Nel regno della fantasia: Monica Monachesi sulla mostra di Sarmede

Anche quest’anno Sarmede, piccolo, piccolissimo comune della marca trevigiana, diventa per i mesi autunnali polo della fantasia, dell’illustrazione e dell’immaginazione, popolandosi di artisti internazionali, autori, poeti, atelieristi e narratori, ma anche di visitatori sognatori. Tutto questo grazie alla Mostra Internazionale d’Illustrazione per l’Infanzia Le immagini della Fantasia, giunta alla sua 35esima edizione.

Questa annuale magia è resa possibile dalla Fondazione Štěpán Zavřel e oggi chiediamo alla sua curatrice, la dottoressa Monica Monachesi, di condividere con noi alcune riflessioni da cui è scaturita questa mostra e tutte le attività che nei prossimi mesi coloreranno l’iniziativa.

 

La fantasia e l’immaginazione superano ogni confine geografico e storico, ma vanno anche oltre l’età anagrafica. Se questo ci unisce alle persone del presente, passato e futuro e di tutti i popoli, si riscontrano delle diversità culturali nella grammatica dell’illustrazione e del racconto nei vari paesi?

Le rispondo subito così: imprevedibile e stupefacente è l’esito dell’osservazione che ogni anno si conduce sul mondo dell’illustrazione. Questo mondo bellissimo, che ogni volta ci sorprende, è fatto di racconti, è fatto di parole che ci avvicinano, ci dispongono all’ascolto e fanno bene all’anima di grandi e piccoli, qualcosa di cui oggi abbiamo bisogno più che mai. Parole per stare bene dentro e con gli altri. Parole pacificatrici, anche quando generano piccole necessarie rivoluzioni. Io credo che sia proprio questa la chiave di tutto il lavoro che la Fondazione svolge ogni anno attraverso la Mostra: diffondere con gioia racconti dal mondo e per il mondo.
Dare spazio, dare voce a belle storie, far sapere e condividere che la bellezza esiste e fa bene, condividere la consapevolezza rasserenante che, su un foglio prima bianco, su un pezzetto di carta, l’uomo sa creare universi meravigliosi che prima non esistevano, l’uomo sa fare l’impossibile, sa realizzare anche l’utopia; questo si fa attraverso la Mostra.

Poi ognuno può leggerla a modo suo, e questo è l’altro aspetto che dà un risvolto universale e di grande libertà a questo lavoro. Come ogni volta capita per qualsiasi libro, anche la Mostra vive pienamente e in modo sempre diverso in relazione al suo lettore/visitatore. Si tratta di una passeggiata attraverso il libro illustrato, immancabilmente completata dall’interiorità di chi, passo dopo passo, osserva e legge.
Bellissimo, no?

Per questo motivo ogni scelta è fatta con grande attenzione, mettendosi in ascolto del lavoro sviluppato da autori e editori di tanti Paesi. Ascoltiamo e poi organizziamo i contenuti che riguardano l’illustrazione in tre modi diversi: una mostra personale per raccontare il lavoro di un ospite d’onore con cui lavoriamo per quasi un anno, una mostra collettiva per portare lo sguardo sull’editoria internazionale attraverso 30 libri, una mostra tematica, sulla cultura particolare di un Paese o di un’area geografica vista attraverso l’albo illustrato.

 

In particolare quest’anno proponete un’ “immersione” nel mondo un po’ strano ed estremamente interessante del Giappone. Che cosa ci può raccontare in proposito?

