La “Lettera sulla tolleranza” di John Locke e i limiti del giudizio dell’uomo

A presentare il classico della Lettera sulla tolleranza di John Locke, come microscopio per analizzare meglio i tempi d’oggi, si rischia di far storcere un po’ il naso. E la Lettera sulla tolleranza sembrerebbe davvero inadeguata, se si pensa che essa fu scritta dal filosofo inglese in un momento storico in cui si era minacciati da faide religiose e animati da intolleranza religiosa. Questo come conseguenza del proliferare della diversità di culti in Europa, tanto da far scatenare guerre decennali. Oggi non si teme che in Europa scoppi una guerra per differenze di fede; eppure la Lettera sulla tolleranza è ancora attuale, perché, secondo Locke, la tolleranza è il fondamento della politica. Poiché è ormai sotto gli occhi di tutti che l’intolleranza è invece la forza propulsiva della politica di oggi, è bene che la Lettera sulla tolleranza sia fra quei classici utili per comprendere le fratture nella società.

Che sia religiosa, come nella Lettera di Locke, o di qualsiasi altro genere, ciò che scatena l’intolleranza è sempre la stessa cosa: il timore e la repulsione per la diversità.
Nel caso della Lettera, indirizzata ad un anonimo, le differenze religiose all’interno del Cristianesimo determinano scandalo e disordine pubblico, ma Locke pone una tesi fondamentale: il magistrato pubblico non ha alcun potere sulla cura dell’anima. In sostanza, se «lo stato è […] una società umana costituita unicamente al fine della conservazione e della promozione dei beni civile», allora il compito del magistrato, e dunque del politico, è quello di mantenere l’ordine pubblico e allontanare tutto ciò che lo minaccia (J. Locke, Lettera sulla tolleranza, Edizione Laterza, 2018).
Locke afferma perciò che se la diversità di culti non minaccia l’ordine pubblico, essi devono essere tollerati.

Sebbene con presupposti ben diversi, la diversità e l’intolleranza in Europa sono ancora il cuore della politica e del potere incarnato dagli uomini. La diversità degli orientamenti sessuali, del modo di vivere la femminilità, o le differenze culturali sono alla base di una politica che nutre l’intolleranza (e se ne nutre), e che dunque detta omogenei modi di vivere. Tuttavia, se trasponiamo quanto imparato da Locke, il magistrato, e quindi il politico, non possono legiferare su ciò che non riguarda il pubblico:

«[…] noi chiediamo i diritti che sono concessi ad altri cittadini. […] Che a nessuno sia rovinata la vita o il corpo per colpa di quelle cose (di culto), che nessuna casa e nessun patrimonio sia distrutto» (Ivi).

In altre parole, Locke mette in campo la distinzione fra il pubblico e il privato. Ciò che egli definisce la cura dell’anima è lo spazio privato, in cui l’essere umano si prende cura di sé, e in cui il pubblico, incarnato dal politico, non può aver potere decisionale.

La politica deve così basarsi sulla tolleranza, perché, secondo Locke, garantire i diritti significa garantire la possibilità per gli individui di prendersi cura della propria anima, in senso religioso o meno. «Ciò posto, è facile comprendere quali fini determinano la prerogativa del magistrato di legiferare: e cioè il bene pubblico terreno o mondano che dir si voglia, che è insieme l’unica ragione per cui si entra in società e l’unico fine dello stato che si costituisce; e d’altra parte è facile capire che libertà rimane ai privati in ciò che riguarda la vita futura» (Ivi).

Finché infatti la pace pubblica non è minacciata, lo spazio privato di comunità o individui singoli non deve essere allontanato o represso per il solo fatto di esistere.
Oggi viviamo una fase della storia umana in cui il pubblico ingloba sempre più il privato e dunque quest’ultimo viene fagocitato dal giudizio, da occhi indiscreti e dalla continua pretesa di essere additato.
Tuttavia, la Lettera insegna che il giudizio e il potere degli uomini ha e deve avere un limite per garantire quella stessa pace, che è l’obiettivo della politica.

 

Fabiana Castellino

 

[Photo credit Christian Wiediger via Unsplash]

copabb2019_ott

Punti su un cerchio. Il cammino comune di cristianesimo e islam

Negli ultimi decenni, l’area di Gaza, in Palestina, è diventata sinonimo di guerra, miseria, occupazione militare, terrorismo. Ovviamente non è sempre stato così: nei primi secoli dopo Cristo, infatti, la regione era uno dei centri culturali e spirituali più vivi, ferventi e innovativi del mondo, un punto di incontro di tradizioni, lingue e religioni, patria di santi, teologi, mistici e filosofi. Uno di questi, ingiustamente dimenticato, è S. Doroteo di Gaza, monaco a Abba Serid nel VI secolo d.C..

Innovativo sotto molti punti di vista, Doroteo è noto per gli insegnamenti impartiti ai compagni monaci raccolti in buona parte in Indicazioni per la formazione spirituale, testo che racchiude anche intuizioni sorprendenti su temi inaspettati, non ultimo la coabitazione e il reciproco rispetto tra fedi diverse. In una delle sue figure più efficaci, Doroteo immagina tutte le religioni come punti su una ruota, ognuno termine finale di uno dei raggi; il fulcro della ruota è Dio, l’Eterno che tutti cercano. La distanza dal centro della circonferenza è direttamente proporzionale a quella tra i punti sulla stessa: più questi sono distanti dal fulcro, più lontani sono anche l’uno dall’altro, mentre più si avvicinano al centro muovendosi lungo il raggio, maggiore sarà anche la vicinanza reciproca, indicando una ultima coincidenza dell’esperienza dell’Assoluto nella mistica. Il messaggio di Doroteo, però, si preoccupa di essere anche umanistico-sociale: più si tenterà di avvicinarsi ai fratelli di altre religioni (occupanti quindi gli altri punti dell’ideale circonferenza), più ci si farà prossimi, quasi automaticamente, a Dio.

