I Frammenti di Eraclito come invito a vivere il cambiamento

Abitiamo in un mondo in continuo cambiamento. La natura presenta svariati cicli di vita e in ognuno di essi possiamo avvertire i segni del tempo che scorre. Le piante si trasformano a seconda delle stagioni e ogni anno che passa regala loro maggiore robustezza; tutti gli esseri viventi nascