“Homo Botanicus”: viaggio nel cuore della Natura

Catalogare la vegetazione che ci circonda per poterla tramandare alle generazioni future. Tratteggiare la storia di una foresta per arrivare a comprendere più a fondo noi stessi e la storia dell’umanità. Homo Botanicus, primo film da regista del colombiano Guillermo Quintero, non si limita a raccontare la vita di Julio Betancur, professore ordinario di biologia a Bogotá, e del suo discepolo Cristian Castro, ma documenta un rapporto tra uomo e natura in grado di mettere in scena una visione che trascende i confini del discorso filosofico per arrivare a lambire la sfera del sacro.

Tutto ha inizio nel verde tropicale di una grande foresta colombiana dove il regista porta la sua macchina da presa per seguire, da distanza privilegiata, la ricerca dei due studiosi intenti a raccogliere e catalogare quante più piante possibili per poterle inserire nel grande archivio botanico della Colombia: l’Herbario Nacional. La ricerca dei due protagonisti è in realtà solo un pretesto per raccontare il senso più intimo e ancestrale della ricerca naturalistica. In una delle sequenze chiave del film, Castro racconta al maestro Betancur come lo studio della natura sia, a suo modo di vedere, la forma d’amore più pura al mondo. Chi ama la natura sa che il suo sentimento non verrà mai ricambiato al contrario di una relazione tra esseri umani ma, al tempo stesso, nutre dentro di sé uno dei sentimenti più autentici che si possano provare: l’amore disinteressato. È questo il sentimento che distingue l’uomo dal vegetale. Il film segue per buona parte della sua durata l’immersione dei due studiosi nella foresta tropicale. Più si avvicinano al cuore della natura, più sembrano diventare un tutt’uno con la vegetazione mentre le piante catalogate iniziano a rivelarsi in tutta la loro sorprendente umanità. In 27 anni di onorata carriera, il professor Julio Betancur è entrato nella storia della biologia colombiana per aver raccolto e catalogato oltre 20mila specie sconosciute di piante che lui stesso ha scovato nelle foreste, descritto e catalogato all’interno degli archivi dell’Herbario Nacional. È questo il luogo dove si svolge l’ultima parte del documentario di Quintero. Nel momento in cui la ricerca nella foresta finisce, arriva la complessità di un lavoro il cui scopo più alto diventa la creazione di una conoscenza comune e sociale. Un archivio inestimabile di vite vegetali che raccontano storie preziose a chi si avvicina alla natura con lo scopo di studiarla e capirne l’essenza. Resterà deluso chi pensa a Homo Botanicus come un film militante contro la minaccia dei cambiamenti climatici e i danni che l’uomo sta infliggendo alla natura. Qui c’è una riflessione molto più profonda e acuta sul bisogno che abbiamo nei confronti dell’ambiente per riuscire a capire meglio noi stessi.

Film d’apertura all’ultima edizione del Sole Luna Doc Film Festival di Treviso e vincitore del premio per il Miglior documentario Internazionale al Torino Film Festival 2018, Homo Botanicus è un’opera perfettamente a fuoco sul nostro presente. Un viaggio in un mondo esotico e lontano che racconta la storia di una ricerca verdeggiante dove uomo, natura, cinema e filosofia si compenetrano alla perfezione. Il finale è aperto, non scritto, come le possibilità che ancora ci restano per poter iniziare a vivere la natura che ci circonda con un pizzico di consapevolezza in più.

 

Alvise Wollner

 

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Dizionario portatile di ecologia: la sempreverde attualità di Thoreau

È del 28 luglio 2019 l’istantanea1 scattata dai satelliti Copernicus Sentinel-3. Una prospettiva aerea che ha dato un nuovo volto agli incendi che stanno divorando milioni di ettari di distese verdi. Il soggetto di questa fotografia è la taiga siberiana. Eppure, la ribellione ecosistemica di oggi sta coinvolgendo anche Groenlandia, Canada e Alaska. Qui, il 4 luglio la temperatura ha toccato i 32°, ma è da giugno che l’estremo nord dell’emisfero boreale sta bruciando. L’Artide si sta riscaldando a un temperatura doppia rispetto al resto del pianeta. Il paesaggio si è seccato e, con l’aiuto di fulmini, le foreste del Nord hanno iniziato ad ardere, liberando nell’aria la quantità di biossido di carbonio che il Belgio immette in un anno: si parla di oltre 100 milioni di tonnellate. Il carbone, da secoli imprigionato nella torba, così come gli altri gas serra immagazzinati nel permafrost pronto al disgelo, sono ora i veri protagonisti di questo scontro tra l’uomo e la natura. 

«Terra. La terra non è un semplice frammento di storia morta, strato su strato simile ai fogli di un libro, ma poesia vivente come le foglie di un albero, che producono fiori e frutti […]»2.

Tessitore di un lessico della natura fatto di suoni e immagini, Henry David Thoreau è stato un camminatore instancabile. «Camminare. Camminando, ci dirigiamo naturalmente verso i campi ed i boschi: cosa sarebbe di noi se ci fosse dato camminare unicamente in un giardino o lungo un viale?»3

Cittadino di una giovane America nord-orientale di metà Ottocento, questo giovane letterato (morto a soli 45 anni) ha saputo pensare il mondo che lo circondava raccontandolo per analogie. Ma anche per metafore, descrizioni fattuali e meditazioni intime, che descrivono figure tra loro diverse ma in continua comunicazione, ognuna portatrice di un significato specifico. Thoreau, così, ha esplorato l’infinito intorno a lui parlando di formiche, zucche, ginepri, querce, laghi e boschi. Ma anche di grilli e gufi che cantano il futuro.

«Gufi. Sono felice che esistano i gufi. Rappresentano il severo crepuscolo e i pensieri insoddisfatti che tutti hanno […] Per tutta la giornata il sole splende sulla superficie di una selvaggia palude, e una diversa razza di creature si sveglia per esprimere il significato della Natura»4.