Sono passati millecinquecento anni, ma il messaggio di Doroteo è più attuale che mai. È sotto il segno del dialogo, dell’accoglienza reciproca e dell’impegno comune che lo scorso 4 febbraio si sono incontrati ad Abu Dhabi Papa Francesco, capo della Chiesa cristiana cattolica, e Muhammad Ahmad Al-Tayyib, Grande Imam di al-Azhar e figura di riferimento per l’islam sunnita. Al termine dell’incontro, i due leader religiosi hanno redatto e firmato il Documento per la pace e mondiale e la convivenza comune (o Documento sulla fratellanza umana), un testo semplice e schietto che rifiuta la violenza e lo scontro come facenti parte della rivelazione cristiana e islamica, e che invita le due comunità religiose (che insieme comprendono quasi metà dell’attuale popolazione mondiale) a collaborare nelle sfide di giustizia sociale, di tutela dei deboli e degli ultimi, di difesa dell’ambiente e di costruzione della pace che le accomunano.

Non sono mancate reazioni ostili da esponenti di entrambe le comunità religiose: se i cattolici oltranzisti, che vedono nel confronto col mondo islamico la chiamata a una nuova Crociata in difesa della cristianità occidentale, hanno accusato il Papa di aver tradito la propria fede “arrendendosi” all’islam, musulmani altrettanto oltranzisti hanno invece rimproverato al Grande Imam di essersi “contaminato” stringendo accordi con gli infedeli imperialisti. Entrambe le voci hanno ampio sostegno nelle rispettive comunità, ma rimangono fortunatamente minoritarie, superate da una larga maggioranza di fedeli che non desidera che un percorso di pace – e, possibilmente, di amicizia – e soprattutto dalla Storia stessa che, al netto di corsi e ricorsi vichiani, non tollera di tornare sui propri passi.

Il cammino verso il centro della ruota, in un millennio e mezzo da quando scriveva Doroteo di Gaza, ha fatto molti passi avanti e altrettanti ne ha fatti indietro, in un assurdo balletto che non ha mai deciso fino in fondo quale direzione intraprendere. In anni di recrudescenza di antiche inimicizie, di violenza e di conflitti causati da un divario sempre più ampio tra classi sociali e regioni del mondo, un documento come quello firmato da Francesco e da Ahmad al-Tayyib parrebbe poca cosa, ma forse è proprio attraverso l’intuizione del monaco palestinese che può essere messo nella giusta prospettiva: se camminare insieme verso il centro si è rivelato troppo difficile, proviamo a camminare l’uno verso l’altro, a piccoli passi ma con costanza e fiducia. Il risultato sarà comunque lo stesso.

 

Giacomo Mininni

 

[Photo credit Averie Woodart via Unsplash]

The Sound of Silence

Potrà sembrare strano parlare di silenzio alla fine della stagione più rumorosa e festaiola dell’anno, in un’epoca in cui, specie in una grande città, l’unica occasione possibile in cui riposare un po’ le orecchie è un blackout che metta a tacere condizionatori, televisori, elettrodomestici e tutto ciò che da decenni ormai compone un (quasi) inevitabile e costante rumore di fondo.

Il silenzio, però, non rappresenta solo un momento di pace per orecchie stressate e abusate, né deve essere visto come un vuoto imbarazzante (o addirittura spaventoso) da riempire a tutti i costi. Al contrario, in un’era di dispersione dell’identità personale, di avatar e di discrepanza tra profili pubblici e sé privati, il silenzio rimane tra le ultime possibilità che ci rimangono per gettare uno sguardo nella parte più profonda di noi stessi e secondo le maggiori tradizioni religiose, perfino per entrare in contatto con Dio.

Affascinante in questo senso è la narrazione biblica della storia di Elia, profeta di rilevanza centrale per ebraismo, cristianesimo e islam. Nel Primo libro dei Re, un Elia in fuga attende l’arrivo di Dio che gli ha dato appuntamento sull’Oreb, ma sta a lui discernere la Sua presenza. L’autore del libro racconta dell’arrivo di una tempesta di vento, di un terremoto, di un incendio e commenta ogni volta: «Ma Dio non era nel vento/nel terremoto/nel fuoco» (1Re 19,11-12). Dove il profeta riconosce la presenza di Dio è nel ‘mormorio di un vento leggero’, una presenza discreta e gentile, lontana dalle manifestazioni di potere precedenti, inudibile se non nel completo silenzio.

“Dio è umile”, diceva un sacerdote, “parla solo quando tutti gli altri tacciono”. Non è un caso, quindi, che nell’ebraismo la preghiera più importante della liturgia cominci col comando Shemà!, “Ascolta!” (Dt 6,4), o che la sura, L’aderenza, comandi Iqraa!, “Leggi!” (Corano 96,1), entrambe azioni che richiedono silenzio, apertura a quanto viene suggerito dall’esterno, sforzo di comprensione. Non è possibile, pare, riuscire a raggiungere una dimensione di vera spiritualità a meno di non mettere a tacere ogni voce, interiore o esteriore, che possa distogliere la nostra attenzione dalla ricerca di Assoluto, elemento che ricorre anche negli insegnamenti attribuiti al Buddha Siddhārta Gautama: “Se apriamo le mani, possiamo ricevere ogni cosa. Se siamo vuoti, possiamo contenere l’Universo”.

