Fake news: dominare con la paura

Oggi viviamo nella Social Society, l’era delle opinioni, della doxa1: non più relegate entro le quattro mura del bar, le nostre idee sono aperte ai complessi algoritmi delle pagine e delle bacheche online. Tuttavia, la connessione costante con le persone nonché l’immediatezza dei contenuti online hanno lasciato spazio a delle degenerazioni e reso internet il luogo privilegiato per il diffondersi della disinformazione. Oggi conta poco la qualità delle notizie quanto piuttosto la loro forma: accattivanti, allarmanti, curiose e stimolatori di dubbi, con l’unico obiettivo di attirare il nostro click.

Gli interessi che stanno dietro le fake news implicano quasi sempre un guadagno economico o politico di piccole o grandi organizzazioni. «Chi controlla la percezione della realtà, controlla la realtà», diceva lo scrittore Philip K. Dick, ed il meccanismo innescato assume una forma paradossale in quanto le fake news rispondono al desiderio delle persone di un’alternativa libera, indipendente, emancipata dai cosiddetti “poteri forti”2, visti come fonti dirette e sotterranee di manipolazione sociale. È proprio nel piano percettivo delle persone , quindi, che bisogna andare a cercare l’origine di tale deviazione sociale, poiché è il medesimo piano su cui vanno ad agire le fonti di disinformazione.

Facciamo un passo indietro. Le emozioni sono il nostro strumento più antico ed efficiente per vivere. Una di esse, la Paura, rappresenta il nostro campanello d’allarme: essa ci avverte di un chiaro e determinato pericolo imminente. Figlio legittimo della paura, è invece lo stato d’Angoscia: da Martin Heidegger in Essere e Tempo a Umberto Galimberti o Elena Pulcini in La cura del mondo, essa viene descritta come quello stato mentale rivolto verso qualcosa di indefinito – dunque potenzialmente rivolto verso il mondo intero – che crea ansia e tensione. Quello dell’angoscia è un tratto tipico della nostra società globalizzata, così fast, ambigua e camaleontica: ha creato un senso di profondo spaesamento nella vita di ognuno, che eventi gravi come la crisi economica e la pandemia hanno reso ancora più acuto e ingestibile. Laddove non vi sia una mente educata all’elaborazione dell’angoscia questa demolisce il nostro criterio e ci  spinge spasmodicamente a gridare aiuto, supporto e sicurezza.

È importante, quindi, prendere atto di questa situazione e imparare a riconoscere quelle notizie che hanno l’unico obiettivo di stimolare la nostra reazione impulsiva. In un mondo insicuro è facile far leva sulle persone in cerca di certezze e di una verità che sembra gli sia negata: niente di meglio di una risposta semplice e assolutamente certa. Titoli sensazionalistici e soluzioni miracolose sono il pane quotidiano dei venditori di fumo.
La ricerca della verità richiede piuttosto un metodo e questo, a sua volta, richiede un ragionamento che ne stia alla base: l’obiettivo non dev’essere convincere le persone, quanto piuttosto cercare di integrarle all’interno del ragionamento che porta ad una verità temporanea. Queste verità sono destinate a mutare perché la ricerca, lo si vede in tutte le branche del sapere, non termina mai: è un processo faticoso che richiede tempo, confronto e dialogo. È questo grado di indeterminatezza che, purtroppo, non soddisfa la sete di certezza e sicurezza di molti.

Coloro che si vogliono rendere indipendenti – o vogliono apparire tali – dai dibattiti tecnici hanno invece un approccio quasi propagandistico, da imbonitori e costruito su una retorica emotiva e una polemica sterile verso chi non la pensa come loro. Sebbene, normalmente, l’uso di termini scientifici e propri della materia denotino una certa competenza, l’uso che ne viene fatto è spesso un uso populista, ben lontano dall’uso divulgativo/informativo: la differenza tra i due approcci riguarda proprio il concetto di verità. Il primo si fa portatore di una “verità rivelata” o assoluta; il secondo di una verità, spiegabile, frutto di un lavoro comune.

