Una parola per voi: passato. Gennaio 2019

«Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.»

da Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald.

Gennaio, primo mese dell’anno, simboleggia sempre un nuovo inizio. Tuttavia, ogni nuovo inizio porta inevitabilmente con sé un bilancio, ossia uno sguardo a ciò che c’è stato prima, un volgersi indietro, verso il passato.

“Passato” è la parola per voi scelta per questo gennaio 2019, tratta dalla frase che chiude il romanzo Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, pubblicato nel 1925. A parlare è Nick Carraway, narratore e amico di Jay Gatsby, il facoltoso innamorato che fa di tutto per riavere la sua Daisy. La battuta conclusiva di quest’opera letteraria evoca la speranza e la naturale spinta in avanti, verso l’avvenire, che caratterizza l’essere umano. Al contempo però, mette in luce anche una sua caratteristica del tutto opposta: l’uomo tende a tornare indietro, facendosi trasportare da una corrente contraria. “Risospinti senza posa nel passato”, scriveva Fitzgerald: non possiamo impedirci di ripensare a chi siamo stati, a quello che abbiamo fatto. I ricordi non ci abbandonano mai – sia che siano lieti, sia che siano infausti. Cosa saremmo, in fondo, senza il nostro passato? E come potremmo costruire il nostro futuro o alimentare i nostri progetti, senza la memoria di ciò che siamo stati?

Ecco per voi una selezioni di libri, film, canzoni e opere d’arte che riflettono sull’importanza del volgere lo sguardo al passato – specie prima di compiere un salto in avanti.

 

UN LIBRO

la-chiave-di-sophia-il-cimitero-di-pianoforti-peixotoIl cimitero dei pianoforti  – José Luis Peixoto

“Saudade”, direbbero i portoghesi. Un padre muore. Può così ripercorrere la sua vita, fatta, come tutte le esistenze, di gioie e dolori, rischiarata dalla passione e dall’amore, funestata dall’alcol. Un figlio, Francisco Lázaro, maratoneta portoghese, fa lo stesso. Mentre corre la maratona alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912, ricordi e pensieri sul presente si intrecciano in un flusso di coscienza che si arresterà al trentesimo chilometro. Due persone si raccontano. Entrambe morte. Entrambe fortemente legate ai vivi.

 

UN LIBRO JUNIOR

caccia-alla-tigre-dai-denti-a-sciabola-chiave-di-sophiaCaccia alla tigre dai denti a sciabola – Pieter Van Oudheusden, Benjamin Leroy 

“Vieni, andiamo indietro nel tempo. Andiamo fino a un tempo di molto tempo fa e ancora prima”. Inizia così questo bellissimo album illustrato che, come avrete capito, vi porterà al tempo degli uomini preistorici. Se voi foste uno di loro vorreste di sicuro andare a caccia della temuta tigre dai denti a sciabola come vorrebbe fare Olun, il piccolo protagonista del racconto. Riuscirà a trovarla? Divertitevi a scoprire tutti i particolari delle illustrazioni di questa storia, adatta ai bambini dai 4 ai 6 anni all’incirca.

 

UN FILM

la-chiave-di-sophia-lettere-di-uno-sconosciutoLettere di uno sconosciuto  Zhang Yimou

Ci vuole tempo, per un paese, per guarire dalla propria storia, e la Cina di oggi ancora tenta di venire a patti con gli effetti a lungo termine del maoismo e della Rivoluzione Culturale. Zhang Yimou racconta queste ferite attraverso la storia di Feng Wanyu, che lo stesso giorno, ogni mese, va alla stazione attendendo il ritorno del marito, un intellettuale che il regime ha arrestato e deportato anni prima. Al ritorno dell’uomo, però, Feng, ormai malata, non è in grado di riconoscerlo. Starà al marito, Lu, calarsi da estraneo nel mondo della moglie, prigioniera del proprio passato, e rivivere con lei anni di umiliazioni, tradimenti e solitudine, ma anche di speranza e di tenacissimo amore.

 

UNA CANZONE

la-chiave-di-sophia-incontro-radici-gucciniIncontro – Francesco Guccini

Appartenente all’album Radici (1972), Incontro narra di un rendez-vous tra Guccini e una sua amica, professoressa di ginnastica, trasferitasi prima in America poi a Berlino, la quale fece ritorno in Italia dopo il suicidio del suo compagno durante le festività natalizie. Con una scrittura cinematografica, per immagini veloci (E correndo mi incontrò lungo le scale; il sole che calava già rosseggiava la città; auto ferme ci guardavano in silenzio; carte e vento volan via nella stazione..), Incontro è un’occasione di bilancio, tra rievocazioni nostalgiche e constatazione dei cambiamenti avvenuti (quasi nulla mi sembrò cambiato in lei; eran belli i nostri tempi; ti ho scritto è un anno, mi han detto che eri ancor via).  Un brano “color nostalgia” sospeso tra la nebbia modenese e il vagone di un treno, avvolto come miele dalla tristezza e dalla bellezza della verità (Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno).

