Fenomeni estatici, sciamanesimo e riti collettivi. Intervista a Paolo Pecere

<p>Pecere Paolo, filosofo, occhiali © 2021 Giliola CHISTE</p>

Paolo Pecere è ricercatore e docente universitario presso Università Roma Tre, autore di saggi e romanzi, insegna storia della filosofia. Il suo ultimo libro è Il dio che danza, edito da Nottetempo nel 2021. Lo abbiamo intervistato per esplorare un mondo che sta mutando rapidamente, quello dei fenomeni collettivi legati a ritualità molto antiche; i motivi che tenevano questi fenomeni vivi e il loro potere terapeutico nonché aggregante.

 

Pamela Boldrin Il suo ultimo libro è un articolato racconto di diversi viaggi, in diversi anni, con un approccio antropologico di ricerca che si confronta con altri autori del passato mentre si immerge in alcune pratiche culturali tipiche delle diverse popolazioni che visita e che racconta, da un capo all’altro del mondo. Tra i fenomeni più interessanti emerge la trance da possessione, indotta grazie a cornici rituali peculiari, ben guarnite da musiche e danze. Si tratta di rituali collettivi con molteplici scopi e caratteristiche, che vedremo emergere nel corso dell’intervista. Quali sono i presupposti che le hanno ispirato questo lavoro?

Paolo Pecere – Molti anni fa, da studente, lessi un libro magnifico, La terra del rimorso di Ernesto de Martino. Ci trovai la prova che stati di trance, danze e riti di origine popolare e pagana erano esistiti in Puglia fino a qualche decennio prima, dove aiutavano i contadini a superare momenti critici e donavano momenti di liberazione, sfogo, esplorazione delle proprie parti oscure. La cosa mi colpì molto – anche perché in Puglia, dove avevo i nonni, trascorrevo ogni estate – e iniziai a domandarmi cosa restasse nel mondo di oggi di quelle pratiche scomparse che rispondevano a bisogni ancora vivi. Due anni fa mi sono reso conto che avevo fatto molti viaggi e studi cercando di rispondere a questa domanda, e ho avuto l’idea di scrivere il libro.

 

Pamela Boldrin – Definiamo alcuni elementi cruciali nelle esplorazioni del libro. Che cos’è la trance da possessione? Quali sono i suoi poteri sulla psiche umana?

Paolo Pecere – La trance da possessione si definisce come uno stato alterato della coscienza, in cui viene modificata transitoriamente la stessa identità dell’individuo, e che è considerata il risultato di un essere estraneo che anima il corpo del posseduto. Si tratta di una pratica ritualizzata in moltissime culture del mondo, che era comune anche nell’Antica Grecia. Il raggiungimento di un simile stato può condurre a un’agitazione terapeutica, alla disinibizione di comportamenti anomali o proibiti, i cui moventi sono spesso inconsci, a visioni e ispirazioni poetiche, in genere, quindi, corrisponde a una esplorazione di sé subliminale e drammatizzata. Tuttavia, nell’Italia di oggi si tratta di qualcosa di estraneo. Il cristianesimo concepisce la possessione come orribile invasione demoniaca, un’aberrazione patologica, escludendone il lato attivo e positivo che in culture come quelle indiane o amazzoniche è comune. Solo in cornici eccezionali, come alcune performance artistiche o feste clandestine, si è visto e teorizzato qualcosa di simile negli ultimi decenni.

 

Pamela Boldrin – In questo mondo di fenomeni che potrebbero suonare a noi distanti per tempi e cultura abbiamo un magnifico esempio in Italia: il tarantismo in Puglia. Chi erano le tarantate e i tarantati?

Paolo Pecere – Il tarantismo pugliese riguardava persone di origine umile, solitamente braccianti, che ogni anno accusavano un profondo e prostrante malessere, dichiarando di essere stati punti da un ragno, e venivano curati con un rituale di musica in cui si agitavano e danzavano. Questa condizione di marginalità era essenziale, poiché si trattava di una tradizione che rispondeva a condizioni di malessere vario, dalla durezza della vita dei campi a lutti e malattie non curate, oltre a matrimoni infelici e altre forme di oppressione che più spesso riguardavano le donne. Si trattava di situazioni tipiche di membri di classi subalterne. Bisogna ricordare che il tarantismo è stato diffuso anche al di fuori della Puglia, altrove in Italia e nel Mediterraneo. Esistono del resto pratiche simili in culture africane e nel mondo islamico, il che indica verosimilmente un passato di contatti culturali tra popoli.

 

Pamela Boldrin – Nelle prime pagine del libro compare una figura cardine che poi si ripresenterà nuovamente, un dio dai mille volti, incline alla possessione e alla connessione, capace di turbare e sconvolgere, fino alla temporanea perdita di sé: Dioniso. Chi era e da dove era giunto in Grecia?

Paolo Pecere – Dioniso era percepito dai Greci come un dio straniero, le cui origini leggendarie sarebbero risalite all’Asia (Alessandro Magno, come racconto nel libro, credette di ritrovarne le tracce in India, nell’attuale territorio pakistano). Si trattava di un dio dai vari attributi, variabili a seconda delle regioni e delle epoche, che Euripide cercò di riassumere nella sua tragedia Le Baccanti, ma che rimase presente fino alla Roma imperiale: inventore del vino, donatore di ebrezza e invasamento tra baccanti, un dio che “scioglie”, che “libera”, che fa danzare, e che nella Grecia classica fu anche legato all’origine del teatro. Era anche una manifestazione della natura selvaggia, in quanto tale anche minaccioso e sconvolgente, spesso dotato di parvenze di animali come il toro. Per lungo tempo si è ritenuto che il culto provenisse dalla Tracia, più di recente se ne sono trovate tracce nella civiltà minoica, dove pure esistevano fenomeni di possessione divina.

 

Pamela Boldrin – La figura di Dioniso è rilevante perché racconta un pezzo della storia dell’Occidente nel momento in cui il seme della sua ascesa si interrava nelle fertili congiunture dei popoli mediterranei che hanno dato inizio alla nostra storia e forgiato la nostra società, diversa da quella di altri popoli. Come si colloca il mondo del dionisiaco nella società greca, nella filosofia, con la sua nascita e con la nostra cultura?

Paolo Pecere – Il dionisiaco era al tempo stesso accettato e inquietante. L’arrivo del dio nella città, “l’epidemia”, era percepito come uno sconvolgimento della norma, e Euripide infatti presenta un conflitto profondo tra le istanze di Dioniso e quelle del re Penteo. Ancora nella Roma repubblicana i baccanali erano occasione di raduno e scatenamento di una comunità spesso marginale, come attesta Tito Livio a proposito del divieto dei baccanali promulgato dal Senato di Roma nel II secolo a.C. Non si trattava quindi al tempo stesso di una sfida ai costumi, realizzata dalla liberazione del corpo e dalla componente erotica del dionisiaco, e di una sfida politica, in cui si reclamava un benessere diffuso. Nietzsche riscoprì e esaltò l’importanza del dionisiaco in un mondo moderno borghese, interpretandolo alla luce della filosofia di Schopenhauer, come momento di “annientamento” dell’io e fusione gioiosa con un’energia primigenia. Questa lettura non coglieva alcuni aspetti empirici delle trance da possessione, in cui l’io non scompare del tutto ma si trasforma e porta alla luce contenuti oscuri. Giorgio Colli, in Italia, rilanciò l’idea del dionisiaco come sapienza arcaica, prefilosofica. Si trattava di ipotesi azzardate e non pienamente documentate. Ma è vero che la religione dionisiaca ha un valore anche dal punto di vista filosofico, come mostra ancora un episodio delle Baccanti di Euripide, quando il dio dice al re: «Tu non sai cos’è la tua vita, non sai chi sei e cosa fai». Domande del tipo di quelle che anche Socrate poneva agli Ateniesi in quegli anni.

