Essere in buona salute e sentirsi bene nell’epoca delle biotecnologie

Un tempo la salute del paziente e i successi in ambito medico erano riscontrabili in termini quantitativi, ovvero l’oggettività scientifica costituiva il parametro attraverso il quale si riscontrava se la terapia messa in atto aveva ristabilito o meno lo stato di salute fisica del paziente.

Nel secondo dopoguerra, la medicina ha avviato una prima rivoluzione terapeutica debellando molte malattie infettive gravemente invalidanti o mortali; inoltre, l’applicazione del metodo sperimentale ha permesso l’allungamento della vita media. Negli anni, una seconda rivoluzione, quella biologica, ha consentito di iniziare a intervenire nell’ambito della nuova genetica.

Tali successi e innovazioni medico-scientifiche hanno reso dunque necessario un ripensamento dei contenuti del termine salute.

Nel 1948, l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) diede una svolta al concetto di salute fino ad allora caratterizzato da un approccio paternalistico. La salute venne definita come uno «stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia».

Questa definizione annunciò il superamento del riduzionismo organicista e la valorizzazione della dimensione soggettiva. Quindi, la salute viene intesa anche come l’auto-percezione del singolo soggetto nei vari momenti della sua vita.

Ciò avrebbe quindi permesso di affiancare allo stato di salute oggettivamente rilevabile in termini clinici, il concetto di qualità di vita, frutto della percezione stessa del paziente, delle sue preferenze e valori. Il progresso scientifico-tecnologico in medicina avrebbe così favorito l’affermazione di tale parametro, da affiancare e valutare congiuntamente alla qualità delle terapie.

Ad oggi, non è possibile definire uno stato di salute tralasciando la percezione della persona stessa di trovarsi in uno stato di buona salute, oppure non prendendo in considerazione i fattori psicologici e morali relativi alla percezione di sé e del proprio benessere.

Sebbene focalizzarsi sulla persona, sulla valutazione integrale e multidisciplinare dei bisogni al fine di promuoverne dignità e qualità di vita, sia il punto di svolta della definizione dell’OMS, il raggiungimento di uno stato di completo e concomitante benessere fisico, psichico e sociale risulta oggettivamente utopistico.

Sposando tale definizione, pertanto, nessun essere umano potrebbe essere definito completamente “sano”. Inoltre, associare il benessere alla salute significa inevitabilmente legare il malessere all’assenza di salute; è tuttavia evidente che le cose non stanno così: il benessere e il malessere sono stati non stimabili effettivamente.

Di qui, la concreta difficoltà nel determinare all’unanimità la validità dei parametri oggettivi e dei fattori soggettivi che convergono nella valutazione della qualità di vita; ne deriva quindi la difficoltà di sapere a chi spetta stabilire i termini che la definiscono e la rilevanza da assegnare a ciascuno di essi nell’elaborazione delle scale di stima della qualità di vita.

Tale prospettiva può avere conseguenze rilevanti soprattutto per quanto riguarda la valutazione delle nuove biotecnologie e il loro impatto sulle nostre vite; la presenza di parametri soggettivi nella definizione dello stato di salute è indicativo non solo della rilevanza delle prospettive emancipatorie che caratterizzano le “nuove tecnologie della libertà” (libertà dalla malattia, libertà dal dolore, libertà da un determinato destino biologico, ecc…), ma anche delle sfide che il loro uso o abuso può comportare.

Infatti, gli ambiti specialistici maggiormente interessati da un’attenta valutazione della qualità di vita sono quelli in cui la conoscenza biologica, che si ottiene nei laboratori, è stata tradotta in tecnologia, ovvero in metodi, procedure e strumenti che possono modificare le nostre vite con lo scopo di migliorarne la forma o il funzionamento oltre quanto necessario per il recupero di uno stato di salute quantitativamente rilevabile.

Il passaggio da una concezione della salute intesa in senso puramente quantitativo, ad un’idea di salute intesa come benessere e ben vivere, avente al suo centro la capacità dell’individuo di prendersi cura di sé, comporta un rischio ben definito: un impiego ideologico del criterio di qualità di vita.

Il problema risulta essere quello di porre il principio di qualità di vita a fondamento della norma etica, permettendo ad ogni soggettività la gestione indiscriminata del proprio corpo e della propria vita, in conformità ad una visione del bene e della qualità di vita totalmente personali, dimenticando però che le conoscenze di cui oggi disponiamo richiedono una riflessione a tutto campo, universalmente condivisa.

Se da un lato non si può concepire una medicina priva del coinvolgimento dei desideri del paziente nel ripristino della sua salute, dall’altro è altrettanto necessario che i bisogni del paziente siano orientati da valori etici coincidenti con il rispetto della vita fisica, delle persone, dell’ “ecosistema” in cui viviamo. La ricerca scientifica e l’attività medica devono avere una finalità orientativa ben precisa perché senza un’etica della vita non può esserci una qualità di vita.