«La sfida […] è quella di una dialettica coevolutiva» (G. Bocchi, M. Ceruti, Educazione e Globalizzazione, 2004), un obiettivo a lungo termine che si costruisce sulla nostra educazione al confronto e alla critica, contrastando con la cultura individuale i continui tentativi di manipolazione. Il vero soggetto responsabile è il soggetto relazionale, colui che si pone in rapporto con l’altro, che ascolta e cerca di produrre valide opinioni: egli, scegliendo consapevolmente di assumersi la responsabilità d’opinione di fronte agli altri, riscopre la propria, vera libertà; una libertà relativa e condivisa con il resto della comunità. Una libertà sociale per il bene di tutti.

Ancora una volta la sola speranza siamo noi.

 

Matteo Astolfi

 

NOTE
1. Traslitterazione del greco δόξα; significa in genere «opinione, credenza».

2. Identificati da enti reali (governi, aziende multinazionali) o immaginari (gruppi di potenti satanisti, massoni pedofili).

[Photo credit Austin Distel via Unsplash]

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L’informazione ai tempi dei social e Google: guerra tra vecchi e nuovi idoli

«Non perdi mai di vista il tuo cellulare. La tua tuta da jogging è dotata di una tasca speciale per il cellulare, e non lasceresti mai quella tasca vuota così come non andresti mai a correre senza le tue scarpette. Di fatto, senza cellulare non andresti da nessuna parte» 1.
C’è un sapore amaro, anche se quanto mai veritiero, nelle parole che Zygmut Bauman scrive in Amore liquido, dove, tra i temi trattati, c’è anche un’ampia riflessione sui nostri “nuovi idoli”: internet, social e cellulari.
Divinità che hanno portato nelle nostre vite la prossimità virtuale, universalmente e permanentemente disponibile grazie alla rete elettronica2 e connessioni umane al contempo più frequenti e più superficiali, più intense e più brevi per potersi condensare in legami3.

Non solo, internet e social network hanno determinato un taglio netto con il nostro tradizionale modo di informarsi e sapere che cosa accade nel mondo: chi di noi legge ancora i giornali? O magari anche più di un giornale, per cercare di avere punti di vista diversi della stessa notizia, in modo da maturare un’opinione personale su quanto letto?
È sempre più raro che qualcuno legga dalla prima all’ultima pagina un giornale: la mattina, appena ci svegliamo, la prima cosa che cerchiamo è il cellulare, che non perdiamo mai d’occhio (come dice Bauman) e che è la nostra prima fonte di informazione. Quindi cominciamo a scorrere Facebook, poi andiamo su Google, poi sui quotidiani online, con il risultato di avere un’informazione sempre più frammentata, incompleta e direi anche filtrata sulla base di ciò che ci piace o non ci piace.

Sì perché il famoso algoritmo di Facebook funziona proprio così: ci mostra i contenuti che ci piacciono e ci interessano. Come fa a sapere quali sono? Semplice: a cosa servono secondo voi like, faccine e cuoricini?
Ma questa è davvero informazione? E soprattutto è informazione democratica?
Di recente è stato proprio un giornalista, Nicola Zamperini, a trattare questo argomento in un recente articolo dal titolo Pubblicità online e la fine della preghiera dell’uomo moderno.
Nel suo pezzo, Zamperini pone l’accento sul fatto che Facebook e Google rappresentano di fatto, oggi, la concorrenza alla stampa.
Ma con una differenza di fondo: a Google e Facebook non interessa la notizia, il giornalismo e meno che mai i giornalisti. Importa solo il contenuto. E il contenuto può essere una notizia, un video, una foto, una storia, una bufala, una leggenda.

«Accendiamo il talismano -smartphone per rivolgere la nostra preghiera quotidiana agli oracoli tecnologici: interroghiamo il motore di ricerca e ci rivolgiamo ai social network. E a nulla vale dire che lì dentro abitano anche le notizie. Sono notizie affogate, annaspano senza ossigeno, mescolate a molto altro»4.

