Una parola per voi: focolare. Dicembre 2018

La parola per voi scelta per questo mese di dicembre è “focolare”. Lo stato d’animo attorno al quale ruoteranno i libri, le opere d’arte, i film e le canzoni selezionati per voi, è tratto da una celebre poesia di Giuseppe Ungaretti intitolata “Natale”.


Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare.

Ungaretti scrisse questa poesia durante il periodo natalizio del 1916, mentre trascorreva la sua licenza di guerra presso un suo caro amico a Napoli. Sorvolando lo stato d’animo malinconico del poeta, che non ha né voglia né forza di festeggiare il Natale col sorriso sulle labbra dopo aver vissuto le atrocità della guerra, approfondiremo le ultime due strofe, in particolare la parola “focolare” che chiude la poesia: «Qui/non si sente/altro/che il caldo buono/Sto/con le quattro/capriole/di fumo/del focolare». Questo, per molti di noi, è il vero significato del Natale, ciò che dà un senso a questa festività in origine pagana, diventata poi la “regina” delle festività cristiane. Per quanto la vita possa risultare amara, in quella che riconosciamo come “casa” (che sia la nostra, quella della nostra famiglia d’origine, quella d’un parente o d’un amico) percepiamo un “calore buono”, benevolo, rassicurante, capace di lenire le nostre ferite e fornirci una tregua. Ci troviamo attorno a un focolare (anche metaforico) che emana un fumo allegro, speziato, profumato di gioie, amore e affetto, un fumo che il poeta descrive con quelle parole, “quattro capriole”, per indicarci che purtroppo, come la vita, come ogni felicità, è qualcosa di effimero, destinato a passare. Ma adesso quel calore pregno di buoni sentimenti e speranze è qui, lo possiamo tenere stretto a noi, interiorizzarlo nella nostra anima, farci cullare da esso, in questo nuovo Natale alle porte.

Ecco la nostra selezione, in linea con la parola del mese:

 

UN LIBRO

paula-chiave-di-sophiaPaula  Isabel Allende

L’ambientazione è diversa dal classico quadretto familiare i cui membri siedono dinanzi ad un camino ascoltando le storie dei vecchi. L’ospedale in cui Paula viene ricoverata per una grave malattia è il capezzale dove la madre Isabel si reca creando magicamente un focolare intimo, fatto di storie di dolore, esilaranti e di speranza. Un fuoco narrativo a cui Isabel dà origine per distrarre la morte, per allontanarla un poco dal profondo stato di coma in cui versa Paula. Un fuoco evocatore della sua intera famiglia affinché circondi Paula e l’aiuti a non perdersi lungo il confine della vita.

UN LIBRO JUNIOR

il caso del dolce di natale chiave di sophiaIl caso del dolce di natale (e altre storie) – Agatha Christie

Prendete un investigatore. Aggiungete un Natale in campagna. Metteteci un principe e un rubino rubato. Glassate con un gioco all’omicidio, e servite fumante. Cosa convincerà Poirot a lasciare il solitario, ma comodo, caminetto (a gas!) di casa, per indagare anche a Natale? Riuscirà a risolvere il caso, e soprattutto: capirà qual è il vero spirito del Natale? Una raccolta di sei imprevedibili racconti, frutto di una penna geniale che, dietro la semplicità stilistica, nasconde cura dei dettagli e volontà di stupire: una miscela perfetta di suspence e linearità. Adatto dai 12 anni in su.

UN FILM

il-cacciatore-chiave-di-sophiaIl cacciatore  Michael Cimino

Il Cacciatore è considerato uno dei capolavori del genere cinematografico di guerra, seppur ne parli poco. Come Ungaretti si trova di fronte a contrasto emotivo, rappresentato dalla condizione abietta dei ricordi di guerra in contemporanea all’arrivo del Natale, così nel film i protagonisti appena rientrati dal Vietnam si presentano deboli e speranzosi di poter ritrovare un loro proprio equilibrio. Focolare non è solo casa e famiglia, ma anche comunità. Una comunità che deve essere in grado di favorire la ricerca del proprio posto nel mondo. Purtroppo, non tutti i protagonisti del film riescono a trovare il loro, tant’è vero che alcuni perderanno se stessi. Per Ungaretti la soluzione furono le quattro capriole di fumo; in questo film invece è l’amicizia.

