L’importanza di essere malinconici

È da tempo che provo a dare un senso alla mia malinconia. Eppure, negli anni, ogni tentativo di spiegarmi l’origine di questo filtro nero che si frappone tra me e la realtà non ha fatto che aumentare il mio bisogno di sapere. E se la malinconia, quest’indole che da un momento all’altro può sfociare nella patologia (depressione), non fosse altro che l’effetto di questo pensiero ingrovigliato sul mio essere? Un luogo comune che come tutti i luoghi comuni conserva in sé qualcosa di vero e indimostrabile. Per questo, nonostante tutto, Flaubert – uno che di luoghi comuni si intendeva – si domandava se pensare e soffrire fossero la stessa cosa. Più si riflette e si abbraccia la condizione umana, più il dolore si fa largo nei pensieri e nelle membra. Ma è la malinconia che ci spinge a sapere o è il sapere che ci rende malinconici? Impossibile rispondere. È pero possibile affondare lo sguardo nelle profondità della malinconia, spiandone i movimenti, scordandosi però di poter arrivare a un racconto universale e scientifico (clinico) delle sue innumerevoli manifestazioni. Una fenomenologia dai labili confini, dunque, e che si serve di immagini che hanno il merito di suggerire – non definire – sensazioni confuse, ma tra le più seducenti. Si potrà così viaggiare, con l’aiuto del linguaggio poetico e della lucidità filosofica, tra febbri, battaglie, cadute, lutti, deserti, nostalgie. Come fa la malinconia a partorire così tante metafore, spronandoci a superare il linguaggio comune per approdare a lidi nascosti della nostra interiorità, i quali, accarezzati dalle sue visioni, sentono ora la necessità di esprimersi? È ancora quel connubio tra pensare e soffrire a venirci incontro: la malinconia ci accompagna a visitare gli abissi del nostro essere, in un processo di conoscenza graduale (di noi stessi e del mondo) nel quale ci scopriamo lucidi, e così nudi di fronte al mondo per noi doloroso. Pensiamo e soffriamo. Soffriamo e pensiamo. Ma non basta. In questo processo a crescere e imporsi in noi è il bisogno di senso. Pensare, conoscere, sapere, e il loro tingersi di malinconia; oppure la malinconia nell’aprire brecce di lucidità nell’esistenza; accumulano significati. Significati che vanno narrati per ristabilire l’equilibrio – o crearne uno – della vita ferita. Ecco l’arte, il racconto di significati attraverso linguaggi simbolici, e con essa l’arte di soffrire, la malinconia che si esprime, che impara a farlo. Con essa crescono i significati, trovando canali di espressione, in un viaggio che risponde alla necessità di dirsi per trovare un senso alla sofferenza, o più semplicemente alla vita, che nella sofferenza mostra le radici. Difficilmente, però, si troverà conforto in una risposta. Il senso latita; è la ricerca del senso a dar fiato ai giorni. E quanta bellezza, nel corso della storia, ci hanno regalato le malinconie degli uomini! A partire da quel connubio tra genio e malinconia ipotizzato da Aristotele (o da un suo allievo) per spiegare l’eccezionale creatività di alcuni esseri umani – eroi e sapienti –, in seguito riproposto in altre forme nel Rinascimento e poi dai Romantici, fino all’esplosione novecentesca dell’io, foriera di forme d’arte mai viste e sentite prima.

Certo, non è solo bellezza. È anche tenebra, abisso, pulsione di morte. La malinconia e quello che in essa può scatenarsi (ansia, angoscia, noia, mania) fino alla depressione – la sua forma più attanagliante, che spesso seda qualsiasi impulso vitale – è pericolosa, cioè viva. In essa convivono gli opposti, luce e ombra, vita e morte, come in ogni sentimento autenticamente vitale. Ed è proprio dall’ombra che sgorga la luce, non c’è bisogno di ricordarlo. O forse sì, considerato il tempo in cui viviamo, anestetizzato dalla ricerca frenetica del divertimento, un modo per non pensare a noi stessi, ma di consumarci interiormente, consumati dalla macchina capitalistica i cui occhi hanno il simbolo del dollaro. Ci dobbiamo distrarre, siamo spinti a farlo, per non soffermare lo sguardo sulle catene luccicanti che ci stringono mani e pieni. Eccolo il paradosso: nel mascherare la malinconia, propensione profondamente umana che ha a che fare con la costruzione dell’identità e con la ricerca del senso, il sistema sociale (ormai mondiale) – e quindi noi stessi, volontariamente asserviti a esso – instilla in tutti noi i germi di una malinconia ancor più profonda che non vogliamo ammettere. La repressione della pericolosità dei sentimenti più vitali ci ha reso apparentemente più “felici”, ovvero distanti dalla vivida sofferenza, ma al contempo più sterili, incapaci di creare e vedere bellezza (il “bello” sarà quello che ci dicono essere bello). In sostanza depressi, di quella forma di depressione che si insinua nell’autoinganno del benessere (prettamente materiale). Ma cosa sono ansia, angoscia, preoccupazione, precarietà, paura, incertezza, frustrazione indotte dalla nostra società della prestazione e dell’efficienza, se non una forma profonda di depressione che coviamo in noi senza accorgercene? Schiacciati da un pensiero unico che ci vuole col sorriso, sempre pronti e reattivi, e instupiditi dai media digitali – la vera droga del nostro tempo – andiamo incontro alla schiavitù della mediocrità (vivere senza sapere, senza senso), perdendoci tutto di noi, l’occasione irripetibile di conoscerci ed esprimerci. Siamo la benzina di un sistema livellatore, che non ha occhi per le persone, ma solo per lo sfruttamento dei loro bisogni. Ipocritamente, non si mette in discussione, non ha alcuna intenzione di limitarsi: la gente è depressa? diamogli i farmaci, inventiamone sempre nuovi e sempre più potenti cosicché possa distrarsi di un malessere che nasce da uno stile di vita imposto ovunque – un dolore assurdo, inspiegabile, insensato perché disumano. La malinconia è un’altra cosa, non ha niente a che fare con la schiavitù, è libera conformazione dei nostri desideri, ci fa soffrire perché ci consente di vivere – le giornate che molti conducono oggi tra lavoro, traffico e social network sono solo un surrogato della vita – permettendoci, nel conoscerci, di crearci, forgiando così la nostra identità, scoprendo la bellezza che si cela in tutti noi sotto il velo del dolore di essere al mondo. E dunque riprendiamoci la nostra malinconia, riconquistiamo il diritto di avere il tempo e lo spazio per “pensare e soffrire”. Per essere vivi.

Non dobbiamo crogiolarci nella sofferenza, e nemmeno invocarla. Ma si soffre, la vita non sarebbe vita altrimenti. Impariamo a soffrire, a farne un’arte, senza soffocare ciò che di più profondo esiste in noi e cerca di parlarci, nel tentativo di essere noi fino in fondo, e non lo specchio di un mondo che non vede l’ora di finire per lasciare il posto a qualcun altro.   

 

Stefano Scrima

 

Scrittore, musicista e filosofo, sulla malinconia ha recentemente scritto L’arte di soffrire. La vita malinconica (Stampa Alternativa 2018). Il suo lavoro si concentra sull’applicazione della filosofia alla vita quotidiana, nel tentativo di analizzare la società in cui viviamo mettendone in luce le contraddizioni e creando spazi di confronto. Riflettere sulla malinconia, creatrice di bellezza, in un mondo depresso dal culto del mercato, diventa in questo senso un’urgenza. Così come lo è porre un argine all’amplificazione di odio e ignoranza sui social network, di cui si tratta in Socrate su Facebook. Istruzioni filosofiche per non rimanere intrappolati nella rete (Castelvecchi editore 2018), o ripensare i dogmi della contemporaneità come il lavoro e l’efficienza, spesso alibi del non-pensiero, attraverso una rivalutazione della pigrizia, tema affrontato in Oziosofia (Diogene Multimedia 2017) e Il filosofo pigro. Imparare la filosofia senza fatica (il melangolo 2017).

