Quel labile confine che separa il normale dal patologico: riscoprire il carattere normativo della salute

Nei precedenti articoli abbiamo visto come il concetto di salute, pur essendo utilizzato quotidianamente, porti con sé una grossa difficoltà ad essere oggettivato e riassunto in termini chiari ed univoci. In altre parole la questione fondamentale che riguarda l’ambito della comunicazione della salute verte sulla medesima questione che pose, a suo tempo, Abraham: «la salute cos’è? Una valutazione soggettiva o un insieme di dati oggettivi, che soltanto i calcoli della medicina ufficiale possono confermare?»1. L’interrogativo da cui nessuna persona che agisce nell’ambito della salute può prescindere è quello di comprendere se sia o meno possibile determinare, grazie alle analisi mediche e alla statistica, una condizione naturale di salute.

Quando parliamo di naturalità ci riferiamo ad una condizione che prescinde da ogni riferimento culturale o giudizio di valore, ovvero stiamo sostenendo che sia del tutto possibile osservare e definire in modo oggettivo cosa sia la salute. Ovviamente, per realizzare tale oggettività si fa ricorso alla statistica, quindi ad una serie di osservazioni protratte nel tempo che devono garantire delle modalità, le più oggettive possibili, per determinare la naturalità dello stato di salute. A tale certezza naturale si può però contrapporre una serie di dubbi sui parametri con cui queste medie statistiche determinano i criteri specie-tipici. Infatti, come sostengono Wulff, Pedersen e Rosenberg all’interno dell’opera Filosofia della medicina: «il concetto statistico di normalità solleva un ulteriore problema. Come può la persona che conduce i test essere sicura che gli individui studiati fossero normali o sani? Probabilmente, ha selezionato un certo numero di persone che si sentivano e sembravano sane e questo significa che in fin dei conti la definizione di salute e malattia […] dipende dalla vaga impressione di qualcuno sullo stato di salute di un gruppo di persone. Questa conclusione non coincide con l’affermazione secondo la quale lo stato di salute è una questione di fatto e non un giudizio di valore»2.

All’interno di questo dibattito assumo particolare importanza le tesi espresse da Georges Canguilhem nell’opera Il normale e il patologico (1966), in quanto lo stesso asserisce che non esiste una condizione normale in sé e per sé, criticando in tal modo tutta la tradizione che da Claud Bernard (il fondatore della medicina sperimentale) in poi ha affermato questa maniera di riferirsi al normale e al patologico, asserendo che tale modalità non sia derivata da una ricerca scientifica, ma corrisponda ad un puro dogma. A questo proposito scrive: «l’identità reale dei fenomeni normali e patologici, apparentemente così differenti e caricati dall’esperienza umana di valori opposti, è diventata, nel corso del XIX secolo, una sorta di dogma»3. Canguilhem critica anche la pretesa, che sempre da Bernard ha preso il via, di poter pensare la salute quale media statistica, asserendo che: «riteniamo che si debbano considerare i concetti di norma e di media come due concetti differenti di cui ci sembra vano tentare la riduzione ad unità con l’annullamento dell’originalità del primo. Ci sembra che la fisiologia abbia di meglio da fare che cercare di definire oggettivamente il normale, e cioè di riconoscere l’originale normatività della vita»4. Ne segue che Canguilhem ci ricorda che la salute non è normalità se non nella misura in cui è normatività, e quindi il sapere che si pretende oggettivo, la scienza medica, non può enunciare o scovare le norme della vita in senso positivo e unico. A questo proposito ribadisce che: «il concetto di norma è un concetto originale che non si lascia, in fisiologia più che altrove, ridurre a un concetto oggettivamente determinabile con metodi scientifici. Non si da dunque, propriamente parlando, una scienza biologica del normale»5. Per tal ragione la malattia non si può misurare come uno scarto rispetto a norme prefissate una volta per tutte, ma essa corrisponde ad un mutamento nella qualità del vivere, cioè il confine tra normale e patologico è molto labile e ciò che sembra normale per una persona può essere patologico per un’altra. Il ragionamento di Canguilhem smaschera la presunta facilità della nozione positiva di salute, ponendo in rilievo come non sia possibile poter parlare di normalità quale dato oggettivo scevro da ogni giudizio di valore.

Ciò che risulta importante cogliere dalla lezione di Canguilhem è come tuttora si continui a fare molta confusione tra i concetti di normalità e normatività, poiché la salute viene continuamente intesa e comunicata come uno stato normale, quando, invece, essa è un insieme di considerazioni rinvenibili nella biologicità dell’uomo unito ad una serie di giudizi di valore attribuiti da chi esamina quei dati biologici, fornendo così un quadro normativo più che normale della salute. Caratterizzare il concetto di salute quale derivato oggettivo dell’osservazione neutra compiuta attorno allo stato di naturalità dell’umana esistenza, limando ogni riferimento ai valori culturali, conduce verso la sovversione della logica che aveva portato alla creazione della medicina stessa, catena logica riassunta da Canguilhem nel seguente modo: «è innanzitutto perché gli uomini si sentono malati che vi è una medicina. È solo secondariamente – per il fatto che vi è una medicina – che gli uomini sanno in che cosa essi sono malati»6. Infatti, indicando la salute quale concetto normale-naturale si sta affermando che è per il fatto che esista la medicina, che determina cosa è normale e cosa non lo è attribuendo a tale divisione un carattere oggettivo e scientifico, che le persone sanno di essere malate o meno. Per tal ragione è fondamentale ritornare a ragionare  e comunicare lo stato normativo più che naturale del concetto di salute, riuscendo così a dare giustizia ad una disciplina così fondamentale e indispensabile quale è la medicina.

