Essere felici in un mondo assurdo e senza Dio: la prospettiva di Camus

Camus è tra gli autori francesi più letti al mondo, una fama ben meritata vista la profondità intellettuale delle sue opere. Il suo percorso si snoda tra l’infanzia vissuta in povertà in Algeria e il clima metropolitano di Parigi, dove si confronterà con la cultura filosofica del suo tempo, in particolare con Sartre, massimo esponente dell’esistenzialismo francese. È sul senso del corpo concepito come limite che si misura la distanza tra Camus e gli esistenzialisti. Per Camus, il corpo rappresenta il luogo in cui nasce il conflitto dell’uomo, tra la felicità ottenuta attraverso la bellezza e il dovere di essere felici in un mondo senza Dio.

L’uomo fin dall’antichità ha ricercato il principio primo del suo essere e della sua iniziale condizione di non esistenza, poiché in quanto creatura finita avvertiva il bisogno di giustificare il suo esistere. La morte non può essere prevista dagli uomini, i quali hanno davanti a sé due strade: cercare una giustificazione al divenire o rassegnarsi all’assurdo. Il divenire risulta angosciante se non si introduce una condizione positiva, ma porre Dio come condizione di esistenza e di non esistenza, comporta un problema: per chi non riesce a compiere il salto nella fede, è impossibile conciliare l’idea di un Dio perfetto, onnipotente, onnisciente e buono, con lo stato di assurdità in cui versa il mondo.

Un giudizio semplicistico che circola su Camus è che fosse ateo; sarebbe tuttavia più corretto definirlo un semplice non credente, uno che pur non avendo fede, non nega perentoriamente l’esistenza di Dio.
Essere non credente non equivale per Camus ad essere indifferente ai problemi religiosi. L’esperienza della fede gli era estranea e lui non fece altro che collocare il proprio pensiero fuori da essa. Ma come vivere fuori dalla fede? Contemplando l’universo senza cercarne la chiave in un essere trascendente e riflettendo su come condurre una vita senza Dio, rinunciando alla serenità che la fede fornisce mediante la speranza di una vita eterna e guardando lucidamente al nostro destino mortale.

A Dio non è imputata la colpa del male che pervade il mondo, il male proviene da un’insensatezza metafisica necessaria all’umanità affinché possa prendere coscienza dell’assurdo. La felicità può essere raggiunta attraverso l’appropriazione della propria vita con la consapevolezza di non poter ambire ad un miglioramento della stessa, ma di essere accomunati con l’intera umanità dal medesimo destino. Gli esseri umani devono imparare a convivere con l’assurdo e questo potrebbe far pensare che tale convivenza debba essere di tipo passivo, occorre invece, che l’uomo si muova all’interno dell’assurdo inaugurando una lotta contro qualcosa che è molto più grande di lui ed è per questo che Sisifo rappresenta l’esempio da seguire, poiché vive consapevolmente la sua condizione.

Il mito di Sisifo è lo scritto in cui Camus espone la teoria dell’assurdo partendo dall’analisi del suicidio, come ciò che interrompe il rapporto tra uomo e mondo, senza risolvere il problema dell’assurdo. Il rapporto con l’assurdità, va dunque affrontato diversamente: cosciente dei propri limiti, l’uomo non deve uscire dal gioco, ma resistere e deve farlo senza rassegnazione, proprio come Sisifo, condannato dagli Déi a portare sulle spalle un pesante masso sulla sommità della montagna, il quale però ogni volta che tocca la cima rotola perennemente giù, costringendolo a ripetere in eterno lo sforzo.

Sisifo, però, accoglie il suo destino e lotta contro la passiva accettazione, considerando il macigno sulle sue spalle parte integrante del suo esistere, traendo dalla sua condizione la forma più autentica della felicità.
La rivolta contro l’assurdo è inizialmente solitaria, ma quando si giunge alla consapevolezza di essere tutti accomunati dal medesimo destino, diventa solidale.

La rivolta collettiva rappresenta il culmine del pensiero camusiano e nasce dalla comprensione che l’assurdo sia di tutti. Ma solo attraverso la rivolta, mai distruttiva o autodistruttiva, è possibile limitare gli effetti del male e, dunque, pur non potendo ambire ad un miglioramento della propria condizione, è possibile appropriarsi della propria vita.

Il male non ha una giustificazione logica se si crede nell’esistenza di Dio; un Dio che non possa evitare l’assurdo, è un Dio su cui Camus non si sente di scommettere. Tuttavia, non è altrettanto concepibile un assurdo che sia meramente contingente, poiché è comunque necessario che abbia una giustificazione, che Camus individua nel male, insito nella radice delle cose stesse. Questa esigenza di ricercare un principio metafisico come giustificazione all’assurdo, fa sì che Camus possa respingere l’etichetta di ateo in senso stretto.
È sconvolgente quanto sia importante recuperare il pensiero di Camus in un mondo come il nostro, caratterizzato dall’individualismo e da una quasi assenza di Dio nella vita comune e ricercare una propria dimensione morale e allo stesso tempo collettiva e condivisa, che possa portarci a vivere e non semplicemente a sopravvivere, ad essere e non semplicemente ad esistere, in una delle epoche più “assurde” in cui potessimo essere gettati.

 

Federica Parisi

 

Federica Parisi, classe 1991, ha conseguito la laurea in Filosofia e si è specializzata in Scienze filosofiche, presso l’Università degli studi Roma Tre. I suoi principali campi d’interesse riguardano la Filosofia morale e la Filosofia delle religioni. È inoltre una grande appassionata d’arte e letteratura.

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La filosofia della perla

La perla, che stranissimo elemento marino. Quanti conoscono la sua vera natura? Essa è un elemento duplice: nasconde ed è a sua volta nascosto. È contenitore e contenuto, custodisce ed è custodito. La perla, infatti, è il prodotto di reazione all’intrusione di un primitivo, semplice granello di sabbia, attorno al quale si formano strati di madreperla che lentamente, ma inesorabilmente, inglobano e isolano il granello allo scopo di proteggere la conchiglia. Di esso alla fine non si sa più nulla: il granello scompare alla vista, ma sopravvive tenacemente sotto molteplici sfere di pregiato materiale multicolore. Senza quell’intruso, questo “tesoro” di inestimabile valore non sarebbe mai stato generato. E non solo. Dalle caratteristiche di quel minuscolo granello, dipenderanno poi forma, dimensioni, peculiarità della futura perla.

Tentiamo ora un parallelo tra essa e la natura umana. Supponiamo per un attimo che la perla corrisponda alla vera natura del Sé, al nostro Io più profondo, quello che proteggiamo tenacemente. Entrambe sono accessibili solo a fatica, poiché le valve della conchiglia esercitano una fortissima resistenza; allo stesso modo le valve della nostra rassicurante ordinarietà, delle nostre certezze tendono a proteggere l’Io da tutto ciò che è altro. Ma se nella conchiglia la perla ha avuto origine proprio dall’interazione con un elemento estraneo, il medesimo processo non potrebbe valere anche per il nostro Io? La perla-Io non si impreziosisce forse grazie a strati di incontri, contrasti,  interazioni, simbiosi con ciò che è altro da noi?

Come insegnano anche i miti dell’antichità, siamo esseri incompleti. La nostra bellezza sta proprio nella capacità di aprirci e permettere all’elemento estraneo di modificarci. Penso al mito dell’androgino che Aristofane narra nel Simposio di Platone. Agli albori del tempo, oltre al sesso maschile e a quello femminile, esisteva il sesso androgino, proprio di esseri che avevano in comune caratteristiche maschili e femminili. Tutti questi individui erano di forma completamente rotonda, con quattro braccia, quattro gambe, un’unica testa con due facce opposte l’una all’altra, dotati di grande abilità motoria. Un giorno vollero sfidare gli Dei, ribellandosi a Zeus. Questi però rispose dividendoli in due esatte metà in modo tale da renderli più deboli e più numerosi. In questo modo ridimensionava la loro bramosia e al tempo stesso raddoppiava il numero dei suoi servi.