Al ritmo di parole come Mukashi Mukashi che vuol dire c’era una volta, nella musicale lingua giapponese e attraverso tre progetti  – anzi quattro – concepiti appositamente per la Mostra, Le immagini della fantasia apre percorsi dedicati all’immaginario di questa straordinaria cultura che ci ha investiti con tutto il suo fascino millenario.
Alla poesia Haiku, fiore della poesia giapponese è dedicata un’antologia di Bashō e Issa, illustrata dagli allievi della Scuola Internazionale di Illustrazione (con le docenti Mara Cozzolino e Linda Wolfsgruber);
alle fiabe tradizionali giapponesi è dedicato il 13° albo della collana Le immagini della fantasia che si intitola appunto Mukashi Mukashi, c’era una volta, in Giappone; alle più terrificanti figure dell’immaginario è infine dedicato un gioco, il Memory Yōkai, mostri e spiriti giapponesi.
Tutti questi progetti sono stati ideati e curati in modo da creare un dialogo genuino con la cultura giapponese, per sillabare assieme a Bashō e Issa immagini del trascendente percepito in attimi di contemplazione del mondo terreno; per rinarrare, attraverso la scrittura di una grande autrice come Giusi Quarenghi, le fiabe più amate dai bambini giapponesi, con piccoli eroi che cambiano il mondo; e per giocare a conoscere quali forme sono state date a paure ancestrali e recenti, disegnate per noi da sei artisti giapponesi, stampate in serigrafia in Italia, confezionate con grande cura e raccontate in un libriccino cucito a mano.

img-intervista-monica-monachesi_la-chiave-di-sophiaPerò ho scritto sopra: – anzi quattro – , perché raggiungiamo il Giappone anche passando attraverso uno specialissimo Torii (portale che si trova davanti ai tempi shintoisti) preparato dall’ospite d’onore Philip Giordano, che ha vissuto sette anni a Tokyo e anni fa passò da Sàrmede per frequentare i corsi estivi come allievo molto emergente. Varcata la soglia che separa il mondo reale da quello immaginario, nella sua mostra Storie dall’Arcipelago sottosopra, l’illustratore si racconta con testi inediti che collegano il bambino Philip al disegnatore/autore di oggi e che ci fanno conoscere alcune delle più belle fiabe giapponesi, come Oshirasama, Urashima Taro, La principessa splendente, confermandoci la passione di Giordano per i lungomentraggi di Miyazake (Nausicaa nella valle del vento, Principessa Mononoke e altri) e dando forti motivazioni alla presenza dell’elemento del viaggio nei suoi ultimi albi illustrati da lui firmati come autore unico.

Riguardo al Giappone c’è anche un quinto punto, anche se non nato appositamente per noi, ma presente nel Panorama dell’albo illustrato: sono presenti in Mostra, nella sezione collettiva, anche cinque illustratori a rappresentare questo ricchissimo mondo con albi tra di loro molto differenti: dagli esilaranti e deliziosi  menu di Yocci a due libri nati in Francia grazie ad un ‘crogiolo italo-nipponico’, come lo ha chiamato l’autore italiano Gabriele Rebagliati che ha visto pubblicati in Francia due suoi racconti illustrati di giapponesi Susumu Fujimoto e Michico Watanabe (Le panier à pique-nique e Tout une vie pour apprendre), fino ad un silent molto giapponese in cui il confine tra mondo animale/naturale e quello umano fluttua o neppure esiste: La visite di Junko Nakamura; e infine altro libro in cui si coglie tutta la speciale relazione con gli oggetti d’uso quotidiano sentita in Giappone: il delicatissimo e toccante  Botan –chan  di Chiaki Okada – lo sapete che per i giapponesi dopo 100 anni gli oggetti d’uso acquistano un’anima? Meglio trattarli bene!

 

In quale senso intendete il libro illustrato, che è uno dei protagonisti della vostra mostra, come “strumento di conoscenza e veicolo di bellezza”?

Forse in parte ho già risposto, ma bene riprendere questo punto. La letteratura è forma di meravigliosa conoscenza dell’umano, e un libro illustrato, nel suo specifico di piccolo grande spazio letterario con immagini rivolto soprattutto ai bambini, ha una valenza pedagogica che Stepan Zavrel vide chiaramente 35 anni fa e coinvolse altri entusiasti estimatori dell’illustrazione, oggi strutturati nella Fondazione Štěpán Zavřel, a costruire un appuntamento che sembrava impossibile, all’insegna della meraviglia. Che cosa voglio dire? Un libro illustrato ha molto a che fare con altre arti, ha molte similitudini con uno spettacolo teatrale, è in qualche modo come uno spazio scenico: davanti ai nostri occhi si muovono personaggi, entriamo in mondi anche lontanissimi lì raffigurati. Mentre guardiamo tutto è possibile e in quel momento siamo ben predisposti alla conoscenza, desideriamo ascoltare ancora e ancora, sono attimi bellissimi che spesso si svolgono anche consolidando relazioni preziose: tra genitori e figli, con altre persone care, a scuola, tra amici. E si diventa più capaci di esprimersi a propria volta frequentando il libro illustrato che ci offre linguaggi su linguaggi, e che cosa c’è di più importante al mondo della capacità di esprimere pienamente se stessi?  Si potrebbe rispondere: “ascoltare gli altri!” e leggendo avviene proprio tutto questo!