UNA CANZONE

chiave-di-sophia-tiromancinoImmagini che lasciano il segno  Tiromancino

Se la parola “focolare” rimanda all’insieme di relazioni ed affetti che compongono quella che riconosciamo come “casa” (ovunque essa sia e in qualsiasi forma essa si proponga), questa canzone del 2014 può fare da sottofondo a un momento di scambio e condivisione tra genitori e figli. Scritta e interpretata da Federico Zampaglione, la canzone è una dedica alla figlia Linda, diventata “la ragione che lo muove, l’essenza della sua esistenza, la sua motivazione”. Una canzone dalla sonorità sempre fresca, che propone agli ascoltatori una piacevole presa di coscienza da parte del cantante riguardo l’importanza che la figlia ha per la sua vita.

UN’OPERA D’ARTE

lecture de la bible chiave di sophia focolareLa lecture de la Bible – Jean-Baptiste Greuze (1755)

Il concetto di focolare viene sempre associato a situazioni e ambienti che riuniscono un gruppo intimo di persone in un contesto di calore materiale o figurato. Esso viene così a identificarsi come momento di condivisione e di unione, spesso inteso in ambito familiare. Quello che viene raffigurato nel dipinto dell’artista francese Greuze è proprio uno di questi momenti, vale a dire quello in cui il padre di famiglia, circondato da moglie e figli al completo, siede a un tavolo per leggere un passo della Bibbia. La scena, di efficace realismo, si svolge all’interno di una casa scarsamente arredata, dove la crudezza dei muri freddi sembra farla da padrona. Tuttavia il forte senso di calore, abilmente trasmesso dal pittore mediante l’uso di tonalità calde, emerge dallo stretto legame affettivo esistente tra i familiari: un legame sacro quanto le parole pronunciate dal pater familias chino sopra la sua Bibbia, verso il quale i volti attenti dei figli manifestano un senso di profondo rispetto.

 

Appuntamento al prossimo mese, con la prossima parola!

 

Francesca Plesnizer, Sonia Cominassi, David Casagrande, Simone Pederzolli, Federica Bonisiol, Luca Sperandio

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Che cosa significa amare i propri figli? La parola a Erich Fromm

L’arte di amare è un libro di Erich Fromm da tenere sempre con sé e da sfogliare ogni qualvolta se ne abbia la necessità.

Nella società attuale infatti molto spesso si leggono sui quotidiani o si sentono per televisione casi di tragedie familiari, quali sono sintomo di un’assenza di una reale consapevolezza delle dinamiche dei rapporti che intercorrono tra genitori e figli. Per questo l’analisi dell’amore dei genitori verso i propri figli realizzata da Fromm in contesto terapeutico può essere molto utile per tutti coloro che vogliano comprendere di più loro stessi e il loro modo di rapportarsi con i propri cari, al fine di favorire il benessere del vivere quotidiano all’interno della famiglia stessa.

Secondo Fromm la madre per il bambino costituisce una sorgente di calore, serenità e pace. Nella prima infanzia il bambino presenta un carattere prevalentemente narcisistico, tanto che la realtà ha senso solo in relazione alla soddisfazione dei propri bisogni. Con la crescita invece inizia a percepire le cose come entità distinte, le nomina, vi dà un’esistenza propria. Così egli «apprende che la mamma sorride quando mangia; che lo prende in braccio quando piange; che loda quando va di corpo»1. Il bambino è tutto il mondo per la madre, è l’oggetto esclusivo della sua attenzione. «Sono amato perché sono il bambino della mamma»2 pensa il bambino; per questo motivo egli nutre nei confronti della propria madre un amore passivo. «Sono amato perché sono indifeso. Sono amato perché sono bello e bravo. Sono amato perché la mamma ha bisogno di me»3, pensa.

L’amore materno è incondizionato e in quanto tale non vi è nulla che si possa fare perché possa essere raggiunto dal bambino con i propri sforzi, non può essere conquistato dal bambino in alcun modo. Per dirla con Fromm stesso: «sono amato per ciò che sono oppure, più precisamente, perché sono. Tutto ciò che devo fare è essere – essere il suo bambino»4. La madre o ama in maniera disinteressata fin da quando si è nati o non vi è modo di ottenerlo.

A questo amore incondizionato però il bambino non risponde con altrettanto amore, bensì con una semplice gratitudine.

Il bambino inizia invece ad amare quando insorge in lui il desiderio di produrre amore in maniera attiva attraverso la propria creatività. «Per la prima volta nella vita del bambino l’idea dell’amore è spostata dall’essere amato in amare; in amore creativo»5 dice Fromm.