Ma le conseguenze di questa separazione forse neppure Zeus le aveva previste. Da un essere unico, completo e appagato si formò una diade, dove ciascun elemento si sentiva incompleto, sperduto e solo. Da quel momento questi esseri ricercarono la parte mancante di sé. Avvertivano l’impellente necessità di ritrovare quell’antica unità, quella completezza perduta.

Platone sostiene che l’elemento che spinge alla ricerca è l’Eros, l’Amore, anch’esso di duplice natura, non a caso! È un essere intermedio tra Dio e l’uomo. Un demone. È il desiderio di armonia, la voglia di restaurare l’antica natura, di ricostituire l’originaria interezza. Tutta la nostra vita è in qualche modo segnata da quell’antico, se pur immaginario, evento di separazione di androgino; ognuno di noi sente la necessità di unirsi a qualcuno, di ricercare l’altro, ma al contempo di proteggere la propria individualità, di rinchiudersi all’interno della conchiglia. Spesso per paura dell’ondata improvvisa, preferiamo aggrapparci tenacemente allo scoglio di ciò che è noto e che ci conforta, rinunciando più o meno consapevolmente al raggiungimento di appaganti sintesi.

D’altra parte sono convinta che una totale unilateralità non sia ipotizzabile. Concepiremmo il nostro vivere come puro e libero scorrere? Se scivolassimo liberamente come fanno i torrenti per raggiungere il mare, non desidereremmo per un po’ di tempo essere anche contenuti? E il mare e le infinite vie che ad esso conducono, non sono forse anch’essi in parte contenitori?

Il contrasto, la diversità, nel mio modo di vedere, non sono sinonimo di negatività, di annullamento, bensì di movimento, di vita. L’apertura a ciò che è altro da noi, origina un contrasto reale, vivente che di negativo non ha nulla all’infuori del giudizio che ne dà l’uomo, costantemente sottomesso alle sue categorie mentali di chiusura e delimitazione. Siamo esseri duplici, siamo esseri multicolori. Perché opporci, allora? Perché combattere questa verità cercando di appianare laddove c’è contrasto?

Che sfida. Avete presente le arpe eoliche? Differenti corde unite dalla carezza del vento. E la musica che emanano non è forse la più armoniosa del mondo?

 

Erica Pradal

 

Erica Pradal ha 46 anni e vive a Barbisano di Pieve di Soligo (TV). Laureata in Filosofia, insegna Lettere alla Scuola Secondaria di 1° grado. Da sempre coltiva la passione per la lettura espressiva e soprattutto per la scrittura, che nel tempo ha preso diverse forme. Una tra queste è stata la collaborazione nel 2018 con il settimanale L’Azione, scrivendo articoli di approfondimento sul mondo della scuola, nella rubrica ‘La Sosta’.

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Alex De Large ossia l’uomo roussoniano prima dei vincoli imposti dalla società

Spesso ci si interroga sull’origine delle leggi, se esse siano effettivamente efficaci e sul perché bisogni sottoporvisi. Ne discusse Platone sino ad arrivare a Rousseau e tuttora il dibattito è aperto. Oggi di fronte alla attuale situazione sociale ci si chiede come uno Stato dovrebbe comportarsi o perché un cittadino debba sottopormi a leggi anche quando sembrano minare la mia libertà e la mia possibilità di scelta. Difficile poter dare una risposta date le variabili infinite che si possono considerare.

Le leggi per Platone ne La Repubblica sembrano essere necessarie per il benessere dello Stato e per evitare che esso collassi sotto rivolte e repressioni. L’accento non è ancora posto sul singolo cittadino, ma il singolo è preso in analisi all’interno della società di cui fa parte. Con Rousseau chi viene messo al centro della discussione è l’uomo, il singolo cittadino. Nel Discorso sull’Ineguaglianza Rousseau descrive il momento storico in cui il singolo viene strappato dal suo Stato di natura e gli vengono imposti dei vincoli. La domanda sorge spontanea: l’uomo ha una natura buona se riesce a vivere nello Stato di natura senza autodistruggersi e distruggere gli altri?

Il romanzo di Anthony Burgess, Arancia Meccanica, e il successivo adattamento cinematografico diretto da Stanley Kubrick ci mostrano che l’uomo non è per natura buono, ma che, al contrario, ha bisogno di leggi che lo limitino. Allo stesso tempo è efficacemente dimostrato dalla sorte del protagonista quanto sia fondamentale per ogni uomo continuare ad avere la possibilità di scegliere. La scelta implica un’azione e l’agire dell’uomo deve essere guidato da leggi di riferimento dal momento che l’uomo ha degli istinti naturali di sopraffazione. L’uomo, quindi, può essere libero di agire solo all’interno del sistema di leggi a cui sceglie di sottoporsi.

Alex De Large vive in una Londra distopica dove si è affermato un governo violento e si è declinata conseguenzialmente una società che lo rispecchia. Regna il caos sin dalla prima inquadratura. Alex rappresenta l’uomo nel suo stato naturale, lo stato in cui verserebbe se la società non gli avesse imposto dei processi civilizzanti; compie atti violenti e non sa porre freno ai suoi impulsi. Venendo imprigionato per uno dei suoi crimini si assiste, attraverso un primo piano spiazzante, ad un Alex costretto alla conversione: viene, infatti, costretto a leggere i Testi Sacri. Emblematicamente Alex viene fatto venire a contatto con la religione la quale, simbolicamente, dovrebbe rendere sudditi di una legge eterna gli uomini. Il nodo cruciale è che il protagonista, solo attraverso torture immani sia psicologiche che fisiche, viene addomesticato ad odiare la violenza: non cambia la sua natura, semplicemente attraverso il terrore del dolore che potrebbe provocargli il commettere atti violenti preferisce non agire. Alex non ha possibilità di scelta. Il suo è uno sguardo vuoto e davanti ad esso dovremmo rabbrividire, ma siamo portati a simpatizzare nei suoi confronti. Alex è un monito: è l’immagine di ogni uomo.

Kubrick nella scena finale ci pone dinanzi un dilemma: l’omologazione e la privazione della scelta attraverso atti violenti da parte dello Stato possono essere una via d’uscita per abolire la disubbidienza civile? La risposta la si ha nell’ultima scena: Alex riprende lo sguardo dell’inquadratura iniziale del film: neanche la tortura è riuscita a cambiare l’indole umana. L’indole umana solo attraverso leggi può essere civilizzata e la civilizzazione non deve creare una società di arance meccaniche, ma dei cittadini consapevoli; terrore e sopraffazione creano automi, uomini privi di umanità.

Il capolavoro di Kubrick trova il suo punto di forza nella geniale sceneggiatura, scritta dall’autore dell’omonimo romanzo, e nella scelta delle inquadrature: la gran parte sono puntate sugli occhi dei protagonisti specchio della loro impersonalità che è il prodotto di una società che li ha creati non educati.Questo pezzo di storia del cinema è il nostro specchio, posti dinanzi al nostro riflesso dobbiamo chiederci: è questo ciò che potremmo diventare? Le risposte sono molteplici e si devono cercare senz’altro alternative che ci portino a rivalutare e soprattutto a riflettere su ciò che vogliamo essere.