Rimane l’ingombrante interrogativo, però, del perché dovremmo approcciarci al silenzio per recuperare una dimensione di spiritualità che, oggi, si sta ripresentando prepotentemente e violentemente sulla scena mondiale. Tra terroristi che indicono “guerre sante” in umano appalto dell’ira di Dio, politici occidentali che rispondono rimanendo sul pezzo e invocando nuove crociate, leader religiosi che usano il proprio potere per obiettivi fin troppo mondani e fanatici di qualunque culto pronti a uccidere seguendo una sorta di moderno ‘luddismo morale’, abbiamo bisogno di tutto, sembra, tranne che di ‘più Dio’ o ‘più spiritualità’ sul panorama globale.

Forse, però, è proprio per questo che creare silenzio, rientrare in sé e riscoprire una comunicazione con l’io più profondo e con l’Altro è oggi più che mai necessario. In un mondo pieno di gente impegnata a parlare (a gridare) di Dio, ritrovare il modo di parlare con Dio sarebbe tutto sommato una piacevole e insperata novità.

 

Giacomo Mininni

 

[Immagine: Silent Music (Suspension), di Kara Smith, 2014]

 

banner-pubblicitario_abbonamento-rivista_la-chiave-di-sophia_-filosofia

Dove vanno i morti?

Dove vanno i morti? Rimangono sottoterra o ascendono al cielo, magari tra le stelle? Scendono nel triste e tenebroso Ade con una moneta sotto la lingua per pagare il traghetto di Caronte? Li aspetta la prateria degli Asfodeli, dove le anime degli ignavi subiscono un tedio senza fine, o il Tartaro, in cui i dannati, come scriveva Omero, perseguitati da mostri infernali che rimproverano loro le colpe commesse in vita stridono di terrore come uccelli fuggenti? O, se giusti e virtuosi, i Campi Elisi? O ancora, dopo l’Elisio, le isole beate tra i cui boschi si trovano le anime di coloro che nacquero tre volte e ogni volta vissero virtuosamente? Oppure, una volta compiuto il rituale della pesa del cuore, li attendono i Campi Iaru, ricchi di giunchi e segnati da ruscelli?

E se dinanzi ai morti si estendesse solo il grande nulla?

Andando oltre ciò in cui ognuno crede o vorrebbe credere, vi è un luogo che ispira profonda serenità e dolcezza in relazione alla morte e al dopo. Si tratta del mausoleo di Galla Placidia, un piccolo edificio che si erge timido a fianco dell’imponente chiesa di San Vitale a Ravenna. Galla Placidia (386-450), sorella dell’imperatore Onorio, artefice del trasferimento della capitale dell’Impero romano d’Occidente a Ravenna nel 402 d.C, fece costruire per sé tra il 425 e il 450 un mausoleo a croce greca. In verità, secondo ricerche effettuate, il suo corpo non riposa in esso, bensì a Roma dove la morte la colse nel 450. La pianta e l’esterno sono piuttosto semplici e modesti, soprattutto se paragonati allo splendore musivo che accoglie il visitatore non appena varca la soglia. Infatti, il livello superiore delle pareti è interamente ricoperto di mosaici, i quali decorano anche archi, lunette e cupola. Il mausoleo assume la connotazione di un luogo di transito dalla vita nel tempo all’esistenza nell’eterno.

Entrando si prova la sensazione di trovarsi in un luogo magico e, al contempo, irreale, simile a uno spazio di sospensione. A nutrire questa impressione è soprattutto il color blu della cupola, una tonalità profonda ed intensa dotata di una propria luminosità. Il cielo notturno è ricamato con cerchi concentrici di stelle d’oro a richiamare la conformazione dell’universo. Il colore non è uniforme e piatto, piuttosto può contare su sfumature differenti, grazie all’accostamento di tessere tra loro peculiari che contribuiscono a creare una profondità indefinita. I cerchi concentrici assomigliano a delle apparizioni luminose, altrettanto irreali come il manto blu che vi si stende al di sotto. Avanzando gli occhi incontrano Dio, raffigurato simbolicamente da una croce d’oro e circondato da altre stelle, le quali, per la loro vicinanza, emanano una luminosità soffusa e dorata. Lateralmente, vicino alle immagini degli apostoli, compaiono alcuni animali, tra cui colombe e cervi, la cui presenza contribuisce a rendere l’atmosfera notturna ancora più dolce e rasserenante. Ovunque l’alabastro diffonde una luce calda e si assicura che le tessere musive, con le loro diverse inclinazioni, producano innumerevoli riflessi. L’immagine della morte e dell’aldilà che emerge da ogni parete ispira un mondo assolutamente altro rispetto a quello reale, uno spazio dove sopravvive lo spirito, dove la materia perde le sue connotazioni terrestri e si abbandona alla leggerezza del puro spirito.

Una simile consolazione si avverte ammirando L’isola dei morti di Arnold Böcklin, olio su tela (111 x 155 cm) conservato al Kunstmuseum di Basilea. Fin dalla sua realizzazione nella primavera del 1880 per una giovane donna che aveva da poco perso il marito, il dipinto esercitò un fascino ipnotico e inimitato dalle quattro varianti successive. Si è al crepuscolo: una strana luce si estende fino a definire l’orizzonte. Non è né giorno né notte. Il silenzio trova una raffigurazione vera e propria grazie alla barca a remi che occupa discretamente la parte centrale del dipinto. I remi non toccano l’acqua, non la muovono: essa rimane immobile e calma nella sua oscurità. Sulla barca è adagiata una bara coperta da un drappo bianco e dietro ad essa compare una figura ritta, fasciata di veli bianchi, quasi a richiamare una mummia. La barca sta impercettibilmente approdando a un’isola, la quale si compone di elementi naturalistici pur emanando un’aura di irrealtà. Sembra una creazione onirica. Il bosco di cipressi, collocato nel mezzo della composizione, è circondato da falesie scoscese e brunastre. L’isola è un cimitero. A suggerire questa idea vi sono le numerose tombe scavate nella roccia, ancora vuote. La figura bianca che sta ritta a prua, per quanto ancora illuminata, sembra ormai pronta a ricevere l’abbraccio del buio. Tutto accade al di fuori del tempo. Non c’è né un tempo né uno spazio specifici. È l’ovunque e il sempre. Il dipinto combina armonicamente paesaggi, stili e culture diverse. Böcklin fonde il mito classico con il romanticismo nordico e il paesaggio mediterraneo. Si richiama alla barca di Caronte, alle tombe etrusche, alle rupi svizzere e ai cipressi della Toscana.