I bambini fanno così un disegno o una poesia da regalare ai genitori.

Da adolescenti l’egocentrismo lascia spazio all’altruismo: dare è diventato più bello che ricevere. Fromm infatti distingue l’amore infantile che dice: «ti amo perché ho bisogno di te»6 da un amore maturo che dice: «ho bisogno di te perché ti amo»7. Se nei primi i primi anni di vita importanti sono  i rapporti con la madre, nella crescita del bambino altrettanto importanti sono quelli con il padre. L’amore paterno differisce dall’amore materno, in quanto non è possibile cercare nel padre un amore incondizionato: quello paterno è un amore meritato, il quale può «lasciare un senso di amarezza perché non si è mai amati per se stessi, ma si è amati soltanto perché si piace»8.

Il padre diviene così colui che indica il sentiero per divenire adulti al bambino. La condizione dell’amore paterno è la soddisfazione delle aspirazioni del padre stesso. L’amore paterno dice: «io ti amo perché tu soddisfi le mie aspirazioni, perché fai il tuo dovere, perché sei come me»9. Sebbene sia un amore che va meritato, quello paterno, a differenza di quello materno, può essere conquistato. Può essere anche perso, se si disobbedisce al padre. Il padre è una guida per il bambino, deve educarlo alle regole, affinché possa affrontare un giorno le sfide che la vita gli porrà davanti. Fromm non manca di ammonire i genitori: per essere delle buone madri è necessario desiderare che il bambino raggiunga l’indipendenza e l’autonomia, non lasciando spazio a forme di amore simbiotici; di converso l’amore paterno non dovrebbe fare ricorso ad alcuna forma di coercizione e lasciare spazio ad una più libera autodeterminazione.

Per Fromm la persona matura è tale esclusivamente nella misura in cui sono state abbandonate le figure esterne del padre e della madre e sono state interiorizzate in noi, fanno parte di noi, ovvero «la persona matura è arrivata al punto in cui è la madre e il padre di se stessa»10. Questo passaggio è molto importante in quanto è strettamente legato alla salute mentale al momento del raggiungimento della maturità. Nel caso in cui questo processo non andasse a buon fine si correrebbe certamente il rischio dell’insorgere di qualche patologia, certamente non auspicabile, come la nevrosi.

I comportamenti che i genitori adottano nei confronti dei figli quando sono in tenera età sono perciò determinati circa la formazione della psiche del bambino e il suo raggiungimento dell’età adulta. Secondo la saggezza popolare alcuni problemi concernenti l’esperienza vissuta e il modo di rapportarsi agli altri da parte degli adulti andrebbe proprio ricondotta a sua volta ad un infanzia travagliata.

Spesso accade che le persone mettano in atto dei comportamenti, anche inconsciamente, che risultino lesivi per i più piccoli, comportamenti quali esito di traumi che in questo modo potrebbe influenzare negativamente la prole. In particolar modo Fromm indaga nello specifico quali atteggiamenti sono da evitare, portando come esempio una madre che certamente è amorosa, ma che faccia dell’autoritarismo il proprio strumento educativo, o come un padre che non ha sviluppato una sufficiente virilità, la quale si traduce in ultima analisi in debolezza e non curanza dei figli.

 

Davide Vardanega

 

NOTE:
1. E. Fromm “L’arte di amare”, Il saggiatore, Milano 1977, p. 55 
2. Ibidem
3. Ibidem
4. Ibidem
5. Ivi, p. 56.
6. Ivi, p. 57.
7. Ibidem
8. Ivi, p. 58.
9. Ivi, p. 59.
10. Ivi, p. 61.

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“Manchester by the sea”, quando il cinema diventa reale

Non è mai facile parlare o scrivere di un film che si avvicini così tanto alla tua vita. Ti immedesimi totalmente nei personaggi, vivi con loro paura, gioia, dolore. Ti sembra di essere immerso nello schermo, come se il mondo attorno a te sparisse.

Spesso il cinema ci ha abituati a storie di grande fantasia, talmente strane o irreali da risultare magiche e farci sognare. Altre volte, come in questo caso, ha raccontato la realtà, in modo anche crudo, senza tanti fronzoli. Uscito nelle sale un mese fa, Manchester by the sea di Kenneth Lonergan, appartiene a questa seconda categoria e nel vederlo mi è arrivato diretto un pugno nello stomaco. Mi sono sentito spaesato e vulnerabile, come Casey Affleck (Lee Chandler) nel gelido inverno del Massachusetts.