 

Altro tema indagato e che da sempre è un filo conduttore delle attività della Fondazione Štĕpán Zavřel e della mostra Le immagini della fantasia è quello della migrazione, un fenomeno quanto mai attuale e generatore di riflessioni. In che modo il vostro festival riflette su tale argomento?

L’immagine del viaggio è usata spesso per raccontare la mostra e a volte rischia di divenire scontata, un semplice ‘volo della fantasia’ di Paese in Paese.
Prendiamo però molto sul serio la fantasia, come risorsa irrinunciabile dell’essere umano, e l’immaginazione da tenere sempre allenata, per aprire strade inattese, e crediamo che nella conoscenza reciproca ci sia molta speranza. Ogni anno raccontiamo ai più piccoli le fiabe dal mondo, per la vocazione di scambio culturale che la mostra ha da sempre e sempre più cerchiamo il dialogo genuino con il Paese ospite, con la sua cultura e con chi la racconta.
Mai come quest’anno in questa edizione il viaggio è esperienza di vita che la letteratura e l’arte visiva trasformano e mettono a disposizione come esperienza estetica e, di conseguenza, etica. Anche nella personale dedicata a Philip Giordano, ospite d’onore dell’anno – di madre filippina che lasciò il suo Paese e padre svizzero – si può leggere il medesimo tema. Questo autore nato e cresciuto in Italia si muove tra Occidente e Oriente e pone nei suoi picture book una tensione serena, piena di speranza e il suo disegno è un mezzo per stare al mondo, per resistere, per rispecchiarsi.

img2-intervista-monica-monachesi_la-chiave-di-sophiaInoltre, in questa 35esima edizione, c’è un gruppo di cinque libri più una piccola esposizione che arriva dal Cile, un punto in cui fare una sosta di riflessione: Pianeta Migrante.
Il fenomeno della migrazione è planetario, non esiste un luogo della Terra che non ne sia interessato. Le illustrazioni di Amélie Fontaine raffigurano persone, cose, strade, recinzioni, muri, ma soprattutto il libro comincia con una domanda: Che cos’è un migrante?

In mostra questo sfaccettato argomento prende luce in modi diversi per raggiungere lettori delle età più varie. Dal ritratto spietato di ciò che accade in mare, e in terra, dipinto da Armin Greder in Mediterraneo, alla rivisitazione moderna del classico di De Amicis Dagli Appennini alle Ande (illustrato da Francesco Chiacchio) che cambia la rotta e diventa Dall’Atlante agli Appennini, fino a Guridi che dall’Andalusia fa nascere un vero e proprio libro dalla suggestione del tema propostogli dalla Mostra e racconta la storia di un bambino che dovendo partire, non si rassegna a lasciare la sua balena rossa, vuole metterla in valigia (Como meter una ballena en la malleta). Il libro parla della forza delle risorse interiori, della creatività che diventa vitale, nella crisi, per la sopravvivenza.

E poi dal Cile arriva una processione di figurine in viaggio, anche loro in valigia, di Francisca Yañez. La parete è brulicante di piccole figure di carta, che sembrano volare, sono in cammino incessante, si muovono piedi, valigie, pensieri, ricordi. Ci sono sguardi da incrociare, vite da immaginare, occhi da ascoltare nel silenzio di un flusso che, mentre osserviamo la mostra, esiste davvero, in più di un luogo, nel nostro pianeta. Al centro ci sono pagine di passaporto che raccontano una storia: quella di Francisca esule dal Cile dittatoriale che con la sua famiglia scappa in Europa negli anni Settanta. Un racconto di chi al viaggio è costretto, di chi cerca di portare con sé un pezzetto di qualcosa, il sapore di un cibo, il profumo di un fiore, la gioia di un gioco.
Figurine di carta che, fatte quasi di niente, nella loro vulnerabilità insistono a raccontare le loro storie per creare empatia e consapevolezza, per cominciare a immaginare un pianeta solidale. Assieme ai Bambini Francisca parla e riflette e poi crea altre figurine: un laboratorio fatto di materiali semplici, ripetibile ovunque, con poco, come la mostra stessa, fatta per poter viaggiare più possibile.

