Una mostra per i 500 anni dell’Orlando Furioso. Impressioni

Nei locali al pianterreno del Palazzo dei Diamanti di Ferrara è stata aperta il 24 settembre scorso una mostra dedicata ai cinquecento anni dalla pubblicazione del celebre poema epico di Ludovico Ariosto, l’Orlando Furioso, opera letteraria simbolo del Rinascimento italiano sia sotto l’aspetto linguistico, sia, soprattutto, sotto l’aspetto dei contenuti, inseparabilmente legati al contesto storico della corte ducale estense, nella quale sia l’opera sia il suo autore sono cresciuti. Da studioso e appassionato d’arte, sono subito stato incuriosito a visitare questa mostra per la presenza di alcuni capolavori di pittura provenienti dai più svariati musei europei, dipinti storicamente importantissimi la cui temporanea permanenza a Ferrara è già da sé una grande notizia. Tuttavia la bellezza e il valore di una mostra non si misurano esclusivamente sul valore artistico di singole opere d’arte esposte al suo interno, bensì sono il risultato di scelte accurate di oggetti che sappiano, specie se esposti mediante criteri logici ben studiati, comunicare con chiarezza allo spettatore informazioni su un artista o su un periodo storico ben definiti, oppure che permettano di raccontare per immagini un mondo ormai distante e appartenente al passato, di cui il visitatore può, per un breve periodo di tempo, riappropriarsi.

È naturale, quindi, che il successo di una mostra tematica come quella attualmente allestita a Ferrara non sia per nulla scontato. L’obiettivo dichiarato, in questo caso, è quello di restituire al visitatore le immagini e le storie che affollavano la mente di Ariosto, quelle che sarebbero poi state impresse all’interno di uno dei più grandi prodotti della letteratura italiana di tutti i tempi. Dunque una sorta di contestualizzazione per immagini, una ricostruzione dell’ambiente culturale ruotante attorno al perno rappresentato dal grande letterato, formula già utilizzata e riuscita con grande successo tre anni fa con la mostra padovana su Pietro Bembo. E qui la domanda sorge spontanea: questa mostra su Ariosto riesce altrettanto bene nel suo intento?

Devo ammettere che prima di entrare avevo un certo scetticismo. D’altronde nelle pubblicità e negli articoli online l’attenzione è puntata quasi esclusivamente sui pochi capolavori pittorici presenti, e l’aspettativa che mi ero creato era quindi quella di ritrovarmi a visitare una raccolta di capolavori legati da un filo conduttore debole o banale. Invece, tutt’altro! Appena varcata la soglia d’ingresso, mi sono trovato catapultato in un mondo di cavalieri e dame, di tornei e battaglie e di grandi uomini le cui gesta oggi ci appaiono forse ancor più eroiche di quel che sono state nella realtà. Il percorso espositivo è un viaggio all’interno di un’epoca idilliaca, una finestra aperta sul grande Rinascimento italiano, la cui lontananza temporale e concettuale viene improvvisamente ad accorciarsi. Se l’intento dei curatori è stato quello di far calare il visitatore nel mondo cavalleresco popolato da personaggi eroici presente nell’immaginazione dell’Ariosto, devo dire che essi ci sono ben riusciti.

Quella che si presenta davanti agli occhi di chiunque si avventuri nei prossimi mesi a Palazzo dei Diamanti è un’ampia rassegna di pezzi, provenienti da moltissime collezioni pubbliche e private, che appartengono a quel “favoloso” mondo cortese di inizio Cinquecento che affonda le sue radici nel Medioevo, e i cui valori rispecchiano ancora, per certi versi, quelli dispensati ed elogiati nella letteratura romanza. Il percorso della mostra si snoda tra un numero consistente di quadri, manoscritti miniati, arazzi e bellissime armi da parata. Quello che più mi ha più colpito è stato vedere, accanto ai ben noti dipinti di Tiziano, Raffaello, Mantegna e Giorgione, bellissimi disegni di questi e di altri grandi artisti del Rinascimento. Incredibile, per esempio, la presenza non pubblicizzata di un disegno di Leonardo da Vinci, anche se ho certamente apprezzato di più un rarissimo disegno di Mantegna e un altro, con la raffigurazione di un soldato, eseguito da Giuliano da Sangallo, fatto che mi ha destato sorpresa dal momento che l’autore è noto esclusivamente per essere un grande architetto. Tuttavia l’opera che, a mio parere, meglio di tutte rappresenta la tematica della mostra e l’immaginario di Ludovico Ariosto è il quadro con la Liberazione di Andromeda del pittore fiorentino Piero di Cosimo [nell’immagine, dettaglio], nel quale l’elegante figura armata di Perseo, uomo ed eroe, viene Mostra Orlando Furioso Ferrara, quadro - La chiave di Sophiaraffigurata nel momento in cui sta per sferzare il colpo fatale all’enorme mostro che occupa il centro della scena, salvando così la principessa Andromeda e ponendosi di conseguenza, nonostante le sue piccole dimensioni di essere umano, come grande protagonista della storia e come garante della virtù umana che sconfigge la bestialità del vizio e dell’irrazionalità, virtù cui viene data grande fiducia e che denota l’eroe di una cultura che, non a caso, viene definita umanista. Queste storie e queste immagini erano familiari ad Ariosto e le si rincontrano nel suo grande poema, cui questa mostra rende un grande tributo che difficilmente può non venire apprezzato.