 

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Dal Marchese de Sade al femminismo: la lettura di Angela Carter

Senza dubbio una delle personalità più estreme della cultura occidentale, il Marchese De Sade (1740-1814), pornografo, libertino, scrittore e filosofo, è stato oggetto di numerose analisi e interpretazioni critiche: dalle più celebri di Bataille, Barthes e Klossowski, a quelle più sofisticate di Deleuze e Lacan. Già Simone De Beauvoir nel 1972 si era chiesta se fosse il caso – da un punto di vista femminista – di “Bruciare Sade”, visto il forte fallocentrismo della sua opera e la misoginia dei libertini che la abitano; e si era risposta negativamente. Al termine dello stesso decennio la scrittrice visionaria Angela Carter in un articolato pamphlet dal titolo La donna sadiana affronta in un’ottica femminista l’opera del Marchese, concentrandosi principalmente su “Justine” e “Juliette”, romanzi con protagoniste due antitetiche sorelle: una, virtuosa e puritana, che soccombe alle depravazioni e al potere sfrenato della società maschilista e sadica francese; l’altra, icona del vizio e della corruzione, che invece naviga a vele spianate nelle storture del libertinaggio, fino all’acquisizione d’un elevato status sociale. La contrapposizione dialettica delle due opere dimostra che Sade non è un semplice pornografo, perché non riempie le pagine di ossessioni carnali (a dispetto della ripetitività che spesso gli viene contestata; che è però elencatoria, eccessiva in senso verbale, non volta a costruire schemi descrittivi per la prurigine del lettore), non crea “copie” di Justine ma cambia punto di vista, nella medesima vicenda. Ribalta l’ottica della situazione, la teoria, per mostrare tutti i lati della situazione-mondo assunta a esempio sommo della sua visione. In questa fessura dialettica Carter scova una rappresentazione esauriente della condizione femminile, e soprattutto della sua iconografia; è un contribuito in termini di storia delle idee (idee di “corpi”) in rapporto all’immagine della donna.

Il corpo femminile, in quanto corpo materno, comprensivo di grembo e utero, possiede connotazioni mitologiche ed antropologiche che per secoli lo hanno elevato a oggetto sacro e insieme reso crogiuolo di inquietudine, tramutatasi poi in misoginia o culto misterico ed esoterico; la Carter ritiene necessario rifiutare questa simbologia millenaria, desacralizzare il corpo, restituirne gli organi alla loro dimensione carnale, privarlo dell’estatica ammirazione che lo circonfonde (accompagnata dall’ignoranza che si è sempre giustificati ad avere verso gli oscuri misteri della natura). Sade, primo nella storia della letteratura, fa esattamente questo, rendendo il grembo materno una metafora della reificazione femminile, degradandolo in modo ironico e grottesco, soprattutto ad opera di donne libertine e dominatrici che rifiutano la sacralizzazione e l’oggettivazione metafisica del proprio utero (tipica della gravidanza, rifiutata o spogliata della sua aura). Difatti “questa teoria della superiorità materna è una delle più dannose di tutte le finzioni consolatorie e le stesse donne non possono farne a meno”, e il suo rifiuto strappa il corpo femminile, dopo millenni, ad una “immagine pressoché impenetrabile, mistificatoria e kitsch, che tende ad allontanarla dal fatto reale o psicologico”. Questa credenza spacciata per ovvietà sarebbe la causa primaria dei maltrattamenti subiti da Justine, emblema della condizione storica della donna, perché “non c’è alcun modo di profanare ciò che è sacro” a prescindere da ciò che gli si infligge. Il rifiuto della maternità è il trionfo della sessualità (“la madre è in sé una negazione concreta dell’idea di piacere sessuale”) nella quale Sade vede il raggiungimento della libertà individuale e della completa uguaglianza; tuttavia per quanto teorizzata questa definitiva sconfitta della repressione sessuale non è mai realmente auspicata: la sua persistenza è fondamentale nell’economia narrativa sadiana, innanzitutto perché la vittoria del piacere sul dolore libererebbe dai tabù, annichilendo così lo stesso genere pornografico. Questo evento però – al contrario di ciò che sostiene la Carter, che vi scorge una debolezza – è la massima dimostrazione della verità della tesi sadiana, una verità che non può compiersi proprio in virtù dell’equivalenza disinibizione=libertà, ed è quindi utopia. In second’ordine si rivela la natura puramente teoretica dell’opera del Marchese: il suo è un sistema filosofico, di cristallinità spinoziana, e come tale per avanzare tesi compiute ha bisogno di tenere ferme delle premesse (in questo caso la repressione sessuale), dei principi indiscutibili, a prescindere dalla possibilità concreta di un cambiamento, di una “rivoluzione” che – a dispetto di ciò che spesso si dice – non è un tema sadiano. E si potrebbe a questo punto avanzare l’ipotesi che il suo radicale nichilismo è anch’esso una premessa del sistema, un elemento non per forza riferibile alla psicologia dell’autore, uno strumento dimostrativo.

La donna sadiana non è quindi rivoluzionaria fino in fondo, “non sovverte la società se non incidentalmente”, (e la stessa Juliette è un modello di donna storicamente raggiunto, ma indice di un femminismo compromissorio, abortito), se non in senso classista, e ciò rende merito a un’interpretazione marxiana di Sade (accanito lettore di Rousseau). Carter scava nell’opera sadiana restituendogli una originalità e una preminenza nella storia delle immagini concettuali della donna, non allineata agli standard della società patriarcale; ma alla fine lo riposiziona nel suo contesto, ne riconosce i limiti, e – come ogni analisi perspicua – ne metabolizza i risultati in una prospettiva più ampia, offerta dalla psicoanalisi kleiniana e dall’etica animalista. Il senso ultimo del messaggio pornografico sadiano, nel suo discorrere di femminilità, è esistenzialista, “heideggeriano” (prelude l’ “essere-per-la-morte”) e restituisce l’ambiguità insita in tutte le spietate disamine del potere, contenenti sempre una fascinazione per l’oggetto deplorato fino all’identificazione, alla complicità. 

 

Dario Denta

 

Dario Denta è nato a Bari nel 1994. Laureato in matematica a Perugia, studia logica e filosofia della scienza a Firenze. Si occupa di logica applicata, epistemologia della cosmologia, metabioetica. Appassionato di filosofia letteratura e cinema, ha all’attivo una raccolta di poesie e scrive su Shivaproduzioni – il portale del cinema underground.

 

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Platone, non Prozac!

«Essere un filosofo non significa semplicemente avere raffinati pensieri, e neppure fondare una scuola.. Consiste nel risolvere alcuni dei problemi della vita, non in teoria, ma in pratica».

Prendo in prestito le parole del filosofo statunitense Henry David Thoreau, per rispondere alla più nobile delle domande: “ma a cosa diavolo serve la filosofia?”.

Confesso che da studentessa alle prime armi con Platone e Aristotele, questo interrogativo mi è balzato più volte in mente, e sono assolutamente convinta che la domanda ha assillato intere generazioni di studenti.

Del resto anche l’impatto con la filosofia non è uguale per tutti: per alcuni può essere un vero e proprio amore a prima vista, altri la imparano ad apprezzare col tempo, altri ancora la considerano solo una materia noiosa, pesante, da studiare per l’interrogazione e dimenticare il giorno dopo, c’è invece chi si innamora perdutamente e la rende parte della sua vita scolastica, lavorativa e affettiva.

E questa sono io. Amavo così tanto questa materia che ho continuato a studiarla anche all’università, scegliendo di proseguire gli studi a Pisa, alla Facoltà di Filosofia. Sottolineo che non era Lettere e Filosofia, era filosofia pura. Niente scherzi.

La filosofia è stata per me una vera e propria compagna di vita, una amica sincera a cui potersi affidare nei momenti più difficili, da cui farsi aiutare nelle scelte di tutti i giorni.