 

Francesca Peluso

 

[In copertina un fotogramma del film Arancia meccanica]

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Il conflitto artistico presidia la democrazia: la tesi di Chantal Mouffe

Affermare l’inscindibilità tra arte e politica equivale a ristabilire il ruolo dell’artista o quello della critica, non come svenevoli strumenti per fare esperienze estetizzanti, ma per restituire il senso più alto dell’attivazione di una cittadinanza sveglia e qualificata. Una cittadinanza che invita a interpretare gli uomini, a stabilire legami e a far sorgere dubbi. In questo modo diventa indubbio che sia un “atto politico”, tutto ciò che crea un’immagine alternativa del sé o del collettivo.  

Nel tentativo di inchiodare il potere alla verità, una questione urgente anche se trascurata nel dibattito sull’arte contemporanea è quella che cerca di capire i modi tramite i quali il capitalismo cattura e poi fagocita la produzione culturale. I critici d’arte difficilmente affrontano la questione in questi termini. Tuttavia è vero che c’è chi cerca di coniugare libertà espressiva e industria creativa ideando strumenti teorici e pratici atti alla trasformazione radicale del presente. Le loro teorie, derivate da specifici approcci politici, sono interessanti perché leggono la produzione artistica come metafora dei rapporti sociali. Dalle loro riflessioni emerge chiaramente una premessa necessaria: l’immagine è una questione molto complessa. Vero e proprio terreno minato, il visivo è materia difficile da trattare, perché ci impedisce di usare il termine cultura in un unico modo, dal significato valido universalmente. C’è chi ad esempio, s’impegna nello studio sul contemporaneo puntando il dito contro il suo aspetto materialistico e il suo essere risorsa positiva del paradigma di produzione postfordista.

Tra i politologi, alcuni vedono l’arte contemporanea come prodotto di una serie di pratiche che stabiliscono norme e si appoggiano a quel capitalismo cognitivo la cui ricchezza si basa su elementi difficili da misurare. È qui che si colloca la politologa Chantal Mouffe quando afferma la necessità di accettare l’aspetto agonistico e conflittuale della democrazia, invitandoci a respingere l’assunto secondo il quale non ci sono alternative. Le alternative in realtà ci sono, ma implicano una riattivazione del conflitto come condizione reale di una democrazia vibrante. Insomma, nell’ambito di un capitalismo che ha fame di simboli e d’immagini, l’autrice dell’interessante saggio Il conflitto democratico pensa che le pratiche artistiche possano assumere una funzione critica, creando e promuovendo spazi pubblici agonistici in grado di attuare alternative all’ordine egemonico. Dimostrando che se non può essere estirpata, questa egemonia può comunque essere messa in dubbio producendo mondi che quell’ordine non ha previsto. L’arte insomma può destabilizzare il conflitto quando favorisce forme di identificazione alternative da intendere come forma di resistenza. Quando cioè l’arte svolge tale operazione proprio nella dimensione più politica che è quella pubblica e si colloca in una dimensione diffusa, compie il suo atto critico più perfetto che è quello di coinvolgere invece di preoccuparsi del mercato. Una dimensione nella quale diventa obsoleta la classica figura dell’artista perché è significativo solo ciò che allarga il campo dell’intervento artistico. Uno spazio non interessato al consenso proprio perché crea sempre nuove soggettività con proposte artistiche da vivere e non da consumare. Proposte contro identità date per scontate, contrapposte alle reazioni prevedibili e ai sentimenti standardizzati. Vere e proprie forme critiche nel contesto di lotte contro egemoniche più ampie.

È così che il progetto di artisti come Alfredo Jaar per la città svedese di Skoghall nel 2000 o quello per New York dell’artista belga Olafur Eliasson nel 2008, diventano espressione del come si risvegli la consapevolezza e si raggiunga la dimensione affettiva con pratiche che inducono le persone ad agire. Nella città svedese, famosa per la produzione di carta ma disinteressata all’arte, l’artista cileno progetta una Konsthall dove organizza una mostra che il giorno dopo non sarà più visibile. L’edificio ridotto in cenere, aveva solo il compito di sensibilizzare e stimolarne il desiderio. La presenza e subito dopo la mancanza di un museo puntava cioè ad incitare il bisogno culturale che poi effettivamente si realizza.  Anche le quattro cascate che scrosciavano in pieno East River a New York (Waterfalls) di Olafur Eliasson avevano il compito di inserire i corpi in un’esperienza inedita. Le cascate non servivano per portare la natura in città quanto per dire che esserci fa sempre la differenza.

Se ci accorgiamo di avere un corpo e sentiamo di far parte di uno spazio allora il corpo attiverà la percezione di sé e svilupperà un senso nuovo: quello delle conseguenze del suo essere lì. L’obiettivo in entrambi i casi è quello di suscitare l’ascolto della propria creatività e rendere visibile ciò che il consenso tende ad oscurare. Dando voce a ciò che è tenuto in silenzio, l’arte ha liberato nuove soggettività e assecondato l’auspicabile approccio agonistico contro identità già delineate e desideri già previsti. La dimensione critica più importante si è manifestata proprio in questo loro mappare le emozioni e turbare il senso comune con pratiche che hanno smosso affetti e indotto democraticamente, le persone ad agire.

 

Matilde Puleo

Matilde Puleo è storica e critica d’arte, curatrice, organizzatrice di eventi culturali e docente. Ha collaborato con riviste di settore e scrive regolarmente di arti visive e cultura. Collaboratrice di alcune gallerie private e istituzioni museali, nel 2006 ha istituito un’associazione culturale per la quale ha curato la direzione artistica promuovendo progetti d’arte in spazi pubblici. Dal 2008 al 2014 è Indipendent Curator per www.megamega.it nel quale ha promosso l’attività formativo-espositiva dei giovani artisti del territorio. Ha scritto numerosi testi per libri e cataloghi ed ha collaborato con l’Università degli studi di Siena, per l’insegnamento di storia dell’arte contemporanea. Dal 2002 è giornalista per la rivista cartacea Espoarte e collaboratrice free-lance per alcune riviste on-line.

[L’immagine di copertina ritrae l’opera di Olafur Eliasson Waterfall a Londra, fonte Evening Standard standard.co.uk]

Felicità: un pacifico conflitto

L’uomo desidera instancabilmente vivere in uno stato di pace, di quieta felicità: una necessità che trova le più sublimi forme di espressione nel periodo del Romanticismo. Afferma infatti Schlegel nel Corso di letteratura drammatica: «la poesia degli Antichi era quella del godimento, la nostra è quella del desiderio». Tuttavia, ricercando la felicità, l’uomo sperimenta l’amarezza del contrasto tra la tensione verso l’infinito e la limitatezza delle facoltà umane, qualità che rispecchiano il dualismo della sua complessa natura: «I Moderni hanno il profondo sentimento d’una interna disunione, d’una doppia natura nell’uomo […] I Moderni, il cui pensiero si lancia verso l’infinito, non possono mai compiutamente soddisfare se stessi, e rimane alle loro opere più sublimi un non so che d’imperfetto». Dunque il raggiungimento della felicità, intesa come pace e pienezza, si rivela impossibile, poiché richiederebbe l’annullamento o la trascendenza della natura umana: condizione di cui possiamo trovare una buona rappresentazione, inoltre, nelle funzioni matematiche, delle quali vengono studiati i “limiti” mentre tendono, continue, all’infinito.

Un grande esempio di animo inquieto, che si sforzò con la sua arte di superare i limiti umani fu Michelangelo: l’ansioso desiderio di rendere concreta la perfezione ideale esistente nella sua mente, la struggente insoddisfazione dei risultati ottenuti, il rifiuto dei propri limiti espresso con il “non finito” delle opere tarde rivelano la sete di assoluto dell’uomo, condannato, per la sua “doppia natura” appunto, ad avvicinarvisi senza poterlo tastare. Egli ne resta separato, come da un muro di vetro attraverso il quale traspare quella luminosa bellezza, e ciò nonostante non cessa di desiderarlo, poiché riconosce in esso il riflesso di una parte di sé.

