Visioni dell’amore: il confine dei corpi tra Platone, Klimt e Munch

Parlare di amore è complicato eppure lo si è sempre fatto; tra le discipline che più hanno contribuito alla discussione sull’amore troviamo l’arte e la filosofia. In filosofia, già con Platone, leggiamo spiegazioni su questo sentimento, soprattutto attraverso il mito, a cui spesso ricorre il filosofo ateniese. Tra i miti troviamo quello dell’androgino, raccontato da Aristofane nel Simposio platonico.

Chi è l’androgino? In origine esistevano tre generi, secondo questo mito: quello femminile, quello maschile e quello androgino, che aveva sia caratteristiche maschili che femminili. Gli androgini erano figli della luna, figure rotonde, con dorso e fianchi formanti un cerchio, quattro mani, quattro gambe e sopra il collo due facce simili in tutto e parti della stessa testa. Gli androgini tentarono di scalare il cielo per assalire gli dèi e, a causa di queste intenzioni superbe e della loro forza, Zeus decise di separarli in due così da indebolirli. Ciascuna metà, però, aveva nostalgia dell’altra e la cercava. Così sarebbe nato l’amore: una ricerca della metà perduta. Una ricerca, però, vana perché ciò che le metà desidererebbero sarebbe il ritorno all’unità originaria, che non sarà mai possibile. Ed è proprio per questo che, quando si ama, l’anima dell’uno desidera dell’altro qualcosa che non sa esprimere, eppure «vaticina ciò che desidera e lo manifesta per enigmi» (Platone, Simposio, 191d). L’amore è quindi il desiderio dell’intero, della fusione con l’altro, dell’androgino.

Come fosse fisicamente l’androgino è ben spiegato da Platone e numerose sono le sue rappresentazioni artistiche. Quello che vediamo in queste ultime è l’indefinitezza dei confini dei due corpi: essendo uno solo l’androgino, non si capiva dove finisse un corpo e dove l’altro, dove finisse la parte maschile e dove quella femminile. I confini sono poco chiari, i due corpi sono fusi, non divisi.

L’indefinitezza dei corpi è come quella che si ha in un abbraccio. Se pensiamo a L’abbraccio o al Compimento (1905-1909) o a Il bacio (1907-1908) di Gustav Klimt, notiamo che i confini tra i corpi degli amanti sono come quelli descritti da Platone: incerti, evanescenti e labili. Nonostante, attraverso piccoli dettagli visivi, siano rese evidenti le differenze tra il mondo dell’uno e dell’altro amante, viene rappresentata la loro fusione, una fusione in un luogo astratto mostrata attraverso da un abbraccio etereo e tenero. Lei, con gli occhi chiusi e un volto estatico, è simbolo di un totale abbandono all’unione.

Anche Munch rappresenta un bacio tra due amanti, ma ciò che trasmette è totalmente diverso. Egli non ha intenzione di mostrare la tenerezza quanto, invece, l’angoscia. Osservando la sua opera Il bacio (1897), lo spettatore non vorrebbe immedesimarsi nei due amanti ma piuttosto allontanarsi da essi, scappare attraverso la finestra che fa da sfondo e che illumina il quadro. Quello che vede è sì una fusione, ma una fusione inquietante. Strindberg, di fronte all’opera di Munch, scrisse che la coppia rappresenta «una fusione di due esseri umani, dei quali il più piccolo, nelle sembianze di una carpa, sembra pronto per divorare il più grande» (S.W. Cordulack, Edvard Munch and the Physiology of Simbolismo, 2022). Questa è anche un’estasi ma «sembrano un orecchio abnorme… sordo nell’estasi del sangue» (ibidem).

I confini di questi due amanti sono davvero difficili da riconoscere perché l’amore, per Munch, rappresenta la perdita della propria identità e della propria persona, il divenire un’unica forma indefinita. Se amare significa perdere la chiarezza di sé, però, per Munch l’amore non può che essere qualcosa da cui fuggire.