Il Dizionario portatile di ecologia5, concepito in occasione del bicentenario della nascita del poeta di Concord (1817 – 2017), può diventare un nuovo lessico del nostro presente, della relazione tra l’ambiente e chi lo abita, della fluidità della natura che interagisce con una umanità in difficoltà. Una umanità che sembra essersi dimenticata che quella stessa natura non è un’entità astratta ma, anzi, una presenza che fa sentire sempre più la sua voce. Una voce che annulla il finto senso di onnipotenza dell’io.

A Ginevra, lo scorso 8 agosto, è stato diffuso il rapporto Cambiamento climatico e territorio del comitato scientifico dell’Onu sul clima (l’Ipcc). Stilato da 66 ricercatori provenienti da tutto il mondo, il documento, nero su bianco, ha posto (per nell’ennesima volta) all’attenzione della comunità internazionale gli effetti del riscaldamento globale. Ne è emerso che la desertificazione sta avanzando, divorando fette sempre più ampie di Africa, Medio Oriente, Asia e America latina. E la siccità, che accentua il rischio incendi, sta mettendo a rischio ettari di copertura verde in Nord e Sud America, Mediterraneo, Africa meridionale e Asia centrale. Ad oggi la temperatura del pianeta è aumentata di 1,5° rispetto all’età preindustriale; parallelamente, le precipitazioni annuali continuano a diminuire e, concentrate, a farsi più intense e estreme. In questo quadro poco rassicurante, sono le piante ad avere un ruolo chiave. Infatti, oltre a essere il “polmone” del Pianeta, tramite l’afforestazione6 possono immagazzinare anidride carbonica (CO2), sottraendola all’atmosfera, fino a un terzo delle emissioni totali. Ma, anche se scontato da dire, ovviamente non possono fare tutto da sole. 

«Natura. È più facile scoprire un nuovo mondo, come ha fatto Colombo, che entrare in una piega di questo […]; si perde di vista la terra, la bussola di sposta e l’umanità di ammutina; e la storia immobile si accumula come immondizia davanti ai cancelli della natura […]»7.

Thoreau ha aperto la strada ai pionieri dell’ecologia nordamericana. Ogni declinazione dell’ambientalismo contemporaneo (letterario, filosofico e politico) è in debito con lui. Il suo progetto era di conciliare individuo e natura, in una coesistenza fatta di incontri negli scontri.

«Umano. Se vogliamo veramente vedere la Natura, dovremo vederla in termini umani […]. Essa appare tanto più densa di significato a chi l’ama. Chi ama la Natura, ama in particolare l’uomo»8

Quella con l’ambiente è una interazione che non riguarda solo l’agricoltore, il poeta, il filosofo o lo scienziato. Anzi, la sua presenza forte e prepotente si rivolge a tutti quelli disposti a percepirlo. A testimoniarlo sono gli stravolgimenti naturali che da diversi anni, anche se solo per piccoli istanti, compaiono sui rotocalchi. Forse, però, il problema è che non riescono a raggiungere la coscienza umana. Non riescono ancora a farla vibrare. Sono suoni, immagini e parole che, come fumo, inizialmente la accecano ma, poco dopo, diventano evanescenti e finiscono per nascondersi tra nuvole di parole vuote. Svanendo in deboli echi.

 

Riccardo Liguori 

 
NOTE:
1. È possibile vedere l’istantanea in questione a questo link.
2. H. D. Thoreau, Walden. Vita nel bosco, Donzelli, Roma, 2005, p. 89.
3. H. D. Thoreau, Camminare, a cura di Franco Meli, SE, Milano, 1989, p. 19. 
4. H. D. Thoreau, Walden… op.cit, p. 228. 
5. H. D. Thoreau, Dizionario portatile di ecologia, Donzelli Editore, Roma, 2017.
6. Si tratta della conversione (realizzata per mezzo di piantagione, semina o intervento antropico) in foresta di un’area che non sia stata foresta per almeno 50 anni. Con l’adozione del protocollo di Kyoto alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, l’afforestazione è stata riconosciuta strumento indispensabile tanto per la rimozione del diossido di carbonio dall’atmosfera quanto per il relativo assorbimento di carbonio nella biomassa vegetale. 
7. A Week on the Concord and Merrimack Rivers, 1849 (a cura di Carl F. Hovde e altri, Princeton University Press, Princeton, 1980), p. 383.
8. Diario, 1852, in “Vita di uno scrittore”, Neri Pozza, Vicenza 1963, pp. 142-3.
 
[photo credits Steven Kamenar su unsplash.com]
 
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Il senso perduto dei riti dedicati ai morti e alle divinità

L’idea che la vita continua anche dopo la morte sembra essere pressoché universale, quasi intrinseca alla natura umana. Questo forse perché la fede in una vita dopo la morte nasce assieme alla capacità di pensiero simbolico che tanto caratterizza gli umani sapiens. Le prime sepolture di cui abbiamo notizia avvenivano in posizione fetale e sono proprio queste a testimoniare la comparsa del pensiero astratto per la forte simbologia presente in questi due elementi: la posizione fetale dà l’idea del feto all’interno dell’utero in attesa di rinascere. Anche il ruolo metaforico della terra è una costante universale perché è il luogo dove si esprime la fertilità della natura e la sua ciclicità vita-morte, basti pensare all’esperienza della semina, in cui solo dai semi interrati si avranno dei germogli. Questo simbolismo rimane parzialmente nel nostro linguaggio: il luogo dove siamo nati è la terra natale, la nostra nazione è la madre patria. Dalla terra nasciamo e alla terra torniamo, secondo natura.