dove-vanno-i-morti_bocklin_la-chiave-di-sophia

Nel complesso il dipinto trasmette un’idea di solitudine e nostalgia: il mondo antico è morto e certi miti sembrano ormai anacronistici. Forse, nell’animo dell’artista, l’isola poteva ancora rappresentare un ingresso per l’oscura discesa al Tartaro o per la luminosa ascesa ai Campi Elisi. È il crepuscolo: forse l’isola è l’ultimo ingresso. Rispetto al mausoleo di Galla Placidia non si avverte la certezza di un aldilà di pace e serenità: la figura velata di bianco potrebbe pure discendere al Tartaro. Nonostante questa possibilità, che getta un’ombra di inquietudine sull’intera composizione, predomina un’aura di conforto e quiete che sembra appartenere a un mondo altro rispetto a quello terreno.

Forse l’inquietudine di fondo di Böcklin era legata alla possibilità di trovare (o ritrovare) l’isola dei beati. Forse si estende oltre questo cimitero. Forse è l’isola che non c’è.

 

Sonia Cominassi
[In copertina: Particolare della volta d’ingresso del mausoleo di Galla Placidia, Ravenna;
Nel testo: Arnold Böcklin, L’isola dei morti, olio su tela, 1880. Basilea, Kunstmuseum.
Immagini tratte da Google Immagini]

 

banner-pubblicitario_abbonamento-rivista_la-chiave-di-sophia_-filosofia

È ora di cambiare! Val(ore) contato

Cambiamento, continuità, tempo. Certo il tempo trascorre, trasvaluta, e, nell’azione, nella prassi dell’umano, conferma e rinnega i valori per i quali l’umana specie persevera e conserva la propria specie. Conserva, mette da parte o eleva per tramandare i contenuti. Eppure questi contenuti sono soggetti al cambiamento, una piccola matrioska con trentamila anime diverse, da scartare?

Predichiamo i valori come fossero delle realtà a priori universali, come realtà imperiture con un grande valore di scambio, delle realtà impagabili. Le religioni, le filosofie ne hanno discusso, stabilendo una scala gerarchica, eppure non siamo ancora capaci di una convivenza pacifica e razionalmente orientata alla condivisione dello spazio. Al servizio dei valori sono le ideologie politiche, i partiti, i leader spirituali, le icone da questi generate, e − in genere − ognuno di noi che, in una specifica fase della propria esistenza, se ne faccia portatore. Ed è proprio per questi valori, per la loro portata ideale, che agiamo contro i nostri fratelli. Per il valore che riponiamo nelle nostre famiglie, i nostri primi stati domestici, ripudiamo la nostra stessa appartenenza.

È lecito chiedersi “quanto” valore ci sia nelle nostre esistenze e quindi quale prezzo si debba pagare per il loro mantenimento? Chi si sente appagato dalla verità ne paga un prezzo, ma non va con la verità; chi lotta per la pace lo fa distruggendo la pace. In genere chi si sacrifica per un valore, per il suo riconoscimento, muore nel nome di quel valore. La storia stessa ci dimostra come questa “dialettica paradossale”, questo sopra citato tranello esistenziale e patologico insito nella natura relazionale dell’essere umano, sia l’unica certezza condivisa. I corsi e ricorsi storici ci insegnano che l’essere umano ha dovuto pagare a caro prezzo una libertà limitata e che questa travagliata lotta non trova mai tregua, anzi essa si ripete, mettendo in discussione la validità dell’insegnamento storico e quindi la natura stessa dell’essere umano. L’animale razionale, homo sapiens sapiens, afferma la propria libertà d’esistenza eliminando tutti gli ostacoli che si interpongono tra lui e questa.  Se da un lato sembra che l’evoluzione della nostra specie abbia permesso una convivenza più pacifica, dall’altro le cronache di questi ultimi anni, giorni confermano il contrario. Il terrore inonda la nostra realtà, limitando in modo impressionante la nostra sfera privata, la nostra libertà di movimento, di scelta. Esso ci si presenta come un ritorno storico scomodo, foriero di ricordi e di modi di fare tipici dell’essere umano. L’aggettivo “umano” stesso inizia allora a barcollare nella sua accezione più pura. Non sappiamo ancora cosa voglia indicare. I valori sembrano trovare, in questa precisa fase storica, un valore nell’annullamento, della negazione della vita stessa. Si può lottare per la fede annullando la fiducia reciproca? Basterebbe in questo caso credere che il responsabile di questi orrori sia Dio stesso, nel paradosso, fautore di crimini perché assente.

Ci si chiede ancora se questa lotta per i valori abbia senso e se ci sia dato sapere per chi o per cosa si lotti. L’unica cosa importante sembra essere che questi valori ci siano, a prescindere da tutto, da tutti. L’emergenza di esprimere, imporre il proprio volere, la propria opinione per affermarsi, per dar fregio alla propria personalità, al proprio sistema di convinzioni ha sempre rappresentato un piccolo peccato di presunzione, connaturato alla natura umana. Basta guardare le enormi e infinite bacheche personali potenziate dai social: quanto è importante trovare appagamento attraverso l’approvazione dell’altro! Ci siamo però mai chiesti, dove abbiamo posizionato la nostra scala dei valori e dove essa ci faccia approdare? Ci siamo chiesti se abbiamo bisogno di questa scala?