E non è solo il valore della notizia a decadere, ma anche tutto il contesto in cui la carta stampata, la radio o la tv inseriscono una notizia.
Un contesto dove, come scrive Zamperini, vive uno sguardo su un paese e sul mondo e il lettore trova notizie e articoli spalleggiati da altri contenuti che ampliano l’opinione di un fatto, permettono di approfondire e rifllettere.

«Le notizie, nel social network e in qualunque aggregatore, si riducono a testi senza alcun legame con il contesto, con la sostanza delle cose, senza alcuna connessione con altro che non sia un articolo correlato pubblicitario»5.

Il contenuto dei social network non è una notizia: il contenuto informa come può informare una particella elementare che vagola in attesa di un’attenzione libera da altre costrizioni, e dunque vagola in attesa di un essere umano che, tra un gattino e un imprecazione contro i migranti, vi dedichi il tempo minimo e indispensabile a coglierne il significato base.6

Non molte settimane fa infine, Zuckerberg ha dichiarato in un post di voler approntare grossi cambiamenti al social network su cui ormai sono iscritti oltre 2 miliardi di persone.
In particolare sei sono i pilastri di cui il CEO ha parlato per la suona nuova “visione”: le interazioni private, il criptaggio, la riduzione dei tempi di permanenza dei contenuti, la sicurezza, l’interoperabilità, l’archivio sicuro dei dati.
Per dirla in parole povere sembra si stia andando nella direzione in cui Facebook, da un social network dove la gente può inviare informazioni a un ampio gruppo di persone, diventerà uno spazio dove comunicare con gruppi più ristretti e vedere il proprio contenuto sparire dopo un breve periodo di tempo.
Fantastico, no? Più privacy, più sicurezza, potremo pensare… Sicuramente, ma anche meno democrazia e senso critico mi viene da dire!
Perché se è vero che il social network sta diventando ormai il nostro unico parametro di verità, e il futuro che ci attende non va nell’ottica di una pluralità, ma in quella di gruppi ristretti, allora come potremo davvero sapere se le informazioni che leggiamo sono vere e autentiche?

Siamo entrati in guerra: una guerra tra vecchi e nuovi dei, un po’ come in American Gods, la serie tv dove le antiche dività guidate da Odino si scontrano con le nuove: una di queste è proprio il Ragazzo Tecnologico.
Non è necessario, a mio parere, che vinca una parte e muoia l’altra. Le due potrebbero convivere: perché abbiamo sempre una sorta di ansia di cancellare quanto del passato è stato cosa buona e giusta?
Cerchiamo invece di diventare semplicemente più consapevoli che esistono entrambe le vie: il giornalismo e le notizie, i contenuti e la rete.
L’industria culturale nel suo complesso e i giornali stessi combattano e dedichino tempo per la loro sopravvivenza: noi, dal canto nostro, dedichiamo tempo alla comprensione di quanto leggiamo in rete, cercando di sfogliare il giornale ogni tanto, magari confrontandolo con quanto letto sul web e traendo le nostre conclusioni.

 

Martina Notari

 

NOTE:
1. Z. Bauman, Amore liquido, edizione Laterza 2019, p.82
2. Ivi, p.85
3. Ivi, p.87
4. A questo link potete leggere l’articolo di Nicola Zamperini.
5. Ibidem
6. Ibidem

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È la democrazia bellezza (?)

Ovvero ha senso considerare accorgimenti al suffragio universale per un migliore funzionamento della democrazia? O forse bisognerebbe ragionare d’altro?

Se ne sta discutendo in questi giorni successivi all’incredulità di buona parte dell’opinione pubblica e dei media di fronte all’elezione di Donald J. Trump a presidente degli Stati Uniti d’America.

In un sistema democratico tutti gli aventi diritto, esprimendo il loro voto, scelgono dei rappresentanti affinché facciano quello che li ha eletti: il bene comune, l’interesse della comunità, regione o nazione che sia. Se però i votanti non decidono per l’alternativa che appare la migliore e la più utile a tutti, il problema è del sistema, degli elettori o sta a monte?
Questa discussione parte da un presupposto abbastanza unilaterale che chi voti partiti estremisti e/o reazionari, xenofobi o solo populisti sia un ignorante. In realtà non è così, ma molto più complicato, come si è visto dalla vittoria di Donald Trump. Comunque sia alcuni ricominciano a chiedersi se il voto di questa persone debba valere come quello di una persona mediamente istruita e consapevole o meno.