Ho perso mio padre due anni fa. Se n’è andato senza motivo, come accade troppo spesso purtroppo. Uno stupido scherzo se l’è portato via, dall’oggi al domani, senza lasciare il tempo di pensare, di capire, di provare a prepararsi in qualche modo, anche se non si è mai pronti di fronte alla morte. Con sé ha portato via il suo essere padre, marito e fratello, lasciandosi alle spalle una vita che meritava di essere vissuta in pace per tanti anni ancora.

Quando una persona così importante ti lascia, la tua vita cambia completamente, i ricordi si mescolano ogni giorno al dolore, alla rabbia, alla tristezza. Le persone intorno a te, per quanto possano provarci, per quanto possano volerti bene, non riescono a vedere fino in fondo quello che vedi tu. Il cambiamento è così grande e difficile che non ti sentirai più la stessa persona; qualcosa si incrina, si spezza, tocca tutti gli aspetti della tua vita così nel profondo che ti ritrovi ad essere un altro, a volte migliore, a volte peggiore.

Nel suo film Lonergan coglie a pieno tutto questo. La potenza di questa storia sta nella sua dura semplicità perché racconta di un evento che potrebbe accadere a tutti. È un cinema reale, forse come non si vedeva da tanto. La brevità delle scene, il lento susseguirsi delle cose, rappresenta alla perfezione la quotidianità di una famiglia distrutta da un lutto così grave. Fa da sfondo un paesaggio freddo e spoglio, bagnato dall’acqua dell’Atlantico, l’unico protagonista che non sembra soffrire e che cerca di riconciliare gli uomini con il suo abbraccio, chiamandoli amorevolmente a lui.

Casey Affleck è commovente. Un Oscar meritato e voluto per interpretare e forse in questo caso addirittura essere, un uomo che ha perso tanto, con una vita stravolta e tutta da ricostruire; con una grande depressione addosso e tanta rabbia, alternando momenti di estrema dolcezza e fragilità, nel recuperare i rapporti col nipote ormai orfano e con la sua ex moglie, ritrovandola a vivere un’esistenza parallela e distante. Con fatica si scorge alla fine una luce, un tentativo di riprendere in mano le cose, di ricostruire una famiglia, diversa, profondamente cambiata, ma pur sempre una famiglia.

Non è stato semplice vedere questo film, ne scriverne, come detto in precedenza. Ci sono eventi che ti segnano nel profondo e cose che ti rimangono impresse, nonostante tu combatta con tutto te stesso per scacciarle dalla mente. Può un film farti capire cosa stai passando, o cosa ne è della tua vita? Purtroppo, o per fortuna, sì. Come Lee forse ho capito che non esiste una cura per lenire il dolore della perdita, non puoi farci l’abitudine col passare del tempo. Puoi sopravvivere e lo fai, cercando di accettare il fatto che la tua vita ora è diversa, che chi ti ha lasciato non può tornare ma rimane dentro di te, in ogni parte del tuo corpo e del tuo io. In un ricordo triste e felice allo stesso tempo. Pervade le tue ore e i tuoi giorni, senza mai abbandonarti.

Lorenzo Gardellin

[Immagine tratta da Google Immagini]

Un momento di follia: essere padri sul grande schermo

“Non esiste un buon padre, è la regola. Non bisogna prendersela con gli uomini, bensì con il legame di paternità. E’ quest’ultimo a essere marcio.” Le affermazioni provocatorie del filosofo Jean-Paul Sartre, scritte nell’opera Le parole, del 1963 non sono forse il modo migliore per celebrare l’odierna festa dedicata ai papà, ma sono sicuramente un ottimo spunto per parlare di un’opera che mette al centro della sua narrazione le innumerevoli sfaccettature della figura paterna, vale a dire: Un momento di follia, il nuovo film diretto dal francese Jean-François Richet.