Forse allora la felicità non può essere raggiunta con l’impotente rassegnazione di fronte ai limiti umani (“chi si accontenta, gode”), come nemmeno con la titanica impresa del loro superamento, che porterebbe unicamente ad amare delusioni. Al contrario, la convivenza della sfera spirituale con quella corporea, elementi essenziali di un uomo che possiede “celesti doti” (Foscolo, Dei Sepolcri) e si trova costretto in una realtà materiale, genera un’inquietudine che è la forza creatrice dell’essere umano, è il suo libero arbitrio nel bene e nel male; ed egli, assecondando la spontaneità, la genuinità e l’intrepidezza di questo stato d’animo, tocca le vette più alte della propria realizzazione. Dunque, nel rendere concrete queste inclinazioni naturali consiste la felicità: non nell’“atarassìa”, una condizione di pace e di soddisfazione duratura, ma nella via, lieta e tormentata, che vi conduce senza mai definitivamente approdarvi, poiché questo è lo stato più affine alla natura dell’animo umano. Infatti, anziché identificare l’obiettivo raggiunto con un desiderabile locus amœnus e tollerare con sofferenza il percorso ancora immaturo, è molto più fruttuoso compiacersi in quell’equilibrio dinamico, vitale ed inquieto, che caratterizza uno spirito intraprendente e nel contempo disponibile ad essere dominato da irrisolvibili contrasti.

La grande impresa dell’uomo consiste quindi nel conciliare queste due nature e nel trasformare il conflitto esistente tra esse nell’umana energia creatrice. In questo si cimentano agli artisti, poiché essi danno espressione alla spiritualità umana attraverso le forme concrete dell’arte: «la loro poesia aspira di continuo a conciliare, ad unire intimamente i due mondi, fra’ quali ci sentiamo divisi, quello de’ sensi e quello dell’anima […]. In una parola, essa dà anima alle sensazioni, corpo al pensiero» scrive ancora Schlegel. Ma in modo ancor più intimo e particolare, questo contrasto tocca i musicisti: la musica è una realtà di molto superiore a quella dell’uomo, perché è così viva, penetrante e allo stesso tempo sfuggente e trascendente, come una Musa che degni della sua ispirazione solo gli uomini che nel modo più sublime la invocano; e il tentativo di gestirla non può che generare paura, senso di vulnerabilità: la mobilità che mette in contatto la debolezza umana con l’immensità dell’arte. Infatti, se l’uomo fosse della stessa natura della musica, questa non susciterebbe emozioni, non eleverebbe gli animi ad uno stato superiore, perché diventerebbe parte del gran numero di fenomeni che l’uomo ha creato e ha imparato a controllare con le proprie facoltà; e gli artisti non sarebbero più i «custodi della bellezza del mondo» (Paolo VI). Così, si risvegliano le creature infernali al suono della cetra di Orfeo, e rivive Euridice grazie all’amore espresso con quell’arte purissima.

La musica allora assicura il contatto con la felicità: un susseguirsi di istanti, rarefatti ma profondamente eterni, in cui l’anima viene immersa in una dimensione dolcemente celeste. L’artista si nutre di questi momenti preziosi, in cui l’intensità dell’emozione ferisce i limiti umani e dona loro straordinaria sensibilità, in modo che attraverso queste ferite fluisca, pura, la musica. Ricercare come incatenati respiro in una simile esperienza; lasciarsi trasportare dalla forza libera della musica: un incessante contrasto di stati d’animo, che soddisfa proprio perché carica di tensione irrisolvibile le necessità di questa creatura mortale, che ha vita in un’anima eterna.

 

Sofia Marchetto

 

Sofia frequenterà a settembre il quinto anno al Liceo Scientifico Leonardo Da Vinci di Treviso. Questo è l’articolo con cui ha partecipato al nostro concorso di scrittura creativa Alla ricerca della felicità conquistando la pubblicazione sul nostro sito. Ecco la sua breve presentazione.

Mi chiamo Sofia Marchetto, sono una studentessa del Liceo scientifico “Leonardo Da Vinci”. 
Provo interesse per ogni ambito di studio, in particolare sono appassionata alla letteratura, alla filosofia, alla storia dell’arte, ma anche alle scienze della natura. Suono il violino e amo molto la musica classica di tutti i periodi, poiché la varietà di stili artistici è espressione della molteplicità di stati d’animo e di punti di vista che appartengono all’uomo: dunque, ricercando la mia identità, cerco di aprirmi a ciascuno di essi per arricchire le mie conoscenze e sensibilizzare la mia percezione della realtà.

La felicità non è uguale per tutti

La compiuta esperienza di ogni appagamento, stato di chi ritiene soddisfatto ogni suo desiderio. Sono queste le parole con cui viene generalmente definita la felicità. Un concetto evidente e vicino all’uomo in quanto rappresenta uno dei principali obiettivi a cui ambisce nella vita ma allo stesso tempo molto sfuggente. Alla domanda “cos’è la felicità?” non esiste infatti una risposta oggettiva. Tutti attribuirebbero a questa parola definizioni diverse, se non opposte, dettate principalmente dalle esperienze che hanno avuto modo di sperimentare durante la propria vita. Alcuni avrebbero un’idea apparentemente chiara, altri un po’ meno, altri ancora non saprebbero esattamente come definirla e dunque nemmeno come cercarla e trovarla. Che ognuno desideri una vita felice, è un dato di fatto. Ma per sapere che davvero è felicità bisogna prima di tutto possederla. Non esiste ragionamento né previsione, non esiste un metodo universale per trovarla essendo essa uno stato d’animo soggettivo.

Dall’antichità fino all’età moderna questa indagine fu una tematica che ha occupato il pensiero di molti scrittori, artisti, pensatori, filosofi, i quali volsero lo sguardo allo studio della condizione umana coinvolgendo, tra i vari aspetti, anche la ricerca della felicità. Nel mondo odierno questa emozione  viene associata a diversi elementi: c’è chi crede che essa dipenda dalla ricchezza e dai beni materiali e altri che invece la fanno coincidere con i legami affettivi o con le proprie passioni. La verità è che  tutte le persone hanno punti di vista diversi e perciò non esiste un concetto giusto o sbagliato per definirla né un percorso  che possa  soddisfare la ricerca di ognuno. Tutti devono infatti indagare in modo diverso per riuscire a trovare ciò che sarà certamente parte integrante della loro felicità, e distinguerlo dalle componenti variabili che devono invece essere adattate in base alle continue evoluzioni delle loro vite. Non è dunque abbastanza limitarsi a cercare: dato che ognuno è in continuo cambiamento c’è bisogno di perseveranza nella ricerca del senso della nostra esistenza e nel coltivare questo tesoro.