 

Delle proposte culturali del festival ammiro molto i laboratori, che sono aperti a tutte le età: calligrafia, xilografia, acquerello. Quale valore hanno per voi questi laboratori? Per quale motivo la sola contemplazione di un’opera d’arte non è sufficiente?

La sola contemplazione è molto importante e non è affatto messa in discussione, ma semmai confermata da attività didattiche che creano esperienze attorno ai contenuti della mostra. 
Quest’anno abbiamo per esempio proposto la xilografia giapponese e credo che il corso abbia dato la possibilità di un’esperienza molto profonda, un vero viaggio nel tempo assieme a Mara Cozzolino che si reca continuamente in Giappone per specializzarsi sempre di più e per conoscere strumenti e materiali di antichissima tradizione che ancora oggi sopravvivono e danno nuovi frutti.

La parola contemplare che lei ha usato ci porta poi in qualche modo nella sfera dello spazio interiore, e questo mi piace molto. Si contempla per concentrarsi, per raggiungere… i bambini sanno farlo molto meglio di noi adulti ed è una forma di ascolto attento che va stimolata è una forma anche di nutrimento, nel nostro caso di contenuti visuali e narrativi, bene farne scorpacciate perché coltivare la bellezza nella vita è fondamentale non solo per il singolo ma per l’intera comunità.
Inoltre il disegno è strettamente collegato alla contemplazione, nel senso che le immagini che si possono contemplare in mostra derivano certamente a loro volta da numerose e attente contemplazioni da cui discende il fare artistico. Un collegamento necessario tra fare e vedere che mette in circolo energia creativa e fa anche incontrare tante persona che condividono passioni e desideri che a volte possono sembrare folli, visti uno ad uno, invece insieme si ritrova anche maggior determinazione a perseverare. I corsi possono essere vere fonti di nuove progettualità.

 

Che cosa sperate si portino a casa i bambini dall’esperienza delle vostre mostre, incontri, letture e laboratori? E gli adulti invece?

Curiosità, entusiasmo, immaginazione stuzzicata, pensiero portato lontano, la voglia incessante di scoprire che cosa c’è da ascoltare tra le pagine, la consapevolezza che ognuno di noi è speciale e può, con impegno, saper dire gran belle cose.
Amore per l’impegno, per l’applicarsi, per il riuscire a fare capolavori.
Amore per la poesia, per l’arte, per cose che se perdessero il loro valore, sarebbe perduto il mondo.
Vorremmo contagiare tutti, riempire le teste di bei pensieri, di sogni, di speranza, perché al mondo ci sono davvero molte belle umanità.

 

L’inaugurazione ha avuto luogo sabato 21 ottobre alla Casa della Fantasia a Sarmede e le attività arriveranno a conclusione il 28 gennaio 2018. Vi rimandiamo al sito della Mostra per maggiori informazioni, invitandovi caldamente a prendere parte a questa meravigliosa manifestazione.

Buona fantasia!

 

Giorgia Favero

Cronache di ordinaria migrazione

<p>Lawrence, ,Jacob</p>

“C’è un’invasione”, “Ci rubano il lavoro”, “Dormono in hotel di lusso”, “Arrivano e non se ne vanno più”, “Sono incivili e non rispettano le nostre leggi”, “Con gli immigrati aumenta la criminalità”: queste sono solo alcune delle false credenze che aleggiano nell’immaginario di una buona parte della società italiana.

Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini, in fuga da conflitti, violazioni dei diritti umani, hanno attraversato il Mediterraneo in cerca di un luogo sicuro, di una vita migliore e di un po’ di pace. Un flusso di persone che, in assenza di canali sicuri, ha viaggiato nell’illegalità. Persone che identifichiamo sotto la categoria ‘immigrati’.
Umberto Eco apportò una distinzione tra immigrazione e migrazione.
Si parla di ‘immigrazione’ quando alcuni individui si trasferiscono da un paese all’altro. È un fenomeno che ha riguardato la modernità dalle sue origini ed è da essa imprescindibile. Inoltre, i fenomeni di immigrazione possono essere controllati politicamente, limitati e accettati.
Dall’altra parte troviamo le cosiddette ‘migrazioni’, le quali sono paragonabili a fenomeni naturali: sono incontrollabili.
Oggi, in un clima di mobilità internazionale, è possibile distinguere l’immigrazione dalla migrazione?
Non lo possiamo sapere, ma quel che è certo è che parlare di ‘emergenza immigrazione’ risulta errato.
Gli arrivi del 2016 sono in linea con quelli dell’anno precedente. Non un’emergenza, ma un flusso di carattere ormai strutturale di migranti.

L’emergenza reale inizia il giorno dopo.
Sono 160.000 le persone ancorate ai sistemi di accoglienza; di cui 123.000 restano per mesi in centri ‘straordinari’, i ‘non-luoghi’ dove i migranti passano dall’essere profughi a fantasmi.
Oggi il 60 per cento delle richieste d’asilo viene rifiutata. Questo vuol dire che 6 migranti su 10 diventano ‘nessuno’.
Perché questa drammatica goffaggine nell’affrontare tale situazione?
I governi, anziché promuovere la solidarietà tra gli stati membri dell’Unione Europea, hanno investito le loro risorse per tutelare i confini nazionali.
Una delle rappresentazioni di questi fallimenti è l’approccio hotspot mascherato dalle parole chiave ‘controllo’ e ‘condivisione delle responsabilità’. Il suo obiettivo è quello di associare maggiori controlli sui rifugiati e migranti all’arrivo e distribuire una parte dei richiedenti asilo in altri stati membri.
Per raggiungere tale fine, le autorità italiane si sono spinte ai limiti di ciò che è ammissibile secondo il diritto internazionale dei diritti umani.
Detenzione prolungata, l’uso della forza fisica, trattamenti disumani e degradanti sono le modalità che spesso vengono utilizzate.
L’approccio hotspot prevede, inoltre, uno screening anticipato e rapido dello status delle persone sbarcate, separando i richiedenti asilo da coloro ritenuti ‘migranti irregolari’.
Ancora oggi, tuttavia, la componente di solidarietà del suddetto piano ha sembianze utopiche.

Eppure la solidarietà è l’unica via di uscita per svincolarsi da questo impasse.
Per Bauman «i problemi globali si risolvono con soluzioni globali». La vera cura va oltre il singolo Paese, per quanto grande e potente che sia. E va oltre anche una ricca assemblea di nazioni come l’Unione Europea.
Infine, in un mondo in cui «i confini non vengono delineati per gestire le differenze, ma sono queste ultime che vengono create perché sono stati delineati i confini»1, è doveroso cambiare la nostra mentalità.
Occorre abbandonare una volta per tutte la separazione, le barriere e l’alienamento che ci siamo autoimposti in questi ultimi anni creando un alto muro chiamato ‘noi’ e ‘loro’.

Jessica Genova

NOTE:
1. F. Barth, Ethnic Groups and Boundaries. The Social Organization of Culture Difference, Oslo Universitetsforlaget, 1969.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Maternità e migrazione: come diventare madre in Italia tra fratture e riadattamenti

Ogni essere umano è un essere culturale. Esiste una cultura esterna che è lo specchio del proprio Paese di appartenenza ed è rappresentata dalla lingua, dalla famiglia, dalle regole del gruppo, dalle leggi dalla religione, dall’organizzazione sociale di una comunità umana. Esiste poi una cultura interna che è costituita dall’elaborazione individuale della cultura esterna, attraverso un processo di progressiva interiorizzazione degli elementi culturali esterni: la cultura interna è quindi differente in ogni individuo, perché ognuno elabora attraverso una modalità totalmente personale la cultura esterna.

L’evento migratorio, per eccellenza, oltre che un evento sociologico, è anche un evento psichico che mette in discussione tutti i processi identitari ed implica inevitabilmente un’interruzione brusca, anche se prevista, del rapporto di continuo scambio e rafforzamento reciproco fra cultura interna (il quadro di riferimento interiorizzato dall’individuo) e cultura esterna (la cultura del gruppo di appartenenza)¹.

