Quel muro tra noi e l’Islam: intervista a Francesca Corrao

In questa ultima edizione di Pordenonelegge si è parlato molto, e giustamente, del mondo islamico e del suo rapporto con l’Occidente (e non solo), in termini soprattutto politici ma fortunatamente anche culturali. Anche io nel mio piccolo desidero contribuire alla condivisione di pensieri e storie su questa cultura ricca ed antica, poiché ancora una volta i libri possono costituire un porto sicuro nella tempesta del sensazionalismo e dell’approssimazione.

VENICE, 28.10.2008. BIIENNALE TEATRO 2008. THE SYRIAN POET, PLAYRIGHT AND ESSAYIST ADONIS (ALI AHMAD SAID ISBIR) © MARTABUSO/ARICI/GRAZIANERI TEATRO DRAMMATURGO SAGGISTICA Sono andata dunque ad incontrare Francesca Corrao, docente di Lingua e cultura araba alla LUISS di Roma e che nel contesto del festival friulano ha presentato il suo ultimo libro, Islam: religione e politica (LUISS University Press, 2015). Ha vissuto molti anni al Cairo, dove ha conseguito un master in Arabic Studies presso l’American University ed è stata visiting professor in numerosi atenei internazionali tra cui Beirut, Tunisi, Damasco, Parigi e Cambridge. E’ presidente del comitato scientifico della Fondazione Orestiadi di Gibellina (TP), che promuove attraverso un festival annuale il dialogo tra le diverse culture del Mediterraneo; è anche membro dell’Union of European Arabist and Islamist e dell’Institute of Oriental Philosophy della Soka University di Tokyo.
Ecco dunque quello che mi ha raccontato.

 

Abbiamo da poco ricordato, dopo quindici anni, gli avvenimenti di New York e Washington di martedì 11 settembre 2001: da allora il mondo occidentale si è trovato di fronte ad una realtà improvvisamente scomoda ed allarmante che persiste tutt’oggi, dove si rischia di associare definitivamente l’Islam al terrorismo. Quali erano prima di questa data i rapporti tra l’Islam e l’Occidente?

Per quanto riguarda il bacino del Mediterraneo, tali rapporti erano ad un bivio, nel senso che avevano preso un cammino virtuoso – mi riferisco soprattutto agli Accordi di Barcellona, che prevedevano un intensificarsi della collaborazione economica e culturale tra i paesi della sponda  Nord e Sud del Mediterraneo: si svolgevano numerosi festival e più in generale gli scambi tra docenti, artisti, intellettuali, e quindi sembrava possibile un ulteriore sviluppo di questa collaborazione, che avrebbe portato ad un progresso e una maggiore integrazione tra le due sponde del Mediterraneo. Contro questo tipo di politica d’apertura invece vi erano gruppi di potere conservatori radicali che si sono schierati dietro la figura di Bin Laden, perché contrari ad un cambiamento politico in senso democratico. Il problema è all’interno dell’Islam, dove vi sono quelli che sono favorevoli ad una modernità e ad una occidentalizzazione e altri che sono più conservatori e sono più restii ad accogliere le istanze della modernità, e altri ancora che invece intendono restare arroccati in una concezione della società di tipo clanico-medievale. Ovviamente sono delle forze di minoranza all’interno di Stati conservatori, che però hanno accesso a solide risorse economiche e a strumenti di tecnologia molto avanzati. Noi non possiamo permettere a questi nuovi nazisti di cambiare il corso della nostra storia, quindi dobbiamo migliorare e intensificare i rapporti con le persone di buona volontà musulmani credenti, secolari, liberali, democratici, socialisti – perché ci sono diverse connotazioni politiche nell’ambito della comunità islamica, e dobbiamo appunto rinsaldare tali rapporti se vogliamo contrastare questo oscurantismo.

Dal settembre 2001 e negli anni successivi con le guerre in Iraq ed Afghanistan, la fonte di tutti i mali del mondo pareva essere Osama Bin Laden, leader del gruppo terroristico di al-Qaeda; oggi sembriamo quasi esserci dimenticati quel nome, da tempo sostituito da al-Baghdadi, califfo del gruppo Daesh. Se queste cellule terroristiche sono accomunate dal tentativo di frenare l’occidentalizzazione e di destabilizzare il resto del mondo, quali sono invece i loro punti di contrasto?

