Tra ruolo sociale e intima volontà: il personaggio di Anne Elliot in Persuasione (2007)

Tratto dall’omonimo romanzo di Jane Austen, il film Persuasione (2007), diretto da Adrian Shergold, narra la vicenda di Anne Elliot, giovane figlia di Sir Walter Elliot, baronetto di Bath che ha dilapidato tutte le sue proprietà godendo di una vita troppo dispendiosa. Anne, costretta a lasciare la sua casa, rincontra per una serie di coincidenze un suo vecchio fidanzato, il capitano Wentworth, con cui non è giunta a nozze a causa dell’intromissione della sua famiglia. Otto anni prima, infatti, Anne non ha potuto adempiere al proprio desiderio di sposarsi per amore, perché il padre e la madrina, Lady Russel, non approvavano i natali del giovane. Di fatto l’intera vicenda ruota attorno alla figura della protagonista che, incapace di farsi valere, si lascia sfuggire un’occasione unica per i propri sentimenti, che la condanna a otto anni di pene d’amore. Con il tempo, tuttavia, Anne imparerà ad ascoltare di più il proprio cuore, ad essere risoluta e decisa in quello in cui crede.

Da questo punto di vista Anne diventa un po’ l’emblema della donna che lotta per non essere sottomessa, che, con la maturità, impara a non attenersi alle regole della convenienza sociale ottocentesca, che svalutano il valore femminile. Dolce e buona nei modi, incapace di far soffrire chi le sta attorno, solo alla fine della rappresentazione riesce a rifuggire le convenzioni e le etichette che impongono certi atteggiamenti ad una ragazza di alto lignaggio. Anne diventa così l’eroina di tutte, di coloro che desiderano affermarsi a discapito di un ambiente che le vuole incasellate in certe attività e dedicate alla cura del “focolare”. Vittima lei stessa del mondo in cui è cresciuta, il suo personaggio ci fa riflettere a fondo sulla necessità di non uniformarsi alla strada già segnata, prevista da altri, di seguire la propria intima volontà, anche quando chi è attorno a noi ripete incessante gli schemi precostituiti da generazioni. Come afferma infatti Jane Austen nel suo romanzo:

«Anne, con la sua raffinata intelligenza e la sua dolcezza, virtù che avrebbero dovuto collocarla molto in alto nella stima di chiunque fosse dotato di giudizio, non era nessuno né per il padre né per la sorella. La sua parola non aveva alcun valore, le sue esigenze erano sempre considerate poco importanti; era soltanto Anne»1..

Il suo temperamento remissivo, così come la sua condizione di donna, la portano a non essere tenuta in considerazione, a discapito della sua intelligenza e del suo buon cuore. L’eccessiva buona condotta, così come la dedizione assoluta all’altro, possono nuocere all’individuo, sembrano voler dire il nostro regista e la nostra scrittrice; è auspicabile aiutare la propria famiglia, essere devoti, ma la fermezza di carattere è necessaria per affermare l’io, in definitiva per crescere ed emanciparsi e creare una propria vita.

Se riflettiamo, anche ognuno di noi è in parte vittima di consuetudini che non riesce a soprassedere: dall’immagine banale, ma ancora viva oggi, di una donna che deve comunque interamente occuparsi delle faccende di casa, pur lavorando le stesse ore del partner, a quella di un uomo a cui è richiesta una gran carriera per sentirsi realizzato, alla necessità di coprire dei ruoli ben definiti, a seconda dell’ambiente da cui il singolo deriva.

Ancora oggi, sebbene con evidenti passi avanti rispetto ai secoli scorsi, permane comunque l’idea di una libertà condizionata per quanto concerne il ruolo che abbiamo all’interno di una famiglia, della società, del mondo. Tale ruolo, forse necessario per una definizione dell’io, non dovrebbe suscitare giudizi di valore sul singolo, o non essere così ricco di incrostazioni antiche, da cui l’individuo sente di non potersi in nessun modo liberare. Diamo spazio ai sentimenti e alla libertà di pensiero, dunque, perché ognuno ha il diritto di affermare la propria intima volontà.