 

Pamela Boldrin – I fenomeni di trance avvengono sempre in una cornice rituale o festosa collettiva e possiedono un potere che noi stentiamo a capire, forse ci siamo rinchiusi in una dimensione razionale-scientifica che tende a essere scettica e “boriosa” verso tutto ciò che appare sfuggente e irrazionale. Al limite, adottiamo gli approcci cataloganti delle categorie psichiatriche. Potrebbe definire meglio il nostro limite di comprensione di fronte a questi fenomeni che si sono a lungo diffusi in tutte le culture e manifestati con alcuni eloquenti elementi costanti nonostante le differenze?

Paolo Pecere – La psichiatria, nel DSM, riconosce la trance da possessione anche nel suo aspetto culturalmente codificato. Proprio per questo, tuttavia, riconosce l’esigenza di un allargamento della prospettiva rispetto al campo psichiatrico e medico ordinario, come hanno sottolineato molti etnopsichiatri. Non credo che i nostri limiti di comprensione dipendano tanto da un prevalere della razionalità scientifica, che non sembra godere di buona salute nella nostra società, quanto dall’assenza di istituti culturali paragonabili a quelli antichi e a quelli esistenti in altre culture. D’altra parte domina una concezione della persona come entità unitaria e responsabile, e pesa ancora la prospettiva cristiana per cui la possessione è aberrante. Il problema sta nel ricomprendere questi fenomeni e i bisogni ancora vivi che li producevano, e che tendono a ripristinare in altre forme, non ritualizzate, una mentalità magica. De Martino lo aveva capito bene, la sua ricerca era mossa da questo interrogativo, che io ho ripreso.

 

Pamela Boldrin – A questo punto possiamo introdurre una figura potente di alcuni fenomeni estatici: lo sciamano. Chi era? Verso la fine del libro lei ne accenna anche una versione moderna, urbana. Ci racconti un po’ dello sciamanismo nel suo sviluppo temporale.

Paolo Pecere – Lo sciamanismo era originariamente tipico della cultura siberiana – da cui proviene la parola – ma a partire dal ‘700 la categoria è stata diffusa dagli Europei e applicata a contesti di tutto il mondo. Si tratta di un personaggio che controlla il proprio accesso agli stati di trance, diversamente dai posseduti, e che pertanto ha una funzione di guida in processi di conoscenza, regolazione della vita quotidiana, cura e così via. Ancora oggi gli sciamani, per esempio in Amazzonia dove sono andato a cercarli, sono portatori di valori fondamentali di intere civiltà, come il rispetto di un limite in quanto gli umani possono togliere alla natura per il proprio nutrimento e benessere. Tuttavia, come ogni tradizione, anche lo sciamanismo si trasforma, e lo fa un modo profondo nel contatto con i modelli della nostra moderna civiltà. Lo sciamano che va in città è sradicato dal suo contesto di origine e trova bisogni e condizioni del tutto nuove in chi si rivolge a lui. Ritorna, con buone ragioni, un sospetto che fin dall’inizio ha accompagnato l’incontro con questa figura, cioè che alcuni sciamani siano ciarlatani. Nella società di massa lo sciamano può essere un manipolatore, un presunto visionario che in realtà è mosso da interessi mondani, o una personalità morbosa. In ogni caso, il ritorno incondizionato a miti e riti arcaici, non mediato da un atteggiamento critico, può essere deleterio invece che benefico, come aveva intuito, di nuovo, de Martino, quando parlava di Hitler come “atroce sciamano”. Questa ambivalenza è molto importante per me: bisogna ripensare l’importanza e il valore dello sciamanismo, sapendone vedere in filigrana il rischio, aprire il nostro orizzonte culturale senza abdicare alla razionalità.

 

Pamela Boldrin – La nostra idea attuale di integrità, unicità della persona, la sua identità che non tollera di essere un composto dinamico di differenze (pensiamo alla solidità del principio di non contraddizione) ci rende incapaci di elaborare la sofferenza quando ad animarci sono istanze di frammentarietà, conflitto, scomposizione? Questi spiriti che un tempo animavano le menti umane dando voce a un certo pluralismo, e di cui i suoi racconti ci illustrano la portata e la diffusione, dove sono finiti?

Paolo Pecere – Come racconto nel libro, in molte culture la molteplicità e spesso l’interna scissione della psiche individuale sono considerate comuni. L’identità non è un profilo rigido, ma il risultato di una continua negoziazione tra istanze diverse, associate a dei, spiriti, antenati, al corpo, e così via. Si può dire che, in certa misura, questo scenario è stato tradotto e introiettato nella psicologia moderna, dove si parla di personalità multiple, istinti, istanze della psiche (nella tripartizione freudiana di Io, Es e Superio), archetipi e modelli dell’io. Questo per un verso esclude che l’io sia diviso da vere e proprie persone eterogenee, come gli spiriti dei morti, riportando conflitti e alternative a una dinamica interna all’individuo. Tuttavia questa trascrizione cancella la dimensione rituale, corporea, drammatizzata delle crisi e delle danze di possessione, modificando profondamente l’orizzonte terapeutico e non solo della nostra consapevolezza.

 

Pamela Boldrin – Abbiamo, secondo lei, perso irrimediabilmente la conoscenza del fatto che c’è una quota di lavoro su noi stessi che possiamo fare solo mediante operazioni collettive? E che per questo lavoro servono delle “cornici rituali e comunitarie” che abbiamo trascurato?

Paolo Pecere – Penso che il nostro linguaggio psicologico mette in ombra la dimensione sociale dei conflitti, agita e teatralizzata nei rituali di possessione, cancellando il fatto che l’individuo include realmente come parti di sé ruoli, comportamenti e voci che ha ricevuto dall’esterno. Questo rispecchia in generale una rappresentazione della società in cui l’appartenenza a gruppi, classi e alla collettività in genere è di solito sfumata o negata, in nome di un linguaggio individualista. Questo non vuol dire le “cornici rituali e comunitarie” siano del tutto sparite – dall’arte alla religione, dalla società alla politica – né soprattutto che non si debba cercare di ripensarle e rivitalizzarle. Bisogna però rendersi conto prima di tutto di appartenere inseparabilmente a una comunità, e ancora di più, a un ecosistema. Allo stesso tempo, nella ricostruzione o nella invenzione di cornici rituali e comunitarie, non si deve gettare via un bene irrinunciabile che è stato prodotto dalla cultura moderna, cioè la capacità critica e razionale.