L’antropologia ha evidenziato come in ogni cultura i morti svolgevano un ruolo di medium tra i due mondi affrontando un processo che inizia dal cadavere, passa per una transizione e solo alla fine trova pace. Mentre il cadavere si decompone, i morti manifestano una doppia presenza: sono un po’ nell’oltretomba e un po’ spettri che continuano a girare attorno le case dei loro cari. Il periodo del lutto corrisponde al tempo che serve al corpo del defunto per consumarsi, ma è anche il tempo adeguato perché il lutto dei vivi espleti il suo decorso. Considerato ciò, è necessario saper intrattenere con i defunti dei rapporti adeguati, perché, essendo loro ancora in parte presenti, hanno delle necessità. Vogliono cibo, attenzioni, lusinghe e anche oggetti. Non solo, il morto, essendo entrato nel dominio delle forze misteriose e potenti dell’aldilà, da dove solo alle divinità è stato concesso di tornare, possiede dei poteri e per questo va pregato e ingraziato, in un dialogo continuo che consente ai sopravvissuti di mantenere una relazione con l’oggetto del loro lutto.

Di fronte a ogni morte, tutte le civiltà del passato attuavano rituali basati sulla coesione; nessuno viveva in solitudine la morte se era parte di una società o di un clan e in tutta l’antichità si festeggiava attraverso i banchetti la comunione alimentare con divinità e morti: cibo per i morti e cibo per i vivi.

L’unico modo per combattere il terrore della morte era costruire narrazioni di gloria attorno al confronto con essa e solennizzare attraverso riti di coesione, comunione e condivisione di cibo. Grazie al rituale, era possibile far morire definitivamente il morto nei cuori di chi lo aveva amato. Non dimenticandolo, ma contrastando ritualmente l’effetto paralizzante e parassita di un lutto che non viene portato ad elaborazione finale. I riti, inoltre, creavano una separazione, un momento di interruzione con la vita normale, di sospensione delle attività da parte di tutta la comunità, per dedicarsi assieme alle celebrazioni, nelle quali elementi costanti erano le divinità e il cibo. Una ricostruzione preziosa di questa triplice connessione morti-divinità-cibo/natura ci viene dal lavoro di De Martino1, che in Morte e pianto rituale ci racconta una tradizione millenaria scaturita dallo stretto contatto con la natura e con la forte consapevolezza della sua duplicità: da un lato benevola, quando concede i suoi frutti, da un lato incerta, sfuggente e addirittura pericolosa, quando manifesta il suo lato catastrofico. L’invenzione dell’agricoltura ha concesso agli umani un piccolo spazio di controllo e manipolazione della natura (arare, seminare, curare i germogli e infine raccogliere) ed essendo essa la grande madre, dunque una dea, anche le varie colture erano assimilate a divinità. Quando arrivava il momento del raccolto e con la falce (ancor oggi simbolo della morte) si procedeva a mietere il grano, si compiva l’assassinio simbolico della divinità. E come farsi perdonare questo gesto di prevaricazione verso la natura? Ecco che nasce il canto e il lamento funebre. I contadini delle antiche civiltà mediterranee, mietevano e intonavano pianti funebri collettivi. Non solo, il rito del pianto si svolgeva secondo schemi abbastanza definiti. Una volta che si giungeva all’ultimo covone, esso simboleggiava il covone della colpa, che veniva addossata per intero a chi lo mieteva. Il pianto manifestava il tentativo di espiazione, ma esso si associava anche alla ricerca di un capro espiatorio, che spesso diventava uno degli animali che viveva e si nascondeva nel grano, per il quale si innescava una battuta di caccia. (Capossela ha scritto una canzone bellissima che rievoca questa esperienza come parte delle antiche tradizioni contadine dell’Irpinia: si tratta de “La bestia nel grano”, brano tratto dall’album “Le canzoni della cupa”).

Nel rapporto con la coltura delle piante gli umani si confrontano con l’esperienza della morte, delle divinità e la propria, poiché di fronte alla potenza della natura la nostra sopravvivenza è sempre incerta.

I nostri antenati hanno elaborato le loro angosce di morte costruendo riti collettivi di comunione con l’aldilà e con il divino attraverso la mediazione onnipresente del cibo come frutto concesso dalla natura e dalle sue divinità. Il cibo serviva ad acquietare i morti, ma era anche un pretesto per continuare a occuparsi di loro e contemporaneamente placare l’ansia, oltre che un modo per prendersi cura dell’universale bisogno umano di coltivare il sacro e dialogare con il divino interrogandosi sul ciclo vita-morte.

I nostri antenati mangiavano con i loro morti per digerire attraverso riti collettivi il lutto e per lenire la disperazione per la perdita del caro defunto. Forse noi abbiamo perso la capacità di lavorare attraverso un simbolismo così potente e siamo meno provvisti di rimedi, quando invece gli antichi conoscevano bene le tecniche per lenire il dolore e non soccombere alla follia che minaccia ogni perdita. Ora, dimentichi di millenni di storia di ritualità collettiva, siamo rimasti soli nella nostra individualità e alquanto carenti di strumenti di risanamento di fronte al dolore della morte.

 

Pamela Boldrin

 

NOTE
1. E. De Martino, Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria, Bollati Boringhieri, Torino, 1975.

[Photo credits Ashley Batz su unsplash.com]

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La ricetta antica per vivere cento anni: l’esempio della Grecia classica

Diversi elementi mi convincono del fatto che sugli antichi Greci abbia agito una qualche forma di benedizione cosmica. L’energia e l’ispirazione che gli uomini di quel tempo emanavano e che hanno sigillato nelle loro gesta e nelle loro opere, la forza e sincerità dei loro pensieri, delle loro arti e dei loro gusti – persino il loro uomo medio aveva gusto, azzardava Nietzsche – risuonano a distanza di millenni. Chi si avvicina alla cultura greca avrà sempre la sensazione di poterne trarre nuove forze e nuova linfa per i nostri tempi.