 

Anna Tieppo

 

 

NOTE
1. tratto dall’omonimo romanzo di Jane Austen

 

[fermo immagine tratto dal film]

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Sensualità, frivolezza e modernità. Boldini a palazzo dei Diamanti

«Io sono un animale di lusso, il superfluo m’è necessario come il respiro»: questa la frase scelta per circondare le pareti della Sala 11 “La Diva” – dedicata all’irrinunciabile accessorio del guardaroba femminile, simbolo dell’eleganza appariscente da Belle Époque, il cappello – di Palazzo dei Diamanti a Ferrara che ospita fino al 2 giugno 2019 la mostra Boldini e la moda, organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dal Museo Giovanni Boldini. Una rassegna volta a raccontare l’affascinante legame tra Boldini (Ferrara, 31 dicembre 1842 – Parigi, 11 gennaio 1931) e la sua città natale e a ripercorrere l’evoluzione stilistica del pittore. Ordinata in sezioni tematiche, ciascuna corredata da citazioni di letterati che hanno contribuito a fare della moda un elemento fondante della modernità, da Baudelaire a D’Annunzio, da Proust a Wilde, con oltre centoventi opere – dipinti, disegni, incisioni di Boldini e di suoi colleghi, tra cui Degas, Manet, Sargent, e abiti d’epoca, accessori preziosi, libri – la mostra, un intreccio di arte, moda e letteratura, immerge lo spettatore nelle atmosfere raffinate e nell’elegante edonismo della metropoli parigina.

Nella seconda metà dell’Ottocento Parigi è la quintessenza della vita moderna, punto di riferimento per la letteratura e per l’arte, e il cui correlativo è la moda, cantata da Baudelaire per la sua bellezza transitoria e fuggitiva. «Pittore della donna moderna» ‒ secondo la definizione della rivista di moda «Femina» del 1909 – Boldini sa fissare nelle sue tele lo spirito della sua epoca, catturandone quel fascino passeggero, esuberante e voluttuosamente elegante, segnato anche dalla moda, attributo distintivo della sua ritrattistica. Il pittore ferrarese si distingue infatti per il ritratto di società, conferendo ai suoi modelli un’allure speciale e di sapore mondano a prescindere dal loro censo.

Il talento dell’artista eccelle in particolar modo nella raffigurazione dell’abito nero, simbolo di distinzione e di mistero, protagonista della moda maschile e femminile di quegli anni, come si vede ad esempio nel ritratto di Cecilia de Mandrazo Fortuny, sposa del pittore catalano Mariano Fortuny i Marsal e madre del pittore, scenografo e fotografo, Mariano Fortuny, stilista in voga della Belle Époque. L’abito nero ritorna anche nel ritratto dell’avvenente attrice di teatro Alice Regnault, L’amazzone, immortalata a cavallo al Bois de Boulogne con un trasgressivo vestito da amazzone, unico indumento femminile confezionato da sartorie maschili per permettere alle signore di cavalcare senza scoprire le gambe.

Con le trasformazioni sociali della seconda metà dell’Ottocento, l’eleganza non è più appannaggio esclusivo dell’aristocrazia ma segno distintivo delle classi sociali in ascesa e in cerca di affermazione. Per le donne poi la moda è un mezzo di espressione della propria personalità e simbolo delle convenzioni che scandiscono i vari momenti della vita, come nel caso di Isabel Archer, protagonista del Ritratto di signora (1880-1881) di Henry James, citato per racchiudere lo spirito della Sala 4 “Ritratto di signora” appunto: «So che gran parte di me è nei vestiti che scelgo e che indosso». Spesso molte giovani abbienti parigine, o che si recavano nella capitale francese per rinnovare il guardaroba dai grandi couturier, posavano per un ritratto, e Boldini, come Whistler e Sargent si distingue per i suoi ritratti a figura intera che esaltano la femminilità. È il caso della Signorina Concha de Ossa, esposto in occasione dell’Esposizione Universale del 1889, e il cui successo segnò l’affermazione ufficiale del pittore ferrarese.  