Certamente i diversi gruppi sono in una situazione di contrasto reciproco: Daesh (o Isis) è infatti uno dei tanti gruppi, purtroppo ci sono diversi gruppi di radicali intransigenti, una serie di fazioni armate (ahimè), un po’ come in Italia ai tempi delle Brigate Rosse, quando oltre a loro c’erano anche altre cellule e movimenti. Ora non si sente più parlare di al-Qaeda ma di Isis, domani però si parlerà di un altro, perché il progetto di Bin Laden non era quello di creare uno Stato ma di formare tante piccole molecole che sarebbero esplose qua e là dovunque nel mondo (com’è successo purtroppo quest’estate nel nord della Francia e a Nizza). Questo era un tipo di progetto che mirava alla destabilizzazione nell’ambito delle realtà politico-culturali altre – altre, noi siamo sempre eurocentrici ma in realtà gli attentati li fanno in Bangladesh, in Pakistan, in Indonesia, in Marocco… quindi  non si può più parlare in termini di Oriente ed Occidente, dobbiamo piuttosto distinguere tra un progresso rispettoso dei diritti umani e della dignità della vita, contro invece delle forme tribali-dittatoriali della gestione del potere. Perché questo è il problema: non rispettano la dignità della vita.
Con la morte di Bin Laden c’è stata una frattura all’interno di al-Qaeda da cui è nato Daesh, ma anche altri gruppi; Isis ha creato lo Stato e quindi si è differenziata rispetto al progetto di al-Qaeda, perché si è alleata con gli ex sostenitori di Saddam Hussein (ex dittatore iracheno caduto nel 2006), i quali erano al governo dell’Iraq; erano uno Stato dunque, ma avendo perduto la guerra contro gli americani, con le nuove elezioni democratiche sono stati esclusi dal potere. Daesh ha incluso quegli ex funzionari (al-Baghdadi stesso era finanziato dall’ex dittatore) e i militari dell’esercito fedeli a Saddam, poiché volevano ricostruire uno Stato. Quindi il problema non è che il nemico di Isis/Daesh siamo noi, il primo nemico per loro in realtà sono i governi al potere nella zona: loro vogliono destabilizzare tutto per sostituirli al potere.

Di fronte a tutto questo penso a Malala Yousafzai, la coraggiosa ragazzina pakistana che ci insegna a combattere l’odio e l’intolleranza attraverso l’educazione, la cultura: una matita è più forte di un kalashnikov. Continuare a parlare del terrorismo islamico dunque inevitabilmente mette da parte gli affascinanti aspetti di una cultura millenaria diffusa in tutto il mondo, ponendo le basi a tutta la diffidenza occidentale. Lei crede che la conoscenza contribuisca ad abbattere quel muro di paura?

Assolutamente sì. L’arma è la conoscenza, conoscersi e allearsi con i musulmani che sono in Italia e che vengono in Italia perché vogliono prendere le distanze dalle dittature e da tutto ciò di cui ho appena parlato. Sono quelli pericolosi che vanno isolati. Anche perché sappiamo bene dove si può andare a finire, basti pensare a quello che è successo in Bosnia, dove una popolazione pacifica è diventata settaria e si sta diffondendo tra un Islam pacifico anche un proselitismo di religiosi fanatici. Pensiamo invece al Marocco, il cui re ha creato una fondazione per la formazione di religiosi che siano in grado di contrastare questo pensiero deviato dell’Islam. Il fatto è che non è facile contrastarli, bisogna essere preparati, e se i ragazzi sono ignoranti e non conoscono il Cristianesimo, ma nemmeno l’Islam o l’Ebraismo, cadono nella trappola del nazismo mentre noi ricadiamo in quella del silenzio a cui il nazismo ci aveva costretto. Cerchiamo dunque di non diffondere un nuovo antisemitismo, perché non dimentichiamo che gli arabi sono semiti come gli ebrei.

In questo senso è stata molto interessante la sua lettura de Le mille e una notte, raccolta di fiabe che ha per protagonista un re persiano talmente spaventato dalle donne da farle uccidere il giorno successivo alle nozze; questo finché non entra in scena V che con i suoi racconti riesce a rimanere in vita perché sbriciola il muro di paura del re…

Gandhi per esempio diceva qualcosa come “Io non posso convincere tutti, a me basta convincere una persona”. Voglio citare anche Hannah Arendt, per la quale la superficialità e la non conoscenza delle cose per come sono era considerata inammissibile. Noi abbiamo esempi anche in Norberto Bobbio sull’importanza del ruolo degli intellettuali di dare delle informazioni corrette per la difesa dei nostri valori, che sono valori universali, e nell’Islam e nei Paesi arabi c’è tanta gente che ha voglia di difendere i valori universali, e sopra ogni cosa la dignità della persona.

