Libri selezionati per voi: aprile 2018!

Finalmente la primavera è arrivata: il sole comincia ad alzarsi deciso, la natura si risveglia e i nostri occhi si riempiono di mille colori. Se state programmando le pulizie di primavera non dimenticate di spolverare i libri che decorano il vostro salotto… E concedetevi una pausa letteraria con uno di loro, o con una della nostre proposte.

 

ROMANZI CONTEMPORANEI

sveva-casati-modignani_la-chiave-di-sophiaVaniglia e cioccolato – Sveva Casati Modignani (2013)

Due gusti diversi che si legano bene insieme. Così anche Penelope e Andrea, sposati da diciotto anni e con tre figli. Tuttavia, la magica alchimia si spezza e lei, delusa e umiliata dalle scappatelle del marito, decide di andarsene con una lettera volta a spiegare il suo desiderio di fuga. Penelope dà così inizio ad un cambiamento esistenziale che lascia Andrea ad occuparsi della famiglia e ad affrontare le sue inadempienze coniugali. Per entrambi diviene l’occasione di scavare profondamente dentro loro stessi, con spietata sincerità.

 

a-parigi-con-colette_la-chiave-di-sophiaA Parigi con Colette – Angelo Molica Franco (2018)

Come ogni persona che dalla provincia si trasferisce in città, anche il rapporto di Sidonie-Gabrielle Colette con Parigi è profondo, quasi viscerale. La ville Lumière, insieme con la scrittrice Colette, è la protagonista del romanzo stesso. Una città affascinante in un periodo, quello della Belle Époque, in cui tutto sembrava possibile da realizzare. Una città in cui tutto inizia e tutto si compie. Qui Colette diverrà la scrittrice più apprezzata del suo tempo, amante della libertà e dei salotti della capitale.

 

UN CLASSICO

Schiave-di-sophia-sei-personaggi-in-cerca-dautore-pirandelloei personaggi in cerca d’autore – Luigi Pirandello (1921)

Chi ama le pièce teatrali ricche di ironia, morale e riflessione non può dimenticare di leggere i Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello, un racconto che coniuga gli elementi linguistici di carattere dialogico ad una narrazione vivace e sbarazzina. In un’ambientazione che ha il sapore dell’indeterminato sei personaggi rifiutati cercano disperatamente un capocomico che voglia inscenare la loro vicenda: una storia ricca di drammi, amore, dolore, come potrebbe essere quella vissuta da ognuno di noi. Un’opera che sperimenta la tecnica del teatro nel teatro e che mette a nudo l’essenza della vita quotidiana secondo l’autore: un’inspiegabile commedia nel quale il singolo è chiamato a recitare una parte.

SAGGISTICA

chiave-di-sophia-misure-dellanima-perche-disuguaglianze-rendono-societa-infeliciLa misura dell’anima. Perché le diseguaglianze rendono le società più infelici – Kate Pickett, Richard Wilkinson

Una ricerca complessa e profonda di Kate Pickett e Richard Wilkinson in merito alle diseguaglianze. Il testo è frutto di studi condotti attraverso gli anni riguardo le cause e le implicazioni che la sperequazione dei redditi porta alle varie società. Il dato di diseguaglianza, in particolare quella economica, si riscopre essere alla base di molteplici disagi sociali quali stress, obesità, devianza riproponendo il binomio weberiano di economia e società secondo una stretta relazione dialettica. Un saggio prezioso, ricco di riferimenti e dati che possono far risvegliare la coscienza collettiva.

JUNIOR

chiave-di-sophia-consigli-alle-bambineConsigli alle bambine – Mark Twain, Vladimir Radunsky

Il titolo parla da solo: all’interno di questo libro veloce da leggere troverete una serie di consigli per ottenere delle ragazze a modo. E che modo! Scritto dal conosciutissimo Mark Twain più di un secolo fa, il testo è spassoso e talvolta irriverente. Ideale per un momento di lettura animata, quest’album illustrato è adatto a tutti, maschietti e femminucce, dai tre ai cinque anni. Se ben interpretato, il divertimento è assicurato!

chiave-di-sophia-topo-uccello-serpente-lupoTopo uccello serpente lupo – David Almond, Dave McKean

Un fumetto per i ragazzi della seconda fascia d’età della scuola primaria. In questa storia troverete degli Dei fannulloni che non creano più nulla poiché sono troppo impegnati a banchettare e a contemplare ciò a cui hanno già dato vita. E conoscerete tre ragazzi, che invece considerano il mondo incompleto e che auspicano l’esistenza di nuove forme di vita, come un topo, un uccello, un serpente e un lupo.

 

Sonia Cominassi, Anna Tieppo, Alvise Gasparini, Federica Bonisiol

 

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Libertà, razionalità e Morale: è possibile la loro coesistenza?

Veniamo subito al sodo: filosofia, società e cultura occidentali hanno tentato – e tutt’ora continuano a farlo – di esprimere un Mondo nel quale questi tre pilastri della nostra tradizione (Libertà, razionalità e Morale appunto) possano convivere in armonia.
Per come siamo stati abituati a pensarla, ci sembra una scelta quasi obbligata e del tutto legittima. Se la seconda può essere in prima battuta accettata, la necessità di questo sforzo può essere messa in discussione. Ed un semplice esempio sono alcuni tipi di filosofie e religioni orientali, nelle quali l’una o l’altra vengono soppresse in favore di una piena e completa realizzazione delle altre o di una singola altra.

La prima obiezione a questo ragionamento è quasi scontata: Nietzsche. Il filosofo del nichilismo. Il pensatore di Röcken, infatti, ha fatto di tutto per mettere in luce la genesi storica della Morale e la conseguente perdita di valore di qualsiasi (perdonate il gioco di parole) valore della tradizione. Ed è a tutti gli effetti un filosofo occidentale. A questo punto, però, la questione che si apre lascia ampio spazio al dibattito: Nietzsche rigetta la morale in quanto morale o la morale in quanto frutto di una tradizione (o della Tradizione)? Inoltre, scendendo di un gradino nella scala del suo impegnativo ma fondamentale lascito: la negazione di ogni verità non è essa stessa un’affermazione di (una) verità?

