L’utile nichilismo della cultura

Un articolo di cui pentirsi, magari tra molti anni ma che probabilmente va scritto, perché quando potrò pentirmi di questo pensiero vorrà dire che la congiuntura economico-politica sarà migliore.

Mi spiego: la cultura, oggi, per la politica e in generale per il nostro agire nel mondo, è diventata inutile, se non addirittura un peso.

Ciò che ho appena enunciato va però anche immediatamente rettificato, perché non mi riferisco alla cultura in quanto tale, ma alla cultura delle accademie, a quella che diventa autoriflessiva, autistica, assoluta rispetto alla Vita. Mi riferisco alla cultura degli intellettuali, dei politicanti dotti, dei professori, dei maestri. Un mondo avulso dal movimento reale, e quindi tecnico-economico, del mondo.

La cultura può ancora essere valida quando viene obliata, e diventa quasi-corpo, esperienza assimilata e non più visibile. Come la famosa scala di Wittgenstein: arrivati in cima bisogna disfarsi del mezzo che ci ha portato a vedere meglio e a comprendere il mondo.
La cultura come habitus, e non come oggetto “puro” del discorso. Perché parlare del mondo non trasforma, in senso politico, il mondo. E la cultura che incancrenisce la Vita è essenzialmente discorso sul mondo.
Non l’aveva già detto Marx, nelle Tesi su Feuerbach, che i filosofi avevano sino a quel momento solo interpretato il mondo, e che si trattava quindi di trasformarlo?
Non si tratta – lo ripeto – di una posizione sempre valida, anzi: ma si tratta di un’urgenza dettata da tempi di crisi culturale, umana e globale.

In questo senso inserirei anche la questione giovanile e la questione pedagogica: perché continuiamo ad educare gli studenti sui testi del medioevo? Perché continuiamo a proporre in senso acritico programmi che non tengono affatto conto del periodo storico in cui ci troviamo?
Studenti che dovrebbero occupare le piazze frequentano invece corsi di “formazione politica”, seminari o conferenze sul mondo del lavoro, un miraggio che forse vedranno solo dopo anni dalla fine di un altrettanto inutile percorso universitario.

Non è una difesa dell’ignoranza, anzi. Ma un avvertimento contro la cancrena a cui – inesorabilmente – gli studiosi e i cosiddetti “colti” vanno incontro: questo perché c’è un insuperabile divario tra la contemporaneità e la cultura.
La prima letteralmente divora il tempo, la seconda ne ha bisogno per permettere ai contenuti di depositarsi, di attecchire, di essere compresi.

Per uscire dal vortice del qui ed ora dei giorni nostri, devono essere i “prigionieri” del qui ed ora stesso a ribellarsi: perché conoscendo i meccanismi del “Mondo Nuovo” possono finalmente liberarsi.
Dalla sofferenza, dallo sfruttamento, da questo senso di vuota sospensione e di inutile attesa in cui la mia generazione è precipitata da qualche anno a questa parte. È la Vita che può liberare la Vita, e non il discorso su di essa.
È necessario che la cultura sia eterodiretta a questa liberazione, altrimenti non serve a nulla. Meno libri, più azione.
Per parafrasare Bataille, al posto di una rinuncia “sovrana” alla sovranità, ci vorrebbe un nichilismo/oblio culturalmente consapevole della cultura.
E in questo senso interpreterei il gesto del protagonista de L’immoralista di André Gide, un professore che abbandona la preparazione dei suoi corsi per andare a sdraiarsi, nudo, sulle rocce.
Per sentire la Vita pulsare, in quella nudità che è liberazione.

Roberto Silvestrin

 

[Immagine tratta da Google immagini]

 

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Salviamo la soldatessa Speranza

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Durante alcune lezioni il professor Umberto Galimberti in antitesi alla figura cristiana della speranza era solito sbottare dicendo «La Speranza è l’ultima figura dell’impotenza cristiana».

Da vero giovane nietzschiano, studente di Filosofia seduto sui banchi di qualche aula di San Sebastiano esultavo per queste bordate tirate a fondo campo in delle uggiose giornate di autunno fatte di alta marea e piogge battenti.

Del resto non serve scomodare il professor Galimberti per dire quanto la “Speranza” come figura sia del tutto svalutata anche nella cultura popolare: famoso è per esempio il detto “Chi di speranza vive disperato muore”. È questa un’immagine abbastanza grottesca che rimanda a tutte le speranze umane che inevitabilmente deflagrano di fronte all’implosione di ogni senso data dalla morte come ben descritto da Heidegger e dagli Esistenzialisti francesi, l’idea in questo caso turpe che la speranza che ha attraversato i nostri corpi mentre aspettavamo Babbo Natale e i regali sotto l’albero, la Felicità, il Futuro, finiscano inevitabilmente nella liberazione del post mortem. La Speranza viene usata come immagine di un mondo che non appartiene a nessuno, un mondo senza litigi. Dove è viva la luce è anche viva l’oscurità, nello stesso luogo dove esultano i vincitori si disperano anche i vinti, il desiderio egoista di mantenere la pace genera la guerra. L’odio nasce per proteggere l’amore. Tutto questo sorgerebbe da un unico male, morbo, chiamatelo come vi pare anche noto come “Speranza”, l’idea di far saltare in aria il Soldato o la Soldatessa Speranza nasce dall’idea di creare un mondo di soli vincitori, un mondo di sola pace, un mondo di solo amore, cose che possono sembrare puramente utopiche, ma che vengono portate avanti da anni da studiosi illustri come il Professor Vero Tarca sui banchi di Filosofia Teoretica, un sogno perfetto per tutta l’Eternità.

È un bellissimo ragionamento, peccato che la speranza − anzi, dobbiamo chiamare col suo nome la nostra Soldatessa − non nasce nell’alveo della cultura cristiana. Diamole un nome, il suo nome è Elpìs. Nell’opera del poeta greco Esiodo Le opere e i giorni essa è tra i doni che erano custoditi nel vaso regalato a Pandora (letteralmente “tutti i doni”), donna creata da Efesto. Pandora aveva avuto l’ordine di non aprire mai il vaso, ma la curiosità fu più forte e la donna aprì il vaso facendo così uscire tutti i mali; soltanto Elpìs rimase dentro perché Pandora riuscì a richiudere il vaso. Solo un dono non riuscì ad uscire dal vaso: la speranza.

Nella mitologia romana l’equivalente di Elpìs è la Spes.

«Solo Speranza, come in una casa indistruttibile,
dentro all’orcio rimase, senza passare la bocca, né fuori
volò, perché prima aveva rimesso il coperchio dell’orcio
per volere di Zeus e gioco che aduna le nubi».

Esiodo non ha mai spiegato il motivo per il quale Elpìs è l’unico dono a rimanere all’interno del vaso di Pandora, ma è davvero interessante come sia proprio Elpìs a rimanere all’interno del vaso, come qualcosa che resta in qualche modo celato e nel contempo ancora inattuato, l’unica cosa che resta in possesso di Pandora che in questo caso simboleggia l’intera umanità.