 

Pamela Boldrin – Le pulsioni irrazionali si condensano in energia oscura che preme dentro di noi e alimenta potenziali deflagrazioni, ma possiamo dare loro voce nel tentativo di non sconfinare in zone ombrose della psiche da cui è difficile fare ritorno. Il digiuno di collettività e possibilità di condivisione si è certamente acuito nell’ultimo anno e mezzo per tutti noi e quell’energia oscura prima menzionata potrebbe essersi ingrossata. Secondo lei, può un approccio filosofico capace di mediare tra razionalità e irrazionalità essere fonte di ispirazione per imparare nuove strade di terapeutica condivisione umana?

Paolo Pecere – Lo spero. Non a caso ho scritto il libro nel primo anno della pandemia. Mi pare necessario confrontarsi con un diffuso bisogno di rinnovamento culturale (e anche filosofico), che rispecchia un dato di fatto: il mondo in cui siamo vissuti per decenni è ecologicamente insostenibile e iniquo, e ci avviamo a un nuovo disordine globale. Di fronte a questo bisogno di rinnovamento, la filosofia ha proprio il compito di mediare tra razionalità e irrazionalità, tra universalismo e bisogni dell’individuo concreto, un compito per il quale non bastano vecchi paradigmi filosofico-politici, c’è bisogno di ampliare la propria conoscenza (anche scientifica e antropologica) e i propri orizzonti. Considero il mio libro un piccolo passo in questa direzione, e continuo a lavorare in tal senso con nuovi progetti.

 

Pamela Boldrin

 

[Ritratto fornito da Paolo Pecere]

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Filosofia del mangiare: consumare consapevolmente

Abbiamo veramente bisogno di fare filosofia anche sul cibo e sul mangiare?
Proviamo a iniziare da questa affermazione:

«La nostra cultura è arrivata a un punto in cui ogni antica forma di saggezza riguardo al modo di nutrirsi sembra svanita, rimpiazzata da incertezze e ansie di vario genere. La più naturale delle attività umane, scegliere cosa mangiare, è diventata in qualche modo un’impresa che richiede un notevole aiuto da parte degli esperti» (M. Pollan, Il dilemma dell’onnivoro, 2008).

Pare che nutrirsi sia diventata una questione di cultura personale, vediamo se vale la pena fare anche della filosofia.
Gran parte di quanto finisce nel piatto subisce un percorso di cui sappiamo poco. Grazie a questa ignoranza, la lunga catena di produzione alimentare gode di una certa opacità, limitata soltanto dalle leggi in vigore. E l’etica? I consumatori desiderano conoscere l’impatto di ciò che mangiano sulla propria salute, sull’ambiente e sulle stesse materie prime? Mediamente, le etichette che i consumatori più desiderano conoscere sono quelle del prezzo. La diffusione dei negozi bio è certamente segnale di una aumentata attenzione verso qualità ed eticità dei prodotti, ma rimane il fatto che qualunque mercato a grande distribuzione richiede dei compromessi. L’alternativa alla grande distribuzione è la piccola distribuzione, dal produttore direttamente al consumatore, laddove l’occhio di chi acquista ha più accesso alla storia produttiva della merce. Tuttavia, anche il piccolo produttore potrebbe non essere così attento a un approccio ecosostenibile. 

La differenza, allora, può farla solo un consumatore saggio, che voglia sapere il vero prezzo da pagare di ciò che mangia: quello sull’intero ecosistema. Sostanzialmente, mangiare bene è questione di riguardo della complessità. È affinare non soltanto il palato, ma anche la mente, verso i requisiti necessari a gustare buon cibo con la coscienza pulita.
Ci sono molte cose da conoscere, è vero, ma niente di difficile comprensione. A parte la (grande) questione del vegetarianismo, veganismo o dieta onnivora, dobbiamo realizzare che ogni cibo ha un costo per il pianeta e a mangiare siamo sempre di più.

Partiamo dall’agricoltura, ad esempio. Per produrre grandi quantità di cereali si ricorre alle monoculture, ignorando che in natura la ricetta vincente è la diversità (quindi complessità), unica fonte di ricchezza. I terreni sfruttati dalle monoculture possono iper-produrre solo con l’aiuto dell’industria: quella petrolchimica fornisce fertilizzanti e pesticidi necessari a sostenere piante che sono state deprivate delle loro relazioni ambientali di mutuo sostegno (incredibile, anche le erbacce servono!). L’industria meccanica, invece, prepara strumenti sempre più efficienti per accelerare le operazioni nei grandi campi (altro petrolio): bastano pochi umani e tanto spazio, per cui via la vegetazione inutile e relativi abitanti animali. A ben vedere, a queste condizioni, agricoltura non fa più rima con natura.

La questione degli allevamenti solleva ulteriori problemi. Gli animali negli allevamenti intensivi devono ingrassare velocemente perché la produzione sia competitiva. Scopriamo che gli erbivori si “possono convertire” ai cereali e infatti nel mangime c’è molto mais; non importa se i loro apparati digerenti faticano e si ammalano, per questo c’è l’industria farmaceutica. Se non occorre brucare l’erba, si risparmia anche sui pascoli, quindi lo spazio si restringe e diventa affollato. La seccatura sono le malattie infettive, ma ancora una volta la farmacologia aiuta. Con tutte queste variazioni gli escrementi non sono più valido concime ma scorie inquinanti.

Il mais, tra l’altro, è il primo cereale coltivato al mondo. Oltre alla sua magnifica adattabilità, che significa alta resa, è anche estremamente versatile nell’industria alimentare perché non solo si mangia come mais in scatola, pop corn o nei cereali soffiati, ma si trasforma anche in: acido citrico e lattico, glucosio, fruttosio, maltodestrine, etanolo, sorbitolo, mannitolo, gomma xantana, amidi modificati e non, destrine, ciclodestrine e glutammato monosodico. Praticamente, se leggiamo gli ingredienti di molti prodotti confezionati realizziamo che mangiamo parecchio mais! Considerate le colpe delle grandi monoculture, è utile saperlo. Tra l’altro, gli additivi servono a migliorare e conservare un cibo che deve durare a lungo, se assembliamo noi elementi freschi non ne occorrono.

Che sia agricoltura o allevamento, se il metodo è intensivo significa che il prodotto è stato creato riducendo la complessità della natura, modificando nella materia prima delle necessità fisiologiche allo scopo di aumentare la sua resa quantitativa a scapito di quella qualitativa (meno visibile). L’aumento produttivo consente la diminuzione del prezzo.
La domanda filosofica è: il consumatore, in primis quello che si accontenta di spendere poco, è interessato a conoscere ciò che sta dietro il cibo che compra? La risposta ha a che fare con la conoscenza e con la complessità, dunque, sì, mangiare è una questione filosofica.

Dobbiamo diventare consumatori più filosofici: facciamoci domande e, magari, lasciamo sugli scaffali del supermercato qualche prodotto che non ci convince più. Quest’ultimo fatto potrebbe essere cruciale.

