Un 8 marzo verso nuove mete possibili

Oggi è l’8 marzo, una data che come ogni anno arriva puntuale e che segna una di quelle ricorrenze che portano con sé un significato che con il passare del tempo è necessario non dimenticare, affinché ne sia preservata l’autenticità.

Quest’anno la giornata internazionale delle donne ha qualcosa di diverso, un sapore nuovo che non si può ignorare, dal momento che ci obbliga a confrontarci con il nostro passato per vedere un futuro possibile, fatto di cambiamenti, uomini e donne finalmente insieme. Il vero protagonista di questo 8 marzo sarà la necessità di riflettere su cosa significhi essere donna oggi nei luoghi e negli spazi del quotidiano: sul lavoro, dentro le mura di casa e all’interno della rappresentanza politica.

Il ‘femminismo’, parola che spaventa ancora e che suscita spesso accese polemiche, sembra portare con sé un’inevitabile tonalità negativa, tant’è che è facile sentirlo utilizzare da amici o conoscenti con tono dispregiativo. Spesso mi sono domandata perché e ho tentato di comprendere la posizione di chi vede in questa parola qualcosa di anacronistico, spesso trovando nei miei interlocutori solo un nuovo pretesto per riproporre una realtà puramente stereotipata.

Bisogna essere consapevoli che come ogni ‘ismo’, anche questo livella, riduce e appiattisce, definendo una categoria sotto la quale rientrano correnti di pensiero, atteggiamenti e visioni del mondo che non potrebbero essere più distanti uno dall’altra. Ecco perché è più utile parlare di ‘femminismi’, per poter evidenziare la non univocità di correnti che con il loro attivismo, lo si voglia o meno, hanno determinato il destino di noi tutti.

Una moltitudine di idee e pensieri, al cui interno, tuttavia, è possibile rintracciare un aspetto comune e ancora oggi attuale, ovvero la necessità di definire e ripensare la posizione della donna all’interno della società, della politica e della sfera privata.

Un presente, quello che viviamo, che viene spesso dato per scontato, ma che invece è frutto di anni di lotte e conquiste civili, dal suffragio universale ottenuto nel nostro paese nel 1945, alla legge sull’interruzione volontaria di gravidanza conquistata solo nel 1978. Conquiste a cui si è giunti faticosamente, un percorso che non può essere messo semplicemente tra parentesi come ‘passato’, dal momento che tutto può essere rimesso costantemente in discussione ed è solo dal passato che si può comprendere quanta strada si può e si deve ancora percorrere insieme.

Se si pensa che l’uguaglianza giuridica di tutti i cittadini fu sancita dalla costituzione nel 1948, ma che bisogna attendere il 1975 per la riforma radicale del codice civile che prevedeva il principio della supremazia del capo famiglia e che ha permesso l’affermazione del principio costituzionale dell’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, si comprende l’impegno che nel tempo ha portato le donne a rendere effettiva sul piano sociale una conquista ottenuta a livello giuridico.

L’8 marzo 2017 ci sarà una mobilitazione generale e uno sciopero globale produttivo e riproduttivo delle donne. Dall’Argentina, alla Polonia e agli Stati Uniti, la mobilitazione delle donne è trasversale e coinvolge più di 40 Paesi. Una necessità nata dal confronto e dal dialogo scaturito da diverse assemblee cittadine e che nel nostro paese da Bologna a Roma coinvolge numerose realtà. La rete di Nonunadimeno, che riprende l’azione di protesta argentina Niunamenos contro la violenza di genere, è il frutto di un percorso iniziato il 26 novembre scorso con una grande manifestazione a Roma e una prima assemblea all’università La Sapienza. Otto i tavoli tematici su cui si è discusso il 4 e 5 febbraio scorso a Bologna, che pongono l’accento su numerosi punti, tra cui l’importanza di riaffermare il ruolo dei centri antiviolenza come spazi di donne per le donne, che nella loro specificità non possono essere parificati a qualunque altro servizio di assistenza e la necessità di  potenziare politiche sociali, per la cui mancanza spesso  le donne sono costrette al loro lavoro di cura.