Chi fosse come il sottoscritto, caratterizzato da una morbosa curiosità verso le vite e i fatti dei più vari personaggi del passato, potrebbe notare un dettaglio molto curioso: in epoca antica, l’età degli uomini di una certa cultura alla fine della loro vita era altissima, a maggior ragione se comparata ai livelli medi di quei tempi. È vero che la Grecia antica ha conosciuto una vita media ben più alta rispetto ai periodi passati e a molti successivi, come ricorda anche l’interessante studio medico “The length of life and eugeria in classical Greece1. La qualità molto buona della loro vita, fatta di buon cibo, clima mite, attenzione all’esercizio e al benessere del corpo, repulsione per i lavori pesanti, cultura raffinata e con un basso contrasto tra vita dell’ego e tabù sociali, comunque non poteva garantire un’aspettativa di vita superiore ai 60-70 anni per buona parte della popolazione.

Eppure, solamente scorrendo le date di nascita e morte di personalità intellettuali di spicco, notiamo che non si discostano affatto da quelle di oggi, ovvero di vite che hanno attraversato millenni di progresso scientifico e tecnologico.

Vediamo qualche esempio: Euripide è morto a 78 anni; Platone a 80; Diogene il Cinico a 89 (dopo una vita segnata dalla volontaria miseria totale); Sofocle e Democrito a 90; Isocrate a 98; Gorgia all’incredibile età di 108 anni, grazie, a sua detta, al «non aver mai compiuto nulla per far piacere ad un altro»2.

Tutti questi personaggi, come molti altri ancora, hanno vissuto vite molto diverse: c’è il nobile ritirato, il vecchio guerriero, l’asceta povero, l’accademico severo e viaggiatore. La loro veneranda età sembra essere l’unico filo che li congiunga, se non considerassimo il loro contributo intellettuale. Tutti infatti in un modo o nell’altro, sono stati dei geniali esempi per lo sviluppo della cultura occidentale, grazie alle loro irripetibili menti. Può significare che in qualche modo l’uso raffinato e continuo della mente possa offrire opportunità di longevità?

Se intendiamo l’esercizio del pensiero in senso opposto all’odierno stare chini sui libri, probabilmente sì. Non era infatti nulla di solamente cerebrale a muovere quelle menti. Essi erano capaci di vivere la totalità degli impulsi e degli stimoli dettati dalla natura: non leggere soli dentro una casa, ma insieme sulle rive di un ruscello, o passeggiando al sole fuori dalla città; non calcolare davanti a schermi o fogli di carta, ma osservare in prima persona gli eventi naturali e congetturare sulla riproduzione degli animali o sulla formazione della grandine; non soffocare la vita sotto principi moralistici, ma essere la vita stessa, il suo moto, la comunità che la porta avanti. Ed ecco dunque che ricercare non significava solamente leggere o esercitarsi, ma affinare lo sguardo, acuire i sensi, imparare a discutere, mantenersi in forma, sviluppare un gusto, dialogare, assecondare le voglie, partecipare, provare in prima persona, mettersi in gioco, imparare a sopportare dolori fisici e psicologici e molto altro. La saggezza diveniva forma di vita integrale e la cura per la mente non era diversa dalla cura per il corpo, come l’attenzione a se stessi non era separata dall’attenzione per gli altri (a parte per Gorgia, forse).

In questo modo l’uomo si poneva nei confronti della natura in un atteggiamento collaborativo-interrogante: riconosceva la vita e la natura come fonte unica e continua di ogni bene, di ogni male, di ogni opportunità, di curiosità, nonché di soluzioni nascoste in un groviglio di misteri, con la sola guida del proprio intuito e della propria capacità deduttiva per venirne fuori. La società era modellata dal vento della vita e non costruita in antitesi ad essa. Forse – seguendo la traccia dei contemporanei Freud e Nietzsche – abbiamo ancora molto da sdoganare e ricordare, del nostro rapporto con la natura e della nostra capacità di conviverci? Non dovremmo ripensare alcune abitudini della vita contemporanea alla luce di queste evidenze? I ritmi della quotidianità, i tempi e modi del lavoro, l’impostazione sociale, la salubrità delle città, l’incoraggiamento creativo, necessiterebbero di un rapporto rinnovato e più immediato verso il mondo in quanto tale, per una vita non si sa se più lunga ma certamente migliore.

Nessuno può pronunciarsi sulle proprie sorti, né attendersi stravolgimenti sociali immediati, ma si può sempre iniziare a fare almeno di sé, per un benessere che sia realmente tale, non solo pensatori, ma forme di vita pensante.  

 

Luca Mauceri

 

NOTE
1. Si tratta dello studio dell’endocrinologo Menelaos B. Batrinos, The length of life and eugeria in classical Greece, in “Hormones” 2008, 7(1):82-83.
2. DK 82A11.

[Photo credit pixabay.com]

Il futuro della riproduzione umana: più tecnica e meno sesso?

La scienza ci informa che ora è possibile la vita, almeno nei topi, a partire da due individui dello stesso sesso, unendo i cromosomi provenienti da due maschi, ma anche unendo i cromosomi provenienti da due femmine1. Ma andiamo per gradi, ripercorrendo velocemente i presupposti di questa possibilità.

PMA è un acronimo di tre lettere che apre un universo di opportunità con conseguenze imponderabili. PMA sta per procreazione medicalmente assistita ed è entrata nel panorama delle nostre possibilità grazie all’interesse della scienza verso la risoluzione dell’incapacità riproduttiva negli esseri umani. Non sempre dietro l’infertilità ci sono vere e proprie malattie, spesso i problemi sono legati a questioni ignote, potenzialmente dipendenti da variabili come l’età o il livello di stress; tuttavia è riconosciuto che l’incapacità di avere figli si ripercuote sulla sfera psico-affettiva degli aspiranti genitori. Questo trova soluzione nel fatto che il concetto di salute si è ampiamente allargato negli ultimi anni, tanto che la medicina fornisce strategie di successo anche al di fuori del concetto di malattia organica. In questo contesto si inserisce anche la PMA, che è una tecnica con cui non si cura l’infertilità ma si ovvia agli impedimenti di questa. Genericamente si procede a prelevare i gameti, sia maschili (spermatozoi) che femminili (ovuli) e si fanno incontrare in laboratorio, di solito si fa in modo che ci siano più tentativi a disposizione, perché le percentuali di successo non sono molto alte e per la coppia si tratta di percorsi molto impegnativi e sofferti. Quando tutto va bene si formano più embrioni, se ne scelgono uno o due per procedere all’inserimento nell’utero materno, nella speranza che prosegua tutto verso una gravidanza a buon fine. Era il 1978 quando nacque la prima bambina con l’aiuto della fecondazione assistita e da allora sono stati fatti tantissimi passi nel supporto della procreazione.