Rifacimento aggiornato dello splendido Un moment d’égarement, diretto nel 1977 da Claude Berri, il film si presenta come una patinata commedia che nasconde un cuore di dramma a sfondo familiare. Le premesse, c’è da dire, sono ottime: dagli splendidi paesaggi della Corsica in estate, passando per un cast che alterna star del calibro di Vincent Cassel a giovani promesse del cinema francese come la splendida Lola Le Lann, per arrivare infine a una storia di torbida passione che rasenta l’incesto. Due amici di mezza età decidono di trascorrere le vacanze insieme, portando con loro le figlie adolescenti. Uno ha appena divorziato, l’altro è in piena crisi coniugale. La loro amicizia sembra essere l’unica cosa certa, ma quando il neo scapolo si farà sedurre dal fascino della figlia (minorenne) del suo migliore amico, le cose prenderanno una piega del tutto inaspettata. Un momento di follia si inserisce nel filone di pellicole che raccontano i lati più oscuri dell’essere padre. Si comincia con la leggerezza e la volontà di crescere bene i propri figli e si finisce per commettere errori che potrebbero diventare irreparabili. Una paternità piena di problemi non solo a causa dei comportamenti dei figli ma anche per l’irresponsabilità dei genitori. Richet purtroppo perde una grande occasione e finisce per girare un film con troppi difetti. Sprecando le ottime premesse iniziali, la sua opera non raggiunge mai i livelli del film a cui si ispira, molto più esplicito e provocatorio già nel 1977. Nella nuova versione tutto sembra pudico e controllato, la regia non rischia nulla, la fotografia attribuisce una patina da fiction televisiva alle immagini e la sceneggiatura raggiunge spesso momenti di grossolana banalità. L’unico a salvarsi è un ottimo Vincent Cassel che, arrivato alla mezza età, riesce a unire alla perfezione il suo lato scapestrato con il fascino del padre vissuto. Un ruolo che l’attore francese ha sentito molto vicino, anche se ai giornalisti ha più volte dichiarato che non potrebbe mai essere nella vita reale un padre-seduttore. “Come genitore sono simile al mio personaggio, sono aperto. Oggi abbiamo la fortuna di poter essere dei papà-mamma. La femminizzazione dell’uomo ha dei lati interessanti: c’è una vicinanza con i bambini che un papà all’antica non aveva. Ho sempre desiderato che le mie figlie mi conoscessero meglio di come io conoscevo mio papà. Oggi c’è una prossimità possibile perché ci sono donne con le palle e uomini che non seguono più le regole di un tempo.”

Un momento di follia è solo l’ultimo caso di un genere, tipico nel cinema straniero, che tende a demonizzare la figura paterna esaltandone più i difetti, rispetto ai pregi: film come Shining, Il Petroliere Star Wars ne sono una chiara dimostrazione. Non è un caso invece che il cinema italiano abbia raccontato negli anni tutta un’altra versione di questa figura: dal recente La ricerca della felicità al più datato La vita è bella, i papà del grande schermo italico hanno avuto spesso una connotazione positiva, diventando così lo specchio di un popolo e di un Paese che non perde mai l’occasione per celebrare il suo amore nei confronti dell’istituzione familiare.

Alvise Wollner

Lettera ad un uomo che mi ha cresciuto.

“Il tempo è labile…il confine tra ieri e oggi è così sottile…un filo, pronto a spezzarsi alla prima brezza di vento del Nord..e si ricade indietro, incoscienti del momento che si vive…di dove si è…se è la realtà o solamente ricordi troppo vividi per essere riposti nel proprio spazio di quello scaffale immenso chiamato memoria…

Sto correndo verso il cordless…quell’azzurro fastidioso è davanti ai miei occhi, mentre lascio il telefono e la prima lacrima marchia il mio viso indelebilmente.

Prendo la mano di mia sorella, ci sediamo accanto al tuo letto e ci stringiamo la mano, fino a lasciar i segni delle unghie l’una sulla mano dell’altra, consapevoli che è realtà, è successo, sei morto.

Ripercorro la vita insieme, tu con la settimana enigmistica, tu che la mollica del pane la riducevi in piccole palline per gli uccellini…le tue polo e i tuoi pantaloncini…il tuo guardarci quando il pomeriggio correvamo in bici per tutto il cortile…

Dopo la tua scomparsa, ho ritrovato per mesi le barrette di cioccolato che, di nascosto da mamma e papà, mi regalavi…però, è strano sai, non le ho mangiate…

Ho talmente tante storie da raccontare di te, di quanto eri rompiscatole, amorevolmente rompiscatole..

Ma come si può raccontare la straordinaria anima di un uomo in poche righe? Come si può descrivere il tuo essere padre per noi, in uno spazio così ridotto?