L’amore, quindi, non è solo unione di menti, ma può esserlo anche di corpi. I confini tra due persone svaniscono e diventano quasi inesistenti di fronte alla volontà, e forse alla necessità, di questa fusione. I confini e i conflitti dei due corpi creano armonia, esattamente l’armonia dell’androgino, nell’opera di Klimt, e creano, invece, inquietudine nell’opera di Munch. Platone, Klimt e Munch ci presentano visioni dell’amore; noi dobbiamo capirne limiti e possibilità, per applicare la riflessione alla quotidianità, per trovare la nostra prospettiva. Dobbiamo confrontarci con le visioni altrui, per cercare o creare la nostra, nell’abisso delle emozioni.

 

Andreea Gabara

 

[Photo credit Marco Bianchetti via Unsplash]

banner riviste 2022 ott

Seducente Madonna: pensieri e impressioni a partire da Munch

Sconvolgente.

Quando si entra nel Museo Munch di Oslo e ci si incammina verso la Madonna del pittore norvegese, acquisendo infine una posizione frontale, gli occhi si spalancano e si rimane come inebetiti. Nella più totale impossibilità di muoversi, di contrarre e rilassare i muscoli facciali, si cade in una condizione di estasi. Non si ha più percezione del proprio corpo, della pesantezza, dello spazio, delle persone circostanti e delle reciproche posizioni. È una bellezza magnetica ed angosciante quella della Madonna di Munch. Così lontana dal tradizionale canone della cristianità. Così profana. Il titolo rimanda alla madre di Cristo, concepita e da sempre rappresentata dalle mani degli artisti come pura ed eternamente vergine. La sua, invece, ha lunghi capelli corvini e un corpo seducente: incarna un modello di donna eroticamente attiva che non rinuncia alla sua sacralità. Al contrario, ella è un connubio di dimensione reale e spirituale, una dialettica tra sacro e profano che si svolge senza interruzione in un vortice dai contorni verdastri con sfumature rossastre. Quello stesso rosso che si rinviene nell’aureola di Madonna, la quale sembra voler indicare la sacralità non di una sola persona, ma di una pluralità umana deformata e al contempo sublimata dalla sofferenza e dalla passione. Quei contorni verdastri hanno la forma di onde vorticose tanto da far sembrare la donna del dipinto un’attraente creatura marina. «Like a floating body we slip out to a great sea- on swelling waves that change colours from dark purple to blood red»1, così scrive Munch. Queste onde, che nulla hanno del realistico, sono spesso descritte come una continuazione dell’aura, un suo concentrico prolungamento. Peraltro, un colore verdastro investe la parte bassa del corpo e le braccia come se fossero immerse nell’acqua, a differenza del capo e del seno che catturano la luce. Assomiglia così magnificamente ad una ninfea che si lascia trasportare dalle onde. Si abbandona ad esse come in una metamorfosi onirica. Morte e annientamento, conversione e rinascita sono solitamente associati all’acqua. Un “sentimento oceanico” fu l’espressione usata da Sigmund Freud per indicare l’esperienza mistica di unità con il cosmo. Peraltro, nella mitologia di numerose culture, l’acqua è associata di frequente alla Grande Madre, fonte della Vita.

Così interessante e innaturale è la posizione delle braccia: mentre l’una rivolge la mano e la nasconde dietro la testa, l’altra la cela dietro la schiena. Eppure nessuna madonna è mai apparsa in una posizione così scomoda ed in tensione perenne. È colta in un movimento che richiama la lotta di Laocoonte con i serpenti, una danza rituale al confine ultimo della vita che la stessa Madonna rappresenta. Ed è il medesimo confine che Munch vede nello Schiavo morente di Michelangelo, dove la testa si sporge all’indietro ed è sorretta da una mano, segno di dolore fisico. Non solo, anche lo Schiavo ribelle di Michelangelo è racchiuso in Madonna. Ella si trova in una condizione di schiavitù, costretta a fungere da collegamento che unisce generazioni passate, presenti e future. «Look at the dark, hollow pain in her Eyes, the pain of being in the grip of the great Forces, compelled to create new Life» 2. Emerge un’irrimediabile tristezza per un fato già segnato, per una funzione biologica che tanto influisce sulla vita di ogni donna. Il peso della vita e l’esserne veicoli. Eppure ella contiene un moto di ribellione che la spinge a chiudere gli occhi e a percepire altro oltre al ventre e alla sua importanza. Sottolinea dell’altro. L’espressione del suo viso ci suggerisce che c’è altro. Sembra che il corpo voglia rompere le catene della maternità, acquistare un altro valore, far emergere delle esigenze troppo a lungo inascoltate. Contro la tradizione cristiana, il corpo viene nobilitato con le sue imperfezioni, la sua tensione, le sofferte pose. Nobilitato, ma non per la funzione materna, a cui nulla si richiama nel dipinto. Viene nobilitato in sé, senza alcuna attenzione per gli aspetti funzionali. Ritornano in mente le parole di Simone de Beauvoir: “E’ in gran parte l’ansietà di essere una donna che devasta il corpo femminile” 3.