Eppure noi educhiamo attraverso i valori, gli ideali che essi rappresentano. La cultura cui apparteniamo, alla quale facciamo appello nelle difficoltà di relazione, si rispecchia, riflette nei valori, in questi sostantivi totemistici. Quanta valenza avrebbero queste convenzioni senza la presenza e il sostegno della funzione linguistica, senza l’altro, senza la relazione? In una situazione specifica come la nostra, del qui e dell’ora, potrebbe risultare interessante coniare nuovi valori etici ai quali “sottostare” oppure accordarci. Troveremo così nuovamente spunti per cui varrebbe la pena uccidere il prossimo? Non è infatti un paradosso dire che per un valore tutti noi saremmo disposti ad uccidere.

Allora non esiste un valore universale e non ne “vale la pena” nemmeno crearne uno, nessuno o mille tra i tanti. È ora di cambiare, di cambiarci, di rinnovare. Trasvalutiamo e facciamo emergere i valori di fratellanza e uguaglianza per i quali sembra che il progresso sia nato nominalmente. Sembra uno slogan di carattere politico.

Quando mi trovo a parlare di valori con i ragazzi in classe − hanno circa 17 anni − devo per forza considerare il valore, la valuta, la moneta. Poi parlo di scambio, poi di rapporto-relazione e di beni, materiali ed immateriali. Molti ragazzi rispondono che con le monete giuste si può comprare tutto. Io li guardo attonito, rammaricato e credo che in fondo non hanno ancora ragione. Tiro fuori una moneta dalla tasca e anche se scelgo tra testa o croce, il numero, il valore su essa incisa non cambia. «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza». Il valore dell’individuo varia in base alla società, alla storia in cui la società sviluppa il suo cambiamento o lo ammutolisce.

Allora è proprio nei valori che bisogna custodire valore. È nell’alterità che il valore si riconosce come tale, nell’alterità di un valore non conosciuto ma riconosciuto. Ogni persona, cultura, nazione rappresenta e presenta un valore di diversità con il quale rapportarsi. Considerare queste diversità e rendere degno lo spazio dell’ascolto e della coesistenza è forse l’unico gesto che ci porterà alla condivisione più armoniosa. L’appartenenza è unica, l’essere umano è unico perché abitante di un unico spazio.

Raffaele Mirelli

NOTE: Quello del valore costituisce il nodo centrale del Festival di filosofia di Ischia La filosofia il Castello e la Torre nell’edizione 2017. Maggiori info qui.

[Immagine di Goomlab.it]

A che gioco stiamo giocando?

Leggere attentamente le istruzioni e seguire i seguenti passaggi. I giochi si compongono sempre così? Sorretti da regole, da istruzioni che appositamente leggiamo e cerchiamo di seguire per dar forma ad uno svago, ad un nostro bisogno di estraniarci e non pensare a ciò che sta fuori dal gioco. Entrare in una bolla ludica, ritagliarsi uno spazio, un mondo se vogliamo, per divertirci da soli o in compagnia.
Mi direte che queste sono le caratteristiche di un gioco da tavolo, una semplice descrizione di una pratica che si sta perdendo. Sono sempre di meno le persone che decidono di sedersi, magari proprio attorno ad un tavolo, condividendo questo processo che trova il suo senso nell’esecuzione e nella preparazione più che nelle soluzioni e nei risultati.

Il mio intento, però, è ben altro che la rievocazione nostalgica di questa pratica. Il problema − come ormai mi piace evidenziare riguardo ad ogni argomento − risiede in un luogo più profondo rispetto alla superficie associazionista della regola e del gioco da tavolo. Scomponiamo in fattori, dividiamo il materiale che abbiamo, compiamo proprio quell’operazione che non siamo abituati a compiere. Prendiamo le cose per come sono, le frasi per come sono state scritte e spesso non riusciamo a scoprirne i lati nascosti, le contraddizioni, i segreti di cui sono impregnate. Questo stesso testo ne può contenere, come ne contiene un indovinello che richiede un procedimento logico. Alcuni sono più capaci di risolvere tali quesiti, altri non riescono a modellare l’indovinello, a cambiarne la forma per risolverlo.

Prendiamo, per esempio, l’argomento del falsificazionismo di Popper, il quale afferma che «una teoria per essere scientifica deve correre il rischio di essere confutata». Avete compreso? La maggior parte di voi probabilmente no, io invece che studio filosofia so benissimo che cosa intende significare. Falso. Continuo a non cogliere in modo semplice ed immediato l’affermazione di Popper e non me ne vergogno, l’ho dovuta studiare ed approfondire ma non riesco ancora a coglierne quel lato segreto, celato di cui vi parlavo, come se fosse una logica non in linea con quelle che sono le mie procedure di ragionamento.