Cosa accade se viene a mancare la corrispondenza tra la cultura interna e quella esterna? Se la gestazione e il parto avvengono in un paese differente da quello di origine in cui l’involucro culturale diventa fragile e frammentato, che ne è dell’equilibrio psico-fisico che la gestazione richiede?

La maternità può essere un’esperienza particolarmente difficile per le donne migranti. La gestante si trova spesso a vivere la gravidanza senza l’accompagnamento delle donne della sua famiglia, si trova a partorire in un contesto che non corrisponde più alle sue aspettative, è totalmente sconosciuto e può essere avvertito come misterioso e minaccioso.
La neuropsichiatra francese Monique Bydlowski parla della gravidanza come di un periodo di «trasparenza psichica»²,si mette in rilievo il bisogno di sicurezza da parte della donna, si è attenti agli aspetti emotivi.

La maternità è un evento sociale culturalmente determinato: le modalità con cui una donna vive e gestisce la nascita dei propri figli dipendono strettamente dal contesto sociale e culturale di origine. Nel momento in cui tale evento avviene in un contesto estraneo sono necessarie delle strategie di trasformazione delle abitudini e di adattamento al nuovo ambiente.
Nello specifico, gli elementi culturali sono indispensabili in quanto esercitano una funzione preventiva, permettendo a ciascun soggetto di progettare in anticipo come diventare genitore e di attribuire senso e significato alle trasformazioni quotidiane che investono la relazione genitori-figli.

La migrazione può modificare in maniera radicale quest’esperienza: la donna si trova spesso isolata, in un ambiente che non conosce, dove vigono regole implicite che le sfuggono, non ha padronanza della lingua per esprimere le proprie necessità, dubbi e paure; il marito, quando è presente, non è abituato ad occuparsi della gravidanza della moglie; i servizi italiani sono diversi da quelli del paese; si intensifica la nostalgia della famiglia lontana che, al paese, l’avrebbe accudita e coccolata.
L’evento della migrazione richiede alle donne un lavoro psichico reso estremamente complesso da alcuni aspetti quali l’acculturazione, la solitudine e l’individualismo che si sperimentano in tale fase.
La madre si trova a dover elaborare nuovamente i significati associati alla filiazione in un sistema sociale e culturale di cui inevitabilmente non si sente parte attiva. Nello stesso tempo, l’evento migratorio determina delle significative rotture nella rete di supporto, in quanto viene meno il ruolo delle donne del gruppo di appartenenza, ovvero delle co-madri, che, nelle culture tradizionali è considerato essenziale nella fase di transito alla genitorialità. Ciò implica una notevole difficoltà nell’attribuire un significato all’esperienza della gravidanza.

La nascita nella migrazione consente di rilevare squilibri culturali e psicologici che sono presenti nella società ospitante e che intaccano il vissuto delle donne migranti; permette, inoltre, di conoscere e comprendere come esse sono in grado di ricorrere alle loro risorse individuali riuscendo a fare a meno della loro madre. Emergono anche altri aspetti connessi ai diversi modi di concepire la genitorialità e di prendersi cura del proprio figlio.
Ugualmente la società italiana, e in particolare modo i servizi socio-sanitari che operano nell’area materno-infantile, si trovano a confronto con nuovi modi di vivere la gravidanza, il parto e i primi mesi del bambino, e con nuovi modi di rapportarsi ai servizi socio-sanitari.

Alle difficoltà pratiche si aggiunge la fragilità psicologica conseguente al trauma migratorio e le mamme migranti vivono una condizione di doppia sensibilità e vulnerabilità: quella sperimentata inevitabilmente da tutte le donne gravide e quella legata al diventare madre lontano dalla propria famiglia e dalla propria cultura.
A ciò si aggiunge quello che la psichiatra e psicoanalista Marie Rose Moro ha definito la «solitudine elaborativa»³ delle donne migranti: la giovane madre si sente insicura e confusa, non sa bene come comportarsi, non sa se allevare il bambino come ha visto fare al paese o come le viene detto qui.