Ho deciso di non raccontare ieri, ma oggi…oggi, dopo 10 anni, non avrei immaginato potessi mancarmi più di ieri.

Dopo dieci anni, vorrei averti qui, per riuscire a renderti fiero di me, per dimostrarti che quell’amore non è andato sprecato, che tutto quello che i tuoi immensi occhi mi hanno insegnato, giorno dopo giorno, è rimasto con me…perché tu sei il buono che mi porto dentro.

Per mesi, anni, dopo la tua morte, ho aspettato che tu tornassi, che aprissi la porta di casa, ti ho sognato e pianto così tanto da logorarmi dentro, da non poter credere di riuscire a sopravvivere senza di te.

Per quanto cerchi di negarlo a me stessa, ti vedo. Apro la porta e sei ancora seduto al tuo posto, con le gambe accavallate, ti volti e mi chiedi se tutto è andato bene oggi.

La parte più dura dell’andarmene è stata la consapevolezza che non ti avrei più visto…e ho paura sai? Di non riuscire più a ricordare le tue mani, quel sorriso che se chiudo gli occhi brilla nella mente, quel tuo accavallare le gambe a letto…le notti passate abbracciata a te…il tuo ultimo sguardo..il tuo odore…e allora corro e spezzo il filo, corro da te, per vivere ancora noi…

Marzo non è la primavera, marzo è il buco nero che ti ha portato via.

Sono stata per molti versi sfortunata, ma se rifletto un istante in più, mi rendo conto che nulla importa, io ho avuto te come padre per i primi 14 anni della mia vita, tutto il resto scivola via, incapace di intattare il ricordo di te.

Quando la notte ho paura, guardo la tua foto sul mio comodino.

Mi interrogo su quanto l’amore possa far male…quanto distaccarsi permanentemente da chi ami possa essere in grado di sgretolare l’animo a tal punto da non poterlo ricomporre.

Nel corso del tempo, ho compreso che ci sono diversi modi di soffrire…perché si è vittime di abusi, perché l’indipendenza ha un prezzo molto diverso da quello stabilito dall’economia, perché la forza costa caro, anche se nessuno lo dirà mai…

La sofferenza più grande, tuttavia, é quella a cui non si può porre rimedio…che bisogna inevitabilmente accettare.

Tutto ha un tempo e un modo…io allo step dell’accettazione devo ancora arrivare, vagante nei meandri della mente che custodiscono te…

È questo è l’unico modo che ho trovato consono per sopravviverti ogni giorno.

Sembra strano, perché ancora ora, dopo 10 anni, inconsciamente mi ritrovo davanti alla camera d’ospedale in cui eri ricoverato, prima di ricordarmi che non ci sei più.

Al cimitero non riesco a realizzare che l’uomo che mi ha cresciuta non sia più con me.

Uno dei motivi per cui le persone ci mancano è perché abbiamo dei rimpianti…beh, tu sei l’unica parte della mia vita, del mio IO, che non porta con sè rimpianti o rimorsi.

Mi hai insegnato ad amare davvero, vivendo qui ed ora, assaporando ogni attimo che ci viene regalato, senza riserve, senza paure.

Le lacrime continueranno a scorrere, non lo posso negare, ma il più delle volte il ricordo di te dà vita al sorriso più puro che mai potrò avere…il sorriso con il quale mi hai lasciata, il sorriso con il quale mi alzo la mattina, un sorriso che mi fa amare la vita, malgrado le difficoltà…quel sorriso che mi ha fatto amare te ieri, che mi fa amare te oggi, che mi farà amare te per il resto della mia vita.”

Al miglior uomo, padre e nonno che potessi avere, all’unico amore che mi fa sentire al sicuro in ogni istante, all’unico uomo al quale apparterò per sempre, nel quale mi riconoscerò, il quale sarà il mio porto sicuro, malgrado gli occhi non lo possano più scorgere tra la folla.

Lui sarà accanto a me, passo dopo passo.

Nicole Della Pietà 

 

Papà, che cos’è la Shoah?

“Papà, che cos’è la Shoah?”

Interrompe così Giulia la cena tranquilla con suo padre. Proprio stasera non doveva essere a casa sua moglie? pensa, mentre intanto maledice di aver tenuto la televisione accesa durante la cena. Lo dice sempre Giovanna che bisogna mangiare con la televisione spenta.

“Papàààà, mi hai sentito?”