E allora, proprio per avvicinarci alla cultura millenaria e molto sfaccettata dell’Islam, vorrei chiederle qual è l’aspetto più curioso ed interessante della cultura islamica che ha scoperto durante i suoi studi.

A chi si volesse avvicinare a questo mondo consiglierei di leggere il mio Islam: religione e politica, che è organizzato in due capitoli, uno sulle antichità e uno sulla modernità, e dove ci sono riferimenti bibliografici proprio per poter approfondire. Io personalmente sono stata molto colpita dalla mistica islamica, penso al poeta Gialal al-Din Rumi in particolare: questa disciplina è estremamente interessante perché va al di là della conoscenza della religione come un elemento dogmatico ma parla allo spirito, all’essere umano, alla possibilità insita in ogni individuo di poter trasformare se stesso. Noi esseri umani abbiamo il diritto-dovere di migliorarci, di vivere la nostra fede in quanto essere umani, e quindi rispettare noi stessi e gli altri.

Quest’estate la controversissima proposta da parte di alcuni sindaci francesi sulla proibizione del cosiddetto “burkini” nelle spiagge ha diviso l’opinione pubblica internazionale, ma credo abbia anche deviato parte del dibattito dall’intolleranza religiosa alla discriminazione femminile, creando forse una nuova vicinanza tra musulmane e donne di altre fedi (o atee). Considerata la sua vicinanza al mondo islamico, ci spiega qual è la reale visione della donna al suo interno?

In seguito al colonialismo la lotta dei Paesi arabi contro di esso ha trasformato in maniera importante la consapevolezza della società araba e quindi ha portato ad emergere un nuovo ruolo della donna. A partire dal Novecento ci sono state delle donne che hanno tolto il velo, che hanno deciso di andare all’università, per emanciparsi, per andare a lavorare, per poter avere diritto al voto – una storia di emancipazione che non è molto diversa dalla nostra. Ed è una lotta contro la mentalità patriarcale. C’è una famosa sociologa libanese, Fahmia Sharaf al-Din, che ha condotto uno studio in cui dimostrava che l’ingiustizia nei confronti delle donne non è un problema dei musulmani in Medio Oriente ma è anche dei cristiani, degli ebrei, di sunniti, sciiti, alawiti… è insomma un problema di mentalità patriarcale che non vuole accettare la pari dignità alle donne. Quindi per noi donne è importantissimo essere consapevoli del nostro diritto ad essere trattate in egual misura pur mantenendo la nostra differenza. Nel mondo arabo le donne non vogliono che l’Occidente imponga loro la modalità di emanciparsi, e del resto loro hanno il diritto a trovare i loro modi per farlo e stabilire un dialogo, un confronto. Per esempio, per delle ragazze che vengono da famiglie molto conservatrici è utile mettersi il velo, perché con il velo possono andare all’università o trovarsi un lavoro, battaglie queste molto più importanti del velo di per sé perché al momento la vera necessità non è mettere o togliere il velo ma il poter lavorare. Per esempio in Marocco, come in Algeria e in Tunisia, molte donne si sono emancipate a seguito del clima di libertà che si affermò negli anni Cinquanta e Sessanta con la liberazione dal colonialismo; lì però coesistono forze conservatrici con forze innovatrici, ed ecco quindi il problema del dibattito che si sposta sui diritti: il diritto a lavorare, il diritto ad avere il divorzio, il diritto a poter viaggiare senza dover avere per forza il consenso del marito, il diritto ad avere un assegno dopo il divorzio… problemi seri, economici. Perché la società cambi ci vuole tanto tempo, non è che glielo possiamo imporre noi con la bacchetta magica: si cambia attraverso l’educazione e anche l’acquisizione di consapevolezza della propria dignità, della legittimità del proprio pensiero altro di donne.

Quindi lei sostiene che l’inferiorità della donna non è un fatto religioso ma culturale, così come del resto esiste all’interno del mondo cristiano, per cui la donna nascerebbe dalla costola dell’uomo per non essergli né superiore né inferiore ma pari, mentre poi nella realtà la situazione è (ancora) ben diversa. I testi sacri islamici come si rapportano alla donna?