Vediamo le cose in un modo, il nostro modo, una nostra personale visione del mondo e ci riesce difficile l’esercizio di cogliere altri aspetti, le sfumature che non stanno nel nostro campo visivo. Il gioco di cui vi parlavo prima non si ferma a ciò che avete inteso precedentemente, chi in modo più ragionato e chi più superficialmente, non è una domanda sui giochi da tavolo o sul giocare, bensì riguarda IL gioco.
Ditemi, cari lettori, secondo voi a che gioco stiamo giocando? Cosa vediamo veramente di tutto quello che ci è offerto e non? Quando ci rechiamo in un ufficio per un colloquio di lavoro facciamo il gioco del dirigente e dell’azienda, quando andiamo a sostenere un esame all’università facciamo il gioco dell’università stessa e del professore che ci troviamo davanti, il tutto al fine di ottenere il risultato che vogliamo. Niente complottismo, nessuno potere forte da condannare, qui si chiamano in causa tutti i giocatori, tutte quelle persone che fanno parte di questi accordi segreti, quelle regole lette una volta nel foglietto illustrativo e poi acquisite e replicate attraverso la solita risposta sempre corretta. In questo modo va tutto bene, siamo tutti d’accordo e ogni accordo mira all’equilibrio, e tutto viene cullato da quest’armonia eletta da tutti. Questa è la pace, questo è il mondo che va bene e che vogliamo, che abbiamo costruito, quel sistema così perfetto da non volere falle, tanto che nessuno intende più vederle. A chi conviene veramente disfare questa struttura, questa rete di accordi subliminali? È conveniente abolire ciò che ci fa alzare la mattina, andare al lavoro o a scuola, arredare la casa con più ornamenti possibili, vestirsi come si vestono tutti quelli che condividono il tuo status, dire quelle cose ci gli altri si aspettano che tu dica? Perché uscire da tutto ciò? Per arrivare in cima bisogna prendere questa strada, non vorrete mica prendere il sentiero che non viene segnato sulla mappa?

Affidiamoci alla nostra mappa che non può mentirci, chi l’ha disegnata ha a cuore la nostra situazione e vuol farci arrivare in cima senza alcuna ripercussione. È il percorso che hanno preso tutti, che ci promette tanto spettacolo, e sono davvero tante le cose da vedere, così da dimenticarci della malsana idea di prendere il percorso alternativo; d’altronde che cosa poteva serbarci se non insicurezza e pericoli? Quindi non ha senso preoccuparsi, guardare soluzioni alternative, andare al di là di una semplice frase per com’è posta, non farebbe altro che sconvolgere gli equilibri che amiamo, ai quali siamo tanto attaccati. Non è nell’interesse di nessuno, è un compito troppo difficile, un bagaglio troppo pesante, un mondo troppo libero. Rintanati in questo pensiero, in queste righe così calde ed accoglienti per noi, quasi non dobbiamo aggiungere altro. Quasi. Questo dipende da noi. Questo dipende dal voler o meno una risposta la prossima volta che ci domanderemo: a che gioco stiamo giocando?

Alvise Gasparini

[Immagine tratta da Google Immagini]

Una pace in attesa di giustizia. Il referendum in Colombia

«Sogniamo che la Colombia sia un paese libero dove tutti abbiano gli stessi diritti e possano esprimersi liberamente, senza repressioni.»
Jaqueline, paramedico del blocco Jorge Briceño.

«In dieci anni abbiamo lavorato con le comunità e le famiglie dei guerriglieri e dei contadini. Abbiamo spiegato la situazione alla gente, li abbiamo aiutati ad andare avanti. Ritrovare le nostre famiglie sarà molto emozionante. Pensiamo tutti a quando rincontreremo la nostra famiglia.»
Xiomana Martínez, combattente del fronte Felipe Rincón delle Farc)1.

Queste erano alcune delle parole di speranza in Colombia. Lo storico accordo di pace tra il presidente Juan Manuel Santos e le Fuerzas Armadas Revolucionarias rappresentava la possibilità di concludere un conflitto durato 52 anni.

Il 50,2% dei votanti, tuttavia, ha scelto il voto del “senza giustizia non può esserci la pace”. Il fronte del “No”, capitanato da Alvaro Uribe, sostiene che la pace è l’obiettivo di tutti i colombiani, ma l’accordo necessita di alcune modifiche. Le questioni più controverse per l’opinione pubblica nazionale riguardano la partecipazione politica degli ex guerriglieri e la giustizia per i responsabili di crimini contro l’umanità.

L’esclusione dalla vita politica di una parte della società è stata una delle cause della guerra, ciononostante, la maggior parte della popolazione colombiana considera inaccettabile vedere gli ex guerriglieri in Parlamento, anziché nelle carceri.

Il referendum, così, sembra rappresentare una scelta tra pace o giustizia.

Eppure, la pace dovrebbe essere un diritto inalienabile dell’uomo. Come recita l’articolo 28 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo: «Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possono essere pienamente realizzati». Si tratta del superamento del concetto di pace kantiano, secondo cui la pace non è raggiunta da un equilibrio di forze, bensì da un’assenza delle stesse. Si giunge, così, all’individuazione di una pace positiva, seguendo la definizione di Norberto Bobbio, nella quale vi è un’effettiva preparazione alla pace, attraverso la costruzione di un sistema di istituzioni, relazioni e di politiche di cooperazione.

Come assicurare un progresso verso la pacificazione in Colombia?

Grazie al contributo del sociologo Galtung per la risoluzione dei conflitti, è possibile individuare tre stadi:

1. la riconciliazione, cioè il curare gli effetti della violenza passata;

2. la costruzione della pace, cioè lo studio e l’azione per prevenire la violenza futura;

3. la trasformazione del conflitto, cioè la ricerca di metodi per mitigarli.

Nella trasformazione del conflitto è opportuno introdurre l’aiuto ai contendenti a trovare soluzioni di mutuo beneficio. Le contraddizioni tra le parti possono essere superate attraverso la ricerca di obiettivi “sovraordinati”2.

La domanda cruciale da porsi in questo momento è: cosa accadrà ora? La Colombia riuscirà a sottrarsi ai cent’anni di solitudine e ad avere una seconda opportunità?

