“Di tutte le storie che sono state scritte ne manca una: la tua”.

image

che la vita è una, che ogni giorno è l’ultimo, che tutto cambia, che il successo o la fortuna non si misurano in banca ma derivano dall’apprezzare ogni più piccola gioia, che ciò che per te è sacrosanto e giusto, è assurdo e sbagliato un metro più in là

 Era un venerdi mattina milanese. Di dicembre. Di quelli che appena ti suona la sveglia vorresti solo posporla, almeno fino a maggio. Almeno. Si, dormo ancora un po’, tanto è solo un corso.

E invece.

Il corso di Storytelling non è stato un corso. O almeno non solo quello. È stato scavarsi dentro, ricordi, incontenibili sorrisi, lacrime represse, il cervello e il cuore finalmente a cinema assieme. A vedere il mio film. La mia storia.

Il momento preciso in cui capisci che vivere significa essere chi si vuol essere e non chi gli altri vogliono che tu sia te lo ricordi per sempre.    Ti trapassa da parte a parte.

A me è successo durante le due giornate di “un corso di formazione, come tanti”. Perché ho scritto chi e cosa sono stata, e vedendo la mia vita tutta nero su bianco, ho capito chi sono e chi voglio essere.

Il Mio capitolo inizia proprio dalle parole con cui ho concluso il corso: “Donatella era una bambina timida ed insicura. Che alle feste di carnevale aveva freddo. Diceva sempre si ed era educatissima.  Poi un giorno…”. Ma le 18.30 sono arrivate, il corso è finito, e qualche vita, forse, è iniziata.

Tutto questo è stato possibile grazie ad una persona che  ha reso un corso di formazione, un corso di emozione: Francesca Marchegiano.

-Cominciamo così: c’era una volta una bambina di nome Francesca che…

…che era arrivata sulla Terra così come ogni eroe entra nella sua storia: con un dono da condividere e una ferita da sanare, e che partì per scoprire quali fossero entrambi.

-Continuiamo così: un giorno Francesca capì cosa avrebbe voluto fare da grande e…

Decise di mettersi in proprio alla soglia dei 40 anni, in una nazione dove la crisi regnava sovrana, senza contatti e dovendo inventarsi un lavoro che prima non c’era. Così si mise a studiare e studiare, passò giorni e notti a esplorarsi dentro e cercare di conoscere il fuori, arrivò a pensare: “Và che ho sbagliato tutto?” ma, arrivata a quel punto della storia, decise che piuttosto sarebbe morta provandoci, ma mai avrebbe abbandonato il suo sogno. E in quel momento davanti a lei si aprì un campo di fiori, da attraversare.

-Se ti chiedessi di spiegare cosa è lo storytelling in 10 parole?

Insieme di conoscenze e strategie per costruire racconti ingaggianti (ne manca una, aggiungo: olè!).

-Quando e come hai capito che questa sarebbe stata la tua strada?

Durante un Master in Orientamento e Outplacement, seguito perché già pensavo di supportare le persone nello scegliere strade di qualità rispetto ai propri talenti e alla propria natura, stimolandoli attraverso percorsi di narrazione autobiografica, attraverso la scrittura. Dovendo imparare a farlo per gli altri, l’ho fatto su di me, e lì ho capito chi ero e quale strada non tanto dovevo scegliere (perché non c’era), ma dovevo inventare.

-In che modo lo storytelling è applicabile al mondo dei bambini?

I bambini INSEGNANO lo storytelling, vivono perennemente in Neverland e ricordano a noi, adulti che cerchiamo di stare dritti e seri, quanto la narrazione sia innata, nutriente, indispensabile, guaritrice, salvifica e creatrice.

-Siamo tutti storyteller inconsapevoli?

Assolutamente sì! Dove c’è una persona, lì c’è uno storyteller. Solo che è talmente naturale questo modo di essere, che è inconsapevole come il battito del cuore o il respiro. Il mio compito è risvegliare questa consapevolezza, in modo che tutti possano valorizzare la loro identità, orientarsi nella vita, promuovere ciò che fanno e realizzare i loro obiettivi.

-Al corso hai anche parlato dello storytelling utilizzato per scopi terapeutici, ad esempio negli hospice. E’ qualcosa che mi ha colpito molto, potresti spiegarci meglio in cosa consiste?