Ritengo dunque che la definizione epistemologica dello stato di salute dovrebbe essere accostata ad una condizione di equilibrio dinamico da creare tra il soggetto e l’ambiente umano, biologico e sociale che lo circonda, in maniera tale da poter affrontare, attraverso lo sviluppo di risorse interne, le condizioni di malattia.

 

Silvia Pennisi

 

[Photo credits Emma Simpson su Unsplash.com]

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“Ti piace perché è bello o è bello perché ti piace?” La bellezza e i suoi perché

Ho veduto una sola volta l’unica, colei che la mia anima cercava, e la perfezione che noi collochiamo al di sopra delle stelle, che noi allontaniamo sino alla fine del tempo, questa perfezione l’ho sentita presente. Era là, questo essere supremo, là nella sfera dell’umana natura e delle cose esistenti. Non vi domando più dove essa è: è esistita nel mondo e può tornarvi; vi è soltanto nascosta. Non domando più che cosa essa sia, l’ho veduta, l’ho conosciuta. Oh, voi che cercate il sommo bene nelle profondità del sapere, nel tumulto dell’azione, nell’oscurità del passato, nel labirinto del futuro, dentro le fosse o sopra le stelle, conoscete il suo nome, il nome di ciò che è uno e tutto? Il suo nome è bellezza. 1

Siamo davanti a un tramonto, ci sfugge un sospiro e pensiamo che non ci sia niente di più bello in quel momento, un po’ come quando guardiamo negli occhi la persona che amiamo. Reputiamo bello ciò che ci piace, ciò che alla fine ci procura piacere, ma anche Kant sarebbe d’accordo nel denotare che nell’istante in cui definiamo qualcosa “bello” stiamo dando soltanto un nostro giudizio personale: si tratta di un giudizio di gusto, non logico, ma bensì estetico. A riguardo del piacevole, Kant usa il termine tedesco Angenehm e afferma che esso “è ciò che piace ai sensi nelle sensazioni”2.

ll bello è per prima cosa una forma, legata all’oggetto delle nostre rappresentazioni estetiche: bello è qualcosa di definito nel materiale, ma inesprimibile in un concetto, può essere bella una rosa o una statua o un giardino fiorito in primavera, ma non si riesce a dire perché è bello. A questo punto si può pensare allora alla sua finalità: può esserci un bello con finalità senza scopo o un bello strumentale. Nel bello senza scopo vi è un nostro totale disinteresse nel dare il giudizio, il bello appare per se stesso e si mostra in sé. Il bello strumentale semplicemente è legato all’utilità dell’oggetto di cui noi vogliamo disporre. Riprendiamo l’ultimo esempio fatto, quello del giardino di fiori in primavera. Se io per la prima volta entro in questo giardino e vedo tutti i fiori ben curati, che sbocciano, di tutti i colori, rimando meravigliata per la bellezza intorno a me, ma non esprimo questo giudizio perché mi interessa o mi serve per qualche motivo preciso, ma perché denoto che è bello di per sé e può essere un giudizio universalmente valido, che tutti posso esporre. Ma se io sono il giardiniere di tutti quei fiori, li trovo belli anche per mio interesse, perché è mio lavoro occuparmi di tutto il giardino e curarlo. Risulta essere in ogni caso una percezione soggettiva che a seconda dell’interesse o disinteresse assume un validità differente perché personale.

Alla fine “Non è bello ciò che bello, ma è bello ciò che piace”, i detti popolari non sbagliano mai.

Ma cosa produce la Bellezza?

Hölderlin scrive che la bellezza ha tre figlie: la prima figlia è l’arte, fonte divina di giovinezza per l’uomo; la seconda figlia è la religione, amore della bellezza; infine la terza è la filosofia, la figlia mancante, poiché essa è limitata da una conoscenza del contingente. La filosofia trova possibilità solo attraverso l’intuizione immediata, che procede dalla bellezza ai sensi, divenendo fondamento logico e ontologico.

Vorrei solo concludere questo articolo con questa citazione:

Il saggio ama proprio lei, la bellezza che tutto racchiude. Il popolo ama i suoi figli, gli Dei che gli si manifestano in forme molteplici. […] E senza tale amore per la bellezza, senza questa religione, ogni Stato non è che scheletro secco senza vita e spirito e ogni pensiero e ogni azione un albero senza cima, una colonna cui è stato troncato il capitello. 3

Al prossimo promemoria filosofico!

Note

1] Holderlin F., Hyperion oder der Eremit in Griechenland (1799), cit p. 59

2] In tedesco “ist das, was den Sinnen in der Empfindung gefallt

3] Holderlin F., Hyperion oder der Eremit in Griechenland (1799), cit p. 89

Azzurra Gianotto

[Immagine tratta da Google Immagini]