La voce della bambina lo richiama alla realtà, respira a fondo e inizia a rispondere, prendendola un po’ larga.. perché non ha idea di come spiegare a una bambina di sette anni una delle pagine più buie della nostra storia. E si sente quasi in colpa a dover spalancare gli occhi ancora così innocenti di sua figlia sulla più grande tragedia dei nostri tempi. Una tragedia che ha portato il mondo a dire MAI PIU”. Ma gli tornano in mente le parole di Primo Levi

se comprendere è impossibile, conoscere è necessario perché ciò che è accaduto può ritornare

e capisce quanto sia importante spiegare a sua figlia quel che è successo, anche se terribile, per crearle il ricordo di qualcosa che non le è accaduto. Così, respira a fondo e comincia:

“Beh, Giulia, Shoah intanto è una parola ebraica che vuol dire “catastrofe”. Ed è una parola utilizzata per riferirsi all’Olocausto.”

“Cos’è l’olocausto papà?”

“L’olocausto è una parola utilizzata per descrivere la persecuzione e lo sterminio del popolo ebraico.”

“ E perché il popolo ebraico è stato sterminato?”

“Questa è una bella domanda Giulia.. se la pongono ancora in molti senza riuscire a darsi una vera risposta.. accade che a volte si abbia paura della diversità di un uomo rispetto a te stesso. Accade che a volte l’uomo abbia paura di se stesso e delle sue stesse diversità. E succede che allora inizi una guerra. E in ogni guerra Giulia ci sono sempre uomini contro uomini. E ci sono bambini separati dai loro genitori, uomini e donne che non hanno più forza, hanno solo occhi vuoti, senza vita né espressione, occhi pieni di paura e privi di speranza..”

“Papà basta.. mi viene da piangere.. mi è anche passata la fame.. non voglio più sapere.. e se succede che divento anche io così?”

“No bambina mia.. non diventerai così. Basterà che tu abbia il rispetto per le idee degli altri, anche quando non ti piaceranno. Basterà che non cercherai di cambiarle con la forza. Basterà che tu veda sempre che dietro a quell’idea c’è un altro uomo che è proprio come te. E il fatto che stasera ne parliamo, io e te, è già un passo avanti sai.. è molto importante Giulia la domanda che mi hai fatto, perché, in una civiltà come la nostra che tende a vivere solo l’immediatezza del presente, ricordare serve proprio a evitare che queste mostruosità si possano ripetere. Ricordare vuol dire essere attivi, vuol dire porsi delle domande. Ricordare sollecita il cuore e la mente. Ogni 27 gennaio si celebra il Giorno della Memoria perché si ricordi sempre quello che è successo. Ogni 27 gennaio si ricordano le sofferenze che hanno subito uomini, donne e bambini come noi. E ogni 27 gennaio ci si sentirà sempre un po’ colpevoli, Giulia, per non aver potuto impedire, per aver ignorato, per essere uomini. Ma tutto questo dolore lo dobbiamo proprio ricordare per imparare a scegliere oggi di evitare nuovamente quell’errore in qualsiasi parte del mondo. Ora finisci la cena amore, un primo piccolo passo per oggi l’abbiamo fatto.”

Oggi, 27 gennaio, giorno dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, lo Stato italiano celebra il “Giorno della Memoria“. Si spezza il silenzio che tesse una ragnatela così sottile e insidiosa che rischia di cancellare la memoria dell’orrore. Un silenzio pericoloso che è importante infrangere, anche solo con un pensiero.

Giordana De Anna

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[Immagini tratte da Google Immagini]

Lettera a mia figlia

Anche l’uomo più sano e più sereno può risolversi per il suicidio, quando l’enormità dei dolori e della sventura che si avanza inevitabile sopraffà il terrore della morte Arthur Schopenhauer

“Cara Sofia,

questa volta il tuo papà forse ti deluderà, questa volta il tuo papà ti farà soffrire come non avrebbe mai voluto fare. Spero solo che, una volta lette queste poche righe, la delusione e la sofferenza lasceranno spazio a un po’ di comprensione.

Scusami bambina mia (perché per me, lo sai, sarai sempre la mia bambina), questa volta non ce l’ho più fatta a combattere, questa volta il male di vivere ha preso il sopravvento.

Negli ultimi dieci anni non sono stato più un uomo, negli ultimi dieci anni intorno a me era tutto buio. Sono precipitato in una prigione di tenebre da cui non sono più riuscito a fare ritorno. Read more