Già da tempo si parla di Medicina Narrativa, anche in Italia, ed è la possibilità di far esprimere (narrare) i propri vissuti ai pazienti, e spiegare o affiancare i pazienti in percorsi di cura con un approccio narrativo, da parte del personale medico. La mia esperienza è consistita nell’introdurre lo storytelling autobiografico nelle cure palliative per pazienti terminali, per far sì che, raccontando e “rileggendo” la propria storia, ciascuno di loro potesse accorgersi del disegno unico e speciale che la propria esistenza aveva avuto, così da darle un senso e poterla chiudere con più serenità.

-La serenità che trasmetti come si concilia con la tua indole da esploratrice “Into the wild”?

Si capisce che non sei mai stata in macchina con me… lì la mia serenità scompare e mi trasformo in Hulk! A parte gli scherzi, ho avuto il grandissimo privilegio di avere quelli che io chiamo “Maestri di vetro”. Li ho incontrati nei primi lavori che ho fatto dopo l’Università, erano ospiti di comunità per schizofrenici cronici e malati d’aids terminali. Loro mi hanno insegnato tutto quello che importa sapere: che la vita è una, che ogni giorno è l’ultimo, che tutto cambia, che il successo o la fortuna non si misurano in banca ma derivano dall’apprezzare ogni più piccola gioia, che ciò che per te è sacrosanto e giusto, è assurdo e sbagliato un metro più in là… e anche di questo bisogna saper farne un valore.

– Ci spiegheresti in pochissime parole “Il viaggio dell’eroe”?

Il Viaggio dell’Eroe è un format narrativo, sul quale sono state costruite tutte le più grandi storie del mondo, della mitologia, delle religioni ma anche del cinema e della letteratura. Parla dell’Uomo e dell’arco di cambiamento e possibile) evoluzione che ciascuno di noi fa nella vita, e nella singola giornata. Insegna che nulla di importante accade nelle proprie zone di comfort, ma è solo mettendosi in viaggio (reale o metaforico), incontrando aiutanti e ostacoli, che abbiamo la possibilità di scoprire il nostro reale sé, il tesoro interiore, e riportarlo al punto di partenza, affinché tutti possano beneficiarne, oltre a noi.

-Ora a che punto del cerchio ti trovi?

Ognuno di noi ha tanti cerchi del Viaggio attivi, contemporaneamente. Uno per il lavoro, uno per l’amore, uno per la salute… davvero tanti. Rispetto allo storytelling, per un punto di vista sono alla fase del tesoro, perché ho chiaro cosa devo fare di ciò che so e ho imparato in questi anni, cosa devo fare per me E per gli altri. Ma qui comincia un nuovo Viaggio.. che sarà ricco di ostacoli, conflitti, prove da superare e fate pronte a darmi un aiuto, ma solo quando aderirò così totalmente al viaggio, da non prevedere la possibilità di arrendermi e tornare indietro.

-Se dovessi scegliere tra “ C’era una volta” e “E vissero felici e contenti”?

Sono molto proiettata verso il futuro, quindi starei sull'”e vissero”. “E vissero” mi basta, “felici e contenti” per l’eternità mi sembra un incubo…aggiungiamo anche “nostalgici, disperati, folli, sognatori”… tutto quanto cirende meravigliosamente tridimensionali!

– Francesca in una citazione:

La mia preferita di questo periodo è: “Tutte le cose sono connesse le une alle altre, e sacra è la loro connessione”. È di Marco Aurelio, ogni volta sono scioccata di quanto avesse già detto tutto lui.

-Francesca in una sola parola:

Libera.

– Francesca in uno sbaglio:

Come, solo uno??? Ma ne ho fatti un sacco, altrimenti non sarei potuta cadere in ginocchio e trovare pepite d’oro proprio lì dov’ero.

-Francesca è stata, è, sarà…?

Una persona uguale a tutte le altre, che sta scrivendo (nel viverla) la sua storia, cercando di avere più pagine belle possibili, e di far tesoro di quelle che si sono strappate.

 -Dove possono contattarti i nostri lettori?

www.francescamarchegiano.com lì ci sono anche i link ai social o la mia mail.

Grazie mille Francesca, o come ti firmi tu… Fra.