È una questione culturale sì, infatti per esempio ci sono i movimenti delle femministe islamiche che lavorano sulla rilettura dei testi sacri e stanno svelando come questi siano stati letti in maniera patriarcale e maschilista. Nel Corano c’è scritto che l’uomo alla donna è uguale e non c’è nemmeno il problema di Adamo ed Eva e del peccato che la donna avrebbe commesso, il che costituisce in realtà una grande differenza. Dove nel Corano si dice che la donna è più debole dell’uomo e che l’uomo la deve proteggere, s’intende piuttosto la fragilità di una futura madre, non si legittima di certo l’uomo alla violenza domestica perpetrata perché ella non condivide lo stesso pensiero. Cito di nuovo la sociologa libanese Fahmia Sharaf al-Din e il suo studio, in cui dimostra che questo non è un problema del Corano, perché la violenza sulle donne la esercitano anche i cristiani – basti pensare a quale orrore sono in Italia i dati sul femminicidio. Gli uomini lo fanno perché si sentono minacciati da un pensiero diverso, perché noi uomini in generale non siamo educati ad accettare un pensiero diverso, mentre invece è fondamentale trovare il modo di interagire. I genitori, al di là dei generi e omosessuali o meno, rappresentano due modi di pensare diversi e in tal modo costituiscono una pluralità di pensiero importante per i figli, aiutandoli di fatto a vivere nel confronto con l’altro. C’è un grande filosofo giapponese che si chiama Daisaku Ikeda, presidente della Soka Gakkai International, il quale sostiene spesso l’importanza dello sviluppo del dialogo e dell’empatia e della conoscenza dell’altro, perché è così che si fuga la paura.

A proposito di filosofia, noi pensiamo che il pensiero e la cultura abbiano un peso rilevante nella vita quotidiana, che siano chiavi di lettura di ciò che succede attorno a noi. Lei che valore dà alla filosofia?

Sono assolutamente d’accordo, io adoro la filosofia. Ho citato Daisaku Ikeda, che ha contribuito alla creazione di un sistema di scuole che si chiamano Soka Gakkai (letteralmente “società per la creazione di valore”), dal grande pedagogo giapponese Tsunesaburo Makiguchi, il quale ritiene che bisogna avere una filosofia della vita e della dignità della vita da implementare nel quotidiano vivere, perché altrimenti uno si comporta in maniera barbara senza esserne consapevole. Bisogna allora avere dei valori forti da tenere presenti nel momento in cui si vive, per esempio sicuramente la bellezza, la bontà e l’utilità, ma non uno a scapito dell’altro. A tal proposto, noi in Occidente abbiamo l’uguaglianza, la libertà e la fraternità – ma poi perché la fraternità (la solidarietà) non è mai più presente nel nostro orizzonte esistenziale? Vuol dire doversi mettere in discussione nel proprio agire quotidiano e non farsi dominare da forze esterne perdendo così il nostro baricentro, la nostra convinzione. Anche Martha Nussbaum e John Rawls infatti sottolineano l’importanza di imparare a coesistere, di trovare punti di conoscenza e di valori condivisi da rispettare. Ciò significa che se il cittadino è rispettato in quanto cittadino, il suo diritto è anche quello di avere una sua fede, ma questo uomo di religione deve rispettare anche le regole degli altri in quanto cittadino, lui ma con cittadini altri. Sono queste le regole che dobbiamo tenere presenti: non dobbiamo escludere i musulmani dalla cittadinanza (che è ahimè quello che facciamo), perché sono esseri umani che hanno la dignità pari alla nostra e possono contribuire al nostro arricchimento; se noi ci chiudiamo ci esauriamo, perché la ricchezza e la crescita vengono dall’apporto e contributo di punti di vista altri.

 

Giorgia Favero

 

NOTA:
Intervista rilasciataci dalla docente il 15 settembre 2016 in occasione di Pordenonelegge (Pordenone).

[Immagini tratte da Google Immagini]

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Una pace in attesa di giustizia. Il referendum in Colombia

«Sogniamo che la Colombia sia un paese libero dove tutti abbiano gli stessi diritti e possano esprimersi liberamente, senza repressioni.»
Jaqueline, paramedico del blocco Jorge Briceño.

«In dieci anni abbiamo lavorato con le comunità e le famiglie dei guerriglieri e dei contadini. Abbiamo spiegato la situazione alla gente, li abbiamo aiutati ad andare avanti. Ritrovare le nostre famiglie sarà molto emozionante. Pensiamo tutti a quando rincontreremo la nostra famiglia.»
Xiomana Martínez, combattente del fronte Felipe Rincón delle Farc)1.