Un’esigenza nata dal confronto e dal dialogo di gruppi di donne,  attraverso lo scambio reciproco di esperienze di vita e di idee, un insieme di punti generati dall’interrogativo fondamentale che muove questo 8 marzo, ovvero in che modo si esprime e si manifesta la violenza di genere e sopratutto quali le azioni concrete da promuovere per arginarla, affinché non rimanga l’ennesimo monito dissolto nel vuoto. Una violenza che si declina e prende vita in forme sempre mutevoli. Riaffermando la necessità della piena applicazione (ancora troppo lontana dalla realtà) della Convenzione di Istanbul, si getta luce sulle molteplici forme che assume oggi la violenza, dalla violenza psicologica a quella sul lavoro, per arrivare alle nuove forme di violenza veicolate attraverso il web e i social media.

Alla luce della recente condanna dell’Italia da parte della Corte di Strasburgo per la poca tempestività con cui ha protetto una donna e suo figlio dagli atti di violenza domestica perpetrati dal marito e di fronte alla dichiarazioni sconvolgenti di qualche giorno fa dell’eurodeputato polacco Janusz Kowin-Mikke sulla presunta debolezza e inferiorità femminile, il nostro tempo sembra scivolare nel passato e tutto sembra essere costantemente rimesso in discussione.

Davanti alla volontà di controllo del corpo delle donne, che si presenta ogni giorno in una veste sempre nuova, le donne di Nonunadimeno scendono in piazza, perché “Se le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo”.

Come sottolinea la filosofa Michela Marzano, non dimentichiamoci cosa significa veramente lottare di fianco alle donne, per le donne:

«Essere dalla parte delle donne non significa sognare un mondo in cui i rapporti di dominio possano finalmente capovolgersi per far subire all’uomo ciò che la donna ha subito per secoli. Essere dalla parte delle donne vuol dire lottare per costruire una società egualitaria, in cui essere uomo o donna sia «indifferente», non abbia alcuna rilevanza. Non perché essere uomo o donna sia la stessa cosa, ma perché sia gli uomini sia le donne sono esseri umani che condividono il meglio e il peggio della condizione umana. L’obiettivo della donna non è quello di dominare l’uomo, dopo essere stata dominata per secoli, ma di lottare perché si esca progressivamente da questa logica di dominio, senza dimenticare che, nonostante tutto, l’essere umano è (e resterà sempre) profondamente ambivalente»1.

L’unica posizione possibile è allora stare dalla parte delle donne, senza dimenticare la necessità di tracciare insieme un percorso condiviso, che non generi un discorso autoreferenziale, ma che permetta di oltrepassare qualsiasi logica di dominio, andando oltre ogni sterile opposizione tra uomo e donna.

Buon otto marzo a tutte.

 

Greta Esposito

 

NOTE:
1. Michela Marzano, Sii bella e stai zitta, p. 138.

[Immagine tratta da Google Immagini]

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Il desiderio eclissato

Analizzare un tema come quello della pornografia e del suo rapporto con la sessualità non è cosa semplice. È necessario valutare attentamente le sfumature intrinseche a questo fenomeno, cercando di non cadere in facili semplificazioni e moralizzazioni che possono banalizzare un tema che si rivela di estrema complessità.

In che modo la pornografia si rapporta alla sessualità e che cosa la distingue dall’erotismo? La soggettività, l’individualità e il corpo come si presentano nella rappresentazione pornografica?

Spesso si crede che la pornografia sia una sorta di ‘erotismo’ più crudo ed esplicito, mentre tra le due forme di rappresentazione non solo c’è una netta differenza, ma una nega ciò che l’altra afferma. È la sessualità che entra in gioco in modo diverso nelle due forme di rappresentazione.

Michela Marzano ha sottolineato molto bene questo aspetto:

«L’oggetto dell’erotismo è il corpo erogeno: il corpo nel suo insieme in cui si concretizza il desiderio; il corpo reale non riducibile a oggetto parziale di una soddisfazione pulsionale. Quello della pornografia è il corpo-oggetto parziale, un corpo parcellizzato e privo di unità»1.