Esistono in diverse culture alcune parole coniate appositamente per descrivere concetti astratti che non trovano però termini corrispondenti nelle altre lingue, e possono quindi essere spiegate solo attraverso una definizione. Questi termini acquistano  tuttavia una particolare importanza perché, sebbene intraducibili, sono carichi di significato. Un esempio è la parola giapponese ikigai, letteralmente “ragione di vita”. La traduzione è però riduttiva e toglie alla parola molte sfumature del significato originale. Nella molteplicità dei suoi significati l’ikigai è traducibile anche con la stessa parola “felicità”, poiché essendo ciò che illumina la nostra quotidianità, il motore che ogni giorno ci dà energia e la ragione per cui vale la pena esistere, diviene l’elemento che sta alla base di una vita lunga e felice. Esso rispecchia alla perfezione il processo personale di ricerca della felicità perché secondo la cultura giapponese è qualcosa di immanente a ogni persona, nessuno escluso. Ognuno ha diversi interessi, e ciò che appassiona uno, può non piacere all’altro. Non tutti si sentono motivati facendo una determinata attività perché non tutti sono mossi dalle stesse curiosità, ed è questo il motivo per cui l’ikigai varia da individuo a individuo. Nel metodo giapponese per trovare la felicità quindi, l’essenziale sta nel riconoscere lo scopo della propria esistenza, ovvero qualcosa che fa provare la sensazione di essere felici quando lo si fa.  Di conseguenza ognuno ha bisogno di approcciarsi in modo diverso alla ricerca per trovare la propria fonte di gioia. Una persona deve tenere conto di diversi fattori, ovvero ciò che ama fare, ma anche prendere in considerazione le proprie capacità e punti di forza. Inoltre bisogna basarsi sulla propria vocazione, quella per la quale si può essere pagati e su ciò di cui il mondo ha bisogno. Dato che queste caratteristiche variano in ogni singolo, non è possibile trovare il proprio ikigai in un solo modo, ma bisogna adattare il proprio metodo di ricerca in base alla propria persona.

Poiché lo scopo principale delle attività che si compiono nelle vite di tutte le persone è il raggiungimento della felicità è opportuno capire cosa le rende cariche di valore. Ciò che le rende significative è variabile, profondamente individuale e diverso in ognuno di noi. Il senso della nostra esistenza non è quindi ricercabile attraverso un metodo collettivo ma dipende dall’attitudine di ognuno nei confronti della vita.

 

Tatiana Magoga

 

Tatiana frequenterà a settembre il quinto anno al Liceo Linguistico Duca degli Abruzzi di Treviso. Questo è l’articolo con cui ha partecipato al nostro concorso di scrittura creativa Alla ricerca della felicità con il quale ha ottenuto il primo premio e la pubblicazione sul nostro sito. Ecco la sua breve presentazione.

Mi chiamo Tatiana e studio in un liceo linguistico. Anni fa ho iniziato ad interessarmi di culture orientali, in particolare di quella giapponese, e ho iniziato a coltivare questa passione cercando di capire meglio la loro particolarità. Attraverso i miei studi ho accumulato un gran numero di nozioni che sono entrate a far parte del mio bagaglio culturale. Tra tutto ciò che ho imparato, ho sempre avuto il desiderio di far conoscere gli aspetti della cultura giapponese che più mi hanno affascinato, poiché vivendo in un contesto completamente diverso, pochi sono a conoscenza della sua bellezza. Scrivendo questo articolo ho visto l’occasione per fondere il mio amore per le lingue e il mio interesse per l’Oriente, e grazie a La Chiave di Sophia ho la chance di condividerli con altre persone.

 

[Photo credits Unsplah.com]

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La Filosofia degli anni ’80: intervista a Tommaso Ariemma

In occasione della sua ultima pubblicazione Filosofia degli anni ’80 (Melangolo, 2019), Tommaso Ariemma professore di liceo ci invita a riconsiderare il decennio spesso definito “senza pensiero” e “frivolo”. Il metodo non è cambiato: la filosofia e l’insegnamento possono andare sempre più a braccetto nel nome di una pedagogia “pop”. Divulgazione e pensiero non appaiono così distanti, quando con pensiero critico e contemporaneità si cerca di introdurre i maggiori filosofi e le loro idee rivoluzionarie. 

Tommaso Ariemma, già intervistato dal mio collega Giacomo dall’Ava in occasione del volume La filosofia spiegata con le serie tv pubblicato da Mondadori, nonché ospite a Treviso in compagnia di Simone Regazzoni al nostro evento “Pop Filosofia”, cerca con coinvolgimento e immediatezza di esporre idee filosofiche a volte difficili per un pubblico neofita. L’intercomunicazione tra filosofia e cinema occupa una posizione privilegiata e punto d’unione tra grande pubblico e cultura.
In attesa del suo prossimo libro, vi offriamo questo piccolo spaccato di vita quotidiana fatto di incroci, forse, inaspettati ma oggi più chiari che mai. 

 

Professore, in seguito alla pubblicazione nel 2017 del volume La filosofia spiegata con le serie tv pubblicato da Mondadori, cercò con ritrovato interesse di scovare opportune alternative all’insegnamento. Il risultato lo possiamo scrutare nel suo nuovo lavoro Filosofia degli anni ‘80 pubblicato dal Melangolo (2019). È cambiato qualcosa in questi due anni? 

In questi ultimi anni ho cercato di spingere ancora più lontano il progetto di una pedagogia “pop”, scandagliando il più possibile l’immaginario in cui sia i docenti, sia gli studenti sono immersi, e grazie al quale tutti più o meno pensiamo. L’idea di fondo – è strano sentirlo da un filosofo “pop” –  si ispira a una delle tesi più controverse del pensatore medievale Averroé. Secondo quest’ultimo l’intelletto è unico e tutti pensano “connettendosi” a questo intelletto. Basta sostituire “intelletto unico” con “immaginario” ed ecco il principio guida che sta alla base dell’indagine sulle serie tv, prima, e sull’immaginario degli anni 80, dopo.

 

Perché ha sentito l’esigenza di riflettere e scrivere sugli anni Ottanta e qual è l’elemento che l’ha spinta a concentrarsi su questa decade? In che clima culturale ci proietta l’opera?

Proprio “ascoltando” la melodia comune che molte serie tv cult stavano producendo, ho notato che l’immaginario degli anni ‘80 e le categorie storiche alla base della decade emergevano in una misura non semplicemente nostalgica, ma quasi come un vero e proprio imperativo: ricorda! Serie tv come Stranger Things, Dark, Black Mirror e la più recente, di grande successo, Chernobyl indicano questa decade come un punto di origine che non è stato adeguatamente pensato, alla base di tutto quello che ci circonda. Negli anni ’80 – gli anni che in tanti hanno considerato frivoli, se non proprio inutili, e “senza pensiero” – è celato il segreto per affrontare il presente e l’avvenire, perché molte delle categorie fondamentali come quella dell’identità, del mondo, del tempo, vengono ripensate in modo radicale.

 

Partendo da un passo del primo capitolo La morale del giocattolo, relativo alla sua ultima pubblicazione si legge «Gli anni Ottanta sono stati l’incarnazione del Bene sotto forma di merce. Un Bene, tuttavia, separato da qualsiasi forma di verità. Questo “Bene” poteva mentire, e anche molto. Perché il suo unico scopo era fare stare bene. Levi’s, Invicta, Swatch, Nike e tanti altri non erano solo marchi. Sembravano capirti, solo loro, nel momento in cui stavi crescendo, o donarti un “aura”, a te che non l’avevi mai avuta». Sembra quasi che uomo e merce diventino una cosa sola per contribuire a scopi comuni: il profitto nella vendita delle merci e l’identificazione umana con esse. Il risultato è l’edificazione collettiva di un’epoca che mai più può tornare, seppur ci accompagni ancora. Perché, secondo lei, ciò non accade per le precedenti e successive decadi? 

Non credo sia un’epoca che non possa più tornare, anzi. Gli anni ‘80 sono il vero eterno ritorno. Non cessano di ritornare (nella moda, nella riproposizione dei suoi fenomeni cult, etc.) e non cessano di rappresentare loop temporali (in capolavori di genere come Terminator, ad esempio). La merce, la nuova dimensione della merce così come emerge proprio in quegli anni, in quella decade ha un valore “affettivo”, emozionale, identitario, davvero unico, che influenzerà anche gli anni successivi. Un valore che ha a che fare con il tempo: fissa il divenire quando nient’altro sembra più in grado di farlo: un’ideologia, un atto terroristico. E ci permette di ritornarvi, quasi fosse una macchina del tempo, proprio come la merce per eccellenza degli anni ’80: la musicassetta, che non a caso è stata scelta come immagine di copertina del libro.