 

Pamela Boldrin

 

[Photo credit Dan Gold via Unsplash]

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Filosofia, pensiero critico e verità. Una disciplina antica per uno sguardo sempre attuale

La filosofia in Francia è considerata una materia fondamentale, al pari del francese o della matematica, e viene insegnata in tutti i licei (più o meno come in Italia). La novità è che, sempre in Francia, a breve potranno aderire a un progetto di inserimento esteso della filosofia anche gli istituti professionali. La motivazione? Per chi nutre stima e passione per la filosofia non sarebbe nemmeno necessario dare una spiegazione, ma la riposta di Fréderic Le Plaine è eloquente. In qualità di presidente dell’associazione di promozione dell’insegnamento della filosofia Acireph ha dichiarato su Le Monde: «Tenere gli alunni dei professionali a distanza da una disciplina come questa, che ha in sé una vocazione universalista ed emancipatrice, è ingiustificabile. A meno che non li si consideri meno capaci degli altri»1.

La filosofia è dunque un sapere che abilita gli esseri umani a pensare in modo razionale, fornendo strumenti per provare a pilotare le proprie esistenze, piuttosto che subirle. A molti può suonare incomprensibile il fatto che la filosofia abbia questo potere, infatti molto dipende anche da come viene insegnata. La storia della filosofia, come di solito si configura questa materia nei licei, può essere un trampolino di lancio verso un vasto mondo di conoscenza oppure, se insegnata senza passione, una mera sequela di “chi ha detto cosa quanti anni fa”. In ogni caso, rimane pur sempre una possibilità di aprire un sentiero verso la forma di sapere più dignitosa, come la definiva Aristotele2, in virtù del fatto di non servire a niente. E qui il gioco di parole è illuminante, perché Aristotele ci dice che non serve a niente perché la filosofia non è serva di nessuno, semmai regina e quindi siamo noi a doverla servire. Il primo servizio che dovremmo tributarle è quello di tramandarla e quindi non allontanarla dal mondo dell’istruzione. I filosofi greci hanno fondato questa disciplina come territorio della ragione contro altre forme di sapere, in primis l’opinione, che ancora oggi ci tormenta come falso simulacro della verità. Quanti ancora di noi oggi hanno problemi a distinguere le opinioni dai dati oggettivi?

La realtà in cui viviamo si è fatta estremamente complicata perché già viviamo da sempre immersi in un sistema di reti intrecciate la cui portata non siamo in grado di cogliere fino in fondo, ma a questo intreccio abbiamo aggiunto complessità noi stessi, con le nostre pratiche. Il mondo dell’informazione e della comunicazione sono ormai, per quanto artificiali, altamente complessi, perché numerosissimi individui possono perturbare il sistema globale dell’informazione. Questo diventa chiaro se pensiamo il potere che le tecnologie digitali consegnano a ciascuno in termini di comunicazione. Si tratta di un potere che può essere speso bene, per creare reti di cooperazione basate su fiducia, onestà e ricerca della verità. Tuttavia, questo potere oggi è troppo spesso usato con conseguenze nefaste. Un uso sbagliato della comunicazione confonde opinioni con fatti di verità, mescola scienza con giudizi personali, diffonde idee che allontanano dalla ricerca delle vere cause degli accadimenti. È pericoloso non avere idea di come funziona la ragione che prova a farsi strada nell’intricata rete della vita depurando la verità dalle menzogne, oggi note anche come fake news.

La filosofia insegna a discriminare le forme della conoscenza, perché non tutto può accedere al soglio della verità. Laddove la conoscenza si fa oggettiva, fattuale o empirica sappiamo che la scienza possiede preziosi strumenti per svelare la verità. È importante anche sapere dove questa disciplina si ferma per lasciare spazio ad altre forme di conoscenza. La scienza procede con un metodo rigoroso; tutti, in teoria, potremmo darle un contributo se accettiamo il suo metodo e le sue regole, che prevedono anche che la verità dei suoi contenuti possa non essere definitiva, infatti la scienza è un sapere dinamico. Potremmo dire che la scienza, in qualche modo, ha implicitamente fatto proprio il motto socratico “so di non sapere” proprio mettendo in conto che qualcosa di ignoto potrebbe emergere in futuro e smentire una teoria. Questa è una grande verità, perché la nostra capacità umana sarà, sì, sempre limitata di fronte alla potenza dell’universo, ma anche potentemente migliorabile. L’idea insita di progresso in questa possibilità di rivedere i contenuti di verità alla luce di nuove scoperte è un invito che dovrebbe condizionare tutti noi nei confronti del nostro approccio al sapere. Questa non è un’esaltazione del relativismo assoluto, ma un’esortazione al pensiero critico, che valuta continuamente di chi fidarsi. La filosofia può ancora fare molto in questo senso e insegnarla può essere una questione di giustizia, proprio come sostiene Fréderic Le Plaine.

 

Pamela Boldrin

 

NOTE
1. Versione online del 2 marzo 2021.

2. cfr. Aristotele, Metafisica.

[Photo credit Michael Carruth via Unsplash]

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Individuo e collettività: storia e geografia di un ideale filosofico di vita

Oriente e Occidente sono una grande dicotomia. Al di là della geografia, una profonda faglia culturale li divide da migliaia di anni, a dispetto di alcune recenti tendenze omologanti che hanno perturbato il primo su imitazione del secondo. Nella Cina moderna, così come in Giappone, tanto per citare due paesi orientali competitivi in fatto di modernità, le persone si vestono perlopiù come noi occidentali. Bramano oggetti tecnologici e assecondano smanie consumistiche tanto quanto noi. Eppure, sul piano sociale una grossa differenza permane e per capirla occorre dare una rapida occhiata al momento forse più cruciale della separazione dei destini tra Oriente e Occidente: l’ascesa a potenza della Grecia e l’avvento della filosofia.

Insomma, un balzo di oltre 24 secoli che ci riporta a quando le gloriose gesta delle flotte navali delle città greche, numericamente inferiori ma unite nella causa comune contro lo straniero invasore, sconfissero, con perizia e fortuna, i Persiani.
Come afferma il saggista italo americano Federico Rampini1, la vittoria sui quei barbari plasmò l’immagine che i Greci ebbero di loro stessi nei confronti del mondo. La potenza avversaria era immensa, sostenuta da un dominio dispotico e compatto, a dispetto della Grecia, dove le città-stato erano gelose della propria autonomia ma libere di associarsi nel reciproco interesse.
E nel V secolo, mentre i Persiani perdevano, Socrate spargeva ad Atene i semi della filosofia, quella disciplina che, a differenza di tutto il sapere precedente, affidò poi alla scrittura la sua contagiosa potenza raziocinante.

La ragione come faro e la perenne lotta contro la natura per arginare il suo potere terrificante, sono la forza propulsiva dell’Occidente, con la sua attitudine predatoria, antagonista del caos e delle forze ctonie della Terra. La filosofia e la scienza diventano per l’Occidente le forme di sapere funzionali al potere, che attraverso l’uso disciplinato della ragione cercano di mettere in scacco le forze brute della natura, sancendo la divisione tra bene e male, civile e barbarico, dominio e sottomissione. L’emancipazione dall’animalità attraverso il sapere rappresenta la concreta possibilità che gli individui hanno di riscattarsi dall’essere meri funzionari della specie. La conoscenza illumina la via della libertà come promontorio accessibile all’individuo in virtù delle sue singolari qualità razionali. Nietzsche definisce questo percorso attraverso il concetto di apollineo. Apollo è l’immagine divina del principio di individuazione2. L’apollineo è la concretezza della persona occidentale, la sua emergenza, il suo possesso di libertà, diritti e massima espressione. L’individualismo di massa, per contro, è certamente il suo peccato originale.