Da una parte abbiamo un corpo che ha perso la propria integrità, un corpo che diventa quasi un automa, ‘svuotato’ di ogni significato, un ‘pezzo di carne’ che viene semplicemente riconosciuto per il suo utilizzo. Di questo corpo diventato oggetto ci si concentra su singole parti e funzioni organiche, quelle che entrano in scena nella pornografia. In quest’ultima, la sessualità non appare più come un incontro, essa non riconosce la soggettività dell’altro.

Quel che è importante riconoscere e che rappresenta l’aspetto che spesso viene frainteso, è che non si tratta di considerare l’erotismo come una forma ‘dolce’ di sessualità e la pornografia, semplicemente perché più esplicita, come una forma brutale di rappresentazione dell’atto sessuale. Nessuno nega, infatti, quanto la sessualità possa avere di oscuro e violento. Pulsione istintuale e piacere si possono e si devono poter esprimere liberamente, attraverso forme molteplici e diverse. Tuttavia, nell’incontro sessuale la soggettività rimane integra, come qualcosa che non si può annientare, ma al contrario è ciò che più rende autentico l’incontro erotico.

La sessualità si fonda proprio sul pieno riconoscimento di due soggettività che si fronteggiano, che si scoprono nella loro nudità e nella loro fragilità, rivelando e nascondendo al tempo stesso. La pornografia, invece, lungi dall’essere semplicemente una descrizione esplicita dell’atto sessuale, non ha più nulla a che fare con l’incontro e con ciò che è alla base di questo, ovvero il desiderio.

Georges Bataille descrive così l’incontro sessuale:

«L’erotismo dell’ uomo differisce dalla sessualità animale, in quanto mette in questione la vita interiore. L’erotismo è nella coscienza dell’uomo, ciò che mette il suo essere in questione»2.

Nell’incontro sessuale, infatti, vi è sempre uno scarto che permane e che non può essere mai eliminato del tutto: incontro e sperimento attraverso i sensi l’alterità, ma quest’ultima non potrà mai essermi data una volta per tutte e in modo definitivo. È proprio questo che rende la sessualità una scoperta e una ricerca continua dell’altro e che fonda il ‘desiderio’, ciò che mi permette di non distruggere la soggettività che mi sta di fronte rendendola da soggetto semplicemente mera oggettualità a mio uso e consumo.

«La condanna a morte del desiderio messa in atto nella pornografia è perfettamente simboleggiata dall’occultamento del viso»3. Il viso è ciò che più rappresenta la soggettività e l’identità di un essere umano. Anche se nella pornografia la rappresentazione del viso non è completamente assente, è il significato della sua raffigurazione che si modifica. Il viso diventa una parte come un’altra di quel corpo ‘parcellizzato’, reso macchina, una ‘maschera’ che non possiede più caratteristiche umane.

Anche lo spazio e il tempo vengono completamente stravolti nella pornografia. Atti per lo più meccanici e figure stereotipate danno vita a una rappresentazione asettica, fatta di gesti a cui non appartiene più alcun significato e che sono lontani da tutto ciò che di vivo appartiene all’incontro sessuale.

Siamo così sicuri che la pornografia sia una forma ‘liberatoria’ di rappresentazione della sessualità? Non rappresenta piuttosto l’ennesimo riflesso di una società basata sul modello commerciale della transazione e dell’utilizzo che ha fagocitato anche quell’intimità e quel mistero che caratterizzano la sessualità come uno degli aspetti più affascinanti dell’interazione umana?

 

Greta Esposito

 

NOTE
1. M. Marzano, La fine del desiderio, p. 12
2. Georges Bataille, L’erotismo, p. 29
3. M. Marzano, La fine del desiderio, p. 37.

 

[Immagine tratta da Google Immagini]

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Festivalfilosofia: la Filosofia torna alle sue origini riscoprendo il valore della Piazza

Anche quest’anno il comune delle città di Modena, Carpi e Sassuolo ha dedicato tre giornate, dal 16 al 18 settembre, alla filosofia, invitando sul palco i grandi pensatori, nazionali e internazionali, della nostra contemporaneità.