Sensibile ai continui cambiamenti del gusto nella moda femminile, Boldini emerge nella rappresentazione di figure in déshabillé, come nel caso della Signora in rosa sul divano: in un’atmosfera informale e di rilassatezza una signora è assopita tra i cuscini di un divano avvolta in una vestaglia o in un tea-gown, l’abito da tè usato per ricevere gli ospiti più intimi, bordato di pelliccia. Dopo il tramonto della crinolina, capo d’abbigliamento che esalta la silhouette e sollecita l’immaginazione degli artisti è il corsetto, vero oggetto di seduzione, come si vede nella tela di Paul Helleu, Elegante di spalle con corsetto: un’ignota modella è raffigurata di schiena, in un primo piano ravvicinato, nell’atto di sfilarsi il vestito lasciando così intravedere il corsetto, complice strategico dell’abbigliamento femminile del tempo.

Non solo «pittore della donna moderna», Boldini è anche l’artista di alcuni quadri emblematici, come i ritratti di Lady Colin Campbell, seduttiva e emancipata, dell’esteta e dandy Robert de Montesquiou, e dell’amico pittore James Whistler. Artista e modello, in questi casi, si riflettono in un gioco di specchi nel reciproco processo di auto-affermazione della propria immagine pubblica. Gertrud Elizabeth Blood (1857-1911), che con la sua richiesta di divorzio da Lord Colin Campbell denunciò l’ipocrisia e la doppiezza della società vittoriana, in una lettera al pittore ferrarese scrive: «Tutti i pittori a Londra sono sul chi vive per questo ritratto. È opinione generale che Boldini sia il solo che possa farlo. A noi due dunque!». Il committente sceglie quindi il pittore à la page per raggiungere un dato risultato stilistico e veicolare un particolare messaggio e l’artista sceglie determinati soggetti in base alla notorietà per accrescere la propria fama. Quanto al conte Robert de Motesquiou-Fézensac, Boldini lo conobbe nel 1890 nel momento in cui il dandy si apprestava a posare per Whistler, per due ritratti, uno in nero – oggi alla Frick Collection di New York – e uno in grigio, incompiuto. Da qui quindi il quadro di Boldini, che sembra aver realizzato, in una tela emblematica, l’impresa mancata di Whistler. Ed è proprio l’autore di Les hortensias bleus (1896) che nel primo numero della rivista di moda, lusso e high life, «Les Modes» nel 1901, inaugurando la serie dedicata ai Pittori della donna, definisce Boldini il ritrattista della Parisienne della Terza Repubblica, capace di catturare l’essenza della femminilità, come nel caso della tela, riprodotta sulla rivista, Madame R.L., dove un’anonima “professionista della bellezza” dell’alta società è ritratta seduta con tailleur da passeggio, cappello e parasole.

Artista della sofisticata élite cosmopolita che gravitava nei salotti parigini, del raffinato spirito aristocratico, dello snobismo e della mondanità – che qualche anno dopo Marcel Proust avrebbe raccontato in À la recherche du temps perdu – Boldini alla volta del primo decennio del Novecento diventa più audace, valorizzando l’avvenenza dei corpi, con movimenti serpentini, promuovendo un canone femminile slanciato e elegantemente nervoso. È il caso di Miss Bell, tela che incanta la Sala 9 “Il tempo della mondanità” dove campeggia una frase proustiana «La frivolezza di un’epoca, quando le son passati sopra dieci secoli, è degna della più seria erudizione»: identificata con l’attrice Jeanne Marie Bellon, la misteriosa figura è resa in modo vivace e disinvolto colta con un’inquadratura dall’alto verso il basso.