 

UN’OPERA D’ARTE

la-chiave-di-sophia-giosue-mostra-a-mose-il-vitello-doro-ludovico-carracciGiosuè mostra a Mosè il vitello d’oro  Ludovico Carracci, 1610 circa

La tentazione di guardare al proprio passato è sempre forte, specialmente nei momenti di cambiamento, durante i quali la nostra forza di volontà tesa verso un futuro incerto può per un attimo vacillare, lasciando che la nostra debolezza faccia appello a una sorta di istinto di sopravvivenza che riconduce a ciò che risulta già noto e accomodante. Questa antitesi tra passato da lasciarsi alle spalle, pieno di errori ma anche di certezze, e futuro denso di imprevisti e sacrifici si dispiega in modo evidente nell’episodio biblico dell’adorazione del vitello d’oro, ben raffigurato nel dipinto di Ludovico Carracci conservato nella Pinacoteca Nazionale di Bologna. Durante il viaggio verso la terra promessa, il popolo ebraico approfitta della breve assenza di Mosè, recatosi sul Sinai per ricevere i comandamenti, per creare un idolo pagano, il vitello d’oro. Quest’ultimo viene elevato a divinità con conseguente abbandono dell’unico Dio in grado di liberare dalla schiavitù. Ciò scatena l’ira di Mosè, che al suo ritorno dal Sinai, vedendo il suo popolo caduto nel grave errore di ritornare per inerzia al proprio passato, scaglia a terra le tavole della legge distruggendole.

 

Francesca Plesnizer, Sonia Cominassi, Federica Bonisiol, Giacomo Mininni, Rossella Farnese, Luca Sperandio

 

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Tutti pazzi per Hegel

Che lo sappiate o no, consapevoli o meno siamo tutti pazzi per Hegel, la filosofia hegeliana non è qualcosa di relegato a un passato ottocentesco, ma permea profondamente l’Occidente e ormai, in un mondo globalizzato, l’umanità intera in una unica e semplice idea al di là dello stile spesso complicato del nostro autore: la convinzione che la storia dell’umanità sia segnata dal progresso. Progresso è una parola che porta in seno etimologicamente pro-gradius salire di un livello, insomma per farla semplice l’intera storia di tutti noi sarebbe segnata dal salire una scala verso l’autocoscienza dello Spirito. La Fenomenologia è una enorme narrazione di come la storia proceda e di come l’umanità continui imperterrita nel suo sviluppo. E qui viene l’elemento di forse quella che è una follia, siamo tutti pazzi per Hegel perché di fronte alla popolazione mondiale che aumenta e le risorse che si riducono sempre di più siamo convinti che la storia non sia altro che un enorme sviluppo all’infinito dove ogni contrazione è solo un passaggio per una ulteriore espansione. Ne siamo convinti in economia, nella società a ogni livello pensiamo che la tecnica e l’ingegno umano siano destinate a incrementare il nostro benessere e al portarci ogni giorno un po’ più avanti rispetto al percorso che stiamo percorrendo nella storia di questo pianeta.

Di tutto un altro parere fu Thomas Robert Malthus il quale riteneva che un incremento demografico avrebbe spinto a coltivare terre sempre meno fertili, con conseguente penuria di generi di sussistenza per giungere all’arresto dello sviluppo economico, poiché la popolazione tenderebbe a crescere in progressione geometrica, quindi più velocemente della disponibilità di alimenti, che crescerebbero invece in progressione aritmetica. Questa teoria riferita a terreni coltivabili sembra oggi poco attuale, ma in realtà essa lavora nell’inconscio di teorie come la decrescita e l’esigenza di una maggior sostenibilità dei processi economici e sociali di fronte all’esaurimento di risorse come il carbone prima e il petrolio poi.