Jessica Genova

NOTE:
1. www. internazionale.it
2. J. Galtung, Theories of conflict. Definitions, dimensions, negations, formations, Columbia University, 1958; J. Galtung, Theories of Peace. A synthetic approach to peace thinking, 1967

[Immagine tratta da Google Immagini]

Vogliamo parlare di guerra? Eliminiamo ogni forma di finalismo: il punto di vista di Bobbio

È l’ormai lontano 1979 quando Norberto Bobbio, con lo scritto Il problema della guerra e le vie della pace, cerca di dimostrare con decisione l’insostenibilità di qualsiasi tipo di giustificazione della guerra. Con le sue pagine egli vuole affermare la necessità di un totale abbandono non solo di questa pratica, ma anche, in senso più generale, della violenza e di ogni suo tipo di manifestazione. Al centro della sua analisi vi è il fatto che gli armamenti delle varie potenze mondiali si sono sviluppati, durante il secolo scorso, fino a raggiungere un livello tale per cui, se si dovesse ricorrere al loro utilizzo, si potrebbe compromettere la stessa esistenza dell’uomo sulla terra. Un’affermazione di questo genere a molti potrebbe sembrare esagerata o addirittura infondata: è proprio questa la preoccupazione che tanto assilla Bobbio, ovvero la mancanza di una “coscienza atomica”. Il livello di sviluppo tecnico e militare a cui siamo giunti è in grado di esporci, infatti, alla possibilità di una guerra termonucleare, la quale, non potendo assolutamente essere paragonata alle guerre che finora si sono verificate, ci pone di fronte ad una vera “svolta storica”.

Perché una guerra di tal tipo è da considerare come una guerra nuova e dunque da rifiutare con assolutezza? A detta di Bobbio, non è affatto a causa dell’orrore: per lui, infatti, ogni guerra è orrenda; ogni guerra avrebbe dovuto, in passato, e dovrebbe, in futuro, essere condannata.

Le ragioni su cui si concentra il suo ragionamento ci conducono ad una riflessione molto più profonda. La guerra termonucleare, infatti, potrebbe mettere a repentaglio la vita e la storia intera dell’umanità, potrebbe distruggere tutto ciò che è esistente. Inoltre, la guerra termonucleare potrebbe non condurre a nessun tipo di risultato. Se lo scopo di ogni conflitto bellico è la vittoria (e il raggiungimento di tutti i vantaggi politici, economici e sociali che essa consente di ottenere), la guerra termonucleare, a differenza delle guerre passate, potrebbe invece non permettere una distinzione tra vincitori e vinti1.

Alla luce di queste considerazioni, mi chiedo e vi chiedo: possiamo rimanere indifferenti di fronte ad una tale eventualità? Possiamo pensarla con distacco o indifferenza? Io credo di no! Credo che ciò non sia possibile nemmeno per l’animo più bellicoso. Il motivo è semplice, ed è Bobbio stesso a suggerircelo: la possibilità di una guerra atomica ci costringe ad elaborare prima, e ad assumere poi, un nuovo e decisivo punto di vista storico: dovremmo eliminare dal nostro orizzonte di pensiero qualsiasi forma di finalismo. Ebbene sì, dovremmo spogliarci proprio di quel tipo di ragionamento che tanto caratterizza la nostra mentalità occidentale! Dovremmo imparare a vedere la storia dell’uomo non più come un processo inevitabile, connotato da un tendenziale miglioramento, ma come un susseguirsi di fatti sì inevitabile, ma sprovvisto di qualsiasi tipo di senso.

Di fronte a questo panorama, Bobbio propone un irrinunciabile atteggiamento di pacifismo attivo, il quale consisterebbe nel negare in modo totale ogni ricorso a conflitti armati, affermando così una profonda fiducia negli effetti pratici che possono discendere dall’utilizzo delle tecniche nonviolente. Questa soluzione vi lascia perplessi? Ebbene, la sensibilità disillusa di Bobbio è perfettamente cosciente della difficoltà di questo tipo di alternativa: egli infatti ritiene che essa si presenti ancora come (inaccettabilmente) distante dalla nostra realtà attuale, nella quale «l’etica dei politici è l’etica della potenza».

Ciò che gli preme di più, dunque, sembra essere l’indirizzarci ad una revisione del nostro modo di stare al mondo e del nostro modo di percepire e valutare ciò che quotidianamente ci potrebbe apparire come invece inafferrabile, come troppo grande rispetto alla nostra finitudine di singoli individui, e come troppo lontano dalla portata delle nostre decisioni ed azioni. Ciò che più conta sembra essere il gettare il seme, il delineare delle piste di lavoro, lo smuovere la sensibilità pubblica, nell’attesa, speranzosa e calma (ma non inerte) che le cose comincino a mutare dal loro profondo.

Ma le cose potranno cambiare davvero? Di fronte a ciò che quotidianamente accade nel mondo, possiamo dirci fiduciosi? Certamente ed innegabilmente, ritengo si imponga sempre più come necessaria, e con una certa fretta, una più profonda riflessione da parte di ciascuno di noi rispetto a queste tematiche; non soltanto per riscattarci dal punto di vista bobbiano secondo il quale «l’arma totale è arrivata troppo presto per la rozzezza dei nostri costumi, per la superficialità dei nostri giudizi morali, per la smoderatezza delle nostre ambizioni, per l’enormità delle ingiustizie di cui la maggior parte dell’umanità soffre non avendo altra scelta che la violenza e l’oppressione»; ma anche per prendere posizione di fronte al fatto che sebbene la guerra atomica sembri essere solo una mera possibilità “futuristica”, in realtà siamo tutti potenzialmente coinvolti e dunque tutti potenziali vittime, e questo, la Storia, non solo passata, ma anche presente, la quotidianità, ce lo hanno già dimostrato.