E in questi due millenni e mezzo l’Oriente cos’è diventato?
La differenza cruciale, a noi più visibile in un momento in cui la nostra forza come massa appare insignificante di fronte all’urgenza di fare comunità e unirsi nella prudenza, è proprio la capacità stessa di sentirci collettività. Mentre qui a ovest scolpivamo i concetti di persona, coscienza, diritti e libertà, a est le culture religiose celavano il segreto dell’individualità cullandosi nella contemplazione del cosmo, nelle discipline custodi di potenze interagenti, complementari, negli equilibri con la natura, nel potere del silenzio e della meditazione. Non solo, oggi possiamo vedere come i governi più autoritari, forgiati da decenni di ideologie comuniste indubbiamente avverse all’individualità, possono contare su popolazioni educate al culto della collettività, la quale può anche schiacciare l’individuo e calpestarne certi diritti. Una volontà paternalistica decide tutto dall’alto, chiedendo obbedienza assoluta.

Dove non ci sono governi autoritari troviamo comunque democrazie compatte sul concetto di comunità, abituate dalla religione, come il confucianesimo, all’importanza della disciplina e della collettività. Chiaramente ci sono effetti collaterali anche qui: il potere dell’individuo di erigersi sopra gli altri si scontra su un soffitto neanche troppo di cristallo. Il limite è posto, in un caso, dal timore di leggi pericolose per la libertà e l’incolumità degli individui (come in Cina), nell’altro dallo stigma sociale che riceve chi si discosta dai modelli culturali imperanti – come in Giappone, dove la tutela dei diritti umani incontra ancora difficoltà in ambito di parità di genere, minoranza etniche, omosessualità e non solo.

Le religioni orientali offrono spunti di armonia preziosa per entrambi i mondi: lo Yin e lo Yang del buddismo, ad esempio, ci ricordano che maschile e femminile sono potenze interagenti, ma anche che l’apollineo non può celare il dionisiaco (il suo antagonista) troppo a lungo, poiché esso contiene le forze dirompenti della terra, la sua pretesa assoluta di dare la vita e poi riprendersela: l’eterno limite all’individualità tanto bramata da noi occidentali, insomma.
I diritti dell’individualità rimangono sacri, ma in un momento storico come questo, qui a ovest manca drammaticamente un senso di comunità e il culto sfrenato dell’individualismo non ci è di aiuto ora a tutelare il benessere collettivo.

 

Pamela Boldrin
NOTE:
1- Cfr. F. Rampini, Oriente e Occidente. Massa e individuo. Einaudi, 2020.
2- Cfr. F. Nietzsche, La nascita della tragedia, opera del 1872.

(Immagine di copertina proveniente da Pixabay)

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8 brevissime lezioni di etica dalle formiche, maestre di cooperazione

Dopo aver esplorato il mondo delle piante e la dimensione etica che noi umani possiamo attingere da esse (link), sono andata a curiosare un po’ nel mondo meraviglioso mondo delle formiche1. Questi minuscoli insetti, di cui tendiamo ad accorgerci solo quando osano camminarci per casa, sono straordinariamente interessanti. La loro capacità di auto-organizzarsi senza schemi verticistici è qualcosa che ancora tentiamo di comprendere per poter, possibilmente, emulare. In realtà, lo studio degli insetti sociali è già fonte di ispirazione per attività di ricerca in vari ambiti, come ad esempio la robotica e le discipline che si avvalgono dello studio di algoritmi e network. Ma la cosa più straordinaria è che gli insetti sociali sono un magnifico esempio di sistema complesso. La magia dei sistemi complessi risiede nel fatto che essi si formano dall’interazione di parti, il cui risultato finale è l’emergere di proprietà nuove e globali, tra queste anche i due fenomeni più straordinari dell’universo: la vita in generale e la coscienza umana.

I sistemi complessi, così come l’etica, prendono forma nella dimensione totalitaria dove gli individui o le parti non sono più soltanto porzioni ma diventano comunità interattiva. La complessa vita sociale degli umani non può prescindere dalla prassi etica, cioè quella dimensione “potenziata” del pensiero che emerge dall’abitare assieme.

Torniamo ora alle formiche e vediamo come possono assurgere per noi a ruolo di maestre. Ecco 8 brevissime lezioni di etica della convivenza sociale:

1. Le formiche si aggregano in colonie e diventano “superorganismi” che si comportano come un tutt’uno. Ogni formica fa del suo meglio affinché il suo contributo miri al benessere della colonia. L’individualismo sfrenato è una prerogativa umana, nonostante una spiccata socialità, tendiamo a dimenticare che il benessere della collettività richiede lo sforzo di tutti.

2. Lo sforzo di tutte le formiche non segue un’imposizione dall’alto, la regina non è una governante che dà ordini, ma una grande madre che dà vita alla colonia.

3. L’autorganizzazione di cui le formiche sono abili protagoniste è per noi qualcosa di inimmaginabile. È un misto di predisposizione e flessibilità, continua attenzione all’ambiente e agli stimoli chimici emessi dalle altre formiche. Riescono addirittura a evitare ingorghi durante i loro flussi di approvvigionamento. Scelgono collettivamente dove spostare la sede della colonia, come costruire efficienti dimore e possono anche sacrificarsi per difendere il nido e la regina con la prole.
Noi dobbiamo eleggere dei rappresentanti per le decisioni collettive, è impensabile che tutti prendano parola ogni volta, avremmo il caos.

4. Le operaie più anziane proteggono le più giovani evitando loro i compiti che prevedono l’allontanamento dalla colonia, come difesa e approvvigionamento di cibo. Nei casi in cui occorre allestire un riparo di fortuna, le formiche possono diventare un nido vivente, allacciandosi tra di loro e dando vita a una conformazione ben salda. Possiedono anche uno stomaco sociale, dal quale far fuoriuscire un po’ di cibo per le compagne.
Nelle società umane moderne il senso del sacrificio per la collettività è qualcosa che forse abbiamo già perso.

5. Molte formiche intrattengono relazioni di mutuo aiuto con altre specie, come funghi, batteri e altri insetti. Spesso ne deriva un profitto per tutti.
Noi umani invece, tendiamo a relazioni opportunistiche e consumistiche con le altre specie animali e in generale, con l’ecosistema.

6. Come per tutti gli animali che vivono liberi, l’infezione è tra le principali cause di morte. Le formiche, però, hanno imparato a evitare compagne infette e cibo contaminato e ad autoescludersi per contenere il contagio. Inoltre, si avvalgono di buone abitudini igieniche, come la pulizia del nido, di loro stesse e delle compagne e possono coadiuvare queste azioni con sostanze chimiche disinfettanti.
Noi umani, invece, nonostante abbiamo inventato la scienza medica, siamo ridotti che in tempi di pandemia abbiamo i negazionisti e movimenti “no mask”.

7. Anche le formiche apprezzano l’immunità di gregge e hanno in qualche modo imparato a esporsi solo parzialmente a compagne infette, soprattutto attraverso le operazioni di pulizia, per acquisire piccole dosi di agente patogeno e poterlo sconfiggere.
Tra gli umani, invece, parecchi mostrano ostilità ai vaccini.