 

Sonia Cominassi

 

NOTE:

1. Breve testo scritto da Munch su uno schizzo del suo portfolio “The Tree of Knowledge”, MM T 2547-64, Munch Museum in Madonna, a cura del Munch Museum, Vigmostad&Bjørke As, Bergen (Norway), 2008, p. 47.
2. Breve impressione lasciata da Munch su una litografia dell’opera “Madonna”, MM G 194-85, in ivi, p. 50.
3. S. De Beauvoir, Una donna spezzata, Einaudi, Torino 2014, p. 166.

[Immagine tratta da Wikimedia Commons. Dettaglio opera di Munch]

Longyearbyen, (quasi) al Polo Nord

Ci prepariamo per partire alla volta della vetta di Sarkofagen, io e Olaf, la mia guida finlandese, entrambi spettinati dal vento impetuoso e intenti a masticare un inglese del tutto sgrammaticato. Mosh, il suo cane groenlandese, si assopisce disteso vicino al suo zaino stracolmo, in attesa di partire. “Non puoi immaginare quanto sia spaventoso un orso polare”, inizia a raccontarmi, “Una forza e una ferocia sanguinaria racchiusa in una stazza portentosa che non lascia scampo a nessuno. Proprio un anno fa, lassù, su quella montagna, a poche centinaia di metri dal tuo ostello, una ragazza è stata sbranata da uno di questi formidabili predatori, e solo perché non aveva seguito l’esempio dell’amica che pur di salvarsi la vita si era gettata giù dal dirupo. Loro sono state molto sfortunate certo, perché la possibilità di incontrare un orso polare appena fuori dalla città è remota, isolata, a tratti impensabile, ma la vita è abbastanza lunga perché si possa essere sfortunati almeno una volta e noi non vogliamo esserlo, giusto?”, conclude sorridendo, un poco ironico, caricando l’ultima cartuccia nel fucile.

Se si è capaci di far fronte alle aspre intemperie artiche, le isole Svalbard diventano la concretizzazione della vita più prossima al più vero significato della libertà. La si ottiene pagandone lo scotto che pretende. Per godere della fedeltà di una muta di cani groenlandesi bisogna sopportare l’eternità della notte polare, per vagabondare tra gli anfratti abbandonati di Pyramiden occorre procacciarsi la carne per sopravvivere all’inverno. È una terra che lascia l’universo a disposizione a patto che lo si sappia affrontare, che gli si sappia resistere, perché cercherà sempre di riprendersi il maltolto. Non mi voglio soffermare sulla maestosità dei paesaggi che hanno riempito i miei occhi, sarebbe tautologico oltre che dispersivo, ma intendo piuttosto pormi contro la filosofia della vile inazione che freme di terrore ancor prima di vedere cosa produce quell’ombra sulla parete: quando si pensava che fosse qualcosa di assolutamente infattibile e invece bastava muovere un piede in avanti, uno solo, per tastare il terreno e vedere che in realtà non frana sotto il nostro peso come invece ci era stato presagito. È l’educazione alla paura, alla salvaguardia di sé spinta sino al ridicolo. Non bisogna temere i problemi perché anche se li prevediamo qualcuno sfuggirà alle nostre attenzioni, sempre, per ripresentarsi quando meno ce lo aspettiamo. Bisogna piuttosto imparare ad affrontarli con lucida coscienza perché dove c’è un problema c’è la soluzione, dove non c’è la soluzione, non c’è il problema.