Donatella Di Lieto

[Le opinioni espresse sono a carattere strettamente personale/ Views are my own]

[Immagini tratte da Google Immagini]

Ps. Un ringraziamento a  Ninja Academy che si è affidata a Francesca per un corso che ancor prima di cambiare il mio modo di lavorare, ha cambiato il mio modo di essere.

 

Linkedin: meglio non esserci che esserci male.

 

Non c’è mai una seconda occasione per fare una buona prima impressione.

Secondo l’articolo “How Many Seconds to a First Impression” dell’Association for Psychological Science Impression, ci vuole solo 1/10 di secondo perché qualcuno possa prendere una decisione su di te.

Provate a chiudere gli occhi. Riapriteli. 1/10 di secondo è già passato da 3 secondi.

A differenza di altri social network, Linkedin merita un’attenzione ed una cura particolari. Vi state vendendo. E qui l’abito e la vetrina fanno drammaticamente il monaco.

Vediamo come farlo al meglio, partendo da regole semplici e di base.

1) Inserite una foto che sia professionale e coerente con il vostro settore lavorativo. Bandite foto con la birra in mano a meno che non siate il CEO dell’Heineken o in costume a meno che non siate Kate Moss. Se fate i copywriters io eviterei la posa da avvocato d’affari anni ’90 con braccia conserte, e se fate l’avvocato d’affari anni ’90 io eviterei l’autoritratto multicolor in stile Andy Warhol.

2) Scrivete una headline impattante.  Occhio a non inventare posizioni in inglese. Come lo spagnolo non si parla aggiungendo la “s” finale ad ogni parola, così il disoccupato da 10 anni non si chiama “Senior Future Hunter Specialist”.

3) Aggiornate continuamente le vostre esperienze: ho contatti che sono diventati dirigenti nell’azienda B, ma il cui profilo è rimasto fermo a stagista, portacaffè e zerbino umano nell’azienda A, fallita, ovviamente.

keep-calm-and-update-linkedin

4) Inserite la vostra formazione. Sarà pure un mondo crudele, ma chi viene da Harvard si dice abbia una preparazione diversa da chi viene dall’ Università telematica “Tarallucci e vino”. Ma pare sia solo una leggenda metropolitana ed un ingiusto pregiudizio discriminatorio. Il buon senso vi porterà a fare una cernita degli step del vostro percorso formativo. Di errori nella vita ne abbiamo fatti tutti. Alcuni vanno semplicemente ed elegantemente omessi.

5) Inserite le vostre competenze. Non inventate. Meglio 3 competenze vere e riconosciute da altri collegamenti che 26 senza alcuna conferma. Il “voglio fare l’austronauta ” ha fatto il suo tempo.

6) Incrementate il vostro network. Non rimanete con 15 collegamenti per 6 mesi. A meno che non siate sociopatici. E sociopatici in un social network è una contraddizione in termini. Oppure la vostra qualifica lavorativa è “Asceta Specialist”. E questo è un altro discorso che affrontare adesso mi sembra alquanto pretenzioso.

7) Anche se affetti dalla sindrome della crisi del settimo giorno, mese, anno  di matrimonio, anche se farvi l’amante è di vitale importanza per il vostro squilibrio psicofisico, anche se Linkedin è l’unico social network in cui potete comparire ufficialmente in quanto giustificato agli occhi della vostra compagna da “esigenze lavorative”, il mio ultimo consiglio è: non flirtate. Non potete neanche immaginare da donna i brividi di squallore che percorrono tutta la colonna vertebrale quando ci arriva un messaggio privato del tipo “E quindi oltre che bella sei anche brava”. E lo stesso vale per voi, donne. Anni di femminismo buttati via in un “invio” al primo playmobil impomatato con cravatta regimental. Per queste cose qui utilizzate i vostri finti profili facebook o twitter, tipo “Primula nera” o “Passero solitario”.

In conclusione, starà a voi creare una vetrina coerente con ciò che vendete. Anche se non siete esperti di social network, il buon senso vi guiderà. Lo stesso buon senso che vi porterà a non includere tra i premi e riconoscimenti il primo posto vinto nella scuola di sci di Ovindoli a 5 anni.

Insomma, Linkedin non è un Facebook per adulti. E’ una roba seria.
E come in tutte le robe serie, meglio non esserci che esserci male.

Donatella Di Lieto

[Le opinioni espresse sono a carattere strettamente personale/ Views are my own]

[Immagini tratte da Google Immagini]