismi di morte e, in seguito, definire procedure e strumenti per procrastinarla. È stato necessario violare ripetutamente l’integrità dei cadaveri, studiati fin dall’antichità e spesso di nascosto, per carpire i meravigliosi segreti del corpo umano: anatomia, fisiologia e patologia, in circa 2000 anni. Ma è bastato poco più di un secolo per acquisire delle capacità inaudite. La scienza, infatti, ha partorito la sua più potente alleata: la tecnica medica. Nel XX secolo abbiamo scoperto come rendere reversibile un arresto cardiaco, come accertare l’arresto cardiaco irreversibile, abbiamo creato la morte cerebrale, inventato i trapianti, l’editing genetico, sconfitto varie patologie o spostato nel tempo il momento della loro vittoria. E molto altro. Adesso stiamo cercando di fermare l’invecchiamento in vari modi, ad esempio, si vuole capire come impedire alle nostre cellule di morire disattivando il loro programma di autospegnimento. Ma è possibile? Sì, le cellule cancerose sono potenzialmente immortali perché hanno disinnescato il loro programma di autodistruzione, dobbiamo solo capire come volgere il meccanismo a nostro vantaggio. Ma altre linee di ricerca guardano al nostro DNA, anch’esso coinvolto nel processo di invecchiamento. Oppure, nel caso non sia questa la via, c’è chi sta pensando a come trasferire la mente in un altro corpo, sintetico, senza recuperare a tutti i costi quello in via di estinzione.

Al momento abbiamo vinto parzialmente il traguardo di vivere più a lungo, di guadagnare più salute globalmente e di morire molto probabilmente di vecchiaia sempre più avanzata, solo quando l’ultimo disguido tecnico avrà la meglio sulla corretta fisiologia. Non c’è netta separazione tra l’intervento che ha intento curativo da quello migliorativo, il confine è sfumato. Si inizia sempre, in medicina, con l’idea di salvare dal peggio, ma sempre più spesso si finisce per usare le scoperte per ottenere di meglio molto prima che il peggio arrivi, giusto per migliorare gli standard della specie umana. Il confine tra terapia e miglioria non è ben chiaro né tantomeno condiviso. Sempre Harari, sostiene che il sogno dell’umanesimo della tecnoscienza sia sconfiggere la morte. Google è una delle aziende che ha investito maggiormente, attraverso società ad essa legate (Calico e Google Ventures) nella ricerca di abolire il limite della mortalità o, nel frattempo, di potenziare la longevità aggiungendo qualche decennio alla volta. Questo è l’obiettivo dentro i laboratori della ricerca, quelli finanziati da potenti società che ormai primeggiano nell’economia mondiale, ma poi, eventuali risultati saranno alla portata di tutti? Viste le enormi somme destinate a questi scopi, è probabile che i fruitori saranno coloro che potranno permettersi le cifre molto alte per ripagare i costi dei preziosi elisir. Se queste ricerche avranno successo, aumenterà ancora una volta la forbice tra chi può e chi non può garantirsi un privilegio ad alto costo. Ma chi vuole vivere per sempre, o anche solo fino a 150 anni? Forse molti di noi sono già sereni nell’accontentarsi di una sobria vecchiaia, negli attuali standard, auspicandosi soprattutto più anni di salute piuttosto che di vita a qualunque costo. Il problema, però, è che potrebbe non farci piacere sapere che un giorno alcuni individui molto potenti e spregiudicati saranno in grado di garantirsi oltremodo la loro intralciante presenza sulla scena mondiale.

Allora viene da pensare che nella morte c’è un principio di giustizia, come scriveva Anassimandro, più di 2500 anni fa: l’ordine del tempo porta la sua giustizia facendo cessare tutte le cose. La nascita è il sorgere dell’ingiustizia e questa si paga con la morte, ma questo, all’uomo del XXI secolo, non va proprio giù.

 

Pamela Boldrin

 

[Photo credit: Ornella Binni via Unsplash]

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