Una volta che l’embrione è in laboratorio è possibile controllarne il DNA per cercare alcune malattie, ma in futuro sarà verosimile poter verificare anche altre caratteristiche ed è già possibile vedere il sesso (di solito non si può rivelare per non indurre a discriminazioni di genere nella scelta dei genitori). Una volta estrapolati i gameti possono essere congelati, donati, o, in alcuni Paesi, ceduti dietro compenso. È chiaro che, una volta esternalizzata la fecondazione, è possibile attuare tutte le combinazioni; è per questo che sono possibili pratiche come la fecondazione eterologa (con gameti di terzi), la gestazione per altri (la donna “surrogata” porta a termine la gravidanza per altri) o il congelamento per lunga data di embrioni2. Ci sono già molte questioni etiche su queste possibilità perché in USA e Australia, ad esempio, ci sono persone nate con queste tecniche che hanno più di 30 anni. Il problema principale, secondo i nati da donazione, è il desiderio di recuperare, o almeno conoscere meglio la storia, di un legame interrotto, qualunque sia stata la tipologia. Non sempre è possibile ricostruire la storia dei legami interrotti, ciò dipende dal livello di anonimato garantito a coloro che hanno prestato le proprie risorse biologiche. Questo aspetto di cura e attenzione verso il legame è piuttosto trascurato in quello che è un iter molto spesso di tipo esclusivamente sanitario, atto ad espletare gli aspetti più tecnici della riproduzione, trascurando quelli più etici. Ma i quesiti etici, già attualmente poco destinati a trovare attenzioni e risposte, sono sicuramente in crescita. Di questo siamo certi perché possiamo vedere come la ricerca stia incredibilmente ampliando il potere di intervento attraverso la sperimentazione sugli animali e, appunto, di qualche giorno fa è la notizia che si è riusciti a far nascere dei topolini utilizzando il patrimonio genetico di due madri in un gruppo, di due padri nell’altro.

Per capire come questo sia possibile dobbiamo considerare l’importanza delle cellule staminali, di cui tutti abbiamo sentito parlare; si tratta di cellule non ancora differenziate in cellule specifiche, che possono essere forzate dalla tecnica a diventare qualunque tipo di cellula, anche ovuli e spermatozoi. Dato che un ovulo è sempre fondamentale per ottenere un embrione, si può anche sostituire il DNA dell’ovulo originario con quello di un altro individuo (maschio o femmina). Si capisce che le combinazioni possibili aumentano ulteriormente. Questo genere di ricerche non mirano di principio a cambiare le modalità riproduttive tra gli umani, ma a comprendere il ruolo delle istruzioni contenute nei geni maschili e nei geni femminili rispetto alle malattie che possono presentarsi nell’embrione. Eppure, la possibilità di utilizzare le staminali implica che invece di dover prelevare i gameti, che nel caso degli ovuli attualmente implica per le donne un processo lungo, faticoso e non privo di sofferenza, potremmo cercare le staminali nel corpo, o ancora meglio, produrle! Infatti, nel 2007 Shinya Yamanaka, ricercatore giapponese, è riuscito a indurre una cellula comune della pelle a “tornare” staminale. Ci sono dunque i presupposti per ampliare ancora le possibilità di manipolazione e, anche se non è detto che riusciremo a rendere efficaci tutte queste possibilità, è sicuramente verosimile che il nostro potere aumenterà. Il professor Henry T. Greely3 sostiene che il futuro sarà in mano alla PMA, che, resa più facile dall’uso delle cellule staminali, favorita dall’aumento dell’infertilità delle popolazioni occidentali, incoraggiata dalle possibilità delle diagnosi pre-impianto dell’embrione utile a evitare orribili malattie e forse a consentire la scelta di alcuni tratti genetici che ci piacciono di più, insomma, tutto ciò renderà la procreazione senza sesso molto più appetibile.

Che cosa può dire la bioetica? Non è verosimile fermare la ricerca se ha di mira la cura di malattie infauste, ma sappiamo anche che una volta che una tecnica è disponibile tendiamo a usufruirne sempre in più contesti. E indietro non si torna mai. La domanda, difficile, che ognuno di noi dovrebbe porsi, ormai in molti ambiti, è: quanto sono disposto a manipolare la natura per ottenere ciò che voglio?

NATURA, TECNICA E LIMITE: alla prossima puntata…

 

Pamela Boldrin

 

NOTE
1. Qui la notizia.
2. Si veda a questo proposito questo articolo.
3. Cfr H. T. Greely, La fine del sesso e il futuro della riproduzione umana, Codice Edizioni, Torino 2017.

[Photo credits unsplash.com]

In contatto con il proprio io e con la natura: I Canti Orfici di Dino Campana

Noto come il “poeta visionario”, teso tra una vita errabonda e gli eccessi psichiatrici, Dino Campana è tra i più singolari letterati del primo Novecento, produttore di opere dal sapore simbolista, che si distinguono per gli aspetti evocativi e per le atmosfere. Sebbene in un secolo sanguinoso la sua poesia possa risultare per certi versi anacronistica, tanto si staglia in un panorama che canta l’uomo in preda alle incertezze esistenziali, essa ha ancora molto da insegnare, specialmente a chi si pone con attenzione in ascolto.