Elpìs andrebbe recuperata perché in essa alberga l’ottimismo dell’umanità, il suo continuo tentativo di superare i propri limiti cercando di proiettare e tramandare la propria voce al di là dell’ovatta del tempo, provando a spezzare la dimensione entropica dell’universo gettandoci, anche laicamente, oltre il concetto di limite che come ben ci ricorda Heidegger è la morte, l’orizzonte della nostra esistenza.

La Speranza è un concetto che si tramanda ed è un dono che spezza l’illusione di vivere consegnandoci una vita più autentica nella convinzione che il domani sarà migliore dell’oggi, è il motore della Storia collettiva dell’umanità che se non se ne fa carico finisce per negare se stessa. Il Nichilismo ci consegna un mondo che in fondo è destinato al nulla, ci sottolinea che la morte finisce per essere l’implosione di ogni senso e pretende di sollevare il velo di illusioni che abbiamo costruito per continuare a vivere, ma dimentica che l’umanità è anche segnata dall’incedere del progresso, del tentativo di superare i propri limiti e che la vita spesso è un viaggio che possiamo accettare di percorrere sentendoci sconfitti ancora prima di partire o invece provando ad accettarne le difficoltà, le strade che si interrompono, gli ostacoli, ma anche vedendone la bellezza, la gioia e sostenendo che essa resta comunque un’opportunità sempre aperta al nostro miglioramento e alla nostra crescita individuale e come specie.

Come scrive Bloch:

«L’importante è imparare a sperare. Il lavoro della speranza non è rinunciatario perché di per sé desidera aver successo invece che fallire. Lo sperare, superiore all’aver paura, non è né passivo come questo sentimento né, anzi meno che mai, bloccato nel nulla. L’affetto dello sperare si espande, allarga gli uomini invece di restringerli, non si sazia mai di sapere che cosa internamente li fa tendere a uno scopo e che cosa all’esterno può essere loro alleato. Il lavoro di questo affetto vuole uomini che si gettino attivamente nel nuovo che si va formando e cui essi stessi appartengono».

Anche quando perdiamo la fiducia e la voglia di vivere, le difficoltà ci appaiono come insormontabili e il dolore troppo per continuare nel nostro cammino è importante sapere che dentro ognuno di noi come nello scrigno di Pandora la Soldatessa Speranza continua a combattere per noi, continua a sussurrarci che possiamo farcela, essa non può agire attivamente e sta a noi riscoprirla e in qualche modo “salvarla”, conservarla e quando è giunto il nostro tempo consegnarla a chi verrà dopo perché solo in questa condizione si cela il più intimo segreto per una vita più autentica e per la realizzazione di un mondo migliore.

Matteo Montagner

[Immagine tratta da Google Immagini]

«Essere o non essere?» Teatro, filosofia e nichilismo in Shakespeare

«Shakespeare, incontro di una rosa e di una scure…»: così il filosofo rumeno Emil Cioran descrive l’eccelso poeta inglese in uno dei suoi Sillogismi del­l’ama­rez­za. Poco più avanti, Cioran annota anche: «la Verità? è in Shakespeare; un filosofo non potrebbe appropriarsene senza esplodere insieme col suo sistema». Per un “nichilista” come Cioran, la “Verità” non può che essere il disperato e insensato transitare, da parte delle cose di questo mondo, da quel “nulla assoluto” che precede la loro nascita fino a quel “nulla assoluto” che le attende alla loro morte.

Nel suo affascinante studio Shakespeare filosofo dell’essere (Mimesis, 2011), Franco Ricordi intende mostrare, in qualche modo contraddicendo quanto dice Cioran, che Shakespeare, nelle sue rappresentazioni teatrali, ha sì raggiunto e potentemente espresso quella che per il “nichilismo” del­l’Oc­cidente è la suprema Verità delle cose (ne La tempesta Shakespeare ad esempio scrive: «Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, e la nostra breve vita è circondata dal sonno», cioè dal buio assoluto del nulla), ma proprio perché è stato profondamente filosofo, e non perché ha voltato le spalle alla filosofia, pretendendo illusoriamente di rinchiudersi in una dimensione incontaminata in cui essa non esiste e non fa sentire la propria influenza.

Certo, a volte nelle opere di Shakespeare vengono senza dubbio rivolte delle critiche pungenti alla speculazione filosofica, sicché si può avere l’impressione che il grande drammaturgo abbia “in gran dispitto” tale tipo di sapienza. La celebre battuta di Amleto: «Vi sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia», contribuisce a generare questo equivoco, dando l’impressione che Shakespeare, in fondo, sia persuaso che, nel mondo seducente ma pericoloso in cui tutti noi viviamo, nel quale è necessario tenere sempre gli occhi bene aperti, la filosofia rischi di velare e appannare la vista degli uomini più che aumentare nettamente la loro capacità di visione.

Un altro episodio che sembra confermare l’atteggiamento critico di Shakespeare nei confronti di tale forma di sapere si trova in Romeo e Giulietta: a un Frate Lorenzo che cerca di offrire a Romeo il «dolce latte» della filosofia, che, secondo il religioso, avrebbe la straordinaria virtù di consolare e mitigare ogni sventura, quest’ul­ti­mo risponde di voler addirittura impiccare la filosofia, di cui non sa assolutamente che farsene: «Alla forca la filosofia! Se non può darmi Giulietta, […] la filosofia non giova a nulla, non può nulla; non me ne parlare».

Ma, osserva giustamente Ricordi, in queste come in altre occasioni a essere sotto attacco non è la filosofia in quanto tale, ma un certo tipo di filosofia. Ad essere oggetto di critica da parte di Shakespeare non è cioè la filosofia in generale, ma è quella “cattiva” filosofia che, invece di aiutarci a comprendere la vita, si separa da essa, astraendo «dal corpo e dalla contingenza dell’uomo» e diventando un’«astratta costruzione che non ha nulla a che fare con la realtà e con le possibilità concrete – e anche artistiche – dell’espressione umana». E di questo tipo di filosofia non solo Shakespeare, ma chiunque – anche la stessa comunità dei filosofi – ha buone ragioni per disinteressarsi (si può ricordare che anche Gustavo Bontadini, che è stato un pensatore italiano di primo piano nel Novecento, ebbe occasione di dire che «la vita potrà sempre, con fondamento di diritto, ignorare la filosofia, se questa per prima si sarà disinteressata della vita»).

Shakespeare, allora, nonostante le apparenze in senso contrario, dà voce eccome alla filosofia; anzi, la mette in scena, la drammatizza. La filosofia è anche questo per Shakespeare: «“amore per il sapere”, inteso quest’ultimo semplicemente come “mondo”, l’amore per tutte le situazioni che si presentano al mondo, e la possibilità di renderle tutte materia per la scena». La caratteristica principale della “filosofia del dramma” di Shakespeare, per Ricordi, è proprio quella di far «vivere la filosofia come concreta situazione umana, in carne e ossa, pur rappresentando il problema fondamentale del pensiero, la domanda sul senso dell’essere che pervade la storia del­l’Oc­ci­den­te». Una domanda che risuona senz’altro in tutta la sua grandezza nella battuta «Essere o non essere, questo è il dilemma», che apre il famoso monologo di Amleto.