Luca Sperandio

Dove trovammo la valigia del filosofo

C’era un tempo una città senza nome, senza vie e senza case, ma piena di valigie. Gli abitanti del posto non cucinavano in cucina né facevano pipì in bagno, i nonni non riposavano sulle poltrone e i bambini non giocavano sui tappeti. Non essendoci case, infatti, non c’erano bagni né cucine, tappeti né poltrone, nella città senza nome. Ma alla gente questo non pesava perché, più che restare, preferiva spostarsi. Viaggiavano alla ricerca di nuovi alberi da frutto per la colazione, larghi prati per giocare a pallone e robusti tronchi su cui riposare.
Per avere con sé quegli oggetti che nella vita possono tornare utili, gli abitanti del posto si servivano delle numerose valigie sparse per la città. C’erano valigiotte e valigine, con rotelle o con bretelle, resistenti o un poco mosce, poste dritte o un po’ rovesce.

Alcune di queste valigie erano così scomode da trasportare che un giorno un tale suggerì l’acquisto di pratici zaini. Malgrado il diffuso entusiasmo iniziale, la proposta fu bocciata: dare indicazioni sul negozio sarebbe stato davvero complicato, non potendocisi riferire ad alcuna via. Poi, a pensarci bene, sarebbe stato difficile recarsi in negozio se di case, nella città senza nome, non ce n’erano. La gente dovette dunque rassegnarsi a quell’abitudine un tantino scomoda, o espatriare.

Un arioso pomeriggio d’estate capitai nella città senza nome. Passeggiavo in compagnia di una cara amica finché, su in cima alla collina, intravidi qualcosa. Cosa fosse questo qualcosa forse si intuisce già, ma noi che in quella città non avevamo mai messo piede, pensavamo a chissà quale arnese. Una corsa fino in cima e la trovammo, e la aprimmo. Sarà stata degli anni quaranta, fatta di cartone rivestito di una tela marrone.
Sopraggiunse un bambino del posto e ci spiegò che nella sua città non c’erano vie né case, soltanto valigie. Ogni valigia, ci informava, contiene oggetti diversi. Ci sono le valigie dei giochi, che sono le più belle, le valigie dei piatti e delle forchette, che servono quando si ha fame, le valigie delle giacche, per ora impolverate, eccetera eccetera. Potete prenderla, ci aveva detto gentile.
La nostra era la valigia del filosofo. Non è che dentro ci fossero davvero i filosofi, poverini. Però, diciamo, c’erano oggetti che ricordavano cose che non si vedono e non si toccano, i concetti. Notammo che non si trattava di concetti qualsiasi, ma di concetti molto antichi e, come dire, senza scadenza. Molti, ci informò il bambino, scambiano la valigia del filosofo per la valigia dell’antiquario.