 

E ancora, «C’era più pensiero nella moda che nella filosofia. Il pensiero sembrava depositarsi sulla materia più leggera, con cui ognuno di noi da sempre si identifica – l’abito – e con l’aspetto a sua volta più superficiale di quest’ultimo: il colore […] La leggerezza come reazione al peso di vivere […] Un togliere (il grasso) che è al tempo stesso un mettere (muscoli)». Forse ciò fece degli anni Ottanta un propulsore fino al giorno d’oggi è stata una leggerezza capace di essere un’alternativa e non frivolezza per nuovi cosmi immaginativi. Lei pensa che il mondo – sempre più tecnologico – possa permettersi un’immaginazione senza conseguenze reali? 

Non esiste, a mio parere, un’immaginazione senza conseguenze reali, perché ciò che chiamiamo “realtà” è costituita in parte anche dal contributo dell’immaginazione. Paradossalmente, anche un’immaginazione che si vuole sganciata del tutto dalla realtà ha conseguenze reali. Gli anni ‘80 hanno creato, da questo punto di vista, un immaginario molto potente, proprio perché ha avuto ripercussioni economiche e politiche. La Guerra Fredda è stata vinta dagli Stati Uniti anche a colpi di immaginario.

 

In un libro sul passato non può mancare un riferimento anche all’antagonista per eccellenza: il futuro. A partire da Agostino gli uomini sono abituati a rapportarsi al tempo con linearità; ora la musica sembra cambiare e riscoprire sotto mentite spoglie grandi pensatori come Parmenide e Nietzsche nella concezione dello stesso. Anche lei riprende il futuro come «già stato». Pensa sia utile questo cambio di rotta?

Sì, la concezione lineare del tempo non sembra corrispondere alla sua realtà, che è sempre sfuggente e complessa. Sono allora Parmenide e Nietzsche, sostenitori di differenti e paradossali concezioni dell’eternità, a esser punti di rifermento per un ripensamento del tempo. Ma alle loro teorie vanno aggiunte le suggestioni dei film di genere proprio degli anni 80 (o di quelli che, non a caso, a questa decade si ispirano) per rende il tutto ancora più interessante.

 

Lei infine parla della contemporaneità descrivendola come una “società del sospetto”. Citando il suo libro infatti sostiene che «Dagli anni Ottanta in poi, la cultura di massa e la società tutta sono attraversate da un sospetto costante». Il sospetto in questo caso si può tradurre in dubbio. Crede forse che quest’ultimo possa da solo rappresentare l’intero flusso filosofico e dunque anche un antidoto efficace per le problematiche future?  

Paradossalmente, la filosofia ha sempre cercato di eliminare il sospetto. Di farla finita con la sua dimensione inquietante. Ma il sospetto, come sostiene anche il filosofo Boris Groys, è il soggetto per eccellenza dei media e della loro proliferazione. Da questo punto di vista, gli anni ’80 sono stati caratterizzati da una moltiplicazione mediatica senza precedenti e inarrestabile. Il sospetto sarà dunque una dimensione ineliminabile e la filosofia stessa dovrà prenderne atto.

 

Simone Pederzolli

 

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La felicità nasce dal profondo di noi stessi

Passiamo la maggior parte della nostra vita a cercare la felicità. Tendiamo spesso ad inseguire qualcosa che ancora non abbiamo e non riusciamo ad accontentarci di ciò che invece già possediamo. Molte volte non ci accorgiamo che potremmo già essere felici, l’unico ostacolo siamo noi, o meglio la nostra mentalità. Tutto dipende dall’ottica che scegliamo di adottare nell’affrontare la vita, ogni giorno che passa. Ma quanto costa la felicità? La felicità è sacrificio, impegno, coronazione dei propri obiettivi. Oscar Wilde afferma in una sua celebre frase: «la felicità non è avere quello che si desidera, ma desiderare ciò che si ha». Ognuno di noi è libero di decidere se essere felice o meno.

In una società come la nostra, in cui gli stimoli provengono da ogni direzione, spesso ci capita di perdere il filo logico che separa la vita individuale, dalla realtà globale. Siamo soggetti all’influenza di modelli ideali e canoni imposti, che non ci corrispondono, ma che spesso finiscono per stravolgere le nostre vite. Realtà che purtroppo riguarda i giovani, i quali si sentono chiamati a rappresentare qualcosa che non sono, limitandosi all’apparire e sentendosi costretti ad imitare ciò che è loro offerto. Sempre più ragazze sono ossessionate dall’immagine offerta del proprio corpo, spesso a discapito della loro stessa salute. Fattore direttamente connesso all’incredibile attualità di situazioni di disagio, quali l’insorgenza di disturbi alimentari. Allo stesso modo, per i ragazzi risulta quasi necessario e scontato mantenere una visione severa di sé stessi, rischiando spesso, per pura necessità di apparire, di soffocare le naturali emozioni che caratterizzano ogni individuo. Tutto ciò per non sembrare vulnerabili e deboli al giudizio collettivo.

Anche per quanto riguarda gli adulti possiamo osservare un accentuarsi delle problematiche dal punto di vista psicologico. Si è sempre meno felici e capita molto più spesso di contrarre quella che viene definita la malattia del secolo: la depressione. Si tende da sempre a giudicare chi ne soffre come una persona da evitare o discriminare, commettendo un grave errore. Possiamo parlare di malattia a tutti gli effetti in quanto anche il cervello è un organo ed anch’esso è soggetto ad ammalarsi. Per troppo tempo si è sottovalutato l’aspetto psicofisico degli individui, specialmente in ambiente lavorativo e sociale, causa primaria dell’insorgenza di esaurimento e depressione. Si parla ora della sindrome da burn out che rappresenta per definizione l’esito patologico di un processo stressogeno, il quale interessa in particolar modo operatori e professionisti impegnati quotidianamente e ripetutamente in attività che implicano le relazioni interpersonali; con effetto di molteplici fattori negativi per la persona e la mansione da svolgere.             

Cosa può centrare però tutto questo con la felicità? Semplice, è proprio ciò che ci circonda ed il modo in cui ci mettiamo in gioco, interagendo con l’ambiente circostante ed il relativo tessuto sociale, a determinare se siamo felici o meno. A tal proposito si potrebbe sostenere che la felicità sia riservata ai pochi; che non si possa fare nulla per migliorare la propria situazione in un eventuale disagio se non rassegnarsi. Insomma o la si ha o non la si potrà mai raggiungere, continuando a vivere in modo monotono e ripetitivo, ogni giorno che passa. A partire dall’andare a scuola, ottenere un diploma puntando ad un lavoro, una casa ed una famiglia, fino alla pensione. Rendendosi poi conto di non essere mai stati felici, ed aver vissuto un’intera vita a rimuginare su ciò che si aveva, ma non si è riusciti ad apprezzare nella totalità del suo valore. Dobbiamo ricordarci che siamo noi il protagonista indiscusso della nostra esistenza.

A che cosa corrisponde quindi la vera felicità? La felicità è rappresentata da chi ci vuole bene, da chi ci circonda, la felicità siamo noi. Non dobbiamo cercare di ottenere sempre qualcosa di ulteriore e superfluo a livello materiale, ma necessitiamo di imparare a voler bene a noi stessi, e a volerci bene tra di noi. Il nostro obiettivo deve tendere alla ricerca di una nuova versione della nostra persona, giorno dopo giorno, a partire da chi eravamo ieri per costruire un Io migliore, che verte al domani.