 Federica Bonisiol

NOTE:
1. Per non limitarsi al puro piano teorico, è Bobbio stesso che cita un esempio riguardante gli U.S.A.: «gli Stati Uniti potrebbero riprendersi in 5 anni se subissero un attacco con soli 10 milioni di vittime, mentre con un attacco massiccio che uccidesse 80 milioni di americani, la ripresa richiederebbe mezzo secolo». Queste stime sono risultate da studi antecedenti di vent’anni rispetto al saggio del 1979, e sebbene debbano essere prese in considerazione e ridimensionate alla luce del progresso tecnologico che sempre più ci impone i suoi tempestivi risultati, sono comunque utili per farci valutare il fenomeno della guerra atomica in modo più concreto.

BIBLIOGRAFIA:
Norberto Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, Il Mulino, 2009

Quando con l’amore l’indifferenza sfuma

A volte, trovo davvero bizzarro il modo in cui perfino la parola “amore” sia arrivata ad essere utilizzata in ogni tipo di contesto, senza dare troppo peso al valore e al significato che potrebbe avere in ognuno di questi.

Ormai, perfino l’amore è diventato oggetto di scambio, merce come qualsiasi altra merce, con la sola differenza che però, in amore si dovrebbe parlare più spesso di esseri umani, piuttosto che di cose.

Secondo Aristotele, siamo “animali sociali”, tuttavia credo che ognuno dovrebbe comprendere l’importanza di diventare, per poi essere, “animale amante”, dove questo participio ha la funzione di riprodurre mentalmente l’immagine di una capacità, di una potenzialità intrinseca alla natura umana, costituita da energia di carica positiva.

Il primo giorno dell’anno, sono rimasta piacevolmente commossa dalle parole usate da Papa Francesco: in questa giornata mondiale della Pace, egli invita tutti a combattere contro ogni tipo di schiavitù al fine di riuscire a diventare tutti fratelli. Un messaggio pieno d’amore, le cui parole hanno colpito il mio cuore.

Ecco cosa disse durante l’Angelus, qualche giorno fa:

“Io leggo lì: “La pace è sempre possibile”. Sempre è possibile la pace! Dobbiamo cercarla… E di là leggo: “Preghiera alla radice della pace”. La preghiera è proprio la radice della pace. La pace è sempre possibile e la nostra preghiera è alla radice della pace. La preghiera fa germogliare la pace. Oggi Giornata Mondiale della Pace, “Non più schiavi, ma fratelli”: ecco il Messaggio di questa Giornata.”

Soltanto un paio di giorni prima, aveva scritto, in un suo tweet: “Oggi si soffre per indigenza, ma anche per mancanza di amore”.

Pace ed amore vanno di pari passo, tanto che non è possibile amare in assenza di una certa predisposizione al bene e alla pace e vice versa.

Pertanto, secondo Tommaso d’Aquino , la pace non è solo frutto della giustizia la quale ha il compito di rimuovere ogni tipo di ostacolo (come è possibile leggere anche dal terzo articolo della Costituzione italiana, secondo la quale “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, […] impediscono il pieno sviluppo della persona umana”), ma essa è frutto dell’amore: «La pace, così come la gioia, è effetto dell’amore», scrisse San Tommaso.

A volte, temo proprio che sia la mancanza d’amore la più distruttiva patologia dei nostri giorni. Dalle forme più lievi, a quelle più laceranti e distruttive, ognuno di no ha, a modo suo, sofferto per una qualche mancanza d’amore. Le guerre ne sono l’esempio più devastante, malgrado troppo spesso ci limitiamo a leggerle tra le righe di un quotidiano o lo schermo di un televisore, senza sentirci direttamente partecipi, ma solo pubblico distante.

Penso tuttavia che sia possibile vivere questa nostra vulnerabilità, questo nostro bisogno d’amore, nei semplici gesti della quotidianità, in una parola non ascoltata, in uno sguardo non ricambiato, in una mano non accarezzata, nelle grida provenienti dal piano di sopra, in una lacrima che scende delicata dalla guancia rosea di un bambino.

A volte addirittura si cade nell’indifferenza, come se i sentimenti non esistessero, come se nasconderli fosse più facile.

A volte, anzi, di continuo, mi accorgo anche io di peccare di indifferenza. Quando sono presa dai mille viaggi in metropolitana, con la borsa che mi scende dalla spalla, la spesa dall’altra e l’ombrello inzuppato d’acqua, con le goccioline che mi bagnano le scarpe e inizio così a lamentarmi, perché niente sembra andare per il verso giusto. Mi accordo che pecchiamo di indifferenza quando vedo che in quella sorta di lungo corridoio, siamo tutti così distanti, così presi dalle nostre vite frenetiche, dai nostri piani per l’università o per il lavoro, le consegne, e altri su e giù in metropolitana, atri cambi, una mela al volo, un panino di fretta tra una lezione e l’altra, e la pioggia fitta fitta e pungente, che rende tutto più pesante e insopportabile.

Eppure, al contempo, siamo tutti fisicamente estremamente vicini.

Mille vite si sfiorano, senza mai toccarsi.

Di tanto in tanto, però, c’è qualcosa che cambia e che attira la mia attenzione.

Proprio prima di tornare in Italia, in uno dei miei ultimi tragitti in metro, due anziani signori, presumo marito e moglie, si tenevano la mano. Non era una stretta qualsiasi, ne percepivo la forza e il calore. Lui le bisbigliava continuamente qualcosa all’orecchio e all’improvviso, per prevenire gli urti e le cadute per una brusca frenata, lui ha stretto a sé la sua compagna. E sono diventati una cosa sola.

Nella loro semplicità, sono stati gesti bellissimi, di una delicatezza e tenerezza incredibile.

E sono state quelle carezze e quell’affetto a farmi capire che, in fondo, di amore ce n’è. E l’indifferenza sparisce.

Basterebbe fermarsi e vederlo.

Sara Roggi 

[immagini tratte da Google Immagini]