Certi oggetti, in particolare, ci suscitarono grande curiosità, così li tirammo fuori dalla valigia e li esplorammo. Alcuni parlavano di sé, altri di metafisica, altri ancora di linguaggio. Dato che nella maggior parte degli oggetti c’era almeno un pizzico di logica, ce ne chiedemmo il motivo. Ci spiegò il bambino che per filosofare bene, indipendentemente dall’argomento, servono buone argomentazioni. Serve sapere, insomma, che se le valigie di piatti sono pesanti e io sto sollevando una valigia leggera, allora è sicuro che questa non contiene piatti. Certo, per imparare a ragionare correttamente bisogna stare attenti a non scivolare nella trappola delle fallacie, a evitare alcuni errori impertinenti che si nascondono in certi ragionamenti. Non si può dire che la giustizia impone che nessuno nella città senza nome possa costruire una casa perché non è giusto che nella città senza nome si possano costruire case. Questo ragionamento è circolare, presuppone che sia vero quel che si vuole dimostrare e quindi non è valido farne uso. In definitiva, per filosofare bene è d’aiuto il buon ragionamento, per capirsi al meglio è necessaria una comunicazione chiara e corretta. Questa ci sembrava una buona via per addentrarsi, insieme a quel bambino, in quella terra apparentemente così astratta e perdigiorno della filosofia.

Passammo un po’ di tempo col naso tra gli oggetti, dopodiché ci addormentammo, in assenza di divani, su un largo prato verde. E sognammo di passeggiare tra i banconi di un antiquario.

Valigia del filosofo

Logo valigia del filosofo-01

Essere e Nulla

<p>Disegno Musumarra Prattismo La Chiave di Sophia</p>

Ciò che in prima istanza si pone davanti agli occhi è l’essere? Ciò che si fa percepire al nostro tatto, al nostro gusto e olfatto è l’essere? Cos’è quello che propriamente, a volte segretamente, cerchiamo se non l’essere del nostro interlocutore? Ma l’essere è o non è ciò che appare? Ne è una parte ben definita, intera, oppure è in una misura pari ad una numerazione periodica o semplicemente frazionata, qua e là, tra le mille cose che la nostra specie ha portato a compimento?

L’apparenza è già essere? Se sì, perché certe volte non basta? E se l’essere fosse un Nulla? Se non esistesse nessun essere e l’inconscia consapevolezza dell’uomo sull’inconsistenza, l’incoerenza, il mistero di questo ente-fantasma, fosse essa stessa la scintilla del Deus che imperiosamente personifica tutte le idee e le ipotesi immagazzinate, ponendosi come Spirito, Musa o Ispirazione nell’essere umano? Cos’è la spiritualità umana? Se questa nostra idea dell’Essere, se ogni suo particolare e genesi e struttura e corporeità fosse totalmente dispiegata nel nostro subconscio e che, psicologicamente, si manifestasse come desiderio, come pulsione, come momento organicamente propizio, e successivamente come pratica nel nostro Agire/Pratica nel/del reale? Proprio perché è un apparente Nulla incoscientemente svelato – ma non raggiungibile -, noi lo desideriamo, lo cerchiamo, lo vogliamo: si fa oggetto di desiderio perché apparentemente si cela, non è corporeo; questo sorta di cosa non la possiamo indicare ivi giudicare secondo gusto: è Essere, un imperioso e condizionante Sono fatto così. Allora questo è un Essere che è già svelato, seppure nel nostro puro apparire e fa gioco-forza sul Nulla sul quale poggia. Ma questo nulla è già Nulla, e l’essere che ne viene è Microcosmo, palliativo, dell’Universo che ci circonda; che poggia, sicuro, nel suo nulla come Socrate nel non sapere. Un Nulla che sostiene e protegge ciò che appare da tutto ciò che l’individuo dispiega come vero e dimostrabile e ancora come verità intelligibile e come chiave e ponte per l’al di là della personale apparenza: perché egli è nulla e chi vuole conoscerlo deve farsi esso stesso volontà del suo stesso Nulla; per conoscere l’Altro bisogna annullarsi e farsi Essere del nostro interlocutore, coglierne l’essenza e le variegate contraddizioni che si levano dal suo centro, dal suo Ego.

Ma cosa si eleva nello specifico? Tanti Oggetti, che, come cani feroci, aggrediscono le apparenze della nostra soggettività, sciogliendole dal velo della contraddizione, del dubbio e dell’ignoranza ricacciando le risposte alle nostre domande verso l’essere, verso un più saldo è così e così che, sebbene potenzialmente falso o temporaneo o celato o costruito, è certamente più stabile e plasmabile di un magnifico e cosciente, aperto, nulla: un essere che attraverso gli ideali e le dottrine e le scienze si pone una spanna al di là della sua apparenza, della sua soggettività ivi in piena contraddizione. Quest’ultima non può sciogliersi semplicemente in ciò che appare ma va cercata più in profondità; l’apparenza, e tutte le sue contraddizioni, è inaccettabile quindi si cerca l’essere tra le pieghe dell’apparenza, sostanzialmente perché la semplice equazione essere-apparire non basta; perché troppo semplice, troppo facile, troppo immediata. Morale, scienza, religione, società, giustizia, legge, libertà, amore, questi rinforzano la base, il nulla, dell’essere e mordono tutti i particolari che scintillano sulla nostra pelle, limano ogni nostro comportamento, e vogliosi, appaiono e si danno ai sensi del nostro interlocutore.