Perché, nonostante l’opinione diffusa, la filosofia non deve essere per forza di cose intimidente, noiosa o incomprensibile.

In sostanza questa nobile materia cerca di rispondere a domande che tutti noi ci poniamo: che cos’è il bene? Che senso ha la vita? Che cos’è la cosa giusta? Perché sono qui?

Sono domande tutt’altro che facili e non ci sono facili risposte, altrimenti non staremo ancora a rimuginare, ma la filosofia ci permette di avere un grande vantaggio: disporre di migliaia di anni in cui molte delle menti più fertili della storia hanno meditato su questi argomenti e hanno lasciato concezioni e linee di condotta a nostro beneficio.

Non solo. La filosofia è anche personale: ognuno di noi è filosofo.

Apprendi dalle fonti tutto ciò che puoi: la riflessione finale per giungere a un modo funzionale di affrontare il mondo è però solo tua.

Platone è meglio del Prozac è il titolo del libro del 1999 di Lou Marinoff, professore di filosofia al City College di New York, che nel testo avanza la teoria di una vera e propria consulenza filosofica che aiuta e sostiene la persona nelle sue decisioni, inquietudini e problematiche quotidiane.

Marinoff spinge sull’idea di togliere la filosofia da contesti puramente teorici e ipotetici e applicarla alla vita di tutti i giorni, ai problemi professionali o affettivi.

«A seconda dei problemi che devi affrontare», scrive Marinoff, «potremmo esaminare le idee di filosofi meglio applicabili alla tua situazione, quelli ai quali ti senti più vicino. Ci sono persone a cui piace, ad esempio, l’autoritarismo di Hobbes, mentre altri si sentono più attratti dall’atteggiamento intuitivo di Lao Tzu».

Tornando a Thoreau quindi, la filosofia è semplicemente un modo pratico di risolvere alcuni dei problemi della vita. E anche qualora non si trovasse la soluzione del problema, sicuramente lo avremo elaborato filosoficamente, trovando la tranquillità mentale, un modus operandi valido sempre per affrontare i prossimi ostacoli.

La vita è stressante e complicata, ma non è indispensabile che tu sia stressato e confuso. In questo la filosofia è la migliore delle medicine: Platone, non Prozac!

 

Martina Notari

Ciao,
Mi chiamo Martina, ho 34 anni e sono giornalista professionista dal 2011.
Dal 2008 lavoro come redattrice a Tvl, storica tv di respiro locale e regionale, ma sono anche giornalista free lance e fondatrice di Target, agenzia che si occupa di comunicazione a 360 gradi.
Mi sono diplomata nel 2002 al Liceo Classico Niccolò Forteguerri di Pistoia, proseguendo gli studi universitari a Pisa. Iscritta alla Facoltà di Filosofia, la materia di cui mi ero innamorata negli anni di liceo, mi sono laureata con lode in Filosofia del Rinascimento nel dicembre del 2007.
Abito a Pistoia con la mia famiglia e nel tempo libero coltivo le mie passioni: la filosofia, la lettura, la medicina naturale e lo yoga, lo sport, le camminate nel verde e nella natura.

 

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Esercizi di democrazia. La Philosophy for Community

La storia della filosofia non è avara di richiami relativi ai rischi dell’omologazione, a cui l’opinione comune ha ceduto rinunciando alla sua dimensione critica. Da Seneca a Heidegger tanto per considerare due riferimenti temporali molto lontani, la massificazione, il conformismo sono stati esaminati da angolazioni diverse, producendo pagine con le quali siamo in debito.

Al di là di ogni facile generalizzazione, e chiedendo sinora perdono a chi non si sente chiamato in causa, non si può trascurare che, per mille ragioni diverse, in più occasioni è anche trapelata una certa passività dei cittadini, forse convinti che il sospetto sollevato da Trasimaco trovi ormai una diffusa collocazione nella realtà.

Una luce di speranza, o magari di rivolta, si è accesa nel momento in cui i social network hanno concesso a chiunque l’opportunità di prendere la parola. Subito dopo si sono tuttavia manifestate delle perplessità sulla gestione di questi canali di comunicazione e sono emersi diversi interrogativi. Entrare a far parte di un gruppo virtuale comporta il dare voce alla pluralità in modo autentico? Ogni accesso rappresenta un mezzo per esprimere la propria partecipazione attiva? Esiste quindi una maggior democraticità grazie alla rete? Le risposte sono ancora in fase di elaborazione.

Senza trascurare le potenzialità della tecnologia, la conversazione all’interno di una chat rischia con molta probabilità di affrontare gli stessi limiti di quella che si costruisce vis-à-vis, specie se gli interlocutori puntano a legittimare la propria autorevolezza tramite i “like” ottenuti, senza badare troppo alla coerenza della loro argomentazione.

Sullo sfondo di questo scenario si stagliano delle esperienze che potrebbero essere tacciate di anacronismo, se non altro per l’ambiente in cui si realizzano: ci sono, per esempio, alcune donne che hanno scelto di trovarsi a dialogare socraticamente, sedute in cerchio all’interno di una stanza, mentre il mondo fuori celebra il rito dell’aperitivo in centro. Hanno infatti deciso di anteporre allo “stordimento” della vita quotidiana una sessione di Philosophy for community. Non siamo dinanzi a una favola tesa a creare illusioni, poiché quanto descritto si è davvero svolto a Udine nel corso degli ultimi due anni.

La pratica a cui ci si riferisce adotta una metodologia analoga a quella della Philosophy for children, anche se è prettamente destinata a contesti extrascolastici, formali e informali. Come suggerito da Matthew Lipman fin dagli anni ’70, si tratta sempre di partire da un testo che funge da stimolo, per arrivare a individuare un piano di discussione e dare così vita a un logos, che, con l’ausilio di un ascolto empatico, promuove il pensiero critico, creativo e valoriale. Appare fondamentale e delicato il ruolo del teacher/facilitatore che, lungi dall’essere un trasmettitore di verità prestabilite, si limita a tenere le fila del ragionamento, a sollecitare esempi e a porre domande di follow-up, lasciando il palcoscenico alla comunità di ricerca. Quest’ultima incarna il luogo privilegiato dell’inclusione e della co-costruzione.

L’abitudine cede il passo all’esplorazione, ciascuno mette in gioco il proprio mondo, ognuno scopre il valore della presenza, il punto di vista divergente non viene soffocato ma viene concepito come momento di confronto produttivo per approdare a una conclusione che può essere soltanto provvisoria. Servendoci delle parole spese a suo tempo da Platone, si può osservare che quello che ci si prefigge come scopo è pertanto ben distante dal competere «al fine che risultino vincenti le mie piuttosto che le tue affermazioni»1.

Come reagiscono gli adulti all’interno di questo progetto che può essere considerato come uno strumento di educazione alla cittadinanza, come un esercizio di democrazia vera e propria? Rispetto ai più piccoli, le difficoltà aumentano perché la paura del giudizio altrui, la voglia di imporsi con il proprio bagaglio di conoscenze e la smania di regalare certezze assolute sono ostacoli ingombranti che vanno superati, affinché la comunità sia veramente tale e non solo la somma di tante monolitiche individualità.

Un’unica sessione di Philosophy for community non è sicuramente miracolosa, ci vuole del tempo per acquisire consapevolezza del nostro pensiero, della sua multidimensionalità e lo sanno bene anche le donne che nel centro friulano hanno voluto, con coraggio e determinazione, mettersi alla prova, per avere una carta in più da giocare nella ricerca di una parità non solo formale ma anche sostanziale all’interno della società. Accompagnate da quella curiosità e meraviglia che sorreggono il filosofare come attività euristica, hanno affrontato tematiche come l’amicizia, hanno interrogato il concetto di umanità, hanno lavorato sulle aspettative che ci condizionano davanti ai bivi più importanti della nostra esistenza. Alla luce del loro cammino, senza voler apparire irrispettosi, si può concludere che hanno forse recuperato quello «spazio mentale per il rifiuto e per la riflessione» di cui parlava Marcuse.