Per ora prendiamo un attimo le distanze dal teorizzatore della Volontà di Potenza e ritorniamo alla domanda principale. Per comprenderne meglio il suo significato e le sue implicazioni ritengo utile partire da una concretizzazione del problema. E per aumentare ancora di più la tensione utilizzo un esempio molto “sentito” al momento: il grande fenomeno migratorio che sta interessando l’Italia.
La questione è problematica fin dalla prima occhiata. La scelta che si pone a chi legifera – ma anche a chi vuole esprimere solamente una propria opinione – è la seguente: può la mia decisione (intendiamoci, qualunque essa sia) essere contemporaneamente giusta, logica e libera?
Proviamo a dare tre iniziali risposte (non le uniche possibili):

  • mettiamo caso che si opti per chiudere i confini, impedendo l’accesso a qualsiasi richiedente asilo (lasciamo stare quali siano le motivazioni che spingono a farlo). Questa scelta potrebbe essere stata intesa come logica e libera da parte di chi la compie. Ma se non mente a se stesso, non può non ammettere che sia ingiusta, almeno nei confronti di chi meriterebbe una possibilità di vivere dopo l’inferno che abbia effettivamente vissuto nel suo Paese.
  • La seconda ipotetica scelta è quella di valutare l’impatto della propria decisione in vista di una futura votazione e di optare quindi per accontentare il maggior numero, con la speranza di vedere incrementata la propria possibilità di vittoria. Ciò potrebbe essere visto come logico e giusto, ma non sarebbe libero in quanto guidato dalla volontà altrui e non dalla propria. E potremmo sollevare dubbi anche sulla sua effettiva etica.
  • Infine, un possibile scenario è quello di decidere in base alla propria testa, scegliendo quindi in libertà e secondo (propria) morale. Lo sfavore, però, andrebbe alla razionalità, per la quale una scelta di tale proporzioni non può avere una base soggettiva.

Sembra una situazione senza via d’uscita. Iniziando a riflettere, la nostra vita è costellata di scelte di questo genere. Anzi, mi verrebbe da dire che ogni scelta ha queste implicazioni.
A ben vedere, inoltre, questo è il problema fondamentale della Democrazia: sopravvivere cercando di permettere la convivenza delle tre. Il Contemporaneo sembra ne stia sancendo la definitiva sconfitta.
Spesso la soluzione più semplice è quella di sacrificarne una (o addirittura due) in favore delle/a altre/a. La maggior parte delle volte che si compie quest’annullamento lo si fa secondo utilità: maggior risultato con il minimo sforzo o massimizzazione degli utili. Queste due regole sono la base della razionalità economica, che ormai permea ogni ambito della Società.
Ironico come la Democrazia abbia permesso liberamente la negazione di ciò che aveva promesso di salvaguardare, no?

Proviamo ora a tentare di risolvere la questione, consapevoli di non avere in mano nessuna chiave per riuscire ad uscire da questa cella. Perché quella prigione è la realtà che permea ogni singola sfaccettatura del nostro vivere sociale e privato. È un sistema di equazioni a tre variabili che – ora come ora – dà come risultato un insieme vuoto, ovvero esprime una impossibilità.
Un inizio può essere quello di riflettere sul perché questo sistema dia quel risultato. La risposta che mi è venuta in mente si basa sulle condizione di esistenza. Ci siamo dimenticati il dominio, il campo di esistenza all’interno del quale queste equazioni si possano dare, possano essere realtà.

Tradotto in termini linguistici dobbiamo domandarci se sia giusto eliminare la morale per poter far sopravvivere Libertà e Razionalità.
A prima vista abbiamo una contraddizione in questa frase: come posso togliere la morale se la mia domanda inizia con un giudizio di tipo morale? Ma è proprio in questo che si basa la forza di questa riflessione: riconoscere la contraddizione apparente come necessaria per la descrizione della realtà. Appena compresa questa sua caratteristica, la sua funzione annullante perde lo scettro in favore di una dimostrativa. Elimino la Morale dall’equazione come variabile perché la inserisco nel campo di esistenza.
Il passo successivo è di svolgere la stessa operazione con le altre variabili per produrre le seguenti domande: sono libero di eliminare la Libertà in favore della Morale e della Razionalità? Oppure: è logico eliminare la Razionalità per fondare la Morale e la Libertà?
Il gioco nelle tre è sempre lo stesso. Il risultato? Incerto.

 

Massimiliano Mattiuzzo

[Immagine di Martin Reisch]

 

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Etica formativa o dar forma all’etica?

Sbagliando si impara. Neanche a dirlo. Un errore tira l’altro, come le ciliegie, e si fa esperienza di come vanno le cose nel mondo, quali sono le cose da rispettare, come è meglio comportarsi in date situazioni. Procediamo a tentoni, come in una stanza perennemente buia immersa nella statistica e nella speranza che le cose siano calcolabili. Così dovremmo, in teoria, diventare dei bravi umani.

Umani o calcolatori? La perfezione del calcolo in realtà non è propriamente nostra, non si addice ad un essere imperfetto che è continuamente manchevole. La tensione verso il controllo, il tentativo di dire il mondo in una formula sì, fino a volerlo dominare come scriveva Nietzsche in relazione alla Volontà di potenza. Il nostro è un procedere secondo induzione, ovverosia se una cosa solitamente succede in un modo si ipotizza che essa continuerà a seguire quella data logica portando a quelle date conseguenze. Se premo l’interruttore la luce si accenderà e non esploderà il pianeta. Questa è la nostra massima idea di certezza. Siamo completamente immersi nella logica probabilistica pur rifiutandola in nome di un vero e proprio rigore scientifico.

Eppure la stessa scienza ultimamente viaggia su terreni altrettanto pericolanti. Basti pensare all’introduzione della meccanica quantistica capace di spazzare via le certezze e precisioni che ci si aspetta dall’atteggiamento scientifico. Il fisico teorico Carlo Rovelli in Sette brevi lezioni di fisica (2014), nella seconda lezione sui quanti, ci espone in modo semplice e accessibile l’avvento dell’indeterminatezza nel mondo della scienza. Da Planck fino a Bohr, passando per Einstein si incomincia a pensare ad elementi quali l’energia della luce come qualcosa di discontinuo e caratterizzato da numeri finiti di quanti, descritte da Rovelli come mattoncini di energia. Dunque introducendo qui la discontinuità si potrebbe pensare di star abbandonando il campo scientifico per addentrarsi in una disquisizione filosofica. Ebbene grandi fisici del ‘900 come Einstein, Planck, Bohr e Heisenberg non disdegnavano la filosofia e il contributo che essa poteva e avrebbe dovuto dare più avanti alla scienza.