Durante gli anni antecedenti lo scoppio della prima guerra mondiale, Boldini registra il cambiamento nel gusto del vestire con abiti dalle linee più rigorose e dai tessuti più decorati e preziosi. Con la complicità di alcune personalità fuori dal comune, come la modella inglese Lina Bilitis e l’eccentrica marchesa Casati, vere icone di moda ante litteram, Boldini dà vita a una nuova iconografia muliebre, rappresentando una donna emancipata, fatale, da ammirare. Si pensi al quadro Lina Bilitis con due pechinesi, esposto al Salon du Champ de Mars del 1913, recensito anche da «Vogue America» per la capacità del pittore ferrarese nel rendere la lucentezza delle sete, nere e verdi, dell’abito, o alla tela La marchesa Luisa Casati con piume di pavone, che ritrae Luisa Adele Rosa Maria Amman, sposa del marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, da cui ottiene il divorzio, amica e amante di D’Annunzio, musa di Giacomo Balla e Man Ray. Donne dagli occhi grandi e dalle labbra languidamente socchiuse, in pose sensuali, che anticipano il cinema e la fotografia glamour degli anni Venti e Trenta, trovano già in Boldini uno dei maggiori interpreti di quella femminilità che ha caratterizzato un’epoca mitica.

 

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Rossella Farnese

 

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Balotelli, l’ultimo dei romantici

Ieri sera si è giocata Udinese Milan, prima da titolare nella sua nuova avventura al Milan per Mario Balotelli, figliol prodigo atterrato a Malpensa questa volta con l’etichetta di oggetto misterioso, e subito sotto, sulla confezione regalo, un’altra scritta che recitava “last chance”, con tanti saluti da Liverpool.

A Mario bastano però solo cinque minuti per riaccendere la luce sul palcoscenico della sua carriera. Punizione dai venti, venticinque metri. Rincorsa corta e destro potente a girare, con la palla che finisce la sua corsa nell’angolo alto alla destra di un Karnezis immobile.

Io non sto seguendo la partita e vedo il replay del goal su internet praticamente in diretta e mi chiedo: è questo un momento-Mario? È un (altro) punto di svolta nella breve ma già abbondantemente ondivaga carriera di Balo? Cosa significa questo bellissimo goal? È giunta finalmente la redenzione, la maturità personale e calcistica che tutti si aspettavano da lui? Oppure non significa niente e sarà solo un altro fuoco di paglia, con i giornali che si scaglieranno sulla prima bravata del numero 45, e l’inizio di una nuova stagione deludente e tormentata?

Queste domande me le sono fatte io ma penso se le facciano un po’ tutti gli amanti del calcio, tifosi milanisti in primis. Per me è stato un altro tassello della mia storia d’amore travagliata con Super Mario, sbocciata in tenera età -di entrambi- tifando Inter. Il gol all’Udinese è una rete da fuoriclasse (come si chiamavano una volta), di un fuoriclasse che spesso si dimentica di esserlo, per molti motivi difficili da rintracciare e spiegare compiutamente da gente che non abbia uno straccio di laurea in psicologia. E allora cosa è andato storto e cosa nel verso giusto nella carriera di un giocatore capace di far innamorare e farsi odiare in egual maniera? Un calciatore che al giorno d’oggi divide -in Italia sì, ma chiedete anche in Premier- come pochi altri. Ne faccio esperienza quasi quotidiana con i miei amici: chi lo incensa e chi lo definisce sopravvalutato, spesso per partito preso più che sulla base di dati oggettivi; e come in ogni storia di alti e bassi talvolta prevalgono gli uni, talaltra i secondi. Dipende da dove tira il vento e dove tira lui.

Ho scritto nel titolo che Balotelli è l’ultimo dei romantici e intendo sia in senso letterario che calcistico. Se la vita di Mario fosse un libro sarebbe sicuramente un Bildungroman (romanzo di formazione) di metà Ottocento, alla Foscolo o Goethe, bello lungo, nel quale però a metà racconto questa benedetta formazione non pare arrivare; o meglio sembra si arrivare ma non arriva mai.