Da dove è nato il loro bisogno? L’adesione agli incontri è stata stimolata dal desiderio di poter attivare un processo dialogico in grado di superare ogni solipsismo, di favorire la capacità di argomentare senza dover ricorrere a slogan fini a se stessi, di offrire una risposta a chi vuole ostracizzare le minoranze proprio perché sono tali. La filosofia ha avuto modo di essere colta soprattutto nella sua dimensione pratica e sociale, consentendo di vivere una pariteticità che in altri ambiti viene eclissata. L’esperienza udinese dimostra che la volontà di uscire dal pericolo del conformismo non si è dissolta e che ci sono dei mezzi, come la P4C, che possono spronare l’uomo a non annullare, in maniera ingenua o manipolata, il proprio pensiero.

 

Melissa Trevisan

 

NOTE
1. Platone, Tutti gli scritti, a cura di Giovanni Reale, Bompiani Il Pensiero Occidentale, Milano 2000, p. 430.
2. H. Marcuse, Critica della tolleranza, Mimesis, Milano-Udine 2011, p.39.

 

Melissa Trevisan nata a Udine nel 1974, si laurea a Trieste in Filosofia e, dopo aver frequentato un corso di perfezionamento presso l’Università degli studi di Firenze, consegue il titolo di teacher in Philosophy for children e for community. Socia del Centro di Ricerca sull’Indagine Filosofica, insegna storia e filosofia nella città natale. 

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Il filosofo in tv

Filosofia e televisione parrebbero due universi paralleli. Sarà perché la Filosofia non è proprio telegenica di natura: forse ciò è dovuto al medium (come direbbe McLuhan) o forse perché la Filosofia per natura è un po’ snob, elitaria e sicuramente non ama mischiarsi con il mezzo che è pop (ovvero popolare) per natura.

Così in TV la Filosofia c’è ma a piccoli dosi. Si veda quanto fatto in RAI: la RAI ha un paio di programmi esplicitamente e dichiaratamente filosofici. Stiamo parlando di Zettel e del suo spin-off Il caffè filosofico. Entrambi sono mandati in orari impossibili notturni e ora rilegati alle rete pedagogiche della RAI. Sempre a tarda notte e confinati tra le signorine calde e i film infiniti ungheresi. La Filosofia è una cosa per pochi, un lusso, un vizio. Per certi versi anche un feticismo: perché non saprei bene, da laureata in Filosofia, come e perché dovremmo preferire una lezione frontale su John Rawls ai film di RAI 3 o di RETE 4.

Comunque la televisione italiana ha accettato, e da quello che so è forse una delle poche nel panorama europeo, di buon grado la figura dei filosofi. Anzi del filosofo. Sto parlando in particolare di un filosofo. Il testimonial vivente della Filosofia che da vero corsaro assalta i diversi contenitori più o meno generalisti televisivi. Il nostro filosofo ha pure la barba folta come già gli Antichi Greci ci hanno insegnato essere un dettaglio essenziale. Se la toga non fa il monaco, la barba fa quasi sempre il filosofo.

Comunque molti non avranno letto i saggi del nostro filosofo, ma sicuramente il suo nome è noto anche a chi se pronunciate il cognome Kant, associa la bella e bionda Eva invece del nome del prussiano Immanuel.

Non c’è bisogno di presentazioni in questo caso. Ci basta menzionare la sua barba scura, gli occhi felini verdi, il cashmere giusto e la R moscia per sapere di chi stiamo parlando. Poco importa cosa abbia scritto di preciso, per tutti lui è il filosofo.

Stiamo parlando del filosofo della televisione italica. Ben diverso dai critici d’arte che popolano l’etere che si alternano tra iracondi e virili uomini e più rilassati e simpatici signori di mezza età. Il filosofo, invece, ha sempre due caratteristiche imprescindibili per il ruolo che veste e interpreta (benissimo) da anni in televisione.

La prima caratteristica è l’essere sempre in collegamento. Pochissime volte egli discende tra noi mortali e parla in studio con il conduttore o più spesso conduttrice adorante che lo guarda come il devoto prega e adula il dio aristotelico. Il dio di Aristotele è amato, ma Egli non ama nessuno indietro. Così il nostro filosofo vive sperduto da qualche parte, sempre altrove, sempre trascende il nostro spazio e forse anche il tempo. È una creatura leggendaria, un unicorno (come ora vanno tanto di moda), un essere misterioso che profetizza e parla del mondo che osserva disincantato. Non pare avere legami con la realtà che è banale, triviale e anche noiosa.

Infatti e qui arriviamo alla seconda qualità dell’uomo dalle infinite qualità, il filosofo sa. Sa tutto. Ha già da sempre detto, sentenziato e soprattutto la sua voce non pronuncia mai il falso. Il filosofo non erra mai. Non chiede scusa, non accenna al dubbio cartesiano o amletico o anche solo umano di poter non sapere qualcosa. Egli sa. Sempre.

Il filosofo è stanco, rassegnato, insofferente al mondo di uomini tanto stupidi, cretini come criceti su una ruota ferma, che tanto si affannano per sbagliare sempre. In continuazione. Il proverbio latino “Errare humanum est” è una peculiarità umana che stizza il filosofo che invece punta agli astri e non guarda il dito umano che pur sempre ha il merito di segnalare una cosa meravigliosa e bella.

Il filosofo, invece, è un uomo che è costretto a fissare non la Luna o le stelle, irraggiungibili come lui, ma questi esseri che sono fatti di carne e budella.

La sua posizione aldilà dallo schermo lo rende una creatura pressoché immortale. Un essere che non è legato al nostro mondo. O alle nostre regole. Egli è la creatura della trascendenza. Dell’oltre la soglia. Molto pitagorico tutto ciò: si narra, infatti, che il grande maestro solesse tenere lezioni ai novellini e discepoli da dietro una tenda perché quegli aveva passato la misteriosa soglia che rende il primo un saggio e gli altri ignoranti. Così il filosofo della tv italiana ci ricorda che se il mondo dello spettacolo è finzione e inganno, lui è ancora oltre a tutto questo.

Infatti la sua posizione u-topica (nel senso greco del termine, ovvero senza luogo) lo rende un personaggio unico nel suo genere del panorama televisivo. Egli c’è e non c’è.

Forse gli umani e spettatori non avranno tutte le risposte, ma sono esseri umani appunto che guardano al filosofo come il Mago di Oz si presentava all’ingenua Dorothy Gale. Nel celebre film del 1939 la piccola Dorothy una volta arrivata al cospetto del potente Mago di Oz si trova di fronte ad un enorme faccione. Un po’ come il nostro filosofo in collegamento. Solo grazie ad un imprevisto si scoprirà che anche il Mago, il potente stregone, altri non è che un uomo. Un uomo nemmeno tanto potente, ma solo tanto intelligente da far credere agli altri che lui poteva qualcosa che gli altri non credevano di saper fare.

In questo caso pensare.

 

Claudia Lisa Moeller

Claudia Lisa Moeller è nata a Milano nel 1992. Ha studiato Filosofia presso l’Università San Raffaele (Milano), dove ha conseguito la sua laurea BA e MA. Entrambe le sue tesi erano su Kierkegaard. I suoi temi di ricerca sono Kierkegaard, Hamann ed ermeneutica televisiva.

 

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Un giorno a casa di Kant

Anche i filosofi, alla fine, invecchiano, si ammalano e muoiono. Ma prima della morte c’è stata la vita, fatta non solo di “pensiero”, ma anche di piccole routine quotidiane. Il libro di Thomas de Quincey Gli ultimi giorni di Immanuel Kant (1827/1854) si concentra, come da titolo, sulla parte finale della vita del filosofo, dipingendo un ritratto commovente dell’anziano pensatore; nella parte iniziale, tuttavia, il suo scritto ci offre un interessante e vivace spaccato della “giornata-tipo” di Kant. Seguiamo allora passo per passo il bel resoconto di questo bravo biografo: sarà come entrare ed essere ospiti per un giorno nella casa di uno dei filosofi più noti di sempre.