8. Parità di genere? Non proprio, perché le femmine di formica all’interno della colonia fanno tutto, ma proprio tutto, dalla cura della prole alle soldatesse, giacché i formicai sono società matriarcali. Sarebbe ora che anche in tutte le società umane le donne potessero liberamente scegliere di cosa occuparsi, contribuendo, accanto agli uomini, attivamente alle scelte per il benessere della nostra grande colonia.

La lezione delle formiche, piccole creature solidali e laboriose, ci invita a guardare ai magnifici esempi della complessità che possiamo scoprire anche solo allungando lo sguardo verso i nostri piedi, negli angolini delle nostre case e nei pertugi dei nostri giardini.

A volte, per iniziare a fare filosofia, basta veramente poco!

 

Pamela Boldrin

 

NOTE:
1. D. A. Grasso, Il formicaio intelligente, Zanichelli, 2018.

[Photo credit Pixabay]

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Velia-Elea: invito a casa di Parmenide

Se pensate che la filosofia sia qualcosa di lontano e oscuro, sappiate che anche Parmenide, uno dei padri della filosofia, è per noi qualcosa di remoto e offuscato, nel tempo e nelle fonti. Eppure, se vogliamo accostare un po’ di luce a questo brillante e poliedrico uomo del passato, possiamo conoscerlo meglio cercandolo tra i resti della sua città, oggi in Campania, nell’importante ma poco conosciuto sito archeologico di Velia-Elea.

Elea era il nome che i Focei, popolo greco emigrato dalle coste della Turchia, aveva dato alla colonia da loro fondata attorno al 542 a.C., dopo aver accolto la profezia-guida della Pizia di Delfi, secondo l’usanza dei marinai-colonizzatori. Velia fu, invece, il nome scelto dai Romani, che conquistarono e abitarono questo sito successivamente.

Atene fu centro culturale anche per la Magna Grecia negli anni dello splendore della storia greca, ma le sue colonie non furono da meno per verve intellettuale, anzi, certamente ispirarono la fioritura culturale e politica della capitale. Le nostre coste, in particolare, hanno ospitato meravigliosi esempi di civiltà greca, soprattutto tra Sicilia, Campania e Calabria. Elea era tra questi e ha accolto grandi pensatori come Senofane, Parmenide e Zenone.

Parmenide, il più noto, nacque all’inizio del VI sec. a.C. e fu, presso Elea, legislatore, filosofo e governante. In quanto filosofo, si mise in atteggiamento critico verso la scuola dei pensatori ionici, cosiddetti “naturalisti” e teorizzò l’unicità dell’essere nonché la priorità della ragione come mezzo di conoscenza privilegiato per la ricerca della verità.

Nel suo celebre poema Sulla natura Parmenide ci consegna in forma poetica quanto rimane del suo grandioso pensiero, qualcosa di innovativo che ha segnato tutta la filosofia a venire. I suoi versi sono sempre stati intesi in senso allegorico, ma recenti interpretazioni identificano alcuni passaggi fortemente allusivi ad elementi del contesto urbano di Elea. Ad esempio, la via e la porta raccontante nel poema sarebbero elementi architettonici che trovano tuttora senso tra i resti di Elea. Furono Bruno Gentili e Antonio Capizzi1 a intuire che Parmenide descriveva un viaggio reale.

Con un lavoro di immaginazione, dobbiamo provare rievocare questo grande personaggio, definito come «venerando e terribile allo stesso tempo»2, intento a gettare, a sua insaputa, le basi del pensiero occidentale, parlando ai suoi concittadini nient’affatto in termini astratti, ma attraverso le metafore dell’ambiente a loro più noto: la città. Parmenide inventa un modo per invitare i suoi concittadini a camminare nella strada della ragione grazie ad argomentazioni che si ergono come strutture sopra le metafore degli elementi architettonici che li circondano. Scopriamo così in Parmenide un filosofo al governo che scrive in poesia per il suo popolo, aiutandolo a costruire simboli a partire dagli oggetti comuni della città, la polis come vero spazio pubblico, simbolicamente manipolato per educare alla corretta ricerca della verità, diffidando delle impressioni e dal dominio che spesso le sensazioni provano a imporre alla ragione.

Verrebbe un po’ da pensare che le visioni più futuristiche e avanzate dell’umanità appartengano irrimediabilmente al passato.

L’impresa elogiata nei versi parmenidei può essere interpretata come il viaggio verso la riunificazione dei quartieri di Elea, troppo fragili se isolati, suggellata dalla Dea e invitata alla resistenza contro le pressioni dei nemici Lucani da un lato e Siracusani dall’altro. La vicina Paestum cadde nel dominio dei Lucani, ma Elea sopravvisse grazie alla compattezza politica dei cittadini, guidati da leggi buone e da un leader saggio. La sapiente legislazione dettata da Parmenide instillò ai cittadini una forza in grado di contrastare gli invasori nonostante l’inferiorità numerica.

La scuola filosofica eleatica, grazie al contributo di Parmenide, crebbe e si affiancò all’altra scuola vicina, quella pitagorica (con sede a Crotone), gettando assieme ai pensatori della scuola ionica, quelle importanti e decisive speculazioni che dettarono le condizioni di tutto l’impianto filosofico e scientifico dell’Occidente.

In tutto ciò Parmenide è ancora a un passo da noi, ad Elea, tra le rovine di quella grandiosa città che seppe fare dell’unione la forza che arrestò gli invasori. Tra quei resti archeologici, grazie anche ai racconti delle guide, è possibile far rivivere il ricordo e l’esempio, sempre calzante, di un uomo che ha fatto della filosofia una pratica di vita personale, ma soprattutto, collettiva di un’intera città.

 

Pamela Boldrin

 

NOTE:
1. Come ben narra F. Castiello in Guida di Elea secondo Parmenide, Edizioni dell’Ippogrifo, 2014.
2. Così definito da Platone nel Teeteto, per bocca di Socrate.

[Photo credits Pamela Boldrin]

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Soci o rivali? Il mutuo appoggio di Kropotkin

Nella narrazione collettiva della storia umana ha sempre riscosso molto successo la storia che esalta il lato competitivo dell’esistenza. Conflitto e competizione sarebbero, in quest’ottica, il motore della sopravvivenza, dal mondo animale fino a noi. La famosa tesi hobbesiana del homo homini lupus è stata successivamente potenziata dalle derive darwiniste che hanno enfatizzato il concetto della sopravvivenza del più adatto facendone una regola sociale per interpretare e plasmare il mondo. A parte il fatto che non era questa l’intenzione di Darwin, la fissazione di avvalorare in ogni aspetto della vita umana la sopravvivenza del più forte non ha convinto proprio tutti.