Questo viaggio è stato come una cerimonia, un’iniziazione a qualcosa di indefinito che ha smosso la diga che arrestava il fluire dei miei passi, un passaggio oltre un’esistenza di indecisioni che si è finalmente tradotta in una chiara consapevolezza di quel che deve essere il mio destino. Come se avessi deliberatamente cercato il suicidio più spettacolare, la fossa più sperduta in cui gettare le mie reliquie malconce, sotto i ghiacci, nel fango, disperse come nevischio negli impetuosi venti del nord più estremo, solo per calzare finalmente la pelle coriacea di un esploratore dell’Artico. La scelta è indifferente, gli estremi portano entrambi alla stessa conclusione: bene, male, nord, sud, il traguardo è sempre una tetra landa buia e innevata perché i poli del mondo e i poli dell’uomo sono identici, frastagliati, avvolti in un azzurro lugubre e onnipresente, relegati nel bianco più assoluto che tutto cancella. E in uno di questi devo tornare per mettermi alla prova, devo, e basta, perché di questo piccolo pianeta blu ormai non c’è più nulla da dire.

E il ritorno a Oslo non ha fatto che accentuare questa certezza forse irrealizzabile. Scrivo dopo essere rientrato da una passeggiata alla cieca tra le vie inquiete che costeggiano l’argine del fiordo. È una città che concentra il suo formicolare, la sua pubblicizzazione, il suo aspetto europeo in unico punto, dal quale basta allontanarsi per pochi minuti per sprofondare immediatamente in un imo buio grigiastro. La gente qui sembra aver lo spirito stanco, satollo, e di non desiderare altro che appagare un consumante bisogno fittizio rimbalzando da un negozio all’altro per accaparrarsi il capo più mondano, come se per valorizzare la loro giornata non avessero altra scelta se non quella di arricchire il loro personale patrimonio. Tutti tacciono, tutti sfilano come fantasmi sui bus saettanti, si chiudono nel loro intimo, e quando parlano sussurrano come intimoriti dall’interazione con l’altro. È una serenità apparente che tradisce la letargia della vitalità, l’accidia imperante che non vuole affrontare quel che la natura qui comunica e urla continuamente a gran voce, che come manifestazione di vita siamo ospiti invadenti, parassiti, ribelli al mutismo del cosmo. Questa è un’alienazione che non posso sostenere, che nessuno dovrebbe sostenere, bisogna vagare sperduti, riflettere, perdere tempo, quel tempo che non esiste, lasciare che i lampioni di Oslo intaglino le nostre espressioni con quelle stesse, tormentate sfumature arancioni che tanto avevano angustiato il vecchio Munch più di cent’anni fa. La storia che si ripete, la vita e l’illusione del tempo, l’eterno ritorno, e così sempre, con le ovvietà disarmanti.

E nonostante questo errare alla rinfusa in una bolgia come un’altra nel vasto e piccolo viso del mondo, nonostante non abbia ancora raggiunto davvero il polo della mia vita e mi sia buscato il peggior raffreddore che io ricordi, è lì, in quel glaciale, gelido, buio, inospitale, vendicativo, fangoso, crudele, sperduto luogo desolato e dimenticato da dio, che ho lasciato tutto il mio cuore.

Leonardo Albano

Edvard Munch (Løten, 12 dicembre 1863 – Oslo, 23 gennaio 1944)

 

La poetica di Munch è direttamente o indirettamente collegata con il pensiero di Kierkegaard, che soltanto nei primi decenni del Novecento comincerà ad essere conosciuto in Germania: si deve dunque a Munch, che soggiornò più volte in Germania, la spinta “esistenzialista” che farà nascere l’Espressionismo, che è nato infatti nel nome e sotto il segno della sua pittura.
Giulio Carlo Argan

Edvard Munch è stato il pittore che più di ogni altro ha anticipato il movimento Espressionista, soprattutto in ambito tedesco e nord-europeo. Egli nacque in Norvegia e svolse la sua attività soprattutto ad Oslo, città estranea ai grandi circuiti artistici che in quegli anni gravitavano soprattutto su Parigi.
Si può considerare l’artista dell’angoscia: gli unici temi che lo interessavano erano la passione, la vita e la morte. Lui stesso, infatti, disse:

Senza paura e malattia la mia vita sarebbe una barca senza remi.

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