La giornata di Kant, racconta De Quincey, iniziava alle «cinque meno cinque in punto», ora in cui il suo maggiordomo lo veniva a svegliare «ad alta voce, con tono militare», scandendo le seguenti parole: «Signor professore, è l’ora». Kant scendeva dal letto senza esitazione: «a questo invito Kant invariabilmente obbediva senza alcun indugio, come un soldato risponde alla parola d’ordine». Seguiva una colazione frugale costituita da una o due tazze di tè, dopo la quale Kant fumava per qualche minuto la pipa riflettendo sulle disposizioni da dare ai domestici per la giornata. Verso le sette Kant usciva per andare a fare lezione, dopodiché tornava a casa e si recava nel suo studio, dove si dedicava alla lettura e alla scrittura in attesa dello scoccare dell’ora di pranzo.

Dalla ricostruzione di De Quincey apprendiamo anche le abitudini di Kant a tavola, di come egli scegliesse e disponesse con cura i cibi e i vini, e di come amasse intrattenere i suoi ospiti:

«a un suo pranzo, il numero dei convitati non doveva scendere al di sotto del numero delle Grazie, né superare quello delle Muse. […] Vi era una sufficiente scelta di piatti per venire incontro alla varietà dei gusti; e le caraffe del vino non erano poste a lato su tavolini distanti, o sotto l’odioso controllo di un domestico, ma anacreonticamente sulla tavola, e a portata di mano per ogni convitato. […] Tutto l’intrat­tenimento era insaporito dalle spezie del suo spirito illuminato, che si profondeva e riversava con naturalezza su tutti gli argomenti, via via che il procedere della conversazione gliene dava occasione».

Dopo pranzo (l’unico pasto che Kant consumava nell’arco della giornata), il filosofo si concedeva una passeggiata solitaria, non solo «per tenersi in esercizio», ma anche al fine di potersi immergere nei propri pensieri in pace e serenità «dopo tanta conversazione conviviale». Ma c’era anche un altro curioso motivo per cui egli voleva rimanere solo: durante quel tragitto «egli desiderava respirare esclusivamente dalle narici, cosa che non avrebbe potuto fare se fosse stato obbligato ad aprire continuamente la bocca conversando».

La ragione di questa strana abitudine è presto detta: Kant era convinto che, respirando in tal modo, «l’aria atmosferica, essendo […] condotta per un percorso più lungo, giungesse perciò ai polmoni con minore crudezza e a una temperatura un po’ più alta, dunque con minore capacità di irritarli. Saldo e perseverante in questo esercizio, che raccomandava costantemente ai suoi amici, Kant si vantava di una lunga immunità da raffreddori, malesseri, catarri e disturbi polmonari di ogni genere». Kant, in effetti, a parte il naturale declino a cui andò incontro sul finire della sua vita, non si ammalò praticamente mai nel corso della sua esistenza.

Dopo essere tornato dalla passeggiata, Kant si sedeva sul suo tavolo di lavoro vicino alla stufa, guardava dalla finestra l’antica torre di Löbenicht e si rimetteva al lavoro: studiava qualche libro, prendeva appunti, preparava la lezione del giorno dopo. Poteva andare avanti anche fino alle dieci di sera, ora scoccata la quale si spogliava e andava a dormire senza cenare. Kant aveva peraltro un modo tutto particolare di mettersi a letto: egli amava che le coperte lo avvolgessero completamente, «come una mummia, o […] come il baco da seta nel suo bozzolo».

«Dopo essersi impacchettato per la notte […] esclamava sovente tra sé […]: “È possibile concepire un essere umano che goda di una salute più perfetta della mia?”».

Il mattino seguente la giostra della vita ricominciava il proprio giro, e le giornate si ripetevano più o meno tutte uguali: l’inflessibile routine imposta da Kant «mai in alcuna circostanza variava o si allentava», afferma De Quincey. La puntualità e la precisione del filosofo nel ripetere gli stessi “rituali” divennero proverbiali: si vocifera che, vedendolo passare per strada, gli abitanti di Königsberg regolassero i loro orologi. Per Kant «la monotonia di questo succedersi non era opprimente, ed è probabile che essa contribuisse, insieme all’uniformità della sua dieta e ad altre abitudini, improntate alla stessa regolarità, a prolungare la sua vita. […] Egli era giunto a ritenere che la sua salute e la sua longevità fossero in gran parte il risultato dei suoi sforzi disciplinati. Parlava di se stesso come di un ginnasta che avesse continuato per quasi ottant’anni a conservare l’equilibrio sulla corda tesa della vita, senza mai oscillare né a destra né a sinistra».

Ma infine anche la salute di Kant, che per moltissimo tempo fu perfetta come un cristallo, incominciò a presentare le prime inevitabili incrinature. Ma di questo si parla nella parte restante del libro, il cui contenuto noi però non sveleremo, perché è calata la notte – si è fatto proprio tardi, ormai –, e non sarebbe educato rimanere qui, a casa di Kant, e parlare di lui. Le nostre voci, impegnate a raccontare qualche pettegolezzo sul suo conto, potrebbero arrivare fino in camera sua e svegliarlo – il che sarebbe un vero peccato, visto che adesso dorme sereno, in attesa della “levataccia” alle cinque meno cinque di domani.

 

Gianluca Venturini

 

 

[L’immagine di copertina è una rielaborazione digitale di immagini tratte da Google immagini]

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Antropocentrismo e crisi ecologica: un nesso inscindibile

Affermare che la crisi ecologica non sia semplicemente una delle molteplici sfide che l’uomo contemporaneo deve affrontare, ma la più importante, la questione fondamentale, la più eminente ed urgente, al punto tale che tutte le altre sono contenute e si propagano da questa, credo sia oggi un dovere imprescindibile se si ha a cuore la verità.

Due sono i motivi fondamentali − essenzialmente connessi, in quanto l’uno segue l’altro − che danno alla questione ecologica il carattere della priorità. Il primo dei due è un accadimento, sublime e terrificante nello stesso tempo: la Vita, nella forma in cui s’esprime sul nostro pianeta, in tutte le sue sfaccettature, sia dal punto di vista materiale che dal punto di vista spirituale, si trova nella condizione di essere in pericolo. E questa condizione di pericolo in cui versa la Vita è dettata dall’uomo stesso! Tolte di mezzo le catastrofi naturali, nessun ente sino ad ora è stato capace di un’azione modificatrice nonché distruttrice dell’essente di immane portata: l’uomo si è fatto, così, il problema della Vita. Il secondo motivo, effetto del primo: il farsi dell’uomo come il problema della Vita, genera un terremoto spirituale mai avvenuto prima, che scuote con violenza le fondamenta dei saperi e delle credenze che egli ha avuto sino ad ora su se stesso, sulla Natura e su Dio. In gioco, in definitiva, è l’intero orizzonte culturale entro cui abbiamo interpretato l’esistenza, orizzonte caratterizzato nella sua essenza da una visione antropocentrica.

In cosa consiste quest’antropocentrismo? Nell’idea che «l’uomo è la misura di tutte le cose» e che tutto l’essente, finendo addirittura a coinvolgere il Principio primo d’ogni cosa, esista in funzione dell’uomo. Tutto, per questo, diventa anche antropomorfo. Ma proprio la sofferenza e la distruzione prodotta dall’uomo alla Natura ci dimostra, incontrovertibilmente, il contrario e l’errore di fondo di questo paradigma: l’uomo non è assolutamente il signore indiscusso della Terra, il dominatore incontrastato, che ha il potere di assoggettare l’intero «creato» a suo uso e consumo; che la Natura non è un oggetto o solo una macchina regolata da leggi del meccanicismo che l’uomo può conoscere e utilizzare a proprio piacimento senza un agire etico, né una riserva infinita di energie del quale l’uomo può servirsi senza conseguenze negative; che Dio, in ultimo – ed è per me il punto della questione più importante –, non è stato ancora conosciuto dall’uomo, ed egli non è né il Dio della teologia cristiana, che ha un rapporto esclusivo con la sua creatura preferita («l’uomo creato a sua immagine e somiglianza»), di cui già da tempo si è annunciata la «morte»; né il Dio del panteismo, incatenato anch’egli alle leggi ferree del determinismo che nega ogni forma di libertà. Entrambe le divinità non sono in grado di partorire delle teodicee capaci di dare una ragione esaustiva alla presenza del male e della sofferenza nel mondo in senso generale, come del male e della sofferenza prodotti dall’agire umano. L’inconsistenza della riflessione filosofica sulla divinità si mostra con evidenza proprio nel nostro tempo, dove il male e la distruzione dell’agire umano hanno raggiunto un livello generalizzato e profondo da porre seriamente a rischio il futuro del nostro pianeta. Per questo, il fallimento della civiltà occidentale e del suo paradigma antropocentrico, è qualcosa capace ora di interessare ogni persona, proprio per la spaventosa estensione dei suoi effetti.