In modo forse inaspettato, Shakespeare, nella lettura che Ricordi ne dà, appare filosoficamente molto vicino alle posizioni di Leopardi. Come il poeta recanatese, anche il sommo drammaturgo inglese, infatti, sarebbe giunto a comprendere che non il Dio trascendente delle religioni, ma il Tempo è il Re del mondo e del­l’uo­mo (Leopardi, è vero, non parla di “Tempo”, ma di “Natura”, ma il concetto è il medesimo: l’As­soluto, il Supremo, non è un Dio nascosto chissà dove al di là del mondo, ma è proprio quel divenire dell’essere che sta sotto gli occhi di tutti). «Il Tempo è il re degli umani, loro creatore e, insieme, loro sepolcro, […] ad essi assegna ciò che vuole lui, e non quello che essi domandano», si legge infatti in Pericle, principe di Tiro.

E se Leopardi, nello Zibaldone, non ha timore di trarre da ciò l’amara verità, e cioè che, poiché tutto ciò che esiste è destinato a consumarsi e a spegnersi, allora «tutto è nulla al mondo, anche la mia disperazione», «tutto è nulla, solido nulla», nemmeno Shakespeare è da meno, e infatti nel­l’at­to IV di Antonio e Cleopatra fa declamare alla regina d’Egit­to, ormai disillusa e pronta al suicidio, esattamente le stesse parole: «ora tutto è nulla». In un altro notissimo dramma, Romeo e Giulietta, lo stesso concetto viene espresso da Romeo: «Oh amore odioso! Oh odio amoroso! Oh tutto fatto di nulla! […] Informe caos di cose leggiadre!». Sempre la stessa idea di base, ma espressa in modo ancora più poderoso, la ritroviamo nel dramma intitolato Il racconto d’inverno, in cui Leonte, re di Sicilia, reso folle dalla gelosia, esclama: «Il mondo e tutto ciò che esso contiene è niente. Niente è il cielo che lo sovrasta; un niente la Boemia, un niente mia moglie. E niente nasce da tutti questi niente, se tutto ciò è niente».

Un altro punto di convergenza tra Shakespeare e Leopardi è l’idea della morte come unico vero rimedio al dolore; uno struggente desiderio di porre fine ai propri giorni fiorisce infatti in quei personaggi che più vengono toccati dalle terribili sofferenze dell’esistenza. Oltre al suicidio delle due celebri coppie di amanti (Antonio e Cleopatra, Romeo e Giulietta), si possono ricordare le parole pronunciate da Riccardo II, che, nel dramma a lui dedicato, si rende “leopardianamente” conto che la sofferenza permea l’esistenza in quanto tale, non solo quella di coloro che hanno il sangue nobile: «Con la mia sola persona recito le parti di molti personaggi», afferma il sovrano, «ma nessuno contento della sua sorte. Talvolta sono re, ma poi i tradimenti mi fanno desiderare di essere un mendicante, e lo divento; poi la miseria opprimente mi convince che stavo meglio quando ero sovrano, e torno ad essere re; […] ma chiunque io sia, né io né alcun altro che sia uomo saremo mai contenti di nulla, finché [con la morte] non troveremo il nostro sollievo nell’essere nulla».

La decisione di Ricordi di rivolgersi proprio a Shakespeare come interlocutore privilegiato non è casuale, né esclusivamente dettata dalla fama planetaria goduta in ogni tempo dal Bardo di Stratford. Secondo Ricordi, gli eventi che hanno avuto origine a partire da quanto accaduto ­l’11 settembre 2001 hanno pienamente confermato che viviamo in un’epoca di “nichilismo spettacolare”, o, in altri termini, in una “guerra d’immagine” che non sembra voler accennare a finire. Risulta allora di estremo interesse tornare a guardare con occhi nuovi l’opera del poeta inglese, che di tale forma “teatrale” ed “esibizionista” di nichilismo avrebbe avuto più di un presagio, in modo da attingere gli elementi necessari per poter decifrare e comprendere appieno la nostra epoca, che Ricordi non esita a definire “shakespeariana”.

 

Gianluca Venturini

 

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Novembre in cultura!

Novembre, il mese tra l’autunno inoltrato e l’inizio delle festività natalizie; periodo di transizione che non presenta mai sensazionali momenti di allegria, eppure la cultura sfida anche questo mese presentandoci eventi che offrono numerosi spunti di riflessione.

Ecco la nostra selezione:


cc8b0e51e9dd4933f7f501aed30c7ca79561fc7CAMPANIA | STEVE MCCURRY. Senza confini, dal 28 
Ottbre al 12 Febbraio 2017 – Palazzo delle Arti, Napoli

La nuova rassegna allestita nel Palazzo delle Arti di Napoli, oltre a presentare il nucleo essenziale delle sue fotografie più famose insieme ad alcuni lavori più recenti e ad altre foto non ancora pubblicate nei suoi numerosi libri, mette in particolare evidenza la sua attività di fotografo, impegnato “senza confini”  nei luoghi del mondo dove si accendono i conflitti e si concentra la sofferenza di popolazioni costrette a fuggire dalle proprie terre. Il tema è purtroppo di grande attualità e Steve McCurry lo ha documentato fin dalla fine degli anni ’70.
Il percorso di visita si apre con una sezione di foto in bianco e nero, scattate da Steve McCurry tra il 1979 e il 1980 nella sua prima missione in Afghanistan, dove era entrato insieme ai mujaheddin che combattevano contro l’invasione sovietica.

Per maggiori info: qui


ICD2016_logoVENETO | International Cosmic Day, 2 Novembre 2016 – Dipartimento di Fisica e Astronomia, Padova

La sezione di Padova dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), in collaborazione con il Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università di Padova, partecipa all’International Cosmic Day, evento divulgativo rivolto agli studenti delle superiori in tutto il mondo. In Italia circa 600 studenti partecipano all’International Cosmic Day nelle città di Bologna, Lecce, Padova, Pavia, Perugia e Roma; l’edizione padovana vede la partecipazione di 180 studenti provenienti da sei istituti scolastici padovani.

L’International Cosmic Day si propone di avvicinare gli studenti delle scuole superiori al mondo della ricerca scientifica di frontiera. In particolare, gli studenti cercheranno di svelare i misteri dell’Universo racchiusi nei raggi cosmici.

Programma completo: qui


fb-imgLAZIO | Responsabilità della filosofia e sfide globali, 3,4 e 5 Novembre 2016 – Università di Roma Tre, Roma

XXXIX Congresso nazionale della Società Filosofica Italiana “migrAZIONI”

Programma completo: qui

 

 

 


sophiaTOSCANA | Sophia, la Filosofia in festa, 5 e 6 Novembre 2016 – Villa Borbone, Viareggio

Il festival filosofico toscano organizzato dall’associazione Rossocarminio.

Sophia fonde in un programma variegato momenti accademici e ludici coinvolgendo città e pubblico, mescolando ragione e convivialità, alternando l’insegnamento all’esposizione artistica, la discussione alle parentesi musicali, creando un luogo confortevole in cui condividere l’amore per il sapere e per la bellezza.