«Ascolta: la luce del crepuscolo attenua/ed agli inquieti spiriti è dolce la tenebra:/ascolta: ti ha vinto la sorte»1 afferma il poeta nel Canto della tenebra, invitando il lettore a porsi in contatto con se stesso, nel momento della giornata in cui le tenebre iniziano a salire e l’uomo è più incline alla riflessione. Solo chi dedica un po’ di tempo ad ascoltarsi, può infatti «intendere» la voce interiore, che in fondo si accorda con la natura e il resto del creato, almeno per i brevi istanti in cui questo legame viene stabilito.

Si tratta di un nesso profondo ma difficile da far affiorare alla percezione cosciente, per la maggior parte del tempo impegnata ad occuparsi di altro: «non so se tra roccie il tuo pallido/ viso m’apparve, o sorriso/ di lontananze ignote»; «non so se la fiamma pallida/ fu dei capelli il vivente/ pallore»2, difficile dunque abbracciare davvero queste “visioni”, l’io è sempre incerto su ciò che vede, sente e percepisce, in una realtà che conferisce sempre meno valore a ciò che l’uomo prova.

Si tratta di un sentimento, quello della crisi, che spesso ritorna alla luce nella letteratura del periodo, sebbene non tutti gli autori lo affrontino allo stesso modo: c’è chi, come Pirandello, mostra un mondo in cui non esiste più alcuna integrità dell’io; chi, come Ungaretti, ci immerge nella realtà cruda e sanguinosa della guerra, mostrando un uomo che non è più uomo; chi, infine, pur vivendo fortemente la caduta delle certezze, come Dino Campana, propone una realtà altra dove rifugiarsi, un mondo affettato, nato dalla propria mente.

Ciò non significa che tutto quello che propone Campana sia una sorta di deviazione alla vera realtà, ma in qualche modo esso rappresenta un “recupero”, un “ripescaggio” di alcuni elementi che vengono riportati alla coscienza e proiettati all’esterno, fatti vivere davvero, per ricreare il puzzle scomposto, che il secolo corrente ha frantumato.

«Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita […] sopra il silenzio fatto intenso essa riviveva il suo mito lontano e selvaggio: mentre per visioni lontane […] anch’esso mistico e selvaggio mi ricorreva a tratti alla mente»3. Questo sentimento del lontano, come già affermava Leopardi, permette di fermare per brevi istanti il mondo, di distanziarsi per un momento dai consueti rumori quotidiani, per porci nell’atteggiamento giusto della riflessione e dell’ascolto.

Solo allora, quando il nostro animo è davvero ben disposto, quando abbiamo in un certo senso abbandonato gli schemi mentali della nostra vita, possiamo percepire le melodie che ci legano alla natura e a noi stessi: «era una melodia, era un alito? Qualche cosa era fuori dei vetri. Aprii la finestra: era lo Scirocco»4, afferma il poeta in Scirocco, lasciando intendere che, se l’uomo è ben disposto può sentire la voce della natura, in un gioco di scambio reciproco con il creato.

In sostanza, quello che ci vuole dire Campana è che nell’uomo permane sempre qualcosa di profondo, non in contrasto ma in accordo con gli altri, con sé e con la realtà, basta lasciarlo emergere e non aver paura di farlo parlare.

In questo modo, possiamo anche noi fermarci per un attimo «al porto», con il nostro battello che «si posa nel crepuscolo che brilla»5, e sentire quel soffio che ci rende parte dell’infinito creato.

 

Anna Tieppo

 

NOTE:
1. D. Campana, Canti Orfici e altre poesie, Einaudi, Torino 2014, p. 30, da Il canto della tenebra.
2. Ivi, p. 25, da La Chimera.
3Ivi, p. 9 da La Notte.
4. Ivi, p. 113 da Scirocco.
5Ivi, p.132, da Genova.

 

[Photo credits via Unsplash.com]

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Il trapianto di testa tra realtà umana e ricerca del postumano

L’impegno costante dell’uomo moderno-contemporaneo è sempre stato rivolto al miglioramento delle condizioni della propria vita. Questo obiettivo ha indotto l’uomo stesso ad avviare ricerche per la progettazione di strumentazioni che gli permettessero di superare eventuali ostacoli legati alla sua naturale fisicità.

La scienza attuale aspira ad oltrepassare il tradizionale modello antropologico per forzare le barriere poste in essere dalla natura cercando di superarle attraverso il progresso scientifico e la tecnologia.

Le differenti correnti di pensiero etico e filosofico hanno sempre inciso, ovviamente in modo contrapposto, sui mezzi realizzati dalla capacità produttiva dell’uomo e sui fini verso i quali rivolgere tali strumenti.

Tra i tanti propositi emerge quello del neurochirurgo italiano Sergio Canavero che, nel febbraio del 2015, aveva presentato l’ambizioso e dibattuto progetto HEAVEN/AHBR, nell’ambito del quale si proponeva di eseguire il primo trapianto di testa.

Nonostante le perplessità sollevate dalla comunità scientifica, nel novembre scorso Canavero e il suo collega Ren Xiaoting dell’Università di Harbin, hanno annunciato il successo del trapianto di testa su un cadavere attraverso la congiunzione di colonna vertebrale, nervi e vasi sanguigni, durante un intervento chirurgico di circa 20 ore. A detta dei due neurochirurghi, il prossimo passo sarà eseguire la procedura su un paziente vivente tetraplegico.

La prima questione che pongo, riguardo il possibile successo di tale pratica, è di ordine prettamente scientifico ed è relativa alla natura del cervello stesso che, senza la necessaria ossigenazione, inizia a deteriorarsi e a morire in pochissimi minuti: sarebbe quindi possibile mantenerlo in vita abbastanza a lungo da avere il tempo di ricollegare le innumerevoli connessioni neurali?