La democrazia funziona solo se informata, come disse Franklin Delano Roosvelt,  ma allora che valore ha un voto se un terzo dei cittadini americani non sa nominare uno dei tre rami nei quali è suddiviso il potere in America? Il voto di una persona intelligente può valere come quello di un ignorante? Queste e altre domande si susseguono, nella corsa a capire le responsabilità e le reali volontà di una vittoria non pronosticata. E per capire che strada dovrà prendere la democrazia di qui in avanti.

Dopo questa scioccante tornata elettorale (si pensi anche a Brexit), si è ancora una volta ripreso a discutere se sia il caso di mettere dei paletti al suffragio universale così com’è inteso oggi. Prima di giungere ai saggi e alle proposte concrete di questi anni dobbiamo guardare a come funzionava la democrazia nei secoli. Il suffragio universale di per sé è una conquista relativamente recente  infatti, risalente al ‘900, mentre prima le restrizioni al suffragio erano molte: in base al sesso, alla razza e anche al censo (come in Italia), intese soprattutto a far rispettare uno status quo escludendo le minoranze dalle decisioni.

Già lì dove nacque la democrazia, nelle polis greche, fu Platone a teorizzare un governo di filosofi, intravedendo alcuni limiti del potere di tutti. Nel 1700 poi il filosofo americano John Stuart Mills pensò si potesse equilibrare il potere di voto permettendo di votare più volte alle persone più colte.

Cosa si propone adesso? Il più noto esempio, citato in questi giorni, è un saggio di Jason Brennan, Against Democracy, nel quale il giovane filosofo della Columbia University riprende queste idee e le soppesa per capire se potrebbero funzionare oggi. L’assunto da cui parte è il fatto che noi oggi vediamo il suffragio universale come un diritto inalienabile. Impossibile da mettere in discussione. Brennan dice invece che sì la democrazia è il governo migliore sperimentato finora, ma ciò non vuol dire che non sia possibile di miglioramento. Sulla scia di Platone propone quindi una forma ibrida: un governo di ben informati, grazie alla limitazione ad hoc del suffragio universale. Fino a qui si potrebbe essere d’accordo, ma quando si tratta di come realizzare questo sbarramento le cose si fanno più confuse. Scontrandosi con questa difficoltà la cosa per il professor Brennan più semplice da fare è selezionare i votanti guardando al livello di istruzione. Dato che può essere indicativo ma non assoluto (poiché uno stupido che frequenta una buona università molto probabilmente diventerà uno stupido istruito), oltre che potenzialmente di discriminatorio.
Come si è visto dalle ultime elezioni americane la Clinton è andata forte tra le persone con un PhD (dottorato di ricerca), mentre tra i laureati i votanti erano quasi equamente spartiti.

Qualcosa che non torna comunque c’è. Tutto il risentimento di molta gente per il famoso establishment, per il sistema politico che si incanala verso scelte drastiche, di rottura, molte volte dettate dalla paura di un mondo che sta mutando, non può e non deve rimanere inascoltato. Queste istanze ci dicono qualcosa, ci parlano della scarsa fiducia nella politica e nel suo sistema rappresentativo e non si può certo rispondere estromettendo direttamente parte dell’elettorato

Un bel articolo del New Yorker (A case against democracy) trattante questi temi a un certo punto si chiede: «But is democracy really failing, or is it just trying to say something?» La democrazia sta davvero fallendo o sta solo tentando di dirci qualcosa?

E se sì cosa ci sta dicendo?