Anche perché Mario a 25 anni di vite ne ha vissute già fin troppe: dall’affido alla famiglia Balotelli a Brescia da parte dei genitori ghanesi, alle giovanili nel Lumezzane e all’esordio in Seria A a 17 anni con l’Inter. Da lì non è più stato un giocatore normale. Grandissimo talento controbilanciato da problemi comportamentali dentro e fuori dal campo che dividono l’opinione pubblica. Mario è un caso quando subisce insulti razzisti dai tifosi, quando gioca male o quando reagisce a provocazioni in campo. I media contribuiscono montando storie su ogni cosa che lo riguardi. Diventa così ancora giovanissimo un’icona e uno dei personaggi più chiacchierati e discussi del panorama sportivo e non solo. Vive di alti e bassi, momenti esaltanti alternati a periodi bui e bravate, sempre puntualmente rinfacciategli da giornali e tifosi. Ma la storia di Mario è fatta di montagne russe, vittorie, fallimenti, grandi occasioni buttate e nuove occasioni da sfruttare. Per questo mi sento di paragonarlo all’archetipo dell’antieroe letterario, in balia della sua personalità contrastata, che rischia di oscurarne il talento, e delle alterne fortune. Romanzescamente fa’ fortuna, vince (Inter e Man City), ma poi cade e delude. C’è sempre chi è pronto a scaricarlo e chi a dargli una seconda possibilità.

In un calcio moderno di star e giocatori fisicamente perfetti, automi strapagati e duri da incrinare, Balotelli incarna il ruolo del giocatore-divo nella sua versione piena di contraddizioni, prima personali-caratteriali e dunque calcistiche. Coniuga le due facce della medaglia come pochi negli ultimi decenni. Rare volte si era vista una giovane promessa così frequentemente sul punto di esplodere, ma puntualmente tornata sui suoi passi. Un giocatore dal potenziale che a inizio carriera non si faticava a definire illimitato. E come tutte le cose vaghe e indefinite, come diceva Leopardi, questo eterno incompiuto ci stuzzica assai. Moltissimo si è scritto e detto sul talento inespresso e sulle potenzialità del giocatore Balotelli che andando avanti nella sua carriera è sempre più diventato un facile bersaglio se le cose andavano male e un nome da titolone in caso contrario. Romantico quindi perché in conflitto, con se stesso e col mondo; e perché anche il suo modo di giocare -da molti criticato soprattutto tatticamente- è prettamente figlio dell’emozione, della voglia di stupire e confermare prima di tutto a sé che non è un giocatore normale. Colpi estemporanei, imprevedibili e incalcolabili che stonano con i tatticismi ad oltranza odierni. Goal di stordente forza mista a bellezza: vedi i due contro la Germania nella semifinale degli Europei del 2012; altro momento-Mario, forse il punto più alto finora della carriera di Balotelli, e la sera nella quale ho pensato che si finalmente era arrivato il SUO turno. Lì doveva spiccare il volo, ma anche quel momento durò una notte.

Veniamo al problema di fondo che ci pone di fronte il ritorno di Balo al Milan, dopo un’annata molto deludente al Liverpool, e il suo primo goal in Seria A 2015/2016. Può Mario Balotelli, ultimo discendente della tradizione romantica trovare un suo posto nel mondo del pallone di oggi o rimarrà un anacronismo, un giocatore dalle gesta folgoranti, ma in definitiva impalpabile? E se un posto per lui c’è, e fidatevi che c’è, come fare per ottenerlo e tenerlo stretto. A parer mio Mario non può né dovrà rinnegare la sua natura, bensì bisognerà inserirlo in un contesto diverso, che lo protegga, valorizzando i suoi colpi all’interno di un sistema di gioco che non gli richieda di improvvisare sempre, ma senza negarglielo a prescindere. Lui deve solamente avere di nuovo voglia di dedicarsi al calcio e trovare costanza di rendimento e fiducia, tutto il resto viene dopo. Perché come disse un mio caro amico: “Non venitemi a dire che Balotelli è scarso”.

Io, comunque vada, continuerò a seguire le gesta di Mario sperando trovi finalmente la zolla giusta perché, in fin dei conti, che gusto c’è a stare dalla parte di chi vince sempre?

Tommaso Meo

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Emma – Jane Austen

Ogni romanziere sa che scrivere un libro è difficile, ma scrivere l’inizio lo è ancora di più; gli incipit dei romanzi di Jane Austen sono invece del tutto naturali e portano subito il lettore al centro della storia perché in realtà racchiudono così tanti indizi del libro da lasciare tutti a bocca aperta.