Sono felice quando prendo posto sullo sgabello ed inizio ad intonare la mia melodia preferita, quando colpisco violentemente una pallina da tennis scagliandola nell’altra metà del campo. Sono felice quando mi abbandono tra le braccia della mia ragazza. Anche quando sono triste, in fondo, sono felice. Perché se sono caduto è solo perché ci ho provato. Consapevole di avercela messa tutta. Quando mi guardo allo specchio, sorrido. Ogni volta che si accende un sorriso sul volto delle persone, il cervello rilascia serotonina, l’ormone della felicità. Sorridere è l’aiuto naturale per essere felici. Uno strumento molto potente, utilizzato sempre meno, man mano che invecchiamo. Quando in realtà ne avremmo soltanto più bisogno. Se la felicità porta sorrisi, è rigoroso tenere presente che anche i sorrisi portano la felicità. Quando sono triste risuonano nella mia testa le parole di Roberto Benigni: «La felicità ci è stata data in regalo, ed era un regalo così bello che l’abbiamo nascosto». Tocca a noi dunque cercarla se l’abbiamo nascosta così bene da non trovarla più. Dobbiamo mettere a soqquadro la nostra anima, finché finalmente non la ritroviamo. «E anche se lei si dimentica di noi, noi non ci dobbiamo mai dimenticare di lei, fino all’ultimo giorno della nostra vita». So che c’è sempre un modo per essere felice. Anche se tutto poi dovesse andare male, cerco di esserlo ugualmente nei miei problemi. Così rispondo a chi dice che non c’è rimedio o soluzione alcuna, io non gli credo. Tucidide ci ha insegnato che «Il segreto della felicità è la libertà. Il segreto della libertà è il coraggio». Avrò sempre il coraggio per rialzarmi il giorno dopo, ed essere felice.

 

Giovanni Conzon

 

Giovanni frequenterà a settembre il quarto anno al Liceo Scientifico Leonardo Da Vinci di Treviso. Questo è l’articolo con cui ha partecipato al nostro concorso di scrittura creativa Alla ricerca della felicità con il quale ha ottenuto un premio di partecipazione e la pubblicazione sul nostro sito. Ecco la sua breve presentazione.

Mi chiamo Giovanni, ho diciassette anni ed abito a Sant’Elena di Silea, un paesino nella provincia di Treviso. Nel tempo libero gioco a tennis, ascolto musica, suono il pianoforte, scrivo testi di canzoni, poesie e non solo. Ho sempre amato leggere ed andare a scuola. Nell’ultimo anno ho accolto diverse idee, interessandomi a nuove attività extrascolastiche, anche tra quelle elencate. Dopo la fine degli studi liceali, ho intenzione di iscrivermi alla facoltà universitaria di medicina. Tuttavia non è l’unico sogno al quale mi sto sin da ora dedicando. Infatti ambisco a poter pubblicare dei miei libri ed un mio album di canzoni. Proprio da qui nasce l’idea di sfruttare, per mettermi alla prova, opportunità di questo genere. Dopo essermi classificato primo nella mia categoria, al concorso letterario “Montagnavventura” edizione 2019, organizzato dal Premio ITAS, sono ancor più orgoglioso dell’apprezzamento ricevuto dal mio articolo La felicità nasce dal profondo di noi stessi. Ringrazio nuovamente la Redazione de La Chiave di Sophia, per le opportunità che mi ha offerto.

[Photo credits Cristian Palmer su unsplash.com]

L’imprescindibilità dell’essere donne

Nel momento in cui penso a me stessa, cercando di definirmi, sento di dover anzitutto registrare che sono una donna. Probabilmente un uomo, quando riflette su se stesso, non comincia classificandosi come un individuo di un certo sesso: lui è un essere umano. Nel suo rapportarsi al mondo, può dimenticare la propria particolare anatomia. La donna, invece, sente incessantemente il peso del proprio corpo sessuato, che risulta costantemente implicato in ogni sua relazione con il mondo.

Aristotele diceva: «La femmina è femmina in virtù di una certa assenza di qualità. Dobbiamo considerare il carattere delle donne come naturalmente difettoso e manchevole»1; San Tommaso, riprendendo Aristotele, considerava la donna «un uomo mancato, un essere occasionale»2. Sembrerebbe che il corpo dell’uomo abbia un senso autonomo, indipendente, mentre quello femminile non avrebbe alcun senso se non rapportato a quello del maschio. In quest’ottica, è l’uomo a decidere ciò che la donna dev’essere. Appare al maschio immediatamente come un individuo sessuato, per lui ella rappresenta l’Altro.

Nelle società primitive si trova sempre una dualità: quella dell’Uno e dell’Altro (Zeus-Urano, Sole-Luna, Bene-Male, Dio-Lucifero). L’alterità si manifesta come una categoria costitutiva del pensiero umano. Hegel comprende la violenta importanza di tale categoria: il soggetto è capace di scoprirsi solo opponendosi a ogni altra coscienza, esso vuole affermarsi come essenziale e rendere l’Altro un inessenziale. La coscienza dell’altro, tuttavia, gli oppone a sua volta la stessa pretesa, rendendo obbligatorio il riconoscimento della reciprocità del loro rapporto. Nello scontro tra i sessi, invece, solo uno dei due termini si è affermato: l’uomo. Quest’ultimo, abolendo ogni relatività, ha definito la donna come pura alterità. Sorge spontaneo chiedersi perché la donna si dimostra così passiva, così incline a piegarsi, perché si fa porre come l’Altro, senza rinfacciarsi a sua volta come Uno?

I due sessi non si sono mai divisi il mondo in parti uguali; ancora oggi, nonostante la situazione sia nettamente migliorata, la donna versa in una condizione di inferiorità: anche se le sono stati riconosciuti dei diritti, una lunga abitudine sembra ancora impedire che trovino nel costume la loro espressione concreta. Economicamente uomini e donne costituiscono due caste distinte: i primi solitamente godono di condizioni più favorevoli; inoltre, sono ancora loro a detenere la maggioranza delle cariche socialmente più importanti. Ormai è più che risaputo: la storia è stata fatta dai maschi, per questo le donne faticano ancora a partecipare alla costruzione dei fatti umani nel mondo.

Fin dall’antichità, legislatori, preti, letterati e filosofi si sono dilettati a descrivere la debolezza della donna e a dimostrare che la sua condizione subordinata è un dato naturale, voluta da Dio e utile per la terra. Tuttavia, alcuni punti di rottura si registrano con Montaigne, che sembra intuire l’ingiustizia del destino femminile, ma afferma contraddittoriamente che «è contro ragione e contro natura che le donne siano padrone in casa propria. Non lo è che governino un impero»3.  Solo durante l’Illuminismo si comincia a considerare lucidamente la questione. Diderot riconosce che le donne in ogni società «sono state trattate come esseri inferiori»4, perciò si adopera a mostrare che sono esseri umani come l’uomo. Poco dopo è la volta di Stuart Mill, che le difende con estremo ardore fino a sostenere «che la carriera delle donne debba rendere giustizia alle loro facoltà»5.
Ciononostante, il mito dell’Altro era ed è ancora caro a tanti, del resto come biasimarli se non lo sacrificano volentieri! Occorre, infatti, molta abnegazione per cessare di considerarsi il Soggetto assoluto e unico.

La maggioranza degli uomini oggi non afferma apertamente questa presunzione, non afferma l’inferiorità della donna. Probabilmente sono troppo «democratici» per non riconoscere astrattamente in tutti gli esseri umani degli uguali. Tuttavia, si sente spesso pronunciare che le donne sono in condizione di uguaglianza di fronte agli uomini e che non hanno quindi più niente da rivendicare, e contemporaneamente si sente dire che le donne non saranno mai in condizione di uguaglianza, per cui le loro rivendicazioni sono vane. Ciò perché l’uomo oscilla passando facilmente dalla semplice constatazione dell’inuguaglianza concreta e la tematizzazione dell’uguaglianza astratta, alla tematizzazione dell’ineguaglianza concreta e la tentazione di abolire l’uguaglianza astratta. Risulta ancora difficile misurare l’estrema importanza di certe discriminazioni sociali, che sono presentate come insignificanti, ma le cui ripercussioni sono così tanto profonde nella donna da farle credere che siano determinate dalla natura.