La sola possibilità di una discontinuità delle cose, delle energie che ci circondano e che formano quel reale che vediamo, sposta l’attenzione dell’uomo dall’atteggiamento di scientificità e dagli oggetti per come ci appaiono. Siamo forse abituati a considerare esistenti le cose che nominiamo e che si sono scoperte, ponendo in loro un essere continuo, eppure lo stesso Heisenberg è pronto a minare le nostre certezze ipotizzando che un elettrone possa non esistere sempre. «Ma come? Se una cosa esiste non può passare da un momento all’altro alla non-esistenza!» Direste voi o Parmenide. Ancora Rovelli scrive «Heisenberg immagina che gli elettroni non esistano sempre. Esistano solo quando qualcuno li guarda, o meglio quando interagiscono con qualcosa d’altro»1.  È la relazione che permette l’individuazione, seppur probabilistica di un dato elemento. Senza interazione con l’altro un elettrone non è in nessun luogo, come un albero che per noi sparisce se gli voltiamo le spalle. Non più oggetti ma relazioni. La vita può essere anche solo relazione.

Dunque la logica probabilistica entra di prepotenza nelle teorie scientifiche, ora precise, domani magari non più.

Ritornando all’esperienza umana il collegamento è servito da quel fattore imperfetto e assolutamente impreciso, forse ignorante come esposto sempre da Rovelli nell’ultima lezione, ovverosia Noi. Siamo esseri umani e l’indeterminatezza ci domina ma su di essa abbiamo costruito modelli, teorie, palazzi e vaccini. Per prove ed errori, si costruisce il nostro edificio esperienziale, assolutamente aperto all’imprecisione e alla possibilità che esso non sia rappresentazione fedele e affidabile. Ma noi poco filosofi rispondiamo “chi se ne frega!”. Potremmo ricadere in errore nel nostro percorso eppure è l’errore stesso la condizione del nostro percorso, la ragione del suo avanzamento e miglioramento.

Sbagliare per imparare o imparare per sbagliare dunque?

Ad ogni modo, qualunque sia l’esito di una nostra azione l’apprendimento sarà sempre parte delle conseguenze. Schopenhauer ne Il mondo come volontà e rappresentazione scriveva che la filosofia è sempre teoretica. Un amico filosofo una volta mi disse che per lui invece la filosofia è sempre morale, sempre etica. Ricollegandomi al discorso sull’apprendimento sempre presente, credo che da una filosofia sempre etica se ne ricavi sempre un valore formativo, poiché l’etica è essenzialmente formativa nella sua determinazione attraverso conflitti, dibattiti e opposizioni. Etica come percorso, come processualità che necessita di contraddizioni, momenti che al suo interno vogliono essere superati e interiorizzati. La derivante formazione, però, non è una composizione immediata, bensì, anch’essa, un processo che si compie nell’arco di tutta la vita, richiamando alla prospettiva del lifelong-learning, ovverosia apprendere per tutta la vita. Dunque come miglioramento e sviluppo della persona ad essa se ne dà man mano una forma. Ivi si compie la continua realizzazione di una persona secondo il suo darsi forma, dar forma all’essere, non a caso lo stesso Aristotele poneva nella forma la caratteristica fondamentale della sostanza. Forma per cui la materia è una determinata cosa, aprendo alla particolarità di ciascuno secondo il proprio modo e non un altro.

Il risvolto pedagogico-formativo si fa carico di un atteggiamento morale e risolve la sua indeterminatezza, la sua potenziale fallacia superata dal coraggio del porre, consci della propria imperfezione, tendenti verso il massimo a cui si possa tendere.

Qual è dunque il valore della filosofia o dell’etica così lontane dalla precisione e considerate di inferiore portata rispetto a scienze che comunque non ci danno risposte certe, e ancora di più non riescono a soddisfare quella fame, quella curiosità e voglia di realizzarsi definitivamente?

Credo che ognuno si sia già risposto da solo (o almeno cercherà di farlo fino a quando… fino a quando?)

 

Un grazie all’amico Emanuele Lepore

 

Alvise Gasparini

NOTE
1 Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica.

[Immagine tratta da Wired]

 

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Il mondo è bello perché è vario

“Chi sa non parla”, diceva Lao-Tzu, e per molto tempo sono stato propenso a credere fermamente in questa asserzione. Ma come ogni altra cosa le idee sono mobili e le convinzioni sempre opinabili, giacché è difficile incontrare nel mondo terreno un essere dalla mente stolida e onnisciente. Il sapere – o almeno l’autostima che questo malleabile sistema psichico-emotivo suscita in chi crede di possederlo – si configura nel continuo e instancabile movimento delle sinapsi e della volontà, la quale orienta l’interesse della persona verso questa o quell’altra direzione a seconda delle necessità di una data coordinata spazio-temporale. In questo senso il sapere non è mai definitivo, sia perché noi per primi siamo esseri limitati da un’architettura fisiologica e culturale che rende numerabile la qualità dei nostri pensieri, sia perché una congettura non è mai separabile dall’interferenza strumentale e precritica del soggetto considerante, al punto che capita ogni tanto che qualcuno capisca solo quel che vuole capire.

Considerato ciò, diventa difficile, se non ipocrita, dogmatizzare il sapere come una competenza astratta, completa e sempre giusta, cui ci si può comodamente appellare dopo qualche anno di studio; esso è invece sempre diveniente e irrequieto, sempre curioso di scovare altre domande da porre e di scoprirne le possibili risposte, dal momento che una sola è spesso insufficiente. Ne deriva che l’essere umano, in quanto animale razionale capace di astrazione e pensiero associativo che creano almeno delle parvenze di sapere, è un essere in fieri, sempre spossato dall’incompletezza, per il quale fermarsi a venerare un unico idolo equivale in un certo senso alla morte storica e produttiva, alla stanchezza morale. L’essere umano si significa continuando a camminare, a intervenire, a indicare il proprio male per porvi rimedio, e sebbene si pensi che la saggezza più ammirabile si riscontri, ad esempio, nel raccoglimento pacifico di un tempio tibetano, in realtà la sola interiorizzazione rischia di compromettere radicalmente la propria prassi significante del mondo, quella prassi che cioè evoca sempre formule inedite per esercitare un dominio operante e partecipe della nostra civiltà.