Il tema dell’edizione 2016 di Sophia è quello del nichilismo, affrontato non solo dal punto di vista filosofico, ma anche dal punto di vista delle arti, della società, della politica.

Tra i relatori: Giuliano Campioni, Piero Coda, Enrico Del Bianco,Adriano Fabris, Sergio Givone, Giacomo Marramao e Franco Trabattoni.

L’evento si rivolge agli studenti e professori delle scuole superiori (ultimi tre anni), agli studenti e professori universitari e ai cittadini di ogni età.

 Programma completo: qui


Anche se Novembre tende ad impigrirvi, reagite e approfittate di ciò che la cultura continua ad offrire!

Valeria Genova

Bojack Horseman, il nuovo anti-eroe è un cavallo

Dallo scorso 22 luglio è online su Netflix, e dalla stessa Netflix prodotta, la terza stagione di Bojack Horseman. A Netflix original series, come recitano i titoli di testa, e pur essendo una serie cartoon non ha niente da invidiare ad altre produzioni del colosso americano. Una buona occasione per chi non ne ha ancora vista una puntata di iniziarla buttandosi nel mondo di Bojack, il cavallo antropomorfo protagonista; mentre chi ha già guardato le prime stagioni difficilmente rinuncerà a questa.
Andiamo con ordine: Bojack è un ex stella di Hollywoo (si Hollywoo, la D è venuta a mancare durante la prima stagione) che è stata protagonista negli anni ’90 di una stucchevole sitcom di dubbia qualità, Horsin Around. Bojack ha vissuto di rendita da quel momento, ma ora alla soglia dei 50 anni deve fare i conti con lo scemare della fama e con le sue manie autodistruttive. Il mondo in cui si muove è quello vacuo e patinato dello showbiz losangelino – del quale la serie è anche una tagliente satira – popolato però sia da uomini che da animali con sembianze umane. C’è la gatta Princess Carolyn, agente di Bojack e talvolta sua amante-fidanzata, e c’è l’umano Todd il suo unico vero amico che però fa dormire da anni sul divano e al quale dà sempre del fallito. C’è il labrador Mr. Penautbutter (ingenuamente felice e positivo come molti labrador) attore e conduttore anche lui e vera nemesi dell’ombroso Bojack, e la sua ragazza Diane, che tenterà di scrivere l’autobiografia di Bojack. Anche se il protagonista è indiscutibilmente il nostro amico cavallo, questi tira con sé in un vortice auto distruttivo di continue scelte sbagliate e tentativi di porvi rimedio chiunque gli capiti a fianco, finendo per far diventare lo show una serie corale.

Il plot è quello più tipico delle fiabe, come insegnava Vonnegut, quello della caduta e della risalita: man in the hole. Senonché qui le cadute si susseguono e le risalite sono sempre più lente e dolorose. Tra momenti di puro nichilismo e altri di vero squallore Bojack Horseman mette in scena un vastissimo campionario dei peggiori comportamenti umani.
Tutte le cadute e tutti i danni che Bojack fa, a sé come a chi gli vuol bene, sono tutti imputabili a egli stesso, al suo orgoglio, alle sue paure e al non sapere cosa vuole. A partire dalla prima stagione la sua volontà di tornare sulle scene e quindi essere nuovamente apprezzato si scontra con le sue manie, con il suo scarso talento e con il suo egoismo. Il passato, in veste di un vecchio amico che ha tradito, e ora malato, tornano a tormentarlo, e il libro che Diane scrive su di lui lo dipinge esattamente come l’egoista-narcisista che è. Sul fronte delle relazioni la situazione non va certo meglio. A questo punto è possibile una risalita?

Partendo da queste premesse la serie è certamente una rivisitazione in chiave moderna e comica del tema del successo e della sua decadenza (con classici come Viale del Tramonto ha in comune l’elemento, già molto citato, della piscina), ma c’è chi ci ha visto (e c’è) anche la lucida distruzione del mito del maschio alfa. Si può dire infatti che i protagonisti delle più importanti serie tv dell’ultima decade hanno in molti casi le sembianze dell’antieroe. Ovvero: un maschio (spesso bianco), che per il suo passato, malattie o temperamento risulta diverso e ai margini della società. Questi personaggi però risultano alfa, dominanti, nel senso che riescono sempre a prendersi una rivincita sulla società grazie a qualche loro caratteristica non comune.

Bojack Horseman come serie a mio avviso ridefinisce i limiti sia della sitcom che dell’antieroe come lo conosciamo. Come sitcom dovrebbe fare ridere o almeno sorridere, e sì fa anche questo, ma via via che la serie va avanti l’introspezione dei personaggi principali si fa più profonda e mentre noi li vediamo perdersi e sbagliare il nostro riso si fa più amaro. Ci sono situazioni esilaranti, dialoghi ipertrofici e battute al vetriolo, ma quello che si segue è il dipanarsi della matassa delle emozioni dei protagonisti, imprigionati in una continua ricerca di sé e di ciò che vogliono davvero. Una dramedy quindi, oppure una tragicommedia, sta di fatto che è un genere poco esplorato soprattutto dai cartoni “per adulti”.
Per quanto riguarda il protagonista, anche se solitudine, depressione, alcolismo e autodistruzione si sono già viste in TV dopo un po’ o il personaggio che ne è affetto diventa odiato oppure riesce a prendersi la sua rivalsa e tornare ben accettato nella società grazie a qualche sua rara qualità. Il problema di Bojack personaggio è che sembra non avere qualità, o si impegna molto bene per far credere di non averne. Nessun super-potere salvifico quindi, ogni volta Bojack sbaglia e noi stiamo in pena per lui perché vorremmo facesse una volta la scelta giusta. Bojack è in definitiva un simpatico inetto per il quale non si può fare a meno di parteggiare, perché non è sul serio cattivo, ma non riesce a non essere un grandissimo stronzo. Un antieroe degli antieroi oserei dire, senza nessun pregio tranne (ogni tanto) la vera volontà di riemettere insieme la sua vita ed essere una brava persona.

In questa terza stagione Bojack è candidato ad un Oscar per un ruolo per il quale è stato in realtà sostituito da un ologramma, e soprattutto non sa se il premio è veramente ciò che vuole o crede solo di volerlo per sentirsi ancora amato e meno solo. In un mondo in cui contano solo i soldi, i likes e le comparaste in TV, dove e come trovare la vera felicità?
Lo show (e lo showbiz) va avanti catapultandoci in questa frenetica ricerca di qualcosa che valga davvero la pena, tra avventure acquatiche, orche spogliarelliste e vecchie conoscenze. Intanto quello che già si può dire è che la serie è stata rinnovata per un’altra stagione.