Francesco Codato

NOTE:
1. G. Abraham, C. Peregrini, Ammalarsi fa bene. La malattia a difesa della salute, Feltrinelli, Milano 1989, p. 80;
2. Ivi, pp. 65-66;
3. G. Canguilhem, Il normale e il patologico, Einaudi, Torino, 1998, p. 19;
4. Ivi, p. 144;
5. Ivi, p. 190;
6. G. Canguilhem, Il normale e il patologico, Einaudi, Torino 1998, p. 191.

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Habermas e la politica deliberativa: un’utopia?

Ma perché tutto questo ottimismo?

Se c’è una cosa che non manca mai di stupirmi è la fiducia che alcuni pensatori attribuiscono ancora oggi alle capacità proprie della sfera politica. Io la guardo con un atteggiamento di pura rassegnazione: per me politica è soltanto sinonimo di slealtà e manipolazione. Di fronte al panorama odierno non riesco ad avere occhi ottimisti, e forse proprio per questo motivo fuggo a cercare consolazione in qualche pagina di sana filosofia politica, perché quella si che riesce a far vedere la realtà con un po’ di speranza in più. A volte però, di fronte ad alcune pagine, qualcosa non mi torna. Mi sembra, infatti, che alcune problematiche vengano liquidate con troppa rapidità.

Fatti e norme è un testo scritto da Jürgen Habermas nel 1992, e da allora è uno dei punti di riferimento del dibattito politico contemporaneo. Qui Habermas permea le sue teorie di un ottimismo che a tratti potrebbe apparire addirittura fuori misura. Bisogna dire fin da subito, però, che il 1992, per quanto cronologicamente possa sembrare un passato recente, in realtà per tutta una serie di fattori socio-culturali, si distanzia dal nostro presente in maniera piuttosto decisa.

Habermas apre la sua riflessione con una distinzione tra due attitudini comportamentali tipiche dell’essere umano: orientamento al successo e orientamento all’intesa. L’orientamento al successo, di matrice evidentemente hobbesiana, è da lui avversato, in quanto intrinsecamente impossibilitato a realizzare una democrazia che possa dirsi solida e stabile: se ciascuno pensasse soltanto al proprio interesse, infatti, non tarderebbe ad utilizzare qualsiasi mezzo al fine di proteggere la sua sfera d’azione, arrivando con ciò anche ad ostacolare libertà ed integrità altrui. L’orientamento all’intesa invece, è l’attitudine da Habermas considerata non soltanto corretta, ma anche da promuovere all’interno della società. Essa infatti, fonda l’idea centrale del testo e dell’intera proposta politica habermasiana: l’interazione discorsiva come presupposto di ogni processo decisionale in campo politico.

L’obiettivo della partecipazione politica per Habermas deve essere il raggiungimento del bene comune. Questo deve essere individuato non più attraverso il riferimento alla sfera morale, bensì attraverso l’attuazione di discussioni pubbliche tra individui che si riconoscono l’un l’altro come liberi ed eguali. In ciò consiste la politica deliberativa proposta da Habermas, e in ciò si fonda anche tutta la mia perplessità.

Mi pare infatti che il ricorso alla strutturazione di spazi pubblici di dialogo politico, sia non soltanto un tentativo già proposto da altri in passato, ma sia anche una strada difficilmente percorribile. Come possiamo, attraverso il dialogo, accordarci? Come possiamo, al giorno d’oggi, accantonare l’orientamento al “successo” in favore di un’intesa profonda con gli altri individui? In taluni casi non è il mero successo ciò a cui pensa la gente, ma è il poter vivere serenamente e con dignità. Inoltre, quanto può incidere la parola di noi cittadini sulle direttive politiche? A me pare che la risposta sia piuttosto evidente. E per questo motivo la mia lettura di filosofia politica questa volta sembrerebbe deludermi: troppo ottimismo, troppa sbrigatività. La realtà mi sembra talmente complicata!

Poi però mi ricordano: ciò che attribuisce ad una norma un potere regolatore è il suo discostarsi dalla realtà. Se non vi fosse questa distanza, allora non vi potrebbe essere nemmeno margine di miglioramento. A questo punto mi sembra di poter tornare a dormire sogni tranquilli. Ma un’ulteriore domanda mi blocca: qual è la distanza massima per non dover rischiare di sprofondare nell’utopia?

 

Federica Bonisiol

Testo: J. Habermas, Fatti e norme. Contributi a una teoria discorsiva del diritto e della democrazia, Laterza, Roma-Bari 2013

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