Occorre precisare che la succitata frase di Lao-Tzu è da inserirsi nel suo particolare contesto, in quanto il silenzio del saggio è per il filosofo dovuto all’inesprimibile e parossistica dialettica di vuoto tutto e pieno nulla che da sola orchestra l’intero universo. In questo senso l’assoluto metafisico diventa solo materia di astrazione, di opinione, di filosofema insignificante, in quanto ogni tentativo di nominarlo cadrà nel fallimento. E non si può che dargli ragione su questo proposito, se non fosse per il fatto che ciò non debba comportare meccanicamente l’abbandono di qualsiasi speculazione. Lao-Tzu disse anche che “Chi non sa parla”, e pure questa è una grande verità, sebbene, lungi da quel che si può credere, è svuotata di qualsiasi carica accusatoria. Nessuno di noi sa, e tutti quanti noi parliamo per comunicare il nostro punto di vista e la nostra esperienza al fine non solo di cercare di organizzare la nostra persona, ma anche di esternarla agli altri e di accogliere in noi le altrui personalità. Se poi interpretiamo la massima nel senso di un consiglio spassionato a coloro che credono di sapere, allora questa si tinge di peccato e svogliatezza, poiché trasforma l’intelligenza in un esclusivismo auto-erotico. L’intelligenza non è premessa della propria elitarietà, bensì responsabilità continua e vacillante che deve soccorrere i naufraghi ispirando i rematori con le migliori direttive. In questo senso, il silenzio del saggio, di colui che sa e che può aiutare, diventa colpa e illusa emulazione di un egoismo divino che di per sé non esiste. Come le particelle atomiche che non sono osservabili se non durante l’interazione tra loro, così anche noi esseri umani nel nostro isolamento restiamo latenti e inconoscibili.

Si può affermare che la Via innominabile di cui parlava Lao-Tzu sia l’eternità; dunque cercare di spiegare l’eternità è cosa impossibile. In effetti non possiamo giungere a una definizione esauriente di questa poiché, di fatto, essa comprende qualsiasi tipo di spiegazione, e quindi nessuna. L’eternità diventa così una specie di noumeno kantiano mancato. Il punto è che l’eternità è l’ambizione atemporale dell’essere umano, il suo amore senza tempo, tanto platonico quanto concretamente stimolante. L’essere umano è volontà trascendentale di eternarsi, qualunque sia l’idea che un individuo si faccia di eternità, e l’impossibilità di raggiungere questo stato è ciò che gli permette di generare interi mondi culturali. L’eternità in questo senso è un cenno continuo, un tentativo tormentato di nominare l’armonia di ogni cosa, e l’afflato speranzoso che vuole solo riscattare le sue colpe, ma che invece non approda mai, definitivamente, da qualche parte. È come la caccia alla balena bianca che ci logora la vita e che può portare un individuo al suicidio qualora non fosse capace di restare coi piedi per terra.

Il cenno è la nostra realtà e la nostra condizione, e l’eternità, l’assoluto e la Via, quelle fantasmagorie fatte di sogno che in virtù di ciò non si realizzeranno mai. Ma in questa dicotomia sta anche quel che permette lo sviluppo ribelle della vita, che invece di deprimersi continua a interagire con la propria terrenità e spiritualità per imparare a conoscersi e accettarsi. Così insistendo si emancipa dalla pigrizia dei morti e debella così il rischio sgomentante di anticiparsi una insensata fine del mondo, quella fine cioè che se da una parte è morte assurda e priva di ragione che sprona seducente a negare la propria prassi domandante, dall’altra è l’apocalisse radiosa di un saggio imperturbabile che nel suo piatto e cosmico silenzio guarda la gente annegare e le stelle collidere.

 

Leonardo Albano

 

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Il sonno della ragione genera mostri

Incisione quanto mai attuale, quella di Francisco Goya, nel suo significato. Per rendersene conto basta riflettere su ciò che accade regolarmente nei nostri tempi, che esemplificherò tramite tre fatti − due di cronaca ed uno giudiziario − da poco successi.

Il primo è il caso di un uomo disabile annegato in un laghetto vicino alla cittadina di Cocoa, non distante da Orlando in Florida, il 9 luglio scorso. Il tutto è avvenuto sotto la luce di un gruppo di adolescenti, che lo filma ridendo ed aspettando che le sue disperate forze di sopravvivere terminino e scompaia sotto la superficie. In quello Stato non esiste il reato di omissione di soccorso: «“Ci abbiamo provato a cercare un modo per punirli, ma non esiste una legge nel nostro Stato che loro abbiano violato” ha spiegato Yvonne Martinez, portavoce della polizia. Jamel Dunn, la vittima di 31 anni padre e marito, ha gridato e chiesto aiuto […] Potevano chiamare il 911, sono invece rimasti a ridere tutto il tempo. Durante l’interrogatorio”, ha aggiunto Martinez, “in loro non c’era nessun rimorso, solo una risatina ironica”»1.
Queste parole fanno venire i brividi. Com’è possibile? Come si può non solo rimanere insensibili ma addirittura divertirsi alla vista di un uomo che affoga?

I prossimi due riguardano invece il nostro Paese.

Infatti, «Scadrà tra pochi giorni l’interdizione dai pubblici uffici scattata con le pene inflitte cinque anni fa ad alcuni poliziotti condannati dopo i fatti della scuola Diaz di Genova e la vicenda dell’introduzione nell’edificio delle false molotov durante il G8 del 2001. Alcuni sono già in età  pensionabile, mentre altri potranno essere reintegrati. Tra questi l’ex capo dello Sco Gilberto Caldarozzi, l’ex dirigente della Digos genovese Spartaco Mortola e il funzionario di polizia Pietro Troiani mentre Massimo Nucera, il poliziotto che raccontò di aver ricevuto una coltellata, è già  stato reintegrato»2.
Questi fatti si commentano da soli. Come si fa ad avere fiducia nelle istituzioni se è permesso che chi si è macchiato di questi reati − per non parlare di tutte le incredibili assoluzioni − possa tornare per strada?

Infine, leggendo il sito del Corriere della Sera, si scopre che una coppia omosessuale napoletana aveva prenotato on-line in un Bed&Breakfast calabrese ed inizialmente avevano concluso la prenotazione. In seguito avevano contattato tramite WhatsApp il proprietario per delle informazioni e ad un certo punto la risposta del titolare raggela chi la legge: “Non accettiamo gay e animali. Mi perdoni ancora”.
Delle tre quella che mi ha colpito più di tutte è stata forse quest’ultima, per un motivo ben preciso. Al tempo del Nazismo, in Germania, si era soliti leggere all’entrata dei negozi “vietato l’ingresso ai cani e agli ebrei”. La somiglianza fa riflettere.