Tommaso Meo

[Immagine tratta da Google Immagini]

IL CORVO È IL MIGLIOR NEMICO DELL’UOMO

“Signore, “dissi” o Signora, vi prego,

perdonatemi,

Ma ero un po’ assopito ed

Il vostro lieve tocco,

Il vostro così debole

bussare mi ha fatto

dubitare

Di avervi veramente

udito”. Qui spalancai la

porta:

C’erano solo tenebre e

nulla più”

Il Corvo, Edgar Allan Poe, 1845

In “Il Corvo” di Edgar Allan Poe il rendersi presente dell’oscura presenza del corvo stesso è preceduta dal flebile bussare di qualcosa, l’oscurità e nulla più, una oscurità che rappresenta una paura antica dell’umanità, le tenebre, lo sconosciuto, il nulla. Nell’asimmetria informativa si genera l’ansia e la paura che sono emozioni umane che tutti abbiamo più o meno sperimentato e sperimentiamo. Una insostenibile leggerezza dell’essere ci attanaglia mentre un brivido freddo ci attraversa la schiena perché l’uomo, come ci racconta bene Heidegger, vive la dimensione della sua stessa esistenza nell’essere e tempo, anzi leviamo direttamente di mezzo questa “e” perché l’essere sta nel tempo ed è quindi strutturalmente esposto al non essere, l’essere nulla. L’illusione dell’umanità per sopravvivere al meglio alla perenne esposizione al nulla è quella di provare a enfatizzare e a vivere il presente che per sua stessa natura è una dimensione eternamente esposta e oscillante tra un passato e un futuro, e quindi al suo stesso non essere. Il tentativo insomma è di eludere la nostra strutturale esposizione alla morte, il nostro “essere per la morte”, è quello di inventarci un esserci qui e “ora”, un “ora” che già mentre lo pronuncio non esiste più, l’adesso mentre lo evoco nella dimensione del linguaggio è già un passato che non è più.

Disse il Corvo, “Mai più”

“Nevermore”

“Nevermore”

“Nevermore”

La sentenza del Corvo è spietata e non lascia scampo. L’illusione di vivere è costituita dalla produzione di senso e di progettualità, ma la morte, il non essere costituisce l’implosione di ogni senso e questa consapevolezza è insita in noi, da qui il bisogno della religione come ben individua Nietzsche come gigantesco dispositivo di controllo sociale dell’ansia.

L’effetto placebo della religione, dei nostri progetti e delle nostre illusioni è quello di farci dimenticare la transitorietà e quanto la nostra esistenza sia in fondo effimera, come il tentativo di calcare la mano sulla memoria. In fondo ci consola pensare che i nostri cari ci ricorderanno senza tener conto che in quattro generazioni anche quel ricordo scomparirà. Ammesso poi che il nostro nome finisca in qualche libro di storia in fondo tale storicizzazione della nostra biografia non farà che restituire solo una parte di noi, saremo spettri nella storia dell’umanità, ma la storia non racconta ciò che siamo, racconta la dimensione di come ci vedono gli altri, siamo un racconto pronunciato e scritto dalle labbra di terzi e quindi in sostanza qualcosa di alieno rispetto alla nostra essenza.

Rispetto a” Il gatto nero” e “Il cuore rivelatore” il Corvo non parte da omicidi, non ha nessuna connotazione morale, il corvo in fondo non è altro una grottesca proiezione del male di vivere, l’umana sete di auto-tortura come la chiama lo stesso Poe. Il narratore ha perso la sua amata Lenore, il narratore della storia la evoca poco prima della comparsa del corvo nella stanza.

In Poe non c’è nessuna “colpa” del personaggio, nessuno ha compiuto azioni malvagie, il racconto non vuole insegnarci nulla, ma solo mettere a nudo quanto l’esistenza sia effimera. Emerge forte e lampante solo il desiderio di autodistruzione, siamo oltre il giusto e lo sbagliato, al di là del bene e del male come scriverà poi bene Nietzsche. La nostra paura rievoca inevitabilmente la pulsione umana inspiegabile e inesorabile di distruggere.

“Inconterò Lenore nell’Ade?”

“Mai più” risponde il Corvo.

Il lettore viene sovrastato da tutta la sensazione di masochismo, è ovvio che il Corvo risponderà a qualsiasi domanda ripetendo la sua ardua sentenza eppure il lettore continua a leggere, la voce narrante del racconto a fare domande.

La struggente sofferenza del narratore fa parte della vita di tutti noi sottesi tra il desiderio di ricordare e di dimenticare un passato che non passa eppure non tornerà appunto “mai più”.

La bellezza, l’amore femminile muore senza spiegazione e aggrapparsi al ricordo di ciò che è stato è anche la stessa causa dello sprofondare nell’ansia, nell’angoscia e alla fine comporta l’essere inghiottiti a propria volta nell’oblio. Il narratore, che poi siamo tutti noi, l’umanità intera continua a interrogare il Corvo come l’umanità continua a interrogare l’esistenza, la sua stessa esistenza, sperando che questa risponda “sì” pur sapendo che ad attenderci ci sarà invece un altro “no” o meglio, nessuna risposta salvo un “mai più”.

Il corvo è il miglior nemico dell’uomo che per sua natura produce senso per vivere ed è anche la componente distruttiva che ci portiamo dentro, il corvo è il nostro oscuro passeggero che scivola nelle nostre stanze buie nel cuore della notte, noi siamo, come genere umano, affascinati dalla risposta ripetitiva del corvo, la desolazione che ci pervade dell’animale che è in noi. La natura continua a sottrarsi ai nostri giochi di senso, la nostra vita ci sfugge ogni istante che passa. Possiamo illuderci che conti il viaggio e non il punto di approdo, ma quel punto di approdo come il corvo sta sempre dinnanzi a noi a ricordarci che siamo vissuti dalla vita, siamo soggetti passivi della natura stessa che ci sovrasta al di là di ogni nostro tentativo di dominare le cose.

“Nevermore”

“Nevermore”

“Nevermore”

Combattete quel Corvo che è in voi! Provate a scacciarlo con tutte le vostre forze! Rifuggitelo! Non ascoltatelo! Eppure una notte scivolerà comunque nel cuore dei vostri sogni più profondi per sussurrarvi con tenacia che ogni senso è destinato a scivolare nel non senso, come ogni tentativo dell’essere è destinato ad abbracciare il nulla.

[Scherzavo, è solo noir]

Matteo Montagner

Good bye Schopenhauer! Scelgo la bellezza

Scrive  Dostoevskij

“La bellezza salverà il mondo”

Ricordo che mio padre stava guidando adagio lungo una strada tra i boschi della Val Badia, in  Trentino Alto Adige, era l’imbrunire. Mentre la macchina, una vecchia FIAT Punto grigia, esce da una curva a tre metri da noi sbuca dal bosco un grande cervo, maestoso e solenne come una musica liturgica senza tempo, le grandi corna che si stagliano contro il cielo. Eravamo tutti immobili al centro della strada. Trattenemmo il respiro, un lungo incrocio di sguardi e senti quella sensazione che Aristotele chiama meraviglia afferrarti. Mi sarebbe piaciuto trattenere quella creatura stupenda con gli occhi mentre rientrava lentamente nella sera nel bosco. Facemmo fatica a ripartire.