Tra i contestatori di questa visione troviamo anche Pëtr Kropotkin, che fu, nell’ordine, giovane principe russo alla corte dello zar Alessandro II, soldato in Siberia, scienziato naturalista, teorico dell’anarchia, carcerato a San Pietroburgo, rivoluzionario in fuga e intellettuale noto in tutta Europa. Una delle sue opere fondamentali è Il mutuo appoggio. Un fattore dell’evoluzione, del 1902 e appena ripubblicata da Elèuthera.
Kropotkin affermava che competizione e solidarietà sono aspetti innegabili dell’evoluzione, animale e umana, ma che troppa enfasi è stata data alla prima a discapito della seconda. Questo non fa che esaltare la spinta di autoaffermazione che ogni individuo possiede, assecondando e legittimando orizzonti che portano a sovvertire l’equilibrio tra umani e verso le altre specie viventi, a discapito della convivenza armoniosa di tutte le differenze. La storia del predominio del più forte agevola gli interessi di chi propende per la supremazia dei pochi sui molti e legittima il potere centralizzato a discapito della libera organizzazione tra individui. Più in generale, in una prospettiva storica, questa idea ha dato e dà ancora credito e autorità a chi persegue il dominio dei più forti sui più deboli, siano essi, di volta in volta, donne, poveri, neri, omosessuali, animali o qualunque forma di diversità si ponga al cospetto dell’ambizione subordinante del momento.
Lo stesso Kropotkin constatava come si fosse completamente perso di vista il fattore del mutuo appoggio e come ci fosse urgente bisogno di mostrare il valore che esso aveva sempre avuto in natura e nelle società umane. Possiamo dire, a distanza di 118 anni da quella pubblicazione, che le idee che esaltano competitività, autoaffermazione e dominio siano passate di moda? Se la risposta è negativa, dovremmo abbracciare la tesi di questo libro e scoprire tra le sue pagine le interessanti analisi che, attraverso lo sguardo scientifico di un versatile intellettuale come Kropotkin, emergono dalle osservazioni e dagli studi sul campo. Persino in Siberia, dove la natura dà sfoggio di tutta la sua ostilità, animali e umani si stringono in comunità cooperanti. Il libro abbonda di esempi, dal mondo animale alle prime comunità umane della preistoria, dalle gilde medievali con le prime corporazioni all’associazionismo spontaneo dei bambini che giocano in strada, ogni occasione è buona per contrastare l’asprezza che la vita riserva a tutti i viventi con la resistenza dell’unione che fa la forza. L’idea di Kropotkin era che è proprio la capacità di unirsi e cooperare che distingue le specie più evolute, non la loro tendenza a opporsi e competere individualisticamente.

L’intento di consolidare l’idea filosofica del mutuo appoggio tra i viventi ha portato successivamente molti altri autori a perlustrare, soprattutto attraverso lo sguardo scientifico, il mondo della natura e delle relazioni umane. Oggi, ad esempio, sappiamo che anche le piante cooperano fittamente tra di loro e con altre specie animali per garantire il successo della loro sopravvivenza. Abbiamo anche scoperto che le strategie di gruppo sono fondamentali per la vita di alcuni animali che solo se presi collettivamente dimostrano una complessità sorprendente, come accade nelle api e nelle formiche, ad esempio. Inoltre, grazie al contributo delle neuroscienze, sappiamo anche che il nostro cervello possiede in modo innato i circuiti su cui, attraverso l’esperienza, costruisce l’empatia con altri esseri viventi. I neuroni specchio si attivano in modo di farci entrare in risonanza con chi ci sta di fronte e l’empatia è certamente un requisito fondamentale per costruire reti solidali di mutuo aiuto.

Siamo dunque una specie competitiva ma solidale, con tendenze spiccate e innegabili all’autoaffermazione a discapito di altri ma che probabilmente non si sarebbe evoluta in homo sapiens se non avessimo puntato sulla cooperazione materiale e intellettiva. La condivisione attraverso il mutuo appoggio è il motore dell’evoluzione e forse oggi, a fronte del continuo rischio di disgregazione tra umani e di sconnessione con l’ambiente che ci ospita, abbiamo ancora un immenso bisogno di ribadire questa modalità di narrazione collettiva della vita, umana e non.

 

Pamela Boldrin

 

[Photo credit Toa Heftiba su unsplash.com]

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Pensare globale al tempo del Covid-19

La globalizzazione è un’impresa difficile e più si allargano le maglie che annettono tra loro i popoli del pianeta, più diventa arduo mantenere connessioni efficaci e sentirsi veramente parte di un unico sistema. La percezione di appartenenza a un’unica collettività di esseri umani connessi con il pianeta sarebbe di grande aiuto per gestire tutte le questioni urgenti del mondo, tra le quali spicca attualmente quella della gestione del COVID-19. Il potere di un virus contagioso come quello in corso è anche di illustrare bene la relazione tra la parte e il tutto, relazione che noi siamo piuttosto incapaci di vedere. Il virus è la più piccola espressione di materia quasi vivente; “quasi” perché per replicarsi necessita di organismi ospitanti, ciascuno dei quali fa da volano per la sua diffusione globale. Allora occorre che anche noi, piccoli umani, se presi singolarmente di fronte al sistema, diventiamo un grande organismo imparando a pensare in modo globale. Cosa significa? Come ci insegna Edgar Morin in tutta la sua opera magna, significa pensare la complessità che lega la parte al tutto. In questo frangente, significa anche evidenziare l’assurdità del motto populista “prima noi” (e anche del “come diciamo noi”), perché il virus attualmente al galoppo su tutta la popolazione mondiale può solo trarre giovamento dalla nostra disunità, che purtroppo è stata ancora una volta sostenuta dai vari governi di fronte all’emergenza. I problemi veri e gravi, siano essi virus o il surriscaldamento globale, toccano tutti. Proprio in questa luce è importante che cittadini e governi pensino globalmente. In termini fattuali, pensare globale significa innanzitutto condividere risorse e strategie per combattere il nemico comune, sia un virus pandemico o il cambiamento climatico. Tra le risorse ci sono ricerca scientifica e comunicazione delle condotte efficaci. Se tutti convergiamo gli sforzi di conoscenza e gestione del problema, la soluzione arriverà prima e sarà conseguentemente condiviso anche il beneficio.

La Cina ha dimostrato, con la sua iniziale politica di occultamento del problema dell’epidemia, che la democrazia liberale che essa non permette è invece fondamentale per non rischiare di occultare la verità scientifica, medica in questo caso, e gli allarmi a essa collegata. La libertà di espressione, d’altro canto, deve accompagnarsi a un’etica della comunicazione, invece da noi piuttosto carente. Infatti, se le fake news ci contaminano ormai da un po’, questo frangente storico ci sta dando prova di una diffusione inaccettabile e dannosa di disinformazione. Per gestire la differenza tra vero e falso dobbiamo tutti orientarci umilmente alla conoscenza come sforzo quotidiano di connessione e selezione dei fatti che la realtà ci offre. Saper pensare globalmente, inoltre, significa prendere atto che lo sforzo di imparare non termina mai, ma questo aiuta a non cadere vittime del contagio dei creduloni, o almeno a esercitare un sano scetticismo. Ad aggravare la nostra capacità di comprendere e agire in un’ottica condivisa si aggiunge l’eccessiva velocità con cui produciamo dati e il rischio di errori e fraintendimenti ad essa collegata. Pensieri complessi aiutano anche a dominare le passioni che negativamente scompigliano il nostro agire, come queste settimane di diffusa paura ci dimostrano. Fuggire in massa dalle città del Nord Italia per il terrore del contagio ha soltanto giovato alla diffusione del virus, complice della sempre più efficiente capacità umana di spostarsi. Le epidemie viaggiavano anche quando il mondo non era globalizzato come ora, lo facevano soltanto più lentamente. Si ricordi che l’influenza spagnola fece più vittime delle due guerre mondiali e anche la peste nera nel Medioevo falciò parecchi milioni di persone, ignare del perché morivano.