Tutto ciò che abbiamo oggettivizzato dà una via di fuga dall’apparenza, da ciò che è evidente ai sensi e al nostro corpo – da ciò che è evidente persino a noi stessi che ci scrutiamo e ci specchiamo negli occhi del nostro interlocutore o tra le mura della nostra intimità -; sono rifiuti eleganti e colti all’apparenza che viene fuori dalla corporeità, dalla soggettività, ed al contempo i distintivi delle nostre capacità comunicative e del nostro ruolo all’interno della società. Ma il nostro apparire non viene spazzato via in toto; la nostra soggettività non viene demolita, ma limata, oggettivizzata. Le apparenze si rafforzano di Oggetti, cacciando le contraddizioni della soggettività – ivi anche l’unicità della nostra sintesi io-altro-mondo – verso il nulla e profondo Essere: qui, in gabbia, la nostra soggettività, trema e scuote i nostri archetipi; la società non vuole soggetti, ma oggetti e in quanto tale non rimane altro che gettarsi fuori nelle arti, nella musica, in amore, in guerra o nell’idealismo e nella trascendenza. Ma l’essere quindi che fa? Protegge e dà all’apparenza una via di fuga, un nuovo inizio, un nuovo via? Magari oggettivizzandola, rendendola più Sociale? Di certo protegge le nostre performance sociali qualora queste vengano smascherate: l’essere è una superficie che fornisce archetipi e stereotipi sempre nuovi ma che trovano fondamento su tutto ciò che il reale ha fornito e fornisce ogni giorno. L’essere così è un retroscena di ciò che appare, è una finzione, un nulla di comodo dentro il quale rifugiarsi quando tutto ciò che trasuda dalla nostra superficie entra in contraddizione con sé stessa ed in tensione con l’atmosfera circostante. L’essere ciò che si è è ciò che pretendiamo quando siamo innamorati; un Nulla in pieno svolgimento.

Salvatore Musumarra

[Immagine tratta da Google Immagini]

La droga

Sicché quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba, per pensare all’anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: – Roba mia, vientene con me!

La Roba di Giovanni Verga

Una delle definizioni di droga: qualsiasi cosa che occupi totalmente la mente impedendo di pensare ad altro o costituendo un bisogno assoluto. Guardati intorno nella tua stanza mentre leggi questo articolo, la tua scrivania, scaffali e vani vari si affollano di cose. Piccole cose che raccontano delle storie, rievocano brandelli di emozione, nostalgie e sensazioni. Oggetti, appunti e quanto altro che rasentano il pattume e che utilizzi per tornare indietro con la mente da qualche parte, dove rifugiarti e fuggire dall’oggi. A questi oggetti emotivi si aggiungono poi tutte le altre cose. Quelle di cui non puoi fare a meno: per lavoro, per stare sempre connesso. Quelle da cui non ti puoi liberare; le tue protesi elettroniche, il ricordo del nonno, un regalo. L’eccesso è che da alcune di queste cose non riesci a separarti un solo istante. Te le devi portare con te ovunque. Diventano non solo funzionali, ma anche emozionali. Sostituiscono elegantemente, e con meno vergogna, il peluche di quando eravamo piccoli o la famosa coperta di Linus. La vita assomiglia pericolosamente allo scantinato di un robivecchi o al retrobottega di un antiquario. Non sappiamo più che cosa è imporante e che cosa no. Talvolta in realtà, neppure dove siano le cose che cerchiamo. E, ultimamente, anche perché quelle cose siano proprio lì e perché.

Assistiamo a due fenomeni complementari:

L’uomo primitivo trasforma gli oggetti in soggetti 

Nicolás Gómez Dávila

Tale atteggiamento permane immutato anche nell’uomo moderno, alcuni oggetti diventano simboli e in quanto tali, come ricorda bene Umberto Galimberti, essi rimandano ad altro.