Nel contemporaneo gli spunti di riflessione che abbiamo a disposizione sono praticamente infiniti: media, blog, social network, convegni, conferenze, dibattiti, mostre, musei e chi più ne ha più ne metta; eppure, sembra che alla costante crescita di disponibilità si accompagni un sempre maggiore disinteresse delle potenzialità. Ci concentriamo solo sull’aspetto superficiale dei social, condividiamo principalmente le notizie divertenti o curiose, snobbiamo la cultura e la releghiamo all’interno delle università, dei musei o di materie cui gli studenti rivolgono sempre meno interesse e ci nascondiamo quando durante un dibattito viene chiesta la nostra opinione.
È come se rifiutassimo l’idea che la nostra ragione sia un vaso da riempire con conoscenze, esperienze ed interessi. Rifiuto categoricamente il pensiero che il raziocinio sia una caratteristica innata, che abbiamo a disposizione come già data e immobile.
Piuttosto, essa è una capacità la cui base è presente dentro di noi ma che, come ogni capacità, per esprimersi, ha bisogno di un allenamento costante e di un impegno faticoso. Faticoso sì, perché pensare non è facile: mettere in discussione se stessi, le proprie opinioni e sicurezze è un lavoro duro e che necessita di tempo per dare i suoi frutti.
Ma nonostante le sue difficoltà è la caratteristica che più ci rende umani secondo Aristotele e − possiamo aggiungere − anche più felici.
La sua mancata espressione porta − a mio modo di vedere − alla nascita di umani che tanto umani non sono.
Come possiamo chiamare umani quei ragazzi che lasciano affogare un − questo sì − uomo? Come possiamo chiamare umani individui che per liberare la loro violenza massacrarono dozzine di − loro sì − uomini, donne, vecchi e ragazzi totalmente disarmati e innocenti alla Diaz? Come possiamo chiamare umana una persona che associa una coppia di − loro sì − uomini ai cani e nega loro l’entrata come all’epoca del Nazismo? E noi − uomini veri − vogliamo continuare a subire la non-umanità di altri e a trasformarci in essi o vogliamo coltivare la razionalità, vivere la cultura e sperimentare la morale?

 

Massimiliano Mattiuzzo

 

NOTE:
1. Il Messaggero.it, 22 luglio 2017
2. Il Mattino.it, 19 luglio 2017

[Immagine tratta da google immagini]

 

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Sikh fiat

Nel 2015 un cittadino mantovano di origini indiane era stato multato perché fermato, due anni prima, mentre girava per strada armato di coltello. La lama in questione era in realtà un kirpan, il pugnale sacro che nella tradizione Sikh simboleggia l’essere sempre pronti a intervenire in difesa dei deboli, e portarlo nella cintura è un obbligo religioso: in nome della libertà di culto, l’uomo si era appellato alla Corte di Cassazione, ma la sentenza dello scorso 16 maggio dà ragione alle autorità mantovane, riconoscendo la tutela della sicurezza come valore superiore.

Impedire a privati cittadini di girare armati, in conformità con le leggi vigenti, non suscita in sé nessuno scandalo: «Se l’integrazione non impone l’abbandono della cultura di origine […] il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante», conclusione con cui è difficile essere in disaccordo. Quello che stupisce, della sentenza, è la posizione politica che ne emerge, e che dà direttive ben più generali del caso specifico. La Suprema Corte, infatti, arriva ad affermare che «è essenziale l’obbligo per l’immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e quindi della liceità di essi in relazione all’ordinamento giuridico che la disciplina».

Il rischio di strumentalizzazione di una sentenza di questo tipo è evidente, specie in un periodo di paranoia generalizzata. Oltre a questo, però, rimane una preoccupante ambiguità di fondo: se si sollevano pochi dubbi parlando di leggi e norme, quando si tocca l’ambito dei valori la questione si fa più problematica. Non solo diventa molto più complesso, in termini strettamente giuridici, valutare una situazione di “valori confliggenti”, ma la battaglia in questione sarà comunque persa in partenza.

In una logica di pensiero religioso, il valore morale ha e avrà sempre la priorità su qualsiasi legge o norma “mondana”, indipendentemente dalla religione di appartenenza e dallo Stato di provenienza e/o accoglienza. Anche qualora la prospettiva per l’infrazione di una legge dovesse essere il carcere o, in casi estremi, la pena capitale, sull’altro piatto della bilancia rimane una dimensione di eternità infinitamente superiore.

Precedenti storici, filosofici e culturali abbondano, in questo senso: si pensi ad esempio all’Antigone di Sofocle, in cui l’eroica protagonista accetta di buon grado di morire di fame e di stenti per non contravvenire alla norma (sacra) della pietà verso un consanguineo, pur infrangendo così le leggi di Tebe. In ambito biblico, nel Secondo libro dei Maccabei, i sette fratelli protagonisti si lasciano torturare e uccidere uno dopo l’altro pur di non cedere alle richieste del re seleucide Antioco e mangiare carne di maiale, proibita dalla religione ebraica. In tempi più recenti, numerosissimi sono stati quelli che, rispondendo principi religiosi o semplicemente morali, hanno scelto di trasgredire alle vigenti leggi razziali e di nascondere cittadini perseguitati, ebrei in primis, sotto il regime nazifascista.

Dare per scontato che la minaccia (anche legale e legittima) di una pena sia in sé sufficiente a fare abbandonare usanze e costumi ritenuti sacri, è un grave segno di miopia in una società laicizzata che non comprende più la dimensione del sacro. Quando ciò che si richiede in cambio di una simile rinuncia è l’assunzione di “valori” sempre più nebulosi e meno condivisi, e soprattutto considerati a volte “disvalori” da altri popoli e culture, il risultato si preannuncia fallimentare. Possiamo decretare che «non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori […] porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante», possiamo perfino trovare un punto di incontro se l’oggetto del contendere è un pugnale rituale che, per quanto ne sia proibito l’uso per fini aggressivi, è effettivamente minaccioso e potenzialmente pericoloso. Quello che non potremo mai fare, però, è influenzare o modificare principi etici e scale valoriali, specie se per i diretti interessati la posta in gioco è infinitamente più alta che la prigione o la vita stessa.

Giacomo Minnini

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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La scelta democratica è morale?

«La forza è la prima legge della Natura, indistruttibile. Il mondo non può essere costituito che su la forza, tanto nei secoli di civiltà quanto nelle epoche primordiali. La Natura è iniqua. Noi siamo i prodotti della Natura: non possiamo dunque aspirare alla giustizia, ribellandoci alla nostra causa stessa. Chi reclama e sogna e profetizza è un ingenuo o un retore. Se fossero distrutte da un altro diluvio deucalionico le razze terrestri e sorgessero nuove generazioni dalle pietre, come nell’antica favola, gli uomini si batterebbero tra loro appena espressi dalla terra generatrice finché uno, il più valido, non riuscisse ad imperare sugli altri»¹.