Mi è tornato in mente questo incontro ravvicinato con la bellezza riflettendo sul perché riflettiamo su quanto ci circonda e sui misteri del mondo. Spesso la Filosofia tra ‘800 e ‘900 con esponenti che vanno da Leopardi, Schopenhauer a Nietzsche ha dipinto il mondo come un luogo dominato dalla crudeltà al punto da contestare l’esistenza stessa di Dio o della bellezza, ammessa solo come qualcosa di fugace, effimero e destinato al nulla. Eppure la bellezza rinasce ogni giorno nel mondo. Il male ci fa dubitare, ci sembra troppo nel mondo, è feroce, è pazzo: i ragazzi del Kenya come agnelli sgozzati a centinaia; bambini ai quali insegnano a dare la morte con il coltello, mi fanno dubitare; il martirio crescente dei cristiani e di altre confessioni religiose sembra contestare nel contempo l’esistenza di un Padre buono e provvidente tanto quanto l’idea stessa che la bellezza appartenga a questo mondo. Aggiungeteci milioni di persone che non hanno cibo, acqua, casa, amore; il cancro, la corruzione, il cinismo, il nocciolo durissimo dell’apatia, la terra avvelenata per denaro e che avvelena il futuro mi fa dubitare che si possa parlare di bellezza.

Scrive Aristotele nella Metafisica:

Gli uomini, sia nel nostro tempo sia dapprincipio, hanno preso dalla meraviglia lo spunto per filosofare, poiché dapprincipio essi si stupivano dei fenomeni che erano a portata di mano e di cui essi non sapevano rendersi conto, e in un secondo momento, a poco a poco, procedendo in questo stesso modo, si trovarono di fronte a maggiori difficoltà, quali le affezioni della luna e del sole e delle stelle e l’origine dell’universo.

Meraviglia come “sentimento vivo e improvviso di ammirazione, di sorpresa, che si prova nel vedere, udire, conoscere una cosa che sia o appaia nuova, straordinaria, strana o comunque inaspettata”, qualcosa che ci colpisce, ma che non ha sempre una accezione positiva perché la sorpresa può anche suscitare paura e timore, del resto tutta l’esistenza umana è spesso un grosso tentativo di annullare la casualità proteggendoci dall’inaspettato. La Scienza è un enorme dispositivo creato proprio per mettere in “sicurezza” e “controllare” la vita, disinnescare l’inaspettato attraverso l’individuazione di leggi e costanti che garantiscano all’umanità di prevedere ciò che ci attende. Un tempo gli uomini scrutavano il cielo con meraviglia e immaginavano che i cambiamenti atmosferici fossero il frutto dell’azione di divinità antropomorfe, oggi guardiamo i nostri Smart Phone, le previsioni del tempo quando non ci vengono spiegate in televisione. E’ in un certo senso questa nostro esserci messi al riparo dall’imprevedibile, inteso sempre e solo come minaccia e mai come opportunità, ad averci resi meno capaci di cogliere la bellezza del mondo.

Se solo l’umanità si fosse addestrata alla bellezza, all’imprevedibile, ad abbracciare la gratuità di qualcosa di bello come quando una mano viene tesa a chi ne ha bisogno, che mondo meraviglioso sarebbe! Siamo figli e nipoti del nichilismo, coviamo nell’inconscio l’idea che in fondo tutto sia destinato al nulla, figli di Jean-Paul Sartre per cui “l’inferno sono gli altri” fino ad arrivare all’estrema conseguenza che la bellezza non esista e che il mondo in cui viviamo sia già un po’ un inferno. Perché? Perché abbiamo paura e così ci difendiamo dall’imprevedibile, dal malato, dall’anomalo, dal diverso senza capire che rinunciare all’imprevedibilità della vita significa in sostanza rinunciare alla vita stessa, alla meraviglia. Aprirci alla bellezza significa anche discendere negli inferi della storia, nelle catacombe dei fuggiaschi, nei buchi dei dannati della terra, nei barconi degli immigrati che affondano perché anche nell’abbraccio di una madre su una barca dispersa in mezzo al mare che non sa se giungerà mai a riva si annida la bellezza, solo che noi forse non siamo più capaci di vederla, di ascoltarla. Bisognerebbe invece discendere nelle profondità della materia e delle persone, nella vittima e anche nel carnefice, la bellezza come forza di risurrezione, come forza di gravità celeste, come forza di attrazione verso l’alto, l’annuncio che i carnefici non avranno ragione in eterno a patto di non diventarlo noi stessi perché non riusciamo più a scorgere la bellezza che ci attornia in piccoli gesti, in dettagli effimeri come ci racconta Manzoni in “I Promessi Sposi”, una storia di puro male nella quale emerge però la Provvidenza dei piccoli gesti, nelle lacrime inattese dell’Innominato. Il mondo sembra una immensa collina di croci. Certo. E tuttavia è altrettanto certo che nel mezzo dell’oscurità comincia sempre a sbocciare qualcosa di nuovo. Dove la terra è stata spianata vedo spuntare un filo d’erba testardo, e poi un fiore che si impunta, ostinato a fiorire, e poi un prato verde irremovibile. Vedo mucchi di macerie, eppure sulle macerie torna ad apparire un germoglio di vita, ostinata e invincibile. Vedo che la bellezza alza di nuovo ogni giorno il suo stendardo sul mondo. E questo perché? Perché al di là della narrazione nichilistica del mondo la bellezza è all’opera, in silenzio e con piccole cose. La bellezza e la vita riscattano l’entropia del mondo, la vita non è qualcosa che un giorno sarà relegata a un lontano passato, ma una forza che ha penetrato il mondo dell’inanimato, dello statico, del costante e che non riposerà finché non avrà raggiunto l’ultimo ramo dell’Universo e rovesciato la lapide dell’ultima tomba dell’inorganico.

Il mondo combatte per fiorire. L’autunno si avvicina, le foglie degli alberi si ingialliscono eppure una nuova primavera è già annunciata e nuovi fiori verranno alla luce. Scrive padre David Maria Turoldo “E’ Dio che in essi fiorisce / si espande, dilaga / e poi torna a fiorire”. In senso laico potremmo dire che la bellezza è quella forza che fa fiorire il mondo. La Bellezza combatte per farci fiorire; ogni mattino combatte per svegliarci dal sonno del cuore. La bellezza è la sicurezza che guarda bene in faccia le sofferenze del mondo e promette che non va perduta nessuna delle sincere preoccupazioni per gli altri. Non va perduto nessun atto d’amore per chi ne è bisognoso, non va perduta nessuna generosa fatica, non va perduta nessuna dolorosa pazienza. Tutto ciò continuerà a circolare attraverso il mondo come una forza di vita.

Questa è la linfa profonda che scorre nelle arterie del mondo, una corrente di atti buoni, di parole buone, di gesti puliti che hanno la loro sorgente nella bellezza e contribuiscono a rinnovarla. “Io credo in questo tesoro nascosto dentro il vaso di creta e fango del mondo” (2Cor 4,7). La bellezza per chi sa guardarla e crearla intorno a sé produce, in ogni luogo, germi di questo mondo nuovo. Potranno tagliare tutti i germogli, potranno recidere tutti i fiori, ma non potranno impedire alla primavera di tornare. La bellezza non si lascia sgominare, la bellezza non si lascia sconfiggere, non si ritira, ha penetrato la trama nascosta di questa storia del mondo che stiamo costruendo insieme, tutti, nessuno escluso, con i piccoli gesti quotidiani e con le nostre parole.