Negli ultimi anni i consultori e le ASL di molte città, anche in Italia, hanno dovuto fronteggiare problemi e questioni sollevate dalla presenza di giovani donne di nazionalità straniera che chiedevano e chiedono di essere aiutate nel percorso di gravidanza, ma anche nel periodo immediatamente successivo al parto.
Ciò ha imposto necessariamente una riformulazione dell’approccio alla maternità nelle strutture ospedaliere che tenga conto di alcuni particolari connessi alle culture di appartenenza delle partorienti, del tipo di domande e di preoccupazioni specifiche poste da queste donne, del rapporto spesso controverso che esse intrattengono con l’ospedalizzazione e con l’autorità medica, delle difficoltà linguistiche.

Al tempo stesso, però, il fatto che un momento così importante venga vissuto dalle donne immigrate nel nostro Paese fa sì che questa esperienza rappresenti anche un passo fondamentale nel progresso degli scambi culturali e nel rafforzamento del rapporto di fiducia che queste stesse donne vengono a intrattenere con gli operatori pubblici del Paese di accoglienza.
Per le ostetriche e per il personale medico e paramedico il condividere con queste donne un momento così intimo, conoscere le loro ansie, ma anche le emozioni connesse all’esperienza della maternità può rappresentare un modo per confrontarsi con i diversi significati attribuiti alla cura, cercando di evitare il rischio di ricondurli ad un orizzonte conosciuto ed etnocentrico, o evitare di lasciarli entro categorie intraducibili ed inaccessibili, lasciando ben sperare circa una nuova cultura del dialogo e dell’incontro culturale.
Solo se gli operatori sanitari sviluppano la capacità di accogliere l’alterità culturale senza giudizi e pregiudizi, cioè se imparano a decentrarsi anche a livello culturale, riusciranno a incontrare veramente le famiglie migranti e a costruire con loro un legame di fiducia.

«Solo se riusciremo ad accompagnare le madri e i padri nel percorso nascita, valorizzando la loro capacità di essere genitori, essi potranno sviluppare un senso di appartenenza al mondo di qui e i loro bambini svilupperanno la resilienza e l’arte di passare da una cultura all’altra con creatività e gioia»⁴.

Silvia Pennisi

[Immagine tratta da Google Immagini]

NOTE:
1. NATHAN T., Principi di etno-psicanalisi, Bollati Boringhieri, Milano, 1996.
2. BYDLOWSKY M., Sognare un figlio. L’esperienza interiore della maternità, Pendragon, Bologna, 2004, p.11
3. MORO M.R., Bambini di qui venuti da altrove. Saggio di transcultura, Franco Angeli, Milano, 2005.
4. http://www.crinali.org/sites/default/files/Il%20sostegno%20delle%20madri%20mifranti%20x%20Citta dini%20in%20crescita%20feb13.pdf

Dietro la (im)migrazione: il calvario degli immigrati

<p>Mappa Nord Africa</p>

Nuovi sbarchi a Lampedusa” è il titolo più ricorrente nei principali notiziari, lo si ascolta alla radio mentre si va a lavoro, è l’argomento più attuale e sempreverde nei dibattiti politici, opinionisti e zelanti giornalisti lo sfoggiano come fiore all’occhiello della sociologia popolare.
Si trascina imperituro rafforzandosi con l’indignazione comune e alla fine diviene oggetto delle immancabili teorie cospirative.

Compaiono neo veggenti che profetizzano nefaste ‘idi di Marzo‘ per l’italica cultura tutta, in contorti ragionamenti incomprensibili ai più, ma non per questo meno acclamati.
Estemporanei geopolitici cercano di far aprire gli occhi, con sonori richiami al risveglio, ai sonnacchiosi improvvidi scettici, colpevoli di non capire che è tutta una macchinazione di oscuri signori del male raccolti in sette massoniche.
Perché gli immigrati in realtà non scappano dalle guerre, non ci sono donne o bambini a Lampedusa quindi in Africa va tutto bene.

Davanti all’immensa mole di convinzioni deviate dai mass media, ma anche dalla scarsa conoscenza delle nozioni di attualità ( quella vera ), non ho potuto far altro che recarmi a conoscere i protagonisti di questi famigerati sbarchi: gli immigrati.
Per ragioni legate alla privacy e al loro status di profughi non ancora rilasciato dagli organi competenti, mi è stato chiesto di non fare nomi e non ne farò.