Sembra Nietzsche, ma questo breve estratto è di D’Annunzio, scritto nell’anno 1892. Il poeta italiano si sta interrogando sulla democrazia, considerata adatta solo a spiriti deboli:

«Giova forse prolungare la vita dei miserabili? A che? Preoccuparsi della folla a detrimento dei “nobili” non sarebbe come trascurare gli arbusti più vigorosi, in una selva, per curare qualche virgulto povero di linfa o qualche erba vile?»2.

Effettivamente, posta su questo piano, chiedendo ad un qualsiasi coltivatore quali piante promuove nei suoi campi e quali invece abbandona − o addirittura estirpa − la scelta sembra quasi obbligata. L’uomo occidentale, invece, ha “scelto” l’uguaglianza come base dell’organizzazione statale e la necessaria conseguenza di questa decisione è la democrazia. A questo proposito D’Annunzio ci dice:

«Per fortuna lo Stato fondato sulle funzioni del suffragio universale e dell’uguaglianza, cementato dalla paura, non è saltato una costruzione ignobile ma è anche precaria».
«Su l’uguaglianza economica e politica, a cui aspira la democrazia socialista e non socialista, si andrà formando un’oligarchia nuova, un nuovo reame della forza; e questo gruppo a poco a poco riuscirà ad impadronirsi di tutte le redini per domare le masse a suo profitto, distruggendo qualunque vano sogno di uguaglianza e di giustizia»3.

«Pillola rossa o pillola blu?»
Questa domanda, posta da Morpheus a Neo nel celebre film Matrix, può essere paradigmatica per ogni tipo di scelta a cui andiamo incontro.
Quante variabili concorrono nel momento in cui dobbiamo decidere qualcosa? Infinite, ma penso che possano essere organizzate in due categorie fondamentali: motivazioni interne ed esterne. Alcune di queste sono però singolari, poiché sfuggono a questa classificazione inserendosi in entrambi gli ambiti. In particolare, emerge prepotentemente la morale.
Quanto influisce la morale in una scelta? Se poi ci concentriamo in una di quelle decisioni che più ha influito e tutt’ora condiziona la vita degli uomini − l’organizzazione dello Stato − questa domanda assume una notevole intensità.

Può esistere un “a-priori della scelta” che non sia morale e che non sia il bisogno? Possiamo cioè configurare una qualche funzione logica che ci guidi nelle scelte, che possa essere usata come minimo comune denominatore nelle decisioni?
Mi spiego meglio con un esempio: in logica si passa da un classico e ormai nauseante sillogismo come “Tutti gli uomini sono mortali; Socrate è un uomo; quindi Socrate è mortale” ad una formula che lo esprime formalmente, cioè che può valere non solo con questi particolari elementi ma con qualsiasi termine che configuri quella inferenza. Nel nostro caso la formula è: ∀x(U(x)→M(x)) dove “∀” significa “per ogni” e quindi “tutti”, U(x) è la proprietà di essere uomo posseduta da un x, “→” esprime la relazione “se… allora…” e M(x) la proprietà di essere mortale posseduta da un x.

Sempre D’Annunzio continua:

«L’eguaglianza e la giustizia sono due astrazioni vane, e le dottrine che ne derivano sono inaccettabili dagli uomini superiori.
L’aristocrazia nuova si formerà dunque ricollocando nel suo posto d’onore il sentimento della potenza, levandosi sopra il bene e sopra il male»4.

“Levandosi sopra il bene e sopra il male”. Proprio questo è il punto: elevarsi dalla morale, da una giudizio che sia in qualche maniera condivisibile o meno.
E cosa ha portato, secondo il poeta, a questa scelta da parte degli uomini? Qui il debito verso Nietzsche è più forte che mai:

«[…] una fra le ragioni del general decadimento sta in questo: che l’Europa intera ha ricevuta la sua definitiva impronta dalla nozione del bene e del male presa nel senso della morale degli schiavi.
Due sono le morali: quella dei “nobili” e quella del gregge servile. Ora, poiché in tutte le lingue primitive nobile e buono sono termini equivalenti e poiché la parola nobile è anche una designazione di classe, ne vien per conseguenza manifesta che la casta dei signori ha la prima nozione del Bene. Tutta la loro morale ha la sua radice nella sovrana concezione della loro dignità e tende alla glorificazione superba della vita.
La genesi del Bene è necessariamente diversa nello schiavo. Per istinto, egli diffida di ciò che il signore chiama il Bene; poiché in fatti ciò che per costui merita un tal nome è cattivo per lo schiavo e quindi rappresenta il Male.
Ma pur troppo la morale degli schiavi ha vinto l’altra»5.

Non c’è dubbio che la scelta abbia, almeno ad una prima analisi o per una sua parte, una genesi ed un lascito morali. Ciò, però, non deve farci ricadere in una valutazione su di essa se sia “giusta” o “sbagliata”, altrimenti riprodurremo una scelta morale. Il punto è che in forza di questa sua caratteristica la democrazia è l’unico ordinamento politico che permette la sua autocritica, e proprio questo è uno degli elementi da sempre sottolineati da chi vuole difenderla.
Tutto sta − a mio parere − nel tentare di “elevarsi”, appunto, per capire dove ci sta portando. Se effettivamente questa nuova oligarchia si stia impadronendo «di tutte le redini per domare le masse a suo profitto, distruggendo qualunque vano sogno di uguaglianza e di giustizia».

Siamo così sicuri che sia stato «detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora»6?

Massimiliano Mattiuzzo

NOTE:
1. 25-26 settembre 1892, “Il Mattino”, ora in Gabriele d’Annunzio, Scritti giornalistici 1889 – 1938, vol. II, pp. 86 – 94, Mondadori, Milano 2003.
2-5. Ibidem.
6. Celebre aforisma di Winston Churchill.

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Feriti da parole: “Parole O_Stili” contro gli haters del web

Scelgo le parole con cura.

«Odio come strumento politico» (Laura Boldrini).

«Non nutrire il Troll. Non regalare visibilità. Più ‘noi’ che ‘io’. Humor e temi positivi» (Annamaria Testa).

«L’uso modesto delle parole diventa uso modesto delle idee» (Franco Cesati).

«La bugia può percorrere mezzo mondo prima che la verità si metta i pantaloni» (Winston Churchill).