L’agonismo è stato il tema centrale non solo delle lectio magistralis tenute in occasione di questa sedicesima edizione del Festival, ma anche di laboratori e concerti in piazza, attività e giochi per i bambini, nonché spettacoli di danza e teatro che hanno animato le piazze di queste tre cittadine dell’emiliano.

Festivalfilosofia 2 - La chiave di SophiaLe vetrine dei negozi, come ogni anno, presentavano cartellini rossi e bianchi – i colori del Festivalfilosofia – con gli aforismi dei più noti pensatori che si sono espressi in termini di agonismo e conflitto, ma anche di pace e riconciliazione.

Sì, perché per agonismo non si intende unicamente quella forma prettamente negativa di antagonismo distruttivo tra due o più individui in conflitto, ma soprattutto quell’energia positiva che può avere origine dal confronto della competizione.

Il filosofo Andrea Riccardi ci ha parlato di un antagonismo che muove guerre mondializzate spingendo l’individuo a lottare per la pace. Remo Bodei, direttore del Comitato Scientifico del festival, si è concentrato piuttosto nella lotta più feroce di tutte: quella contro se stessi, ovvero contro le infinite possibilità e scelte che l’esistenza ci offre e che talvolta ci spingono a rincorrere un ideale di perfezione che, come ha sostenuto la filosofa Michela Marzano durante la sua lectio sul “Management dell’esistenza”, non fa altro che imprigionarci in una “gabbia dorata”.

Quella in cui viviamo è senza dubbio una società della competizione, una società in cui il sano agonismo rischia sempre più frequentemente di trasformarsi nell’esaltazione dell’egoismo individualistico. Se da un lato come sostiene bene il filosofo francese Georges Vigarello, lo sport è diventato una sorta di mito che permette di “credere e far credere” («croire et faire croire») nelle immagini di un nuovo tempo presente cui è possibile conformarsi, attraverso la proiezione di un ideale sociale spesso rincorso con sacrifici e sforzi e che spezza la società in falliti e vincitori, dall’altro lato Massimo Recalcati esprime il suo “elogio” del fallimento tentando di spiegare come le cadute e le fasi di “fallimento sociale” siano necessarie per ritrovare la giusta direzione da seguire, permettendo dunque a ciascuno di riempire di senso la propria vita.

Festivalfilosofia 1 - La chiave di Sophia

Questi sono solo alcuni degli incontri che hanno dato respiro alle piazze di Modena, Carpi e Sassuolo, facendo ritrovare persone provenienti da tutte le regioni d’Italia, unite da una stessa passione. Un’occasione questa per condividere e ascoltare, riflettere e confrontarsi, ritrovando nel proprio piccolo il senso profondo del fare filosofia attraverso lo stare insieme.

Un’occasione, quella del festival, per far capire come questo amore-per-il-sapere può toccare un pubblico più amplio, e come ognuno può dare il suo piccolo contributo. Un’occasione per ascoltare ed ascoltarsi. Per respirare la magia delle parole e per ritrovare quelle che abbiamo perduto.

Un’occasione, quindi, che permette di arricchirsi di nuovi spunti e di incontrare quei grandi maestri conosciuti attraverso i libri dell’università, oppure di ascoltare dal vivo quelli che ci hanno accompagnato nel nostro percorso di studi. Quelli che abbiamo amato e perché no, anche poco apprezzato. Riconquistandoci poco a poco con le parole, e donandoci un pezzetto della loro storia attraverso un pensiero diventato vicino, incarnato, non più distante e astratto.

Ognuno lasciando una traccia di sé e del proprio vissuto. Frammenti di esistenze ricuciti insieme dal filo rosso del pensiero. Un pensiero che talvolta si ingarbuglia, facendosi complesso e intricato, e che balbetta per poi sciogliersi davanti ad un pubblico capace di accoglierlo e “abbracciarlo”.

Perché in fondo che cosa significa fare filosofia se non assaporarne le infinite sfaccettature e declinazioni, facendola diventare una pratica quotidiana?