In secondo luogo, volendo essere precisi, un intervento su due cadaveri non può essere definito trapianto e pertanto risulta inadeguato parlare di trapianto di testa; ma anche a voler tralasciare questo aspetto, si può intendere come riuscito un intervento su pazienti già morti sui quali non è quindi possibile riscontrare gli esiti dell’operazione effettuata? Relativamente agli esiti dell’intervento, cosa succede alla testa trapiantata nel nuovo corpo e, viceversa, cosa succede al corpo nel quale è stata trapiantata una nuova testa?

È scientificamente noto che le altre parti del corpo condizionano la nostra neurologia, ovvero la modalità con cui generiamo pensieri e azioni, quindi, la nostra attività mentale può essere condizionata da fattori esterni al cervello; ciò significa che trapiantare una testa in un nuovo corpo potrebbe dar vita ad una nuova persona, oppure la testa manterrà inalterata la sua antecedente coscienza? Se, come è stato dimostrato da numerosi ricercatori, lo stesso ecosistema batterico del nostro corpo influisce sul modo in cui le persone pensano e sentono, con un trapianto la testa verrebbe inserita in un microbioma estraneo originato dall’essere stata innestata in un nuovo corpo. Detto ciò risulta improbabile che tutti i nostri tratti psicologici dipendano esclusivamente dalle cellule presenti nella nostra testa, è invece credibile che la maggior parte dei nostri tratti psicologici derivino dal passaggio di informazioni tra corpo e cervello.

Nonostante non sia chiaro in quale percentuale un cambiamento nel corpo potrebbe alterarne le caratteristiche psicologiche, il cervello verrebbe comunque sommerso da sostanze chimiche e segnali estranei del nuovo corpo che non è possibile ritenere ininfluenti o secondari.

Le perplessità etiche relative a queste tipologie d’intervento richiamano alla necessità di adottare una condotta cautelativa e non sono fonte della paura legata al progresso scientifico o del prospettarsi di scenari futuri aberranti, ma riguardano la concreta possibilità di ledere la vita umana nel tentativo di liberare l’uomo stesso da vincoli naturali che egli stesso ritiene restrittivi e che tenta di superare attraverso il progresso scientifico-tecnologico che, a sua volta, agisce spesso dimentico di reale concretezza e scevro di ogni riflessione etico-antropologica.

 

Silvia Pennisi

 

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Filosofia mediterranea

La filosofia da sempre si pone come strumento del pensiero su tutte le cose. Solo la filosofia pensa il Tutto, appartandosi e astraendo dalle conoscenze pratiche o relative a certune branche del sapere. Un’astrazione che non è eliminazione delle parti ma congiunzione di esse in unità. Essa non è il sapere specializzato di un uomo che pensa a come guarire meglio qualcun altro, o come costruire meglio una casa e, inizialmente, nemmeno come vivere meglio la vita.

La filosofia è riflessione dell’uomo sul mondo e se l’uomo è – come ovvio – parte del mondo, la filosofia diviene autoriflessione del mondo su se stesso.

Questo percorso si dice sia nato in Grecia. Sappiamo anche che il pensiero filosofico, soprattutto se inteso come degenerazione di un pensiero religioso originario, ha profonde radici nei culti religiosi arcaici, in cui uomini di somma saggezza riflettevano in modi a noi oggi inaccessibili sull’essenza del mondo.

La domanda che dovrebbe serpeggiare, sfidando i limiti della pura congettura è: perché proprio nella Grecia antica è fiorito il pensiero filosofico?

In più parti nelle varie opere greche rimasteci abbiamo notizie del completo agio che gli antichi provavano nell’ambiente circostante. I Greci fecero uno stile di vita il loro stare in armonia con la natura e il goderne di quanto concedeva. Il vivere secondo misura, la repulsione per gli estremismi, la comprensione e la vicinanza verso ogni parte del cosmo, erano favoriti da ciò che il cosmo stesso ha offerto loro: un ambiente estremamente vario che generava molti tipi di cibi diversi, una terra circostante fatta di rilievi non troppo aspri e mari non troppo mossi – adatti tra l’altro all’arte della navigazione, della pesca, dell’esplorazione – molti giorni di luce, un clima mite favorevole alla vita all’aria aperta e all’esposizione della bellezza.

Tutto questo e molto altro è stato il messaggero che ha portato ai popoli greci l’idea di un mondo equilibrato, loquace e onnicomprensivo: non ovviamente in senso morale – nota è la sfrontatezza con cui i Greci guardavano alla vita dolorosa e alla morte – ma nel senso di un’unità composta da parti aventi ognuna un ruolo degno del proprio essere, in una congiunzione di equilibri adatti alla proliferazione vitale e intellettuale. Più difficile pensare alla possibilità di ciò nella tundra o nei deserti, ambienti dal clima troppo duro e dall’ambiente più monotono.

Ecco allora che Eraclito guarda al tempo come ciclo di stagioni e Platone al sole come simbolo della verità ideale; ecco che nella Grecia antica pullula una miriade di menti attratte dal funzionamento di ogni aspetto della natura come fisici, biologi, astronomi: si scoprono leggi matematiche, solstizi ed equinozi, nasce il vegetarianesimo, la cultura del vino, quella del mare, i culti e le festività incentrate su quei prodotti della terra propedeutici alla comprensione ultima del mondo (vino e ciceone su tutti). I primi pensatori greci assistono al dispiegamento della varietà del cosmo attraverso tutti i sensi e con essa possono giungere all’apice contemplativo. Immaginiamo giovani Greci sulle sponde del mare verso sera, nel mezzo di ebbrezze dionisiache, a celebrare la vita nel suo semplice manifestarsi sottoforma di paesaggi intensi, festività, vesti svolazzanti, buon cibo, invocando la Terra a ripetere eternamente se stessa secondo il detto: «Piovi! Sii gravida!»1.