La crisi economica che sta investendo il mondo iniziata nel 2007 e che toccò il suo apice nel 2009 ci ha colpiti così profondamente non tanto nella riduzione della nostra possibilità di acquisto di beni, ma ha agito nella nostra psicologia profonda perché ha messo in crisi le nostre aspettative per il futuro e messo in discussione il nostro modo di vivere e di immaginare la società come qualcosa che tende sempre, o quasi, a un miglioramento. La distruzione della fiducia nel futuro e la distruzione della fiducia stessa è per certi versi la messa in crisi della promessa hegeliana del progresso. Tuttavia nemmeno la crisi o le crisi mettono in difficoltà il modello hegeliano del futuro incrementale perché le crisi non mettono in discussione il modello, ma vi sono ricomprese come momenti propedeutici ad altri scatti in avanti dell’umanità e così tanti economisti si sono prodigati nello spiegarci che “la crisi può essere anche una opportunità”.

L’apice della visione di Hegel, o se vogliamo della sua lucida follia, è l’immagine della grande opera nella sfera delle infrastrutture. La popolazione in difficoltà chiede che le risorse vengano ridistribuite invece i governi optano per convogliare quelle risorse in opere infrastrutturali mastodontiche con la promessa che esse restituiranno lustro al Paese, la promessa è sempre sul futuro. Questa logica può essere estesa anche ad altri ambiti, ad esempio perché investire tanto denaro pubblico in ricerca e sviluppo, perché creare il CERN di Ginevra quando nel mondo ci sono ancora così tanti problemi e in molte regioni si muore ancora di fame?

Da questo conseguono i molti movimenti del NO che vanno dalle Grandi Navi a Venezia, alla TAV e ad altri investimenti pubblici a livello infrastrutturale che vengono giudicati assurdi. Hegel cercherebbe di difendersi nella sua idea di sviluppo proponendoci qualche paradosso come “Quanto ci è costato inventare la lavatrice? Fare due pozzi in Africa costava troppo?”, come se un proprietario terriero dell’Ottocento ci dicesse “Cercate di trovare una soluzione alla pellagra nei miei mezzadri, invece di studiare l’elettricità!”, e ancora come se nel mondo antico qualcuno si fosse sollevato al grido “Scrittura..scrittura, ma invece di perdere tempo con queste cose inutili si pensasse a sfamare i poveri!”. Risulta evidente che tutte queste affermazioni sono paradossali e che se parte delle risorse non fossero state destinate allo sviluppo di nuove tecnologie, scrittura in primis, probabilmente l’umanità sarebbe ancora relegata all’età della pietra.

Spingiamo questo discorso fino ai giorni nostri in tema di grandi opere, se quando iniziarono a costruire le prime ferrovie si fosse applicata la stessa logica dei NO TAV gli argomenti avrebbero potuto essere:

 

“Ma perché non miglioriamo il sistema di trasporto con le carrozze a cavalli? Potremmo renderlo più efficiente! Aumentiamo le stazioni posta!”

“Aumentiamo il tiro dei cavalli!”

“Rendiamo le carrozze più confortevoli.”

“Non ci sono sufficienti passeggeri per spendere tanti soldi per costruire una ferrovia!”

Il tutto dimenticando che il miglioramento dei trasporti aumenta il numero di passeggeri e di merci, perché l’investimento infrastrutturale retroagisce anche sui flussi. Ogni balzo tecnologico è un investimento per il futuro esattamente come lo intende Hegel.

 

Ma continuiamo.

“Sul piano economico i cavalli costano meno delle ferrovie!”

“Prima di migliorare ferrovie per i “signori” bisogna migliorare le carrozze a cavalli per il popolo! Perché ad esempio i pendolari tra Venezia e Treviso non hanno sufficienti carrozze a cavalli e sono costretti a muoversi con i muli, quindi prima di pensare alle ferrovie dobbiamo puntare a far viaggiare tutti a cavallo!”

 

Gli ambientalisti dell’epoca avrebbero potuto incalzarci ancora dicendo:

“Perché sconvolgere il paesaggio con questi orribili binari, ponti e stazioni? In più il carbone è inquinante e quindi inciderebbe sulla salute delle persone!”

 

Se avessero avuto la meglio loro oggi non avremo le ferrovie…

 

Forse la maturazione dell’umanità passa proprio attraverso il non indulgere né nell’essere tutti pazzi per Hegel, né nel assolutizzare il monito di Malthus, ma nel cercare di ibridare le due teorie cioè nell’immaginare che si debba tendere al progresso tenendo però ben conto che le risorse disponibili sono finite e non chiedendo all’umanità sforzi insormontabili, ma dosando bene spinta all’innovazione con il benessere dell’esistente. E’ sicuramente più complicato, più difficile, meno immediato del dividersi subito in due squadre tra un Sì e un No che credo rispondano più alla logica binaria delle macchine che a quella dell’intelligenza umana.

 

Matteo Montagner

[immagine tratta da Google Immagini]