Ogni anno il Festivalfilosofia cerca di trasmetterci, attraverso delle pillole tematiche, il valore contemporaneo di una pratica che può entrare nelle case di tutti, invitando ciascuno all’uso del ragionamento critico.

Malgrado il maltempo di venerdì scorso, le lezioni sembrano aver registrato un numero di presenze da record, e un tale successo non fa che ben sperare per la prossima edizione.

Non ci resta quindi che attendere il prossimo settembre, anno dedicato alle “arti”, la nuova parola tematica del festival.

Sara Roggi

Ereditare, Festivalfilosofia 18/19/20 settembre 2015

Ritorna come ogni anno il Festival Filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo. Appuntamento fisso per gli amanti della materia e non.
L’edizione di quest’anno sarà dedicata all’ereditare.

L’immagine ufficiale del festival (uno scatto ritraente il gruppo statuario Enea e Anchise ad opera di Bernini) coglie le relazioni tra generazioni nel segno della pietas e dell’inizio di un nuovo futuro.

Il programma traccerà una costellazione tematica dagli attuali cambiamenti nelle forme della trasmissione culturale alle mutate relazioni tra generazioni; dal ruolo del patrimonio per la memoria all’urgenza educativa, nella scuola e non solo; dallo statuto del debito (non solo economico, ma anche di vita) alle frontiere dell’ereditarietà in campo scientifico.

Non solo letture di grandi classici e lezioni magistrali, ma anche esposizioni artistiche, laboratori, film, musica e spettacoli,

Un programma ricco per un festival dinamico che accoglierà in tre giornate ospiti ed esponenti importanti, sia italiani che internazionali: Massimo Recalcati, Umberto Galimberti, Michela Marzano, Zygmunt Bauman, Marc Augé, Gustavo Zagrebelsky, Massimo Cacciari e molti altri.

Una Filosofia che entra nel vivo della città aprendosi ad un pubblico eterogeneo; una Filosofia diversa da quella del mondo accademico che si presente nella sua vera essenza: sapere. Filosofia e cultura, il binomio vincente che rendono questo Festival padrone indiscusso del panorama culturale-filosofico italiano.

L’essere di ciò che siamo è innanzitutto eredità

Jacques Derrida, Spettri di Marx

Link del programma completo delle tre giornate: qui

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SITO: qui

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La Redazione

L’amore è tutto

 

Che l’amore sia tutto quel che c’è

è ciò che noi sappiamo dell’amore.

Emily Dickinson

Da questi celebri versi di E.Dickinson deriva il titolo del penultimo libro della scrittrice e filosofa Michela Marzano, L’amore è tutto: è tutto ciò che so dell’amore, uscito il 29 agosto 2013 e approdato tra i sei finalisti del Premio Bancarella 2014 (consegnato agli autori venerdì 6 giugno a Cesena).

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Eutanasia, tra “bìos” e “zoè”

Nella società contemporanea, ossessionata dal mito dell’eterna gioventù e dell’eterna bellezza, termini come “malattia”, “sofferenza” o “morte”, potrebbero quasi rientrare nel novero degli odierni tabù. Del resto, la vita è già difficile e frenetica di suo, perché dunque perdere tempo ad occuparsi di argomenti (apparentemente) tristi, come l’eutanasia? Talvolta, a dire il vero, certi argomenti non si affrontano perché li si teme… e, così facendo, si è convinti -erroneamente- di tenerli lontano da sé, come se non esistessero e non ci riguardassero tutti, indistintamente.

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Diete PRO-ANA: la via della perfezione

La redazione La Chiave di Sophia vuole sottolineare sin dal principio la sua posizione di denuncia nei confronti delle diete pro-ana.

Internet è un mezzo potentissimo. È fonte di ricerca, di nuove scoperte, di mantenere contatti con altre persone e possibilità di scambiarsi opinioni. Internet è tutto questo, certamente.

Eppure, come ogni mezzo potentissimo, può essere utilizzato in modo sbagliato, come una piattaforma capace di distruggere, disintegrare, influenzare negativamente chi c’è al di là dello schermo.

