Di cosa parliamo quando parliamo di amore?

Agàpe, eros, filìa, stèrgo: quando gli antichi Greci parlavano di “amore” distinguevano, attraverso l’uso di diversi termini, l’amore come scelta e dono, l’amore come attrazione sensibile e intellettuale, l’amore come amicizia e l’amore come affetto domestico e stima.

What we talk about when we talk about love? è il titolo della raccolta di racconti di Raymond Carver, pubblicata nel 1981, tradotta in Italia per Garzanti nel 1987 e nel 2009 per Einaudi con il titolo originario di Principianti senza i numerosi interventi di taglio dell’editor della casa editrice Knopf, Gordon Lish, a metà tra legittima revisione editoriale e efferato delitto letterario.

Diciassette racconti brevi, emblemi dell’essenzialità e del cosiddetto stile minimalista e stilizzato di Carver che esplorano con un linguaggio asciutto, scabro, cinematografico e ordinario l’amore nella grigia quotidianità.

Vibra nelle centotrentaquattro pagine un senso di angoscia e di inquietudine, quella suspense del nonsense della banalità della routine in cui non accade nulla eppure qualcosa sembra che stia per accadere imminente. Una chiaroscurale epica del quotidiano da cui emana la grazia della vita in sé e forse quando parliamo di amore parliamo di questo perché Carver non affronta il tema dell’amore ma ci gira intorno davanti a un bicchiere di gin come nel racconto, omonimo della raccolta, dove due coppie – forse di attori – chiacchierano attorno al tavolo della cucina e si domandano se forse l’amore è quello in nome del quale l’ex compagno di una delle due donne la picchiava fino a tentare di ammazzarla e poi di ammazzarsi mentre le dichiarava di amarla, o raccontano di un vecchietto scampato a un incidente che si dispera perché non riesce a vedere sua moglie attraverso le fessure degli occhi del gesso che gli ricopre il volto.

«In effetti che ne sappiamo noi dell’amore? – ha proseguito Mel – Secondo me, siamo tutti nient’altro che principianti, in fatto d’amore»: nella postmodernità liquida – per citare Bauman – consumistica, frenetica e omologante di fronte al motore della vita, l’amore appunto, l’uomo non può che dichiararsi principiante e sperimentare, cioè immergersi da spettatore ed emergere da spettatore; voglio dire che, secondo me, è venuta meno la preliminare, o anche posteriore, capacità di indagine o di empatia per cui sembra che quando parliamo di amore parliamo dell’apeiron di Anassimandro, un nauseante o insapore frullato cosmico con l’etichetta “amore” svuotato di sostanza. Gli antichi Greci invece distinguevano, riflettevano, volevano capire di cosa parlavano, erano assettati del mot juste e un termine solo per ciò «che move il sole e l’altre stelle» per gli antichi Greci, ignari della grazia cristiana, non poteva bastare. E se l’amore è un gioco non si può essere sempre principianti: troppo facile questo gioco e poco stimolante! La vita moderna, quella ad esempio dei due personaggi in copertina in una cucina a bere caffè e lavare le stoviglie, quella dei Nottambuli di Hopper per intenderci, è così: frenetica e senza senso, apparentemente dinamica e veloce ma spaventosamente vuota per cui quando si tenta la definizione di “amore” ci si limita a una descrizione di quadretti di non sense. L’uomo moderno ha ancora forse le domande ma la pretesa della risposta è troppo: la capacità di analisi era dei Greci, la grazia senza ragione dei Cristiani, e la postmodernità è una sorta di caos primigenio, condizione, a mio avviso, ideale, perché senza ideali e senza morali, una principiante tabula rasa baconiana in cui i punti interrogativi sono tanti e le risposte individuali.

Credo quindi che leggere questo Carver in una prospettiva verticale – per citare l’altra sua opera di successo – possa essere un’operazione degna di essere intrapresa: farsi assorbire dal vuoto e uscirne non svuotati e sonnambuli ma affascinati dalla grazia della vita.

 

Rossella Farnese

 

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Uno sguardo da diverse angolature: antico e moderno dell’Atene contemporanea

Origine della cultura occidentale, centro politico rinomato, l’Atene antica possedeva un fascino e una bellezza impari che la rendevano culla della civiltà, luogo in cui poter ammirare costruzioni raffinate o entrare in contatto con un sistema legislativo strutturato. La partecipazione alla vita pubblica si integrava con rituali precisi e i momenti di svago erano bilanciati da un’ampia coscienza dei doveri, nonché da un interesse verso la polis e il suo andamento. Atene era la patria dei pensatori, vantava le più importanti scuole filosofiche e la ricchezza di un’arte invidiabile.

Oggi il viandante che decide di addentrarsi nelle vie della capitale greca si trova a scoprire un’Atene duplice nella quale antico e moderno coesistono in un’unica grande realtà, si spartiscono vasti spazi, spesso entrano in conflitto tra loro, altre volte si integrano in maniera più armonica. Chi si prepara a salire l’erta collina dell’acropoli non può fare a meno di notare questo dualismo, diventato motivo di dibattito accanito tra coloro che cercano di preservare il fascino antico e le spinte sempre maggiori alla costruzione, “alla cementificazione”. Il turista vergine che muove i propri passi tra le strade di Atene rimane sicuramente colpito dagli immensi palazzoni che si affacciano lungo i fianchi delle Avenue. Antichi ruderi spuntano qua e là, come rimanenze tra le strade segnate da un via vai continuo, come resti di un’antica città che porta ormai la tipica veste di una capitale multietnica.