Bella, intelligente e ricca, con una dimora confortevole e un carattere felice, Emma Woodhouse sembra riunire in sé alcuni dei vantaggi migliori dell’esistenza; e aveva vissuto quasi ventun anni in questo mondo con scarsissime occasioni di dispiacere o dispetto”.

Scopriamo dunque già molto della protagonista –il suo aspetto e carattere, la sua condizione sociale, la sua età- ma soprattutto intuiamo che tutto il libro ruoterà attorno alle piccole beghe di una giovane donna che (probabilmente) si troverà finalmente a dover fare i conti con un po’ di dispiaceri e dispetti. Infatti è proprio così: le vicende si collocano nella tranquilla campagna di inizio Ottocento e nella sua piccola società, all’interno della quale l’autrice stessa viveva, e che è dunque capace di ritrarre con vividezza e grande acume, ma soprattutto con velata ma assai decisa ironia.emma-jane-austen

Ecco dunque che ci troviamo immersi nella vita di Emma e ci vengono via via introdotti tutti i caratteristici personaggi che la animano: da prima il rispettabile ma comicamente lamentoso padre, il signor Knightley, uomo deciso ed impegnato nella missione di smorzare la vanità della protagonista, così continuamente sollecitata dall’ammirazione di tutti, e poi ancora la giovane Harriet Smith, ragazza di ignoti natali e quindi di scarse pretese sociali, la quale però riesce involontariamente a suscitare su di sé l’interesse di Emma. La nostra eroina decide dunque di prenderla sotto la sua ala, ed essendosi congratulata con se stessa per (dubbi) meriti nell’essere riuscita a maritare la sua cara governante, la signorina Taylor (ora signora Weston) è ormai risoluta a combinare un matrimonio per Harriet.

Altri coloratissimi personaggi entrano progressivamente in scena, ciascuno dei quali capaci di strappare al lettore un sorriso e spesso un arricciamento di sopracciglia; molti di loro sono destinati a creare un certo scompiglio nella tranquilla comunità di Highbury, ognuno a modo suo: compare dapprima Jane Fairfax, una giovane da tutti ammirata ma misteriosamente riservata, poi la signora Elton, garbatamente insopportabile, infine il signor Frank Churchill, l’eroe tanto atteso ed universalmente ritenuto amabilissimo, eppure inconsapevolmente osservato con sospetto dal signor Knightley. Emma ha su tutti loro il suo ben deciso parere, una risolutezza che viene sempre messa in dubbio dalla vena ironica di cui la prosa di Jane Austen è pervasa: la protagonista infatti (e spesso insieme a lei anche il lettore) verrà puntualmente costretta a ricredersi, arrossendo ma sempre incapace di ammettere di aver preso vere e proprie cantonate, provocando la serie di equivoci tipica delle trame dell’autrice. Attraverso di essi il lettore può osservare la crescita psicologica di Emma, l’accortezza con cui impara a vedere il mondo e se stessa: il momento in cui decide di smettere di cercare di combinare il matrimonio di Harriet coincide infatti con la rivelazione del suo stesso cuore, da lei sempre trascurato nella sicurezza di essere sempre superiore a tutti i tormenti del comune essere umano.

Con questo libro si riscopre soprattutto il piacere della conversazione: il mondo di Jane Austen consiste infatti di piccole azioni ma di grandi conversazioni, è un mondo dove i dettagli non devono passare inosservati nemmeno al lettore. Nei dialoghi possiamo andare a caccia di verità nascoste, opinioni segrete celate in impercepibili termini e aggettivi scelti con cura, ma anche imparare quanto una conversazione sul niente possa diventare elaborata, quanto possa essere riempita di piccole e cerimoniose accortezze. Senza dubbio un mondo molto distante dal nostro, in cui comunicazione diretta e messaggi chiari vengono maggiormente apprezzati, tuttavia ci ricorda quanto può essere affascinante l’acume che può nascondersi in una normale conversazione.