Posso solo parlare di Kolda, di Bamako, del Kaouar, del Grande Erg di Bilma e del Fezzan.
Non sono luoghi tratti dalle avventure narrate da Jules Verne o da Tolkien, sono le principali tappe del viaggio intrapreso dagli immigrati, lungo seimilatrecento chilometri, dall’Africa occidentale a Tripoli.

Kolda è una città di sessantamila abitanti, il principale centro di una regione del Senegal meridionale chiamata Casamance, separata quasi per intero dal resto del Paese dal fiume Gambia e dalla Repubblica omonima.
La Casamance ha sviluppato nel tempo un forte senso di autonomia, sfociato in un conflitto indipendentista durato dal 1982 al Maggio del 2014.
Tutt’oggi numerose bande armate si aggirano nel territorio cercando di reclutare, con la forza, uomini abili e in molti casi bambini.

Non si può certamente definire Kolda come luogo adatto ad una vita normale, ma se ci nasci, non puoi far altro che convivere con i signori della guerra e lavorare un pezzo di terra, come tuo padre e il padre di tuo padre.
Se non puoi resistere o combattere una guerra non tua, scatta la decisione di partire verso quella che agli occhi di un agricoltore della Casamance si chiama ‘Terra del riscatto’: l’Europa.

I seimilatrecento chilometri del viaggio non possono essere coperti con un bel volo di linea perché il mezzo più costoso che ti puoi permettere a Kolda è una bicicletta ( 25.000 franchi CFA, circa 40 euro ), i documenti non li hai perché in Casamance dopo una guerra durata trentadue anni, metà della vita media di un senegalese, non ci si preoccupa dell’ufficio anagrafe o del passaporto.

Quasi quattromila chilometri sono nel deserto del Sahara a bordo di un pick-up assieme ad altre trenta persone l’unica fonte di approvvigionamento è un vecchio bidone di nafta adibito a cisterna d’acqua quasi santa, che ti permette di raggiungere il Grande Erg e il Kaouar nel Niger settentrionale.
Nel Fezzan si spara, così come in molte frontiere, si passa di notte dopo mesi di appostamenti e tentativi andati a vuoto.
Prezzo: 50.000 franchi CFA; recensioni su TripAdvisor: nessuna.

La decisione di lasciare moglie e quattro figli piccoli a Kolda, non mi è sembrata così egoistica o strana.
Chi potrebbe fisicamente affrontare un viaggio simile se non uomini adulti e in salute?
Uomini, futuri immigrati in Europa, che rimangono quasi un anno nella Libia lacerata dalla guerra civile per cercare i soldi con cui affrontare l’ultima, e forse la più difficile, tratta del percorso: i trecento chilometri da Tripoli a Lampedusa ( 1000 dinari libici, circa 640 euro ).

Quella che vi ho presentato è solo una delle tante storie che queste persone mi hanno raccontato, perché potrei raccontare anche di altre ‘Casamance’ in altri Paesi africani, di dittature, di violazione dei diritti umani, potrei parlare delle “guerre dimenticate” che a forza di negarle si stanno dimenticando davvero.

Potrei dirvi che dal 1876 ai primi anni del ‘900, circa quattro milioni di italiani lasciarono clandestinamente il nostro Paese, senza documenti e senza essere rimpatriati.
Altre decine di milioni lasciarono i porti di Genova e Napoli con la valigia di cartone, portando con se lavoro e ricchezza ma anche diffidenza, delinquenza e mafia.
A salire sul bastimento erano uomini, futuri immigrati nel Nuovo Mondo, capaci di lavorare, mentre le donne e i bambini solo se necessario.

Cantavano “Mamma mia dammi cento lire”, si sposavano per procura: lui a Buenos Aires, lei a Rovigo; molti si integrarono, altri si rifiutarono di imparare l’inglese.
Alcuni tornarono e contribuirono a costruire gli italiani di oggi: liberi di studiare, di crescere; liberi da etichette quali migranti, immigrati, clandestini, rifugiati… liberi persino di non ricordare.

Alessandro Basso

[immagine tratta da Google Immagini]