Queste erano alcune delle parole di speranza in Colombia. Lo storico accordo di pace tra il presidente Juan Manuel Santos e le Fuerzas Armadas Revolucionarias rappresentava la possibilità di concludere un conflitto durato 52 anni.

Il 50,2% dei votanti, tuttavia, ha scelto il voto del “senza giustizia non può esserci la pace”. Il fronte del “No”, capitanato da Alvaro Uribe, sostiene che la pace è l’obiettivo di tutti i colombiani, ma l’accordo necessita di alcune modifiche. Le questioni più controverse per l’opinione pubblica nazionale riguardano la partecipazione politica degli ex guerriglieri e la giustizia per i responsabili di crimini contro l’umanità.

L’esclusione dalla vita politica di una parte della società è stata una delle cause della guerra, ciononostante, la maggior parte della popolazione colombiana considera inaccettabile vedere gli ex guerriglieri in Parlamento, anziché nelle carceri.

Il referendum, così, sembra rappresentare una scelta tra pace o giustizia.

Eppure, la pace dovrebbe essere un diritto inalienabile dell’uomo. Come recita l’articolo 28 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo: «Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possono essere pienamente realizzati». Si tratta del superamento del concetto di pace kantiano, secondo cui la pace non è raggiunta da un equilibrio di forze, bensì da un’assenza delle stesse. Si giunge, così, all’individuazione di una pace positiva, seguendo la definizione di Norberto Bobbio, nella quale vi è un’effettiva preparazione alla pace, attraverso la costruzione di un sistema di istituzioni, relazioni e di politiche di cooperazione.

Come assicurare un progresso verso la pacificazione in Colombia?

Grazie al contributo del sociologo Galtung per la risoluzione dei conflitti, è possibile individuare tre stadi:

1. la riconciliazione, cioè il curare gli effetti della violenza passata;

2. la costruzione della pace, cioè lo studio e l’azione per prevenire la violenza futura;

3. la trasformazione del conflitto, cioè la ricerca di metodi per mitigarli.

Nella trasformazione del conflitto è opportuno introdurre l’aiuto ai contendenti a trovare soluzioni di mutuo beneficio. Le contraddizioni tra le parti possono essere superate attraverso la ricerca di obiettivi “sovraordinati”2.

La domanda cruciale da porsi in questo momento è: cosa accadrà ora? La Colombia riuscirà a sottrarsi ai cent’anni di solitudine e ad avere una seconda opportunità?

Jessica Genova

NOTE:
1. www. internazionale.it
2. J. Galtung, Theories of conflict. Definitions, dimensions, negations, formations, Columbia University, 1958; J. Galtung, Theories of Peace. A synthetic approach to peace thinking, 1967

[Immagine tratta da Google Immagini]

Vogliamo parlare di guerra? Eliminiamo ogni forma di finalismo: il punto di vista di Bobbio

È l’ormai lontano 1979 quando Norberto Bobbio, con lo scritto Il problema della guerra e le vie della pace, cerca di dimostrare con decisione l’insostenibilità di qualsiasi tipo di giustificazione della guerra. Con le sue pagine egli vuole affermare la necessità di un totale abbandono non solo di questa pratica, ma anche, in senso più generale, della violenza e di ogni suo tipo di manifestazione. Al centro della sua analisi vi è il fatto che gli armamenti delle varie potenze mondiali si sono sviluppati, durante il secolo scorso, fino a raggiungere un livello tale per cui, se si dovesse ricorrere al loro utilizzo, si potrebbe compromettere la stessa esistenza dell’uomo sulla terra. Un’affermazione di questo genere a molti potrebbe sembrare esagerata o addirittura infondata: è proprio questa la preoccupazione che tanto assilla Bobbio, ovvero la mancanza di una “coscienza atomica”. Il livello di sviluppo tecnico e militare a cui siamo giunti è in grado di esporci, infatti, alla possibilità di una guerra termonucleare, la quale, non potendo assolutamente essere paragonata alle guerre che finora si sono verificate, ci pone di fronte ad una vera “svolta storica”.

Perché una guerra di tal tipo è da considerare come una guerra nuova e dunque da rifiutare con assolutezza? A detta di Bobbio, non è affatto a causa dell’orrore: per lui, infatti, ogni guerra è orrenda; ogni guerra avrebbe dovuto, in passato, e dovrebbe, in futuro, essere condannata.