È la crisi ecologica, dunque, a renderci consapevoli (se vogliamo) di questi accadimenti: il fallimento della concezione della divinità – oramai in maniera conclamata! –, che è in ultima istanza il fallimento dell’uomo e del suo rapportarsi alla Natura. È quest’evento dalla portata terribile a costringerci a re-interrogarci. Mai come nell’epoca contemporanea, dinanzi alla distruzione e alla desertificazione della Vita da lui prodotta, l’uomo si è fatto anche un problema a se stesso, un punto interrogativo su di sé: «chi è l’Uomo?»

Nella sua storia l’umanità si è trovata più volte, in maniera ciclica, a dover rispondere alla domanda in cosa consista la sua essenza ultima. Potremmo dire che la storia del pensiero occidentale è stata scandita dalle varie risposte date a questo quesito e, come effetto di queste, dalle caratterizzazioni diverse date alla Natura e a Dio. Seppur nella diversità delle risposte, a volte anche completamente opposte, tutte, salvo rare eccezioni, hanno in comune l’avere una discendenza antropocentrica. La novità del quesito posto nella nostra era sta nel fatto che l’uomo è costretto a dare una risposta veramente nuova su di sé, non più all’interno di questo paradigma. Più precisamente: l’uomo è obbligato a costruire una nuova e fondata interpretazione dell’esistenza, a partire dai suoi errori ed orrori – ne va della suo stesso futuro!

A ben guardare, la problematicità che sorge con l’uomo nel seno dell’esistenza nasconde in sé qualcosa di più essenziale che la precede, perché la fonda e la permette: l’uomo è per essenza (ontologicamente) l’ente contro-naturale, colui che trascende la Natura e, in un senso generale, la Vita. Per questo, potremmo definire l’uomo come il paradosso dell’esistenza. Di questa nostra paradossalità siamo sempre stati chiamati a rispondere, ma nell’era del nichilismo compiuto e della crisi ecologica, questa paradossalità si fa finalmente e completamente manifesta e ci interroga da vicino, senza lasciarci respirare. Noi dobbiamo, una volta e per tutte, comprendere se questa nostra paradossalità sia stata una scelta libera o un destino inesorabile. La risposta, di riflesso, segnerà la conoscenza del Fondamento Primo di ogni cosa.  

Veramente chi siamo, cosa sia la Natura, chi sia Dio, e quale sia la relazione tra i tre, possiamo comprenderlo nuovamente oggi a partire dal grido di sofferenza di Madre Natura che esige giustizia. Questa è una rivoluzione senza precedenti!

 

Davide Maranta

Nato a Napoli, laureato alla triennale in filosofia all’Università Federico II con una tesi sull’interpretazione cristologica in Nietzsche, con il massimo dei voti, al momento lavoro alla tesi magistrale in filosofia sul concetto di “Dio in divenire” nel filosofo Max Scheler. I miei studi vanno in due direzioni ma strettamente connesse e alla fine coincidenti:da un lato la rivalutazione della sfera emozionale umana, come vera e propria facoltà conoscitiva che ha una propria “legalità” diversa da quella della ragione e, quindi, non sfera dell’irrazionale come la si è bollata sino ad ora; dall’altro il riproporre la domanda, che caratterizza da sempre la ricerca filosofica, sul fondamento ultimo di ogni cosa. Entrambe le direzioni partono da una sentita riflessione sulla crisi ecologica ed hanno come ultimo fine il superamento della stessa, a partire dalla fondazione di un nuovo rapporto uomo-Natura.

 

[Photo credits: Evan Kirby on Unsplash]

L’estetica di Pavel Florenskij: il ferro, il cartone e la calamita

La notte tra il 7 e l’8 dicembre di circa ottant’anni fa, dopo un viaggio estenuante di mare e di terra proveniente dalle isole Solovki (nel Mar Bianco), in uno scantinato nei pressi di Leningrado (l’odierna san Pietroburgo), veniva fucilato Pavel Florenskij (1882-1937).

Chi fu Pavel Aleksandrovič Florenskij, oltre che una delle migliaia e migliaia di vittime del delirio rivoluzionario bolscevico? Srotolando a ritroso il nastro della sua esistenza ritroviamo le orme lasciate dal cammino di uno straordinario studioso, di un amato custode della spiritualità ortodossa, oltre che padre premuroso di cinque figli. Il fatto che egli sia stato1 poco conosciuto negli anni che seguirono la sua vicenda storica, va necessariamente contestualizzato nel periodo di estrema ostilità e chiusura che caratterizzò la vita del popolo russo in quell’epoca di totale sconvolgimento politico e sociale2.

Florenskij come pensatore e come uomo di cultura fu molte parti: fu scienziato, filosofo, epistemologo, esperto d’arte, biologo, linguista, teologo, chimico, fisico, ingegnere elettrotecnico, ma una cosa fu prima di tutto: fu un originale e convinto matematico, e questo rimarrà per tutta la durata della sua vita, anche quando gli argomenti affrontati potevano sembrare così diversi rispetto alla scienza dei numeri e delle forme3. Il suo incontro giovanile con la matematica, in particolare con l’aritmologia appresa seguendo lezioni del celebre professore Nikolaj Bugaev4, non solo segnò una tappa fondamentale del suo cammino, ma lo connotò in maniera indelebile con il bisogno di soddisfare una sostanziale concretezza verso la vita, così come viene percepita.

La dimensione sensibile, ovvero estetica, della conoscenza assume un posto prioritario all’interno della visione del mondo integrale di Florenskij, anche se, e questo è il punto fondamentale, esso non rimane fine a se stesso. Nella prospettiva organica del conoscere, essere sensibili alla bellezza non significa lasciarsi sopraffare da essa, ma per il nostro autore essa implica necessariamente una presa di coscienza da parte del soggetto; ovvero la consapevolezza che i valori che orientano il pensare e l’agire, tra cui appunto la bellezza, non appartengono né all’uomo né alle cose indipendentemente, ma solo alla possibile relazione che può venirsi a creare tra loro. Relazione è partecipazione e partecipare è, a sua volta, il relazionarsi di parti che hanno qualcosa in comune tra di loro, che va oltre di loro.

Nel testo Lo spazio e il tempo nell’arte5 scritto nel 1923 in occasione di un ciclo di lezioni Sull’Analisi della spazialità, Florenskij ricorse ad un esempio che risulta emblematico per cercare di capire la portata della «partecipazione». Prendiamo una calamita; se nelle sue immediate vicinanze noi poniamo un pezzo di ferro, esso, rimanendone attratto, manifesterà l’esistenza del relativo campo magnetico. Se al posto del ferro invece noi mettessimo un pezzo di cartone, ecco che allora rileveremmo una sostanziale indifferenza tra le parti. Cosa vuol dire questo? Che, nel caso del ferro, il campo magnetico esiste, mentre nel caso del cartone no? Sarebbe chiaramente un’assurdità ammettere ciò, ma non solo, perché, come afferma Florenskij, «se c’è un pezzo di ferro in grado di recepire l’azione del campo, allora riconosciamo anche l’esistenza di una forza magnetica; [mentre], se non c’è [ma c’è un pezzo di cartone], allora non si scopre nemmeno la forza»6. Questo implica che il fenomeno magnetico, preso di per sé, non nega la sostanziale differenza tra ferro e calamita, ma, contrariamente, che proprio su di essa si fonda quella precisa realtà partecipativa che noi riconosciamo come un fenomeno magnetico.