Si sviluppa insomma quell’intreccio di mondo e uomo che costituisce una vera e propria scala verso la conoscenza e la verità in senso stretto. Physis, che noi traduciamo oggi con Natura, non era usato che come sinonimo di Essere, di cui il filosofo custodisce e scopre la verità, che ricomprende in sé ogni cosa offrendo allo sguardo la varietà di sé stessa.

Solo uomini del tempo o di un certo tipo hanno occhi adatti alle caleidoscopiche sfumature del mondo: il sole adatta l’occhio alla luminosità, ai suoi riflessi sul mare e invita a esplorarlo; le viuzze accennate, le lievi cime e gli scorci naturali solleticano l’indole curiosa dell’uomo, che cerca strade, mari e isole nuove, che lo tengono allerta e sveglio, incline alla novità. L’uomo si trova di fronte ogni colore, una moltitudine di cibi diversi e vede così formarsi un gusto, l’attenzione per il dettaglio, l’apprezzamento per ciò che è offerto, impara a trarre energia dalla fonte più opportuna.

Solo così si prepara un uomo consapevole del mondo, che sa viverci, che sa comprenderlo e tramandarlo. Forse solo in quella fonte sfavillante e multiforme che è il Mediterraneo era possibile aprire nell’uomo una finestra verso se stesso? Solo riscoprendo la Terra nella sua massima espressione possiamo dirci davvero uomini?

Forse nel Mediterraneo per prima il mondo ha potuto cominciare a guardarsi, eleggendo questo luogo a tempio della verità.

 

Luca Mauceri

 

NOTE
1. A. Tonelli (a cura di), Eleusis e Orfismo, Feltrinelli, Milano, p. 193.

[Photo Credit: M@ssip, 26/8/2012, su turistipercaso.it]

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“The New Wild”. Un’eco della natura

Sullo sfondo di montagne silenziose che custodiscono segreti millenari, un’eco si diffonde in quei fiumi che dalle loro sorgenti nascono e da cui si allontanano, serpeggiando verso valli lontane. Tigli, abeti, olmi e arbusti salutano il cielo e offrono nutrimento alla fauna che qui trova ristoro e si avventura per borghi un tempo antropizzati.

Questo è il dipinto in cui si appaesa la storia che Christopher Thomson racconta in The New Wild. In quei luoghi dove l’assenza si fa presenza, dove il passato, il presente e il futuro sfumano l’uno nell’altro, dove trova linfa vitale l’idea di questo ragazzo che vuole scrivere e raccontare, tramite immagini che rapiscono i sensi, il “New Wild”.

Da sette anni dalla natia e “rigonfia” Londra, lui sceglie, ogni giorno, la Val d’Aupa, un piccolo grande spazio condiviso che ospita un paese di pochi abitanti, Dordolla.

The New Wild_La chiave di SophiaQuesto film-scoperta raccoglie grande attenzione a diverse latitudini, dal Friuli alla Campania, da Tallinn a Sofia e Innsbruck e riporta alla mente gli scritti del poeta Thoreau e parallelamente la storia di Christopher McCandless (su cui si basa il film Into the wild) e Devis Bonanni (scrittore friulano di Pecora Nera e Il buon selvaggio). Presto questo lungometraggio, cui ha fatto seguito la stesura del libro omonimo, si diffonderà in tutta la nostra penisola, vincendo anche i confini svizzeri, verso il nord.

L’idea di Christopher è solo alla fase di avvio: dopo due libri di fotografie e questo film, lui si sta preparando per il nuovo The Postman Project, col fine di sviluppare nuove reciprocità tra piccoli luoghi remoti d’Europa, per mettere in comunicazione storie di innovazione e resilienza.

Christopher s’interessa di investigare i luoghi rurali abbandonati, sempre in continua espansione a livello europeo: ha scelto, in particolare, il Friuli dove questo fenomeno forse si fa sentire con maggiore forza. Lo sforzo del giovane è quello di raccontare di un nuovo “ambiente naturale”, quello che viene riacquisito totalmente dalla flora e dalla fauna, un tempo “umano”.

Il lungometraggio, per circa 70 minuti (intensi e tutti da assorbire) conduce lo spettatore lungo un sentiero di immagini, piccole clip offerte da una voce narrante acuta e incisiva: quella di Sarah Waring, scrittrice e compagna di vita e d’avventura di Christopher.

Tre sono le sezioni in cui si articola il film: in ordine, trovano vita in immagini, che parlano della forza della natura, il tema dell’abbandono, della presenza e dell’assenza, poi quello dell’impero della natura, in grado di riassorbire ciò che è suo di diritto e infine viene proiettato un centro, di vite e di storie, che lotta per sopravvivere e costruirsi una presenza.

Dordolla, ripresa anche in un momento di convivialità e festa, di condivisone di sguardi e impegni, viene eletta a sito dove scegliere un tipo di vita valoriale piuttosto che funzionale. Un luogo dove viene sviluppato, ogni giorno, un processo di costruzione sociale che guarda al territorio in chiave evolutiva e si rappresenta tramite un’azione territoriale capace di agire su un piano organizzativo, materiale e simbolico.

Uno stile di vita, una scelta libera e incondizionata: la libertà di essere presenti a se stessi, in un luogo apparentemente semi-abbandonato, che è invece fulcro di vita. Si tratta di un abbandono che non riguarda solo la presenza fisica, ma anche la circolazione di cultura: quel vento fresco di idee e pensieri, che impreziosisce la nostra esistenza.

Questo, a mio avviso, vuole raccontare, raggiungendo la meta, Christopher. Lui, generosamente, offre l’occasione per una riflessione, lenta e discreta, sincera e profonda, così rara oggi quanto necessaria, per accedere al segreto della nostra terra: il placido e contrastante muoversi della vita, scandito da quel tempo che rappresenta la nostra unica e vera forma di ricchezza.

 

Riccardo Liguori

 

Link al trailer del film > qui

 

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