Good bye Schopenhauer! La bellezza come rivoluzione del mondo.

Matteo Montagner

[immagine tratta da Google Immagini]

Il tempo secondo un bohémien

<p>Tempo bohemien</p>

Un bel giorno mi riscoprì decadente. Lo capì d’improvviso. Capì che degli ideali non potevo fidarmi e che di ogni morale, fisiologicamente, dovevo diffidare: tutto scorre nel divenire del tempo, il passato fa l’amore con il presente, dando alla luce il futuro ed il mio gusto sembra essere così inattuale in tutto questo divenire. Questo tempo birbante, insieme di eccessi morali, etici, economici, vuole sempre confutarsi in un gusto: qualunque sia il suo valore egli è sempre saporito. Ma non per me che decado.

Decadendo

Via via che discendevo incontrai l’amore e da questi dovetti allontanarmi, seppure continuò a manifestarsi tra le forme, i colori e le parole dei miei artefatti: continuò a chiamarsi amore seppure indossava le vesti dell’odio. Amore e odio divenivano così tempo.

E delle rime? Mi perseguitano persino qui, su questo surreale testo! Non mi danno tregua tranne nel caso in cui, di questo genio così incostante, non ne faccia un baleno roboante. Si! Tranne nel caso in cui io le lasci librare leggere nel tempo. Questo mio nuovo e leggero tempo scorre e imperversa su ogni bellezza come su ogni sberleffo!
Ma sento giungere al termine questa mia improvvisa ispirazione quindi tenterò di acciuffare proprio questo tempo che scorre e che fugge; un tempo che spesso rema contro corrente.

Viaggio nel tempo

Quest’inseguimento è un gioco e tutti i giochi si fan presto seri: quante volte il gioco divenne lavoro? E quante volte il lavoro si rese gioco? Ma stiamo braccando il tempo e non un controsenso, quindi conviene non pensare più ed incominciare a giocare al di là del bene e del male. Presto il tempo spazzerà via la memoria e così sfuggiranno i pensieri, da lì a poco ogni immaginazione sfumerà i contorni della realtà ed ogni imposizione quelli dei sogni. Righerà, accentuerà, colorerà e sfumerà la vita mia, la tua e quella del nostro prossimo: nessuna pietà e nessun rimorso! Il tempo è senza dubbio libero.

Per quanto ne possiamo sapere, tutto il tempo del mondo non basterà a rendere giustizia ai nostri pensieri e questi, per quanto possano essere profondi, non sembrano mai partorire per tempo: anche dopo una lunga gestazione abbiamo qualche dubbio sulla loro genuinità, vero? È una questione di tempo in tutto e per tutti, anche per chi dice di non averne. Il tempo rende saggi.

Ebbene, il tempo! Mai nessun tiranno fu più ambito e ricercato. Questi è ben più che un ente infinito: è volto in potenza nella vita dell’uomo. Una sorta di finito che può influire sull’infinito. Ditemi, si è mai scritto, dipinto, decantato in prosa ed in scienza qualcosa o qualcuno che non si potesse volgere nella vita – quindi nel tempo – in potenza? Il tempo rende potente.

Al di là del tempo

Quindi che fare? Decadere o eternamente ricadere? Come posso sfruttare questo mio tempo? Tentarlo con una mela succosa o.. non far assolutamente nulla? Qualunque sia la scelta è bene ricordare che per riuscire a proiettare la propria immagine, quella di un ideale o di una morale, di un etica o di una qualunque regola, nel futuro, bisogna tener conto di quanto male si sia disposti a fare; di quante efferatezze si sia disposti a commettere. Tutto ciò che si vuole lanciare al di là del presente, abbisogna di una grande forza, di una grande politica o di un grande male mascherato da ideale!

Ma se dovessi decidere di non far nulla, allora ricorda bene che anche questo nulla che ti accingi a fare convoglierà a formare il tuo tempo e quello degli altri. Inevitabilmente lo influenzerà e niente verrà perso per sempre, perché la vita sa rendere potente la più piccola astensione come la più grande manifestazione.

Salvatore Musumarra

[immagini tratta da Google Immagini]

Il dualismo europeo tra forme della realtà e idee

 

«Nell’improvviso buio, allora è indescrivibile lo scompiglio delle singole lanternine: chi va di qua, chi di là, chi torna indietro, chi si raggira; nessuna più trova la via: si urtano, s’aggregano per un momento in dieci, in venti; ma non possono mettersi d’accordo, e tornano a sparpagliarsi in gran confusione, in furia angosciosa: come le formiche che non trovino più la bocca del formicaio, otturata per ispasso da un bambino crudele»

Questo estratto de Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello, descrive egregiamente quanto oggi le realtà nazionali che compongono l’Unione Europea vivono all’interno dell’Unione e quanto i loro corrispettivi tessuti sociali vivono all’interno dei confini nazionali.

All’interno di ogni tessuto sociale, l’individuo è gettato nel buio burocratico e come ogni suo pari viene sopraffatto dallo scompiglio e dalla confusione di tante piccole lanternine ossia dai lumi nazionali. Si!

Nel XXI secolo i sentimenti nazionali ancora infiammano le passioni e gli amori del loro tessuto sociale di riferimento: ogni nazione detiene ancora le redini dei vecchi valori nazionali tanto da sabotare – incoscientemente – la tanto decantata unione politica europea. Tale sabotaggio avviene attraverso la rivitalizzazione dei vecchi ideali nazionali elargendone forza – sempre incoscientemente – alle organizzazioni politiche di stampo populista. Tutto ciò avviene perché l’Unione Europea dopo più di sessant’anni di gestazione, non è riuscita a scardinare le porte delle singole culture nazionali: la loro architettura materiale ed ideale, la lingua, il senso comune. La vita pratica dei singoli individui non subisce, nei fatti, alcuna influenza da parte dell’Europa. L’Unione Europea pulsa energia, forza e potenza da più cuori; si incespica sui ragionamenti di più cervelli e tuttora sopravvive e trova riparo dal nichilismo nietzschiano e dal materialismo grazie alla resistenza degli idealismi nazionali: gli impianti statali dell’unione si reggono su un dualismo tra forme della realtà ed idee.

L’Europa è indubbiamente un cantiere: una giovane realtà che arranca tra gli eventi interni ai confini dell’Unione e tra quelli – soprattutto – nuovi ed esterni, dove si richiede passione più che calcolo; decisione e coraggio. La politica estera europea, inesistente, ne è l’esempio, in quanto tale politica – o la politica sui generis – non si basa solo sulla pura ragione bensì anche sui desideri, sulla passionalità e quindi sull’effervescenza collettiva che il tessuto sociale riesce a trasmettere ai propri delegati e rappresentanti politici. Un Europa siffatta rientra perfettamente nel concetto pirandelliano Uno Nessuno Centomila, dove gli stati che la compongono hanno un idea diversa dell’Unione; diversa per nazione e diversa dall’Unione. Il risultato di una politica estera inconsistente e di una politica interna poco incisiva in campo culturale, depotenzia l’Unione, rendendo le sue decisioni poco credibili agli occhi dei cittadini europei nonché a quelli delle realtà estere.