È facile attribuire a questo esempio una valenza paradigmatica che va ben oltre la sua dimensione fisica e adeguarlo anche a contesti di realtà entro cui l’essere di un uomo si trova inserito; infatti, cosa ci impedisce di farlo valere anche all’interno della nostra quotidianità, fatta sostanzialmente di percezioni derivanti da relazioni con persone, oggetti e situazioni varie? Non siamo noi stessi a volte ferro, a volte cartone e a volte calamita? Cosa ci attrae e cosa ci lascia indifferenti? E perché?

A conclusione del nostro discorso, citiamo la celebre frase del principe Miskin nell’Idiota di Dostevskij: «La bellezza salverà il mondo» … ma con Florenskij precisiamo: «…a condizione che ci saranno occhi belli che la sapranno riconoscere».

 

Mauro Beltrami

Sono nato a Codogno (Lodi) nel 1968, dove tutt’ora risiedo.
Nel 1993 ho iniziato la mia professione di educatore, dapprima non professionale, con utenti caratterizzati da grave disabilità sia psichica che fisica, e tutt’ora professionale con i minori affidati dal Distretto del Servizio Tutela di Piacenza ovest.
Nel Febbraio del 2002 mi sono laureato in filosofia, presso l’Università di Pavia, con una tesi sull’empirismo inglese del ‘700. Nel 2005 ho conseguito il diploma presso la Scuola Superiore di filosofia comparata e orientale di Rimini, con una tesi sul pensiero cinese antico e nell’Ottobre dell’anno seguente ho completato questo corso di studi laureandomi ad Urbino in “Antropologia ed epistemologia delle religioni”, con una tesi sull’autore russo Pavel Florenskij.
Recentemente, come dicevo sopra, ho conseguito la qualifica di educatore professionale conseguendo la laurea trimestrale in Scienze della formazione e dell’educazione”, presso l’Università cattolica di Piacenza. Anche in quest’ultimo caso, il lavoro finale di tesi è stato dedicato alla figura di Florenskij, ed entrambi i lavori hanno contribuito alla pubblicazione del mio primo libro, nel Settembre di quest’anno, presso la IPOC di Milano, col titolo di: Estetica della partecipazione. Pavel Florenskij: la vita come opera d’arte, che qui ho l’onore di presentare.

NOTE:
1. Il tempo passato è d’obbligo, considerato il fatto che già da alcuni decenni Florenskij è oggetto, soprattutto in Europa, di una vera e propria renaissance culturale.
2. Cfr. Orlando Figes, La tragedia di un popolo. La rivoluzione russa 1891-1924, Oscar Mondadori, Milano 2016.
3. Cfr. Renato Betti, La matematica come abitudine del pensiero. Le idee scientifiche di Pavel Florenskij, Centro Pristem, Milano 2009.
4. Florenskij nel Settembre del 1900 si iscrisse alla facoltà di fisica e matematica dell’Università di Mosca.
5. P.A. Florenskij, Lo spazio e il tempo nell’arte, Adelphi, Milano 1993.
6. P.A. Florenskij, Op. cit., pp. 44-45.

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Pigrizia: l’ultima forma di resistenza

In un’epoca in cui le rivoluzioni sono solo materia di studio per ragazzi annoiati, sempre più rapiti dalle promesse del mondo virtuale, rimane tuttavia un’ultima freccia al nostro arco: la pigrizia. Ci sono tanti modi di essere pigri, e nel senso comune nessuno di questi può essere una virtù. Ma anche solo per ciò direi che la pigrizia è in grado di rappresentare una controtendenza significativa, l’esigenza di non adeguarsi acriticamente al sistema, eretto intorno a noi, nonostante noi.

Eppure, pigrizia non è solo non aver voglia di fare, poltrire, evitare ogni fatica, vi è anche una pigrizia nobile, ragionata, una pigrizia come forma di resistenza critica e dissidenza dal pensiero dominante. Un modo di essere che mette in discussione la scala di valori inculcatici sin dalla nascita, al vertice della quale si erge indisturbato il lavoro, mezzo – anche se sempre più fine in sé – per raggiungere la piena realizzazione esistenziale, ovvero denaro, proprietà, potere, rispetto, posizione sociale, famiglia (che puoi mantenere solo grazie al lavoro).

Non c’è nulla di sbagliato nel lavorare, anzi, è grazie al lavoro che nei secoli abbiamo considerevolmente migliorato la nostra condizione; di sbagliato c’è l’accettazione comune del lavoro come dimensione unica delle nostre esistenze. Unica, perché, se avete un lavoro, tutte le altre vostre attività saranno organizzate necessariamente in funzione di esso. Avete una macchina per andare al lavoro, affrontate quotidianamente il traffico per recarvi al lavoro, fate la spesa nel weekend perché durante la settimana tornate tardi dal lavoro, vi riposate nel giorno libero per essere poi in piena forma per tornare al lavoro, e lo stesso vale per il riposare la notte – per chi ci riesce. Lavorate otto, dieci, dodici ore al giorno senza esagerare, e per voi non rimane nulla, se non la coscienza a posto perché così vi è stato detto di pensare: se non lavori sei un lavativo, un parassita. Quindi non soltanto inutile, ma addirittura un peso per la collettività. Non lavorare, non sacrificare la maggior parte del nostro tempo al lavoro è semplicemente una colpa. Max Weber riconduce questo primato del fare al cambiamento socio-culturale apportato nel Cinquecento dalla Riforma protestante, per cui il lavoro e il relativo profitto, accumulato e non goduto, erano considerati segno della grazia divina. Sarà davvero colpa dei calvinisti? Fatto sta che il capitalismo contemporaneo ci costringe tutti a lavorare senza sosta.

Nessuno ha mai pensato che in tutto questo possa esserci qualcosa che non va? Ovviamente sì, fini pensatori hanno messo in discussione quella che è a tutti gli effetti una schiavitù salariata: Karl Marx, Paul Lafargue, Bertrand Russell, gli anarchici. E oggi? Nonostante gli sforzi di questi uomini continuiamo a sprofondare sempre più nel buco nero del lavoro, attività che pervade ogni ambito della nostra esistenza. Essere umano e lavoro sono la stessa cosa, noi siamo il nostro lavoro, siamo identificati con esso, a discapito di tutto il resto, ovviamente. Non abbiamo più tempo, la cosa più preziosa concessaci da questa breve esistenza, e non abbiamo più nemmeno l’energia per opporci, risucchiati come siamo dalle nostre occupazioni. Viviamo senza battere ciglio in un mondo in cui vige il culto del profitto e del consumo, dell’apparenza e del potere, e soprattutto l’imperativo del lavoro come dovere sociale imprescindibile, abnegazione totale nei confronti del sistema che non fa altro che alimentarsi con il nostro sudore. Fare, fare, fare. Il male è il non fare.

Non vi è quasi più rivolta, perché le nostre catene, come direbbe il Jean-Jacques Rousseau critico dei costumi del suo tempo, sono magistralmente rivestite di ghirlande e fiori che, nel nostro caso, ci fanno sognare la felicità attraverso il lavoro. Perché altrimenti come fai a permetterti il suv e la vacanza ai Caraibi? È questo il punto: la nostra idea di felicità. Il paradigma di felicità oggi dominante è questo: avere, a scapito dell’essere. Ma non tutti sono felici in questo modo; vi sono infiniti modi di essere felici, uno dei quali è avere meno e essere di più. Poter vivere le proprie passioni, i propri interessi, i propri amici. Avere tempo, per leggere, passeggiare, discutere, studiare, giocare. E non che questo debba necessariamente escludere il lavoro. Se tutti smettessimo di lavorare – è superfluo spiegarne il motivo – non risolveremmo nulla. Ma ognuno dovrebbe essere libero di svolgere il lavoro per il quale è incline, e soprattutto lavorare meno! Finirla con questa dimensione unica che è diventato per noi il lavoro. Poter esprimere la nostra persona in tutti i modi nei quali siamo vivi. Più essere, meno avere. Più libertà, meno costrizione. Più vita, meno colpa.