Dunque, cosa vuol dire percepire di essere donne? Molto si è detto e scritto e molto io stessa ho appreso vivendo, eppure la questione non è affatto giunta al capolinea, e probabilmente il suo scopo ultimo è non raggiungerlo mai. Non dobbiamo ignorare il fatto che sentiamo di non poter prescindere dal nostro corpo femminile per valutare la nostra esistenza; questo fatto così immediato può sembrarci ovvio e quindi aggirabile. Tuttavia, bisogna problematizzarlo costantemente, perché condiziona il nostro modo di vivere il mondo.

 

Giulia Castagliuolo

 

NOTE
1. Aristotele, Superiorità del maschio nella riproduzione, in Opere, Riproduzione degli animali, vol. V.
2. T. d’Aquino, Summa Theologica, parte I questioni 92 e 99.
3. M. de Montaigne, Saggi, libro III, Milano, Bompiani, 2012.
4. D. Diderot, Sur les femmes, Paris, Gallimard, 2013.
5. S. Mill, la servitù delle donne, Roma, Savelli, 1977.

 

Giulia Castagliuolo, studentessa al terzo anno di filosofia presso l’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Abbraccia l’idea di una filosofia come creazione che spinge a credere nella vita e ad agire nel mondo.

Comunità di ricerca filosofica: come allenare le nostre emozioni

Negli ultimi anni si è rivelato quantomai necessario investire energie e risorse nell’Educazione Emotiva: educazione, cioè, al riconoscimento, all’accettazione, al conferimento di senso e al confronto con le emozioni, da sempre il grande scoglio dove bambini e ragazzi vanno ad incagliarsi. La Philosophy for Children di M. Lipman, come pratica educativa fondata sul dialogo e la ricerca, si pone in prima linea con una metodologia per una messa in discussione di questi “scuotimenti”1 antichi quanto l’uomo stesso. Lipman, nella propria opera Educare al pensiero (Thinking in education, 2002) affronta il tema delle emozioni scartando l’idea di un concetto puro e inserendole direttamente nelle dinamiche gnoseologico-comunicative-relazionali tra il Soggetto e Mondo. Le emozioni, dunque, vengono concepite come veri e propri registi del nostro “teatro mentale”. Non a caso l’emozione viene definita come una relazione ecologica tra l’organismo e il mondo2ed il corpo come teatro di ciò che accade intorno.

La psicologia sostiene e chiarisce molto precisamente il ruolo dell’emozione nell’arco delle nostre vicende quotidiane: le teorie più datate che mettevano in primo piano il Q.I. dei soggetti sono state puntualmente smentite dalla comparsa e dallo sviluppo delle teorie di Salovey e Mayer sulla cosiddetta intelligenza emotiva. L’attitudine ad essere in contatto con il nostro mondo interno e sviluppare quella che viene definita ‘consapevolezza di sé’ rappresenta la chiave per sviluppare la ‘consapevolezza sociale’, quell’abilità assolutamente fondamentale per la gestione dei rapporti col Mondo. Lipman descrive minuziosamente le relazioni che le emozioni creano con l’esterno: 1) le emozioni genuine si fondano su credenze (es. avere paura perché si crede di essere in pericolo); 2) l’emozione è strutturata; 3) le emozioni focalizzano la nostra attenzione; 4) le emozioni danno risalto alle cose. La forma paradigmatica del pensiero emotivo viene identificata nella Cura, generata da quella tensione angosciosa propria dello stare al mondo che sta ‘prima’ di ogni comportamento e situazione effettivi3: non è concepibile, infatti, pensare emotivamente a qualcosa senza che questo oggetto non abbia alcun valore o importanza. L’attaccamento, il valore, l’emozione, sono le tracce sulle quali camminiamo creando e plasmando pensieri. L’educazione alle emozioni, quindi, non può non implicare un contesto sociale e l’ambito della moralità: le emozioni vengono insegnate sulla base dell’adeguatezza alla situazione ma non è possibile richiamarle a comando; e provare un’ emozione solo perché già si crede di doverla pensare è una soluzione semplicistica e disfunzionale (es. i maschi non devono essere tristi e piangere, le femmine non devono arrabbiarsi e reagire).

Invece di creare un format educativo fondato unicamente su un opinabile background culturale o dalle mode del momento, si dovrebbe piuttosto cercare di spingere le persone a manipolare le proprie strutture entro le quali sono rinchiuse tali emozioni, mettendo in primo piano le buone ragioni che ne stanno alla base. La ragionevolezzatermine molto generico, acquisisce una grande importanza nel dare assetto alla sfera emotiva: si tratta di un processo assai complesso che serve ad affrontare una realtà altrettanto complessa, piena di pregiudizi e interazioni tra diversi personaggi. La P4C e più in particolare il setting della Comunità di Ricerca Filosofica (CdRF), quindi, rappresentano un banco di prova privilegiato dove il pensiero caring fonde l’educazione emotiva a quella critica, promuovendo un dialogo teso all’approfondimento e alla descrizione di questa Ragione “a due facce”. I ragazzi hanno la possibilità di imparare a identificare linguisticamente le proprie emozioni – potremmo citare la nota affermazione di Wittgenstein “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio Mondo” – creando associazioni di senso4: la stessa Martha Nussbaum chiarisce  quanto sia importante mettere al servizio dei ragazzi un linguaggio idoneo a scoprire e svelare la nostra esperienza emozionale.

Le emozioni, dunque, prendono la forma dei giudizi impliciti nei nostri atti: ogni nostra emozione in reazione ad un fatto e un contesto precisi scaturisce dunque da una valutazione. Noi giudichiamo una situazione in base a innumerevoli sfumature più o meno evidenti, che si manifestano inevitabilmente all’interno della nostra reazione emotiva.

Le emozioni, dunque, non sono appropriate perché seguono le prescrizioni di un “foglietto informativo”, e nemmeno può dirsi che siano un qualcosa che accompagna il pensiero: sono piuttosto una manifestazione di esso, una vera e propria comunicazione di informazioni che non può e non deve essere ignorata, ma al contrario deve essere saputa leggere.

Il pensiero caring quale paradigma del pensiero emotivo suggerisce una certa visione della personalità soggettiva e di un setting di natura sociale5. Nella Comunità di Ricerca e nell’indagine filosofica le emozioni possono essere ‘testate’ dai ragazzi secondo quell’idea deweyana per la quale la scuola, e per analogia la Comunità di Ricerca, dovrebbe porsi come uno spaccato della vita sociale nel quale il bagaglio soggettivo può essere messa alla prova, discusso e forgiato costantemente allo scopo di evolversi e affinarsi. Il valore educativo della P4C risiede nella ri-strutturazione costante di un confronto trasversale che, con con un pretesto di discussione, mira all’approfondimento dei diversi aspetti della relazione umana, nel quale l’emotività gioca un ruolo fondamentale.

 

Matteo Astolfi

 

NOTE
1. Emozione, dal latino emotus, participio passato del verbo emovere (smuovere, scuotere, tirar fuori).
2. Damasio, Emozione e coscienza, Adelphi, Milano 2000, p. 70.
3. Essere e Tempo, Longanesi & C., Milano 2001, p. 235-236
4. in La “comunità di ricerca” educazione delle emozioni e prevenzione della violenza
5. A.M. Sharp, The other dimension of caring thinking, The journal of philosophy in school

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