«Prendersi cura dell’ostilità. Comunicare è farsi capire da chi non è d’accordo» (Bruno Mastroianni).

«Restituire alle parole il loro significato. Aristocrazia delle competenze» (Lorenza Alessandri).

«L’ostilità che il web riflette, non l’ha creata» (Massimiliano Gallo).

«Penso che nel giornalismo occorra fare ecologia dell’informazione» (Anna Masera, giornalista).

Sono alcune delle frasi che mi sono appuntata durante la due giorni dell’evento Parole O_Stili che si è tenuto a Trieste il 17 e 18 febbraio 2017. Parole che tracciano lo stile (scusate il gioco di parole) del progetto dal quale è nato l’evento. Ad un certo punto della scorsa estate, un gruppo di creativi, docenti e comunicatori ha ritenuto di interrogarsi e di riflettere sui moti d’odio, sugli eccessi di rabbia e di aggressività che si riversano sul web. In particolare sui social media.

«Se è fottutamente vero che i social network sono luoghi virtuali dove si incontrano persone reali, allora viene da domandarsi chi siamo e con chi vogliamo condividere questo luogo – così i promotori hanno spiegato il progetto -. Parole O_Stili ha l’ambizione di essere questo: l’occasione per ridefinire lo stile con cui stare in rete e magari diffondere il virus positivo dello “scelgo le parole con cura”, perché “le parole sono importanti”».

In quei due giorni ho avuto di interrogarmi sul peso delle parole e sulla responsabilità che comporta scrivere. Su un giornale o su un social network, poco cambia. L’odio corre sul filo che unisce la tastiera al video. Anche l’amore, certo, ma la forza degli haters batte ancora quella dei lovers. Le notizie di cronaca nera fanno più clamore e sono più lette delle altre. Altrimenti non saremo qui a discuterne. Purtroppo non esiste una bilancia per riconoscere universalmente e con certezza il peso delle parole, se non la nostra coscienza, la nostra morale, il nostro grado di umanità. Il linguaggio dei social manda un riflesso della società di oggi, fatta di chiusure, muri che si alzano, arroganza che batte la gentilezza. Chi ha aderito al Manifesto della Comunicazione non ostile presentato a Trieste non è certo uno stinco di santo, ma è consapevole che sia necessario un cambio di rotta per riportare la conversazione su binari meno disumani. Nelle settimane precedenti l’appuntamento di Trieste, è stata data al pubblico la possibilità di scegliere le definizioni per ciascuno dei dieci principi che compongono il Manifesto. Una sorta di decalogo delle buone maniere quando si scrive, in particolar modo sui social. Ecco il risultato:

 manifesto_parole-ostili_la-chiave-di-sophia

Niente “Peace & Love” bensì dieci dritte di buona educazione nella comunicazione scritta. Perché, scomodando i latini, Verba volant, scripta manent. «La ferita provocata da una parola non guarisce» è stato il motto dell’evento. Quando siamo davanti al video e sfioriamo la tastiera dovremmo ricordarci che non siamo dei pistoleri dallo sparo facile in un saloon del Far West. Anche se i colpi sparati con le parole possono uccidere come quelli di una pistola.

Elisa Giraud

Qui per approfondire il progetto Parole Ostili

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Vita e Morale: una dura scelta

Recentemente mi è capitato di leggere un’ intervista di Shady Hamadi per il Fatto Quotidiano, realizzata intervistando Mazen AlHummada, ingegnere petrolifero che lavorava per una compagnia d’estrazione francese che aveva appalti a Dar Al Zour, in Siria. Nel suo triste resoconto ci racconta di essere stato arrestato due volte a causa di una manifestazione nel 2011: «In entrambe le occasioni, la prigione è stata una passeggiata: solo calci e bastonate», spiega, «per uscirne in piedi bastava la promessa all’ufficiale di non “prendere più parte alle manifestazioni dei terroristi”, così ci chiamavano le autorità». E precisa: «Noi volevamo, allora come oggi, un Paese per tutti i siriani».
Ciò che lascia senza parole sono i fatti successivi: venuto a conoscenza di un suo imminente arresto si trasferisce a Damasco. Qui si dà da fare per procurare aiuti umanitari per la popolazione e nel 2013, quando aiuta una dottoressa dei sobborghi a trovare del latte in polvere di cui aveva bisogno, viene arrestato. Senza sapere le accuse del suo arresto, per settimane condivide una cella di 12 metri per 7 con altre 170 persone fino a che non viene condotto davanti ad un ufficiale che gli intima di confessare i suoi crimini: traffico d’armi, lotta armata e terrorismo, tutti puniti con la morte.
I resoconti della sua prigionia sonno terribili: appeso a 40 centimetri da terra sotto il sole cocente per ore mentre veniva bastonato con ferri arroventati; un minuto di tempo per andare in bagno ogni 12 ore (pena la morte), per raggiungerlo dovevano attraversare due ali di guardie che picchiavano i detenuti; racconta che la tortura peggiore è stata quando «mi hanno stretto i genitali e mi hanno sodomizzato con una staffa di ferro». E ancora: «morivano almeno due persone al giorno dall’asfissia e le condizioni igieniche nella cella. A turno, dovevo tirare fuori i corpi e gettarli nell’angolo della spazzatura».
Infine, quando non riesce a mettersi sull’attenti in segno di rispetto durante una visita del capo del carcere alle celle a causa delle botte ricevute, viene trasferito nell’ospedale militare di Damasco, sezione 601, dove prenderà il nome di “numero 1858”. Un luogo in cui i prigionieri erano a disposizione di medici ed infermieri per vari tipi di iniezioni. Qui i carcerieri lo obbligarono a urinare sui cadaveri ammassati in bagno.