«“Atene è bella?” “No, Atene non è bella. Le rughe della storia e i trionfi di un passato straordinario sono come annegati in una gigantesca colata di cemento che non ha risparmiato nulla: né il centro […] né le sterminate periferie”»1, afferma Antonio Ferrari in un intervento. Come dargli torto? Il divario tra bellezze antiche e costruzioni moderne, di una modernità spesso trasandata, appare evidente: viste dall’alto le colline che circondano la capitale sembrano aver perso il loro tipico colore, per lasciare spazio ad un monocromo grigio che le sovrasta coprendole fino alle pendici. I palazzoni si susseguono indifferenti e il visitatore che si trova ad osservare la città dal monte Licabetto rimane sconcertato da quanto l’uomo sia riuscito a mettere la propria mano, in parte rovinando le bellezze del paesaggio.

“No Atene non è bella”… e allora perché visitarla? Perché fare lo sforzo di recarsi nella capitale greca se non è in grado di offrire nulla al visitatore?

In realtà, guardando più a fondo, se da un lato l’alta concentrazione delle costruzioni moderne ha tolto spazio a quelle antiche, dall’altro, contrapponendosi ad esse, contrastandole, è riuscita a farle risaltare2, dando a queste l’importanza che meritano, la capacità di far rivivere un passato millenario. Spieghiamoci meglio.

Chi si prepara a compiere la camminata che conduce al Partenone si sente quasi un “novello Dante” che, lasciate indietro le brutture del mondo, gli sgangherati lacerti della contemporaneità, è pronto per riscoprire una realtà spirituale, fatta di grandezza e solennità, antichità ed eternità.

D’altra parte, inutile mentire, le costruzioni antiche sono riuscite a preservare nei secoli il loro fascino che ancora riesce ad attrarre l’attenzione di chi si prepara a visitarle.

Il pellegrino che varca i Propilei, quasi dimentico dell’insoddisfazione della pianura, non può fare a meno di sentire l’eterno che ancora traspira dalle alte lastre di marmo bianco; non può fare a meno di riflettere su quanto sia ancora rimasto di un’epoca così lontana. Il bianco del marmo pervade lo sguardo dell’osservatore che si sente come entrato in una nuova dimensione, varcata finalmente la porta del paradiso.

Il Partenone troneggia immane nel punto più alto della collina, quasi un gigante che, con occhio vigile, controlla il territorio circostante, attento ai passi che vengono mossi, pronto a difendere le proprie zone. Colui che giunge ai suoi piedi si sente intimorito, percepisce la propria piccolezza e limitatezza rispetto alle alte colonne che lo adornano, al suo essere un “monumento perenne”.

Atene non sarà forse bella, ma l’acropoli sola vale l’intera camminata in salita, l’intero viaggio dantesco, quasi a dire, con una punta d’ironia, che la bellezza spirituale deve essere guadagnata, raggiunta soltanto dopo l’immersione nelle zone infernali o dopo un’erta passeggiata. Solo chi avrà la pazienza di osservare con sguardo vigile e cogliere l’antico che ancora risiede nella capitale non avrà compiuto il viaggio invano, perché, come afferma William Blake

«Le rovine del tempo costruiscono dimore nell’eternità».

 

Anna Tieppo

 

NOTE:
1. A. Ferrari in Grecia. Atene e il Peloponneso. Epiro. Tessaglia. Macedonia. Creta. Rodi e gli arcipelaghi, Touring Club Italiano, Milano, 2005, p.70.
2. Cfr. Ibidem.

[Immagine tratta da Google Immagini]

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X Agosto

<p>X Agosto - Rivisitazione moderna di Pascoli</p>

Aperta e priva del risentimento emotivo scaturito dalla gelosia, questa rivisitazione del X Agosto di Giovanni Pascoli, trasvaluta la concezione decadente dell’universo, dei suoi mille firmamenti e della Terra. Alla luce della scoperta di nuovi pianeti simili alla Terra, alla ricezione di prove sempre più solide della possibilità dell’uomo di esplorare, in prima persona, l’universo, questo componimento decanta la speranza di un superamento della dicotomia tra bene e male quindi di un nuovo “sentirsi esistere” consapevole dell’esistenza naturale di bene e male sulla Terra come su ogni altro pianeta simile o difforme. Al di là del “perché il male?” e al di là del “perché il bene?”; dell’inquietudine della casualità della vita e della grandezza dell’universo in confronto alla Terra: per amore, l’uomo si getterà alla conquista della sua volta celeste e di volta in volta supererà ogni suo Bene ed ogni suo Male. Questo X Agosto è un componimento moderno e positivo, contrapposto alla negatività ed al pessimismo di Pascoli nei confronti dell’uomo, della natura e della Terra.

X Agosto

Scintillano nel cielo,
vengono ad essenza attraverso i riflessi.
Non accecano e appagano
vista, cuori, speranze;
per i poeti sono muse e tormenti.
Queste sono le mille stelle dei firmamenti.

In ognuno vi è un sole,
e cinto di luce non conosce né bene né male:
dispensa ad ogni cosa scura e profonda
una calura iraconda.
Alle stelle dona un riflesso,
alle lune le proprie veci,
ad ogni pianeta un’alba ed un tramonto.
Tutti i soli sono senza riguardi.

Così tutti i firmamenti hanno tante stelle, tante lune, tanti pianeti,
tanti nuovi giorni che nascono e muoiono;
che luccicano di luce propria e riflessa.

Così tutte le cose scure e tutte le notti s’illuminano di desiderio.

Salvatore Musumarra

Fonte immagine: NASAMoon Over Andromeda Credit & Copyright: Adam Block and Tim Puckett