Possiamo provare a capirlo solo se crediamo davvero che l’unica possibilità, perché una democrazia funzioni, sia che questa si basi su informazione e consapevolezza. E l’informazione è proprio ciò che è più in crisi oggi. Da una parte le difficoltà, economiche e di credibilità dei giornali, visti come parte dell’élite, dei quali non ci si può né ci si deve fidare, ma da osteggiare. Dall’altra contribuisce alla creazione di un’opinione pubblica poco e male informata il proliferare di bufale, notizie false o imprecise sui social network. Notizie che saranno certamente, come dice Mark Zuckerberg, una minima parte del traffico di Facebook, ma corrono molto più veloce della verità e arrivano a molte più persone, quasi autoalimentandosi. Se mettiamo in conto anche il fatto che si social siano la fonte unica o quasi di approvvigionamento di notizie di sempre più persone siamo di fronte a un cortocircuito.

Quindi sarebbe una buona e auspicabile proposta quella di un test di cultura e di educazione civica (in italia sostenuta da intellettuali come Massimo Gramellini) dietro il cui superamento ottenere il voto, ma l’educazione civica non si fa da sola. Bisogna istruire i cittadini se si vogliono cittadini consapevoli e bisogna informarli correttamente se li si vuole obiettivi. Luca Sofri, direttore del Post, che da anni si occupa di notizie fasulle e disinformazione ricorda che già Parise diceva che non si ha democrazia senza pedagogia. Ce lo si augura. E, in Italia almeno, vedere insegnata veramente l’educazione civica a scuola sarebbe un primo passo tangibile.

Tommaso Meo

[immagine tratta da Google Immagini]

L’Eco di Umberto riecheggia nel cervello di legioni di imbecilli

Bandiere calate a mezz’asta. Non le italiane, ma quelle della cultura, dell’intelletto e del continuo esercizio mentale che ci rende così unici rispetto a chi, per natura, non gode di facoltà logiche complesse. I social media daranno pur voce a legioni di imbecilli, ma stanno anche permettendo la diffusione a macchia d’olio di questa notizia.

Umberto Eco è morto, senza alcuna perifrasi a spiegarlo (come ci ha insegnato nelle sue 40 regole per scrivere bene), per non mancare di rispetto alla limpida schiettezza con cui ha donato all’umanità colonne portanti del progresso intellettuale.

Se n’è andato, ma con lui non se ne andranno i frutti di una vita passata a servizio della cultura, del pensiero e dello studio zelante, continuo. Tuttavia c’è qualcosa di più nella vita di Eco, una lezione che dovremmo imparare al meglio, farla nostra e tramandarla di padre in figlio, di insegnante in alunno, fino a che nessuno rimanga senza risposta alle sconcertanti domande che ancora imperversano la mente di ogni studente: “a cosa serve studiare? perché andare a scuola?”

Qualunque percorso di studi si intraprenda, o qualunque sia l’attività della propria vita, c’è un modo efficace per esercitare il vanto di noi esseri umani: il Logos, quest’abilità intraducibile, se non mettendo assieme le due caratteristiche di pensiero e linguaggio, che ci hanno da sempre permesso una costante evoluzione in itinere.

Figure come Umberto Eco sono l’esempio da seguire, il paradigma di riferimento per esercitare e allenare il nostro cervello, un organo che merita di essere rafforzato e curato con estrema delicatezza. Chi infatti persegue un’educazione scolastica basata sullo studio assiduo, implementa la propria struttura neuronale, la migliora, la irrobustisce. E stavolta il consiglio non viene dato dall’insegnante di turno, o dalla madre preoccupata per il futuro del figlio. Ricerche scientifiche hanno dimostrato che l’ippocampo delle persone che sono maggiormente dedite allo studio, all’esercizio della cultura, risulta più compatto a livello strutturale. Il meccanismo innescato dalla dedizione all’istruzione migliora il dialogo tra i neuroni, le sinapsi, che sono le strade su cui viaggiano le informazioni mentali.

Non otteniamo diplomi e voti da esibire, lo studio ci fornisce una riserva neuronale con la quale possiamo far fronte al decadimento cognitivo che immancabilmente travolgerebbe l’uomo con l’andare degli anni. Occorre leggere, dunque, informarsi, sviluppare una curiosità morbosa per l’ignoto e per tutto ciò che ci circonda. Solo in questo modo potremo far lavorare al meglio quel 10% di cervello che si dice possiamo attualmente utilizzare, tentando di aumentarlo, estenderlo, senza limiti tangibili.