Il lettore potrebbe scovare in questo romanzo una lunga serie di morali, nascoste tra le righe di brillante ironia uscite dalla penna dell’autrice, ma forse, la vera morale è che non ci sono morali né giudizi: averli è legittimo, ma attaccarsi ciecamente ad essi è presuntuoso, oltre che infinitamente sciocco.

Giorgia Favero

[immagini tratte da Google Immagini]

Il Positivismo

I cento anni che ci separano dall’inizio della prima guerra mondiale sono anche il secolo che ci divide da quella che può essere considerata la data di morte definitiva dell’Ottocento, il secolo nato con la rivoluzione francese. L’Ottocento fu infatti l’epoca del positivismo, corrente di pensiero nata nella prima metà del secolo che vedeva la scienza come una fonte di spiegazioni oggettive per ogni fenomeno naturale e sociale, e la storia come una crescita lineare verso il progresso e la ragione.

Questo orizzonte culturale ci appare oggi molto contraddittorio, il secolo XIX non fu solo quello che vide la caduta degli assolutismi monarchici, l’industrializzazione e la nascita del capitalismo: esso fu anche l’epoca del colonialismo sfrenato ed il periodo in cui nacquero il razzismo “scientifico” ed i nazionalismi che poi insanguinarono il Novecento. Non è un caso se in molti videro nel positivismo l’espressione ideologica con cui la borghesia capitalistica legittimava il proprio potere.

Filosofia e arte avevano già mostrato dagli anni ’60 dell’Ottocento questa sfiducia verso quelle che, già nel 1837, Leopardi aveva definito ironicamente “dell’umana gente le magnifiche sorti e progressive”. A partire da Baudelaire, simbolisti e decadentisti reagirono alla esaltazione della ragione e del progresso rifugiandosi in dimensioni fatte di pura estetica, nell’esplorazione del sogno e denunciando l’incapacità della scienza di penetrare nelle oscure profondità dell’animo umano.

In filosofia la critica più celebre agli eccessi della mentalità positivista è quella di Friedrich Nietzsche. Il pensatore tedesco fu tra i primi ad opporsi all’ideale di fiducia incrollabile nell’utilità della conoscenza e a biasimare coloro che si affidano con assoluta certezza alla scienza come se essa fosse una religione con i suoi dogmi. Egli, erede in questo del contemporaneo filosofo statunitense Ralph Waldo Emerson, affermò la necessità del prospettivismo, cioè di analizzare il mondo secondo  diverse prospettive, limitate e relative nello specifico ma preziose per una visione globale delle cose.

La fine del positivismo ottocentesco si ebbe con Freud, quando la scienza scoprì l’esistenza dell’inconscio nella psiche umana e l’uomo di scienza dovette accettare l’idea di non essere una creatura di pura ragione, e nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, dove gli ideali incontrastati di progresso si scontrarono con la dura realtà delle cose.

Il Novecento ci ha insegnato il pericolo insito nella cieca fede al progresso e nelle istituzioni, oggi sembra invece affermarsi la tendenza opposta. L’alba del ventunesimo secolo vede diffondersi in molti una sfiducia acritica e sistematica verso le istituzioni ed il sapere, spesso accomunate arbitrariamente come dei non ben definiti “poteri forti”, oscuri ed invincibili enti asserviti unicamente al capitale ed alla menzogna.

La storia e la filosofia ci insegnano però che, insieme al valore ed alla necessità di dubitare, è necessaria anche una certa fiducia nello sviluppo della scienza e del sapere umani. Fiducia che deve essere sempre messe al vaglio dell’etica: coloro che si dedicano alla scienza, alla filosofia ed alle lettere non devono mai credersi in pace, ma possono, e devono, porre costantemente in dubbio ciò in cui credono senza però cadere nello scetticismo sistematico. Come non è vero che il passare del tempo è una gloriosa ascesa del progresso, così non tutto è destinato a rimanere sempre uguale senza che nulla possa cambiare.

Dubbio e fiducia sono due facce di una stessa medaglia posta in mezzo ai due estremi che sono la sfiducia sistematica e l’accettazione fideistica. E, come diceva già Aristotele, la virtù sta nel mezzo.

Umberto Mistruzzi 

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