Qualche giorno fa, quasi per caso, sono rimasta colpita da un blog molto particolare, gestito da un gruppo di ragazzine molto giovani che illustrano il “corretto stile di vita”. Si parla di diete “PRO-ANA”, diete a basso apporto calorico (massimo 500 cal giornaliere).

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Uguaglianza nella diversità: donne che lottano per essere donne

Sin dai primissimi albori della società umana, ogni donna si è trovata in balìa di qualche uomo. Le leggi e i sistemi politico-sociali nascono sempre dal riconoscimento dei rapporti fra gli individui così come li trovano già in essere. Quel che era un mero fatto fisico, lo convertono in un diritto legale […]. Così, chi doveva già obbedire per forza, deve poi obbedire per legge.

Sono queste le parole utilizzate dal filosofo John Stuart Mill, nella sua opera del 1864 L’asservimento delle donne, per spiegare la ragione di fondo per la quale le donne, nel corso della storia, siano state costantemente penalizzate e poste in un gradino inferiore rispetto all’uomo. Ab origine, sostiene il filosofo, l’ordinamento legislativo di una data società non era altro che il riflesso delle relazioni esistenti tra gli individui, riconfermando quell’ordine sociale che ha attraversato la storia, basato sul dominio del forte rispetto al debole. Esistono dunque due nature: una schiava ed una libera. Alla prima viene associata l’immagine femminile, passiva, fragile e sottomessa alla volontà del suo padrone-uomo-marito; la natura libera, invece, viene affiancata dalla figura maschile, caratterizzata da forte autonomia e controllo.

Si è consolidata pertanto la pretesa di attribuire alle donne il ruolo di dedicarsi completamente al focolaio e alla procreazione dei figli, distinte dal marito per la loro incapacità di autonomia e per il loro senso di obbedienza, precludendosi ogni genere di relazione con l’esterno; mentre l’uomo, considerato essenzialmente il bread winner, è il solo ad avere la possibilità di occuparsi della vita pubblica.

Come ridimensionare quest’ordine sociale che, malgrado le recenti conquiste, a partire dal movimento femminista, continua incessabilmente a riaffermarsi e a mantenersi come un dato naturale e scontato?Perché la differenza continua ad essere motivo di svalutazione e subordinazione della donna piuttosto che di uguaglianza e parità di diritti?

La risposta la si può ritrovare nella différance stessa, come sostiene anche Jacques Derrida. I due generi, considerati non opposti ma distinti,dovrebbero permettere ad ogni individuo di svilupparsi nella propria autonomia, nella propria diversità rispetto all’altro. In questo modo, si impedisce ogni tipo di annullamento e di alienazione personale: soltanto vivendo in una società dove ciascuno ha il diritto di diventare ciò che è, è possibile realizzare una vita pacifica e armoniosa, dove la dignità di ognuno, nella distinzione e nella parità, viene rispettata. Si impara così a vivere con l’altro e dell’altro.

Perciò, ogni tentativo di uguaglianza con gli uomini può diventare la causa della neutralizzazione dell’identità femminile, l’assorbimento del genere femminile nel maschile e il definitivo dominio dell’uomo. La via d’uscita da questa logica di subordinazione è fondare un’etica del riconoscimento, dove ciascuna donna, come anche ciascun uomo, viene valorizzato nella propria unicità rispetto all’alterità.

Anche nella relazione d’amore non esiste prevaricazione, la violenza non appartiene a questo campo di dominio: si ama con l’altro, lo si rispetta, nella sua diversità.

Ciò di cui anche oggi avremmo bisogno è valorizzare, tramite il reciproco riconoscimento dell’altro, la specificità di ognuno e solamente nel momento in cui ogni donna riuscirà a farsi rispettare grazie alla sua differenza rispetto all’uomo, allora si avrà vinto la lotta per la vera uguaglianza. Fino a quel momento, come sostiene la filosofa Michela Marzano in Sii bella e stai zitta, ci sarà sempre qualcuno che rifiuterà valore e dignità a chi non è “perfettamente identico”.

Sara Roggi

[Immagini tratte da Google immagini]