La prima reazione che ho avuto è stata quella di pensare: “siamo nel 2017 e ancora capitano queste cose, com’è possibile?”.
Poi mi sono reso conto di come il mio interrogativo non potesse essere posto in maniera più errata: ogni volta che pensiamo: “siamo nell’anno xxxx e…” pecchiamo di superficialità per almeno due volte. La prima, forse meno grave, è quella di preservare il gesto estraniandolo dal tempo e quindi in qualche modo − e forse paradossalmente − attenuando i fatti invece di conferire loro più gravità. La seconda, ben più pervasiva e incidente nella nostra vita, è quella di non solo dare per scontato che ci sia un progresso nella storia dell’uomo, ma che questo progresso coinvolga anche la nostra morale, la nostra etica. Come a dire che gli uomini contemporanei hanno più elementi morali a loro disposizione per capire non solo che questi fatti non dovrebbero accadere, ma che il motivo è che essi siano sbagliati.
Ma chi l’ha detto? Ogni volta che pensiamo che con lo scorrere degli anni gli uomini non solo possano ma addirittura debbano evolversi moralmente − a mio modo di vedere − commettiamo una grandissima violenza nei confronti della nostra umanità. Ed è questa una delle cause per cui, ad esempio, abbiamo dovuto aspettare fino al 5 settembre 1981 per vedere finalmente abrogate le disposizioni in merito al delitto d’onore in Italia.
Ogni volta che affermiamo “i tempi non erano ancora maturi” apriamo uno spiraglio alla possibilità che per ottenere dei diritti ci siano un tempo ed un luogo adatti. Adatti! Come un clima per una specie di animale o un colore per un mobile. Ogni tempo è adatto! E questo perché esso non esiste, almeno non nella misura in cui scandisca una fantomatica evoluzione, un dispiegarsi di possibilità che forse, magari, chissà io e te non siamo poi così diversi.
Umani, troppo poco umani, per scherzare con Nietzsche.

Andiamo ancora più in profondità: è così necessaria una morale? A guardar bene, quanto detto fin qui non fa altro che presupporre ciò che cerca di negare, perché è ancora inserito in un contesto morale. Riproduce la superficialità capovolgendola.
Detto in altri termini: necessito di una categoria in cui inserire questi fatti per non doverli compiere? Sono cioè obbligato a pensare che essi siano sbagliati per discostarmi da essi? (e viceversa, dovrò compiere solo azioni giuste perché sono tali?) E poi: giuste e sbagliate per chi? Per me? Per gli altri?
Riprendiamo Nietzsche: egli ci conduce attraverso un’analisi genealogica della morale e ne individua la natura psicologica e la genesi storica, che conducono ad una sua considerazione come evidente di per sé nella storia dell’uomo. Sono i valori etici e le motivazioni umane, troppo umane, a creare una morale che non è altro che uno strumento di dominio. Affidarsi alla morale significa negare la nostra capacità di saper scegliere sulla base dell’accettazione della vita. Sapendo che, comunque vada, panta rei.

Massimiliano Mattiuzzo

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Siamo buoni o cattivi?

La natura non è un’autorità morale su cui fare affidamento. Se dovessimo chiederle come comportarci in società, probabilmente ci direbbe di sbranarci: per lei merita di vincere il più forte, il più furbo, quello che si adatta meglio all’ambiente. Vedetela un po’ come volete, darwiniani o meno che siate. L’abbiamo chiesto quindi al filosofo della scienza Telmo Pievani.

Nel dubbio comunque, usciamo di casa e andiamo a chiedere maggiori informazioni a un nostro cugino, quello che è sempre informato sulle cose, lo smanettone. Lo troviamo allo zoo, con tutta la sua famiglia degli scimpanzé in una casa di vetro spesso di cui non deve nemmeno pagare le tasse.

Sono passati 6 milioni di anni dall’ultima visita, secolo in più, secolo in meno. Potremmo quasi accoppiarci a lui senza rischi di parentela ravvicinata.

Ci avviciniamo alla gabbia e lo vediamo tranquillo, amorevolmente impegnato a spulciare i suoi simili: sembra conosca altruismo, bontà, gentilezza (seppur con i suoi modi rudi e totalmente proibiti dall’umanissimo galateo).

E mentre ci commuoviamo vedendo questo simpatico quadretto di vita quotidiana, ci arriva uno schizzo di sangue a due centimetri dall’occhio, fortuna c’era di mezzo la parete di vetro.

Infanticidio, il giudice degli scimpanzé sentenzia così: si è trattato di un caso di infanticidio, anzi, non uno, ma tanti.

Altruismo e infanticidio coesistono, ma sono opposti? Antitetici? Lo Yin e lo Yang di un’unica complessità? No, per loro l’omicidio non rappresenta la faccia oscura della loro specie, è “solo” un comportamento, un’azione spontanea. Si aiutano, si spulciano alla sera dopo una dura giornata lavorativa, ma quando si infastidiscono per una lite condominiale, partono alla ricerca dei vicini da sgozzare, senza farsi troppi problemi morali.

Nel DNA da cui proveniamo troviamo questo istinto all’aggressione, alla violenza per risolvere un conflitto, un problema da cui ci sentiamo minacciati. E dire che guardando le notizie da ogni parte del mondo mi sarei quasi convinto del contrario. Ma per noi c’è di mezzo la cultura che getta ogni dibattito nel caos della scienza.

La natura attorno a noi è violenta, è un giardino selvaggio all’interno del quale non puoi mai abbassare la guardia. Anzi, abbassala pure, qualcuno ti sbranerà e nessuno piangerà la tua morte, perché saremo tutti intenti a sbranare o a farci sbranare. Eppure a un certo punto l’uomo ha costruito un recinto, ha isolato la violenza e l’ha portata dentro sotto forme diverse, o forse si è solo infiltrata tra un asse e l’altro della staccionata dell’Etica: qualcuno potrebbe comunque approfittarne per introdurre l’omicidio della suocera, tra le altre cose.

Sconsolati, torniamo a casa e ci fermiamo anche dai bonobo, altri cugini, un po’ più lontani e dimenticati pure alle cene in famiglia. Anche qui troviamo tracce di aggressività, che però è stata adeguatamente isolata grazie a un’attività tanto naturale quanto eccentrica: il sesso. Enormi gruppi di bonobo si trasformano in attori di un film porno la cui trama è – come al solito – molto semplice: un’orgia. In questo modo l’aggressività viene sedata e tutto torna alla normalità.

Ma questa forma di violenza non mi pare si sia ancora infiltrata nel nostro recinto, soprattutto da quello che sento dire sulle suocere: preferiremmo in ogni caso l’omicidio.
La nostra storia sociale ci mostra che nel recinto dell’essere umano spuntano violenza e solidarietà: tenetevele entrambe e scandalizzatevi di meno. La nostra evoluzione è per piccoli gruppi: piccoli gruppi contro piccoli gruppi, che attraggono poi altri piccoli gruppi. La solidarietà si sviluppa tra chi è dalla nostra parte e l’aggressività contro chi è fuori, un avversario. Due facce della stessa moneta. La tiriamo in alto e la facciamo roteare fino al dorso della mano, copriamo il risultato con l’altra e scegliamo: contro il prossimo uomo saremo buoni o cattivi?

 

Giacomo Dall’Ava

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