La gente accetta di adattare i propri desideri, farseli snaturare e indirizzare su oggetti, su automobili e vestiti e apparecchi elettronici e giocattoli inutili che servono a far dimenticare cosa è diventato il mondo.

Andrea De Carlo, Due di due

Atteggiamento diffuso per cui gli oggetti diventano non rimandi emotivi ad altro, ma obiettivi, forme di riscatto sociale e di affermazione, acquisiscono cioè una funzione identitificativa dello status sociale

La paura è che angosciosamente l’umanità contemporanea sia assuefatta ad una nuova droga, la droga di cose. Peggio ancora. Se la sicurezza che “la roba”,tanto per ricordare Verga, ti dà, che pure a volte sfocia in atteggiamenti compulsivi, è di per sé un’umanissima risorsa, tutto è riconducibile alla preistoria. Insomma, per certi versi siamo ancora fermi a quei tempi. Se non che fino a quando l’homo sapiens era nomade – per motivi pratici che chiunque abbia dimestichezza di escursioni in montagna intuisce bene , di cose con sé ne poteva portare poche. Da stanziali tutto cambia, potendo accumulare oggetti senza la preoccupazione di essere poi costretti a doversene sobbarcare il peso. Abbiamo poi aggravato la situazione con proprietà e possessi, e conflitti annessi, di cui ha già ben scritto Verga nelle sue novelle. Il punto è che sotto questo aspetto non siamo poi tanto diversi dai nostri progenitori, ma neppure dagli animali che nella cultura giudaico-cristiana sono subordinati alla dimensione umana. Certo è giusto non semplificare troppo, ma possiamo giocarcela con uno scimpanzè, il mio gatto o il cagnolino del mio vicino. Gli istinti sembrano essere quelli, i nostri eventualmente un po’ raffinati dall’intelletto, ma a volte nemmeno quello. Comunque di sicuro non c’è niente di cui vantarsi.

Il nostro sistema economico, la nostra vita “dopata” di roba, ha perso la percezione della povertà come libertà e condivisione, ci obblighiamo all’accumulo e abbiamo perso la capacità di educarci al gratuito come i nostri nonni: quel poco che serviva davvero un tempo era caricato da relazioni interpersonali autentiche e condivise, mentre oggi siamo così drogati di cose che troppo spesso corriamo il rischio di perdere di vista le persone. I nostri governi ci raccontano che l’unica ricetta per uscire dalla crisi economica è rilanciare gli acquisti, ma forse non sarebbe il caso di rivedere e ripensare i nostri presunti bisogni? Vi siete mai chiesti perché i nostri nonni guardando noi under 35 di oggi sembrano pensare quello che insinuava il poeta inglese Jamie McKendrick “Meno abbiamo, più ci sembra di aver fallito nel farci strada. Ma a me manca quel meno”. Forse manca anche a loro e noi dovremmo fare tesoro della loro indicazione.

Solo alla fine della conoscenza di tutte le cose, l’uomo avrà conosciuto se stesso. Le cose infatti sono soltanto i limiti dell’uomo.

Friedrich Nietzsche, Aurora, 1881

La Filosofia del resto è stata per troppo tempo ancella della cosalità, basti pensare alla presunta opposizione tra soggetto e oggetto e a come Fichte pensa di risolverla in un confronto tra Io e Non Io. Eppure come ben ci ricorda Nietzsche le cose sono nostri limiti, non nostri alleati. Forse sarebbe il caso che ci impegnassimo ad accumulare più persone belle nella nostra vita di meri oggetti se non vogliamo fare la fine che ci racconta Verga:

Il mondo andava ancora pel suo verso, mentre non c’era più speranza per lui, roso dal baco al pari di una mela fradicia che deve cascare dal ramo, senza forza di muovere un passo sulla sua terra, senza voglia di mandar giù un uovo. Allora, disperato di dover morire, si mise a bastonare anatre e tacchini, a strappar gemme e sementi. Avrebbe voluto distruggere d’un colpo tutto quel ben di Dio che aveva accumulato a poco a poco. Voleva che la sua roba se ne andasse con lui, disperata come lui. Mastro Nardo e il garzone dovettero portarlo di nuovo in paese, più morto che vivo.

Matteo Montagner

[immagini tratte da Google Immagini]