La cultura ci fornisce elementi su cui possiamo tenere lezioni a scuola, all’università, o su cui possiamo dibattere tra amici o tra eminenti esponenti del sapere. Ma ora sappiamo che attraverso di essa possiamo equipaggiarci di un patrimonio mentale più ingente con il rinforzo dell’ippocampo, sede della memoria e della navigazione spaziale. Ricordi e movimento, elementi fondamentali per il progresso di un’umanità che, anche quando perde elementi di totale riferimento, si rinnova e tende al miglioramento. Imbecilli o meno, forse Eco ha voluto dirci che prima di postare, twittare, condividere e dire la nostra, dovremmo invece studiare, affinare il nostro pensiero, strutturarlo e utilizzare come base un cervello elastico e allenato.

Siamo sull’orlo di una faglia, la cicatrice di una frattura lasciata dal terremoto di questa scomparsa, ma abbiamo la possibilità di implementare il nostro pensiero, la nostra memoria, le nostre facoltà cognitive anche attraverso lo studio e la commemorazione di quanto Umberto Eco ci ha lasciato.

 

Giacomo Dall’Ava

 

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L’inadeguatezza dell’informazione e il ruolo delle scienze sociali.

Le cronache, che da sempre leggiamo sui giornali o apprendiamo comodamente guardando la televisione, sono frutto di un processo di sopraffazione nel quale alcune versioni s’impongono su altre decretando quali siano i vincitori o gli sconfitti, quali i buoni o i cattivi della vicenda di turno.

Le storie così violentemente plasmate diventano, con le chiacchiere, microcosmi della nostra abitudine, forgiandoci a loro volta in un’opinione pubblica manichea pronta ad affibbiare etichette durature a chiunque incorra in episodi degni di nota.

Ed ecco, allora, comparire nell’immaginario collettivo l’assassino, il clandestino, il ladro, il pazzo, il drogato e l’eroe, personaggi piatti costretti dalla sorte a ricoprire il medesimo ruolo nella nostra fiaba quotidiana senza possibilità di replica.

In un’epoca come quella attuale nella quale il moltiplicarsi dei mass media dà vita incessantemente ed istantaneamente ad una mole senza precedenti di notizie, vere o presunte tali che siano, l’univocità delle storie raccontate polarizza, in veri e propri fortini di cemento armato, il nostro consenso e il nostro dissenso, estremizzandoli e rendendo impossibile una terza via conciliatoria. Il meccanismo è semplice: per considerarsi informati, bisogna eseguire, con rigorosa sistematicità, un’operazione di scarto delle informazioni, dove a essere eliminate, con ferrea facilità, sono quelle notizie che non confermano una verità (nostra) talmente inoppugnabile.

Basta ripetere quest’azione giornalmente. Come spesso accade è solo questione di allenamento e tutto diverrà più facile, fino ad apprendere inconsapevolmente questo metodo con il quale le nostre convinzioni trovano un riscontro rapido, senza comportare grosse perdite di tempo.

Semplice, non impegnativo ma pericoloso. Il rischio, infatti, esiste. Brandendo la spada della verità inconfutabile, quella che alla prova dei fatti (parziali e tendenziosi) non crolla o comunque non si scompone, possiamo combattere guerre apparentemente giuste e condannare qualcuno con una superficialità disarmante (a proposito di spade) senza tenere conto della complessità insita in ogni singolo evento ed in ogni singola persona.

Che fare per non diventare intolleranti e saccenti spocchiosi? Ecco entrare in scena le tanto vituperate scienze sociali. Una famiglia di discipline che, lungi dal dare verità assolute, utilizza un approccio critico e multidisciplinare, un metodo fondamentale capace di leggere fra le righe e di porre in evidenza il grigio delle storie, quelle sfumature con le quali l’assassino, il clandestino, il ladro, il pazzo, il drogato e l’eroe assumeranno ai nostri occhi altre forme non più ingessate. Una dinamicità che potrebbe aiutarci a riflettere su problematiche ben più radicate, proprie di una società complessa.

 

Marco Donadon

[immagine tratta da Google Immagini]