Le incertezze in politica interna ed estera trovano fondamento nell’intenso relativismo europeo, alimentando il dualismo tra forme della realtà ed idee nei tessuti sociali delle singole nazioni. Da un lato si promuove quindi il continuo abbandono dei vecchi ideali – quindi delle sovranità nazionali – dall’altra non si fornisce nessuna valida alternativa. L’indecisione contemporanea delle istituzioni dell’Unione non è il prodotto di una ponderata riflessione sociale o di una tumultuosa avanzata di un nuovo ideale, bensì è il prodotto di nuovi bisogni economici dovuti ad una nuova presa di coscienza del mondo come villaggio globale; al sempre più veloce ed incontrollato sviluppo delle comunicazioni ed infine all’urgente bisogno di una forte risposta politica europea in un panorama geopolitico – quello del dopoguerra – radicalmente bipolare, pena il passaggio in secondo piano del continente europeo sulla scena mondiale. L’Europa sembra formarsi dall’alto verso il basso e non dal basso verso l’alto. La mancanza di politiche culturali, di comunicazione, di inserimento dell’ente Europa nei tessuti sociali nazionali che la compongono, rischia di far scivolare il vecchio continente verso una già decantata scomparsa della realtà e della potenza europea nonché nella dissoluzione della storica passionalità dei popoli europei, quindi dello spirito creatore europeo. Certamente non è un nuovo medioevo ma semplicemente un rafforzamento, nei vari tessuti sociali nazionali, di filosofie di vita nichiliste, materialiste, improntate alla ricerca compulsiva di svago e di estraneità nei confronti della realtà. Una realtà che si scontra con le idee, che produce paradossi e contraddizioni sia ai piani alti che ai piani bassi della società europea: rispettivamente istinto di conservazione – in mancanza di innovazione e coraggio – vs volontà di estraniazione – preferendo una vita totalmente materiale piuttosto che una vita basata sul nulla; contemporaneamente al rafforzamento di una mentalità sempre più scettica ed utilitaristica. L’Unione Europea, in primis, è depositaria del sapere, degli ideali, dei sentimenti, delle passioni e degli amori occidentali: la globalizzazione stessa poggia le sue fondamenta sul modo di pensare europeo dei secoli passati. Quale sarà il prezzo da pagare se l’Europa non riuscirà ad armonizzare le contraddizioni interne in una coraggiosa unitaria visione politica?

L’Europa è quindi un ente creatore, uno spazio vitale – come nei secoli passati, nonostante l’acuta distanza sociale e politica tra le nazioni, l’estremizzazione del pensiero platonico e la lunga degenza dello spirito presso dii, dei e superuomini – per i creatori e le fonti di valore del mondo? O è una trasposizione del platonismo in religione, poi in ideale ed infine attraverso l’Unione in realtà politica statuita? O è il frutto di un eccesso di razionalizzazione – nonché di secolarizzazione – degli ordini sociali europei? L’Europa è l’aldilà della mentalità occidentale, il prodotto di duemila anni di negazioni, soprusi, violenza e aut aut metafisici o è presa piena e forte della coscienza e del raziocinio sulla realtà? Una realtà inevitabilmente globale dopo il crollo dell’Unione Sovietica ed la recente – ed evidente – destabilizzazione degli Stati Uniti d’America come solitaria Superpotenza. È o non è questa Europa un vasto laboratorio creativo per una nuova entità post-statale e se si, quali passi deve fare per portarsi a compimento, quindi influenzare la cultura – prima europea, poi occidentale – ed annidarsi nei tessuti sociali nazionali europei? E se no, assisteremo ad uno svuotamento dei sistemi democratici, i quali rimarranno tali nelle strutture formali, per opera di oligarchie, che via via che passerà il tempo si approprieranno delle funzioni esecutive, controllando le fasi della riproduzione del consenso: sarà un’Unione post-democratica?

Quindi l’Unione Europea non è solo un fitto intrecciarsi di reti sociali ed economiche, bensì un esperimento di comunicazione interstatale; una fucina ideale dove si prepara – a dirla come Hobbes – il nuovo Leviatano. Continuerà ad essere laboratorio? Si compirà sino ad approssimarsi al suo ideale? E soprattutto: qual è l’ideale europeo?

L’assenza europea nella vita di tutti i giorni di ogni individuo, la sua debole influenza su architettura, arte, prosa e letteratura – tranne per la saggistica universitaria e/o scolastica, incentrati su interventi di pura analisi scientifica – gioverà senz’altro ai nascenti populismi di stampo nazionalistico, che trovano nella sua inefficienza, nella sua incapacità di penetrare nel tessuto sociale europeo, gli argomenti su cui erigere la propria retorica demagogica. Oggi sappiamo creare ideali e valori, ne conosciamo la chimica e la fisica ma ne facciamo uso senza sapere a quale scopo ed un Europa siffatta non gioverà a nessuno se non ai nascenti populismi di stampo nazionalistico.

Ad oggi l’Unione, mette in pratica il pensiero di Jean Jacques Rousseau nel Contratto sociale «Trovare una forma d’associazione che difenda e protegga, con tutta la forza comune, la persona e i beni di ciascun associato, e per la quale ognuno, pur unendosi a tutti, non obbedisca che a se stesso, e continui a restare libero come prima», così continuando, «individuo e società – in seno agli apparati statali – si confondono di sovente e vengono scambiati l’uno con l’altro» e finché dura questo interscambio delle parti – tra nazione ed unione – e questa sudditanza nazionale ad un ordine sovranazionale scevro d’ideali, di passioni e di volontà politica, l’occidente accuserà i sintomi del nichilismo e del materialismo. Il progetto Europa deve innanzitutto trasmettere passione, provandola; e di ciò ogni buon intellettuale e politico europeo se ne dovrebbe interessare.

Come l’Europa può forgiare nuovi valori e nuovi ideali? Con la «costanza di un alto sentimento», armonizzando tutti i tratti che la compongono con tutto ciò che deve “essere” e “rappresenterà”. Ma la costanza abbisogna di un disegno esatto – come in Arte – chiamando in causa caratteristiche come la pazienza e la conoscenza; ma anche l’azione ed il coraggio sono importanti affinché una decisione, un’idea, si tramuti in realtà. Il tutto mitigato dalla consapevolezza di non poter raggiungere l’espressione ideale limitandosi ad approssimarsi ad essa. Come da secoli si è fatto con quel nobile ed indiscutibile ideale: l’uguaglianza. L’ideale di uguaglianza ed il progetto Europa hanno in comune l’essere fondamentali, gustosi, inspiegabili, indefinibili e – nostro malgrado – senza scopo ultimo: ciò che è stato fatto, tutte le decisioni e le azioni intraprese dagli uomini in virtù di questo ideale sono la sinestesia tra rappresentazione e realtà.

Il grande assente in Europa è un idealismo trascendentale di Kantiana memoria; manca l’emozione, l’amore, la passione e quindi la volontà di forgiare – e di trasmettere – nuovi valori: manca la stessa Europa!

Salvatore Musumarra

[Immagini tratte da Google immagini]