L’aver condiviso la conoscenza delle modalità del contagio è stato fondamentale nell’approccio alla complessità del problema. Oggi noi possiamo isolarci temporaneamente come singoli, restando uniti come pensatori globali. Non ci resta che l’attesa speranzosa che gli scienziati rendano tempestivamente fruibili cure e vaccino per tutta l’umanità e che i governi provino a coordinarsi a livello internazionale affinché le decisioni siano costruttive per tutti, nella fiducia reciproca. Se risolveremo l’emergenza del virus attraverso politiche di condivisione del sapere e approccio complesso alla gestione dei problemi globali, scopriremo forse di avere sviluppato gli anticorpi per affrontare globalmente molte delle tremende questioni che affliggono il pianeta. Non da ultimo, in un panorama internazionale in cui i paesi economicamente più potenti sono carenti o di liberalismo o di leadership filantropica, potremmo anche scoprire che un piccolo paese come l’Italia può dimostrare, con il suo esempio nella gestione dell’emergenza, di avere i requisiti per dimostrare come la cooperazione e la fiducia siano ingredienti essenziali nelle sfide complesse.

 

Pamela Boldrin

 

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8 brevissime lezioni di etica dalle piante, maestre di sostenibilità

«Andai per i boschi perché desideravo vivere con saggezza» scriveva Henry David Thoreau nel 1854. La natura è certamente maestra di saggezza, ma come possiamo cogliere i suoi insegnamenti noi che frequentiamo così poco i boschi? In questo ci viene in aiuto chi ha studiato a lungo le piante, come uno dei più autorevoli studiosi di neurobiologia vegetale: Stefano Mancuso, direttore del LINV (Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale). Le sue appassionanti opere divulgative sono un’occasione per svelare come le piante possano essere un modello di ispirazione per i principi dell’etica e della bioetica. Infatti, mai come ora abbiamo bisogno di sensibilizzarci alla cura dell’ecosistema “Terra”, la nostra casa, dove tutto è intimamente connesso. Eppure, sentire la Natura come un sistema di interconnessione tra tutte le forme di vita diventa sempre più difficile, se dalla natura viviamo distanti; ripromettendoci di passare più tempo immersi nel verde, possiamo subito iniziare a rimediare con gli strumenti che ci offre la conoscenza.

Cosa possono insegnarci le piante? Ecco otto brevissime lezioni di etica1:

1. Le piante non possono scappare di fronte a una minaccia ma se vogliono sopravvivere devono trovare una soluzione, per questo si sono ingegnate in una varietà di risposte tra le più originali e diversificate. Hanno solo bisogno di tempo, perché la velocità non è il loro forte. Forse anche per questo ci sfuggono le loro strabilianti performance. Noi, invece, fuggiamo facilmente ma, al momento, da questo pianeta non ce ne possiamo andare. Dovremmo sforzarci di essere più originali.

2. Non potendo scappare, le piante hanno fatto della cooperazione il loro successo. Ad esempio, attraverso le radici e i funghi possono inviare nutrimento a piante più piccole, oppure, grazie agli animali, al vento o altri espedienti più bizzarri attuano lo spargimento dei loro semi affidando alla buona sorte il futuro della loro prole. In natura il “mutuo appoggio” (teorizzato da Kropotkin2) è la strategia più diffusa di proliferazione della vita. Anche Darwin aveva visto nella cooperazione il punto focale dell’evoluzione.

3. Le piante consumano pochissimo e producono tantissimo. Ricordiamo che il nostro pianeta sarebbe senza la vita che vediamo se non fosse che pazientemente le piante hanno preso luce e anidride carbonica, loro nutrimento, restituendo al mondo ossigeno prezioso. Noi, invece, prendiamo di tutto restituendo perlopiù montagne di rifiuti.

4. Le piante sfruttano il fatto di essere mangiate: sembrano sacrificarsi ma questo consente, in vari modi, di garantire la sopravvivenza della loro specie. Soltanto gli umani tendono a mettere in crisi questo ciclo, ad esempio: impoverendo la diversità genetica mediante produzione di frutta senza semi; concentrando le coltivazioni in poche culture (mangiamo meno varietà di vegetali, soprattutto cereali, rispetto a tutta la nostra storia passata); cementificando il suolo e attraverso altri diabolici espedienti.

5. Le piante non conoscono le gerarchie, sono le paladine dell’uguaglianza. Primo, perché non hanno un corpo specializzato in organi, ma hanno una struttura modulare. Secondo, non avendo un apparato peculiare decisionale (come per noi è il cervello), realizzano le loro scelte olisticamente, grazie anche a una fitta rete di relazioni con l’ecosistema. I sistemi decisionali decentrati sono più diffusi in natura di quanto pensiamo e, in caso di minaccia, garantiscono più probabilità di successo. Le gerarchie, invece, tendono a produrre effetti dannosi come l’incompetenza e il declino di responsabilità (si pensi alla formula “ho soltanto eseguito gli ordini”, il cui scenario più tremendo è quello emerso durante il processo del nazista Eichmann).

6. Le piante modulano la loro crescita in base alle risorse presenti di volta in volta, mentre noi umani mangiamo anche a scapito di tutto.

7. Le piante sanno aspettare pazientemente il momento buono per farsi vive. Vi siete mai chiesti quanto possono sopravvivere dei semi? Finora, si è riusciti a far germogliare semi vecchi di circa duemila anni!

8. Le piante sono maestre di resilienza, di fronte alle difficoltà dimostrano una forza impensata, mai brutale e prevaricatrice (di cui siamo spesso protagonisti noi). Ne sono testimonianza la rigogliosa vegetazione che, nonostante le radiazioni, invade Cernobyl da quando gli umani sono scappati o gli alberi sopravvissuti a pochi metri dall’impatto della bomba a Hiroshima, onorati dai giapponesi col nome speciale di Hibakujumoku.

Insomma, questi e altri aspetti della vita delle piante ci invitano a considerarle molto di più di quanto facciamo quotidianamente, sia per promuovere la loro presenza, sia per emulare le loro virtù! Appena possibile allora, cerchiamo di allungare lo sguardo esplorando parchi o boschi, quando invece stiamo ricurvi su libri e cellulari, proviamo a sfruttare l’accesso alla conoscenza che essi offrono. Scienza ed etica sono due pianeti della conoscenza che non sempre dialogano in sintonia, ma in questo caso la scienza delle piante ci può fare da guida per ripensare un‘esistenza umana più etica, perché anche noi, come le piante, non possiamo vivere senza Terra.

 

Pamela Boldrin

 

NOTE:

1. Alcuni dei suoi libri, utilizzati qui, sono: L’incredibile viaggio delle piante, Laterza, 2018; Plant Revolution, Giunti, 2017, La nazione delle piante, Laterza, 2019.
2. L’opera Il mutuo appoggio fattore dell’evoluzione di P.A. Kropotkin, è scaricabile gratuitamente qui.

[Immagine tratta da unsplash.com]

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