Le ragioni su cui si concentra il suo ragionamento ci conducono ad una riflessione molto più profonda. La guerra termonucleare, infatti, potrebbe mettere a repentaglio la vita e la storia intera dell’umanità, potrebbe distruggere tutto ciò che è esistente. Inoltre, la guerra termonucleare potrebbe non condurre a nessun tipo di risultato. Se lo scopo di ogni conflitto bellico è la vittoria (e il raggiungimento di tutti i vantaggi politici, economici e sociali che essa consente di ottenere), la guerra termonucleare, a differenza delle guerre passate, potrebbe invece non permettere una distinzione tra vincitori e vinti1.

Alla luce di queste considerazioni, mi chiedo e vi chiedo: possiamo rimanere indifferenti di fronte ad una tale eventualità? Possiamo pensarla con distacco o indifferenza? Io credo di no! Credo che ciò non sia possibile nemmeno per l’animo più bellicoso. Il motivo è semplice, ed è Bobbio stesso a suggerircelo: la possibilità di una guerra atomica ci costringe ad elaborare prima, e ad assumere poi, un nuovo e decisivo punto di vista storico: dovremmo eliminare dal nostro orizzonte di pensiero qualsiasi forma di finalismo. Ebbene sì, dovremmo spogliarci proprio di quel tipo di ragionamento che tanto caratterizza la nostra mentalità occidentale! Dovremmo imparare a vedere la storia dell’uomo non più come un processo inevitabile, connotato da un tendenziale miglioramento, ma come un susseguirsi di fatti sì inevitabile, ma sprovvisto di qualsiasi tipo di senso.

Di fronte a questo panorama, Bobbio propone un irrinunciabile atteggiamento di pacifismo attivo, il quale consisterebbe nel negare in modo totale ogni ricorso a conflitti armati, affermando così una profonda fiducia negli effetti pratici che possono discendere dall’utilizzo delle tecniche nonviolente. Questa soluzione vi lascia perplessi? Ebbene, la sensibilità disillusa di Bobbio è perfettamente cosciente della difficoltà di questo tipo di alternativa: egli infatti ritiene che essa si presenti ancora come (inaccettabilmente) distante dalla nostra realtà attuale, nella quale «l’etica dei politici è l’etica della potenza».

Ciò che gli preme di più, dunque, sembra essere l’indirizzarci ad una revisione del nostro modo di stare al mondo e del nostro modo di percepire e valutare ciò che quotidianamente ci potrebbe apparire come invece inafferrabile, come troppo grande rispetto alla nostra finitudine di singoli individui, e come troppo lontano dalla portata delle nostre decisioni ed azioni. Ciò che più conta sembra essere il gettare il seme, il delineare delle piste di lavoro, lo smuovere la sensibilità pubblica, nell’attesa, speranzosa e calma (ma non inerte) che le cose comincino a mutare dal loro profondo.

Ma le cose potranno cambiare davvero? Di fronte a ciò che quotidianamente accade nel mondo, possiamo dirci fiduciosi? Certamente ed innegabilmente, ritengo si imponga sempre più come necessaria, e con una certa fretta, una più profonda riflessione da parte di ciascuno di noi rispetto a queste tematiche; non soltanto per riscattarci dal punto di vista bobbiano secondo il quale «l’arma totale è arrivata troppo presto per la rozzezza dei nostri costumi, per la superficialità dei nostri giudizi morali, per la smoderatezza delle nostre ambizioni, per l’enormità delle ingiustizie di cui la maggior parte dell’umanità soffre non avendo altra scelta che la violenza e l’oppressione»; ma anche per prendere posizione di fronte al fatto che sebbene la guerra atomica sembri essere solo una mera possibilità “futuristica”, in realtà siamo tutti potenzialmente coinvolti e dunque tutti potenziali vittime, e questo, la Storia, non solo passata, ma anche presente, la quotidianità, ce lo hanno già dimostrato.

 Federica Bonisiol

NOTE:
1. Per non limitarsi al puro piano teorico, è Bobbio stesso che cita un esempio riguardante gli U.S.A.: «gli Stati Uniti potrebbero riprendersi in 5 anni se subissero un attacco con soli 10 milioni di vittime, mentre con un attacco massiccio che uccidesse 80 milioni di americani, la ripresa richiederebbe mezzo secolo». Queste stime sono risultate da studi antecedenti di vent’anni rispetto al saggio del 1979, e sebbene debbano essere prese in considerazione e ridimensionate alla luce del progresso tecnologico che sempre più ci impone i suoi tempestivi risultati, sono comunque utili per farci valutare il fenomeno della guerra atomica in modo più concreto.

BIBLIOGRAFIA:
Norberto Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, Il Mulino, 2009