Ed ecco che ci viene incontro la pigrizia. Pigrizia come resistenza critica a un sistema che non ci rappresenta, perlomeno non tutti. I pigri – per Henri Michaux donne e uomini la cui anima ama nuotare –, rivalutando la pigrizia come modo di essere dissidente, in rivolta contro il diktat del lavoro come unico mezzo di realizzazione personale, sono gli eroi dei nostri giorni, gli unici che hanno il coraggio di mettere in discussione lo stato delle cose. La loro resistenza è passiva, ma attraverso le energie sottratte al lavoro per fare altro, fanno respirare il mondo.   

Rivalutare dunque il valore esistenziale e corrosivo della pigrizia è il nostro scopo. Mettere in luce il problema, aprire il dibattito, stuzzicare le coscienze. Attraverso il pensiero critico spronare tutti a pensare liberamente, in modo indipendente. Che ognuno sia libero di immaginare un avvenire più simile a se stesso e non a quello che il sistema vorrebbe fossimo. A questo serve la filosofia, la materia ritenuta inutile per antonomasia (soprattutto dai più assuefatti al dogma del fare): essere liberi. Abbiamo bisogno di filosofi pigri, di anime che amano nuotare e che sanno che solo nuotando liberamente si può essere felici.

 

Stefano Scrima

Scrittore, musicista e filosofo, sul tema della pigrizia filosofica ha scritto Il filosofo pigro. Imparare la filosofia senza fatica (Il Melangolo, Genova 2017) e Oziosofia (Diogene Multimedia, Bologna 2017). Altri suoi libri sono: Nauseati (Stampa Alternativa, Viterbo 2016), Esistere! Gide, Sartre e Camus (Diogene Multimedia, Bologna 2016), e Non voglio morire. Miguel de Unamuno e l’immortalità (Diogene Multimedia, Bologna 2015). È redattore di Diogene Magazine.
www.stefanoscrima.com

[L’immagine riporta l’illustrazione in copertina al libro Oziosofia]

L’umanizzazione di un genio: “Il mio Godard” di Michel Hazanavicius

Ritratto appassionato e narcisistico divertissement: questi i due poli tra cui si snoda l’ultima pellicola del regista francese Michel Hazanavicius, Il mio Godard, in anteprima e in concorso al Festival di Cannes 2017, distribuito nelle sale italiane dal 31 ottobre.

Il film, basato su Un an après, autobiografia dell’attrice Anne Wiazemsky, prima moglie di Jean-Luc Godard, interpretata dalla splendida Stacy Martin, è una rivisitazione personale della parabola artistica di uno degli esponenti di maggiore spicco della Nouvelle Vague e dell’anticonformista rapporto sentimentale e lavorativo del cineasta con la giovane attrice.

Come coniugare vita privata e vita professionale e quale ruolo ha l’artista nel proprio tempo, dunque: questo il doppio fil rouge scelto da Hazanavicius nell’indagare la figura di Godard in una pellicola suddivisa in capitoli che ripercorrono la distribuzione di La chinoise, film accolto negativamente in una Parigi 1967 che sfila verso il maggio dell’anno successivo, il Festival di Cannes del 1968 interrotto per le proteste, il maoismo, le manifestazioni contro la guerra in Vietnam, la fondazione del cinema collettivo con il Gruppo Dziga Vertov, il rapporto controverso con Bertolucci.

Sullo sfondo quindi l’imprescindibile contesto storico con cui la cinematografia di Godard intrattiene legami indissolubili: il regista di À bout de souffle avverte infatti la necessità di una svolta in chiave di engagement, l’urgenza cioè di fare un cinema rivoluzionario non solo per i modi ma anche per i contenuti, non solo una nouvelle vague che trasgredisce il cosiddetto e impersonale “cinéma de papa” ma un cinema realmente rivoluzionario, che corrode la civiltà dei consumi e della mercificazione dei rapporti umani e che rifiuta il ruolo del regista nella convinzione che esso sottintenda un’ideologia autoritaria e gerarchica. Un uomo a tutto tondo Jean-Luc Godard, appassionato della vita e innamorato con un amore totale, ma asfittico e insensibile, della sua Anne, interprete di Veronique in La chinoise. Jean-Luc la vorrebbe tutta solo per sé sul set e a casa, come inseparabili compagni ovunque, diventando così geloso e cieco verso la maturazione professionale e personale della giovane e brillante ragazza di vent’anni più giovane. Parallelamente il Godard regista, protagonista in prima linea del maggio parigino, si interroga sul senso del fare cinema e sul ruolo dell’intellettuale: artista, creativo, estetico – come era stato nella sua prima stagione – ma anche impegnato, sovversivo, ideologico – come sarà nella sua seconda fase.

Nel tentativo di far coabitare le due anime, del regista Godard e dell’uomo Jean-Luc, Hazanavicus scade talvolta nel cliché, collezionando esibizionismi stilistici forzati, accumulando luoghi comuni e brandelli di antigrammatica godardiana in un film d’autore elegante e lezioso che nell’intento di ridicolizzare l’intoccabile Godard mette solo alla berlina se stesso.

Nessuno è perfetto o tutto è criticabile – suggerisce Hazanavicius ‒ e anche Godard da leggenda diventa macchietta: il regista di The Artist e di The Search ammira inevitabilmente JLG – sigla da cinefili – ma odia il contraddittorio Jean-Luc, borghese e regista di La chinoise, così il comico refrain della rottura degli occhiali scuri del cineasta puntualmente schiacciati durante ogni protesta, simbolo di un’irrimediabile miopia di Godard verso la sua epoca e verso Anne.

Il risultato è – come d’altronde nel titolo italiano – un Godard visto dalla lente di Hazanavicius, ridicolizzato e umanizzato al tempo stesso, il fondatore della Nouvelle Vague che guarda direttamente verso la sua stessa macchina da presa, fragile e in crisi, contraddittorio come tutti e per questo vivo.

Un film per tutti, non certo adatto per conoscere la figura di Godard ma sicuramente denso di spunti di riflessione e apprezzabile per il taglio scelto da Hazanavicius che compie un’operazione consapevole, cioè raccontare una propria passione inevitabilmente dal proprio punto di vista, quindi in modo soggettivo quindi in modo parziale, in una pellicola metacinematografica che riesce a intrattenere tutti, forse proprio per quelle distorsioni, per quei cliché ridondanti poco graditi dai critici.

Quanto agli amanti di Godard e della Nouvelle Vague, a mio avviso, escono dalle sale entusiasti, divertiti e ancora più radicalizzati nella loro passione cinefila, per una scenografia-confetto, quasi alla Wes Anderson, in un’amabile e ambivalente Parigi da cliché, rivoluzionaria e Coco Chanel, e per la brillante interpretazione di Louis Garrel, che da attore bello e tenebroso ha colto l’essenza del Godard di Hazanavicius, cinico e snob, spavaldo e umano, immortale come la frase che scandisce con amara nonchalance il film – Le Redoutable nell’originario titolo francese – leitmotiv del reportage sul sottomarino nucleare francese costruito nel 1967: «Così va la vita, a bordo del Redoutable».

 

Rossella Farnese

Rossella (11 agosto 1992), dopo studi classici, ha conseguito con lode presso l’Università degli studi di Padova la Laurea triennale in Lettere Moderne e specialistica in Filologia Moderna e Critica Letteraria.  È appassionata di letteratura, cinema, musica e teatro, ama l’arte e la natura. 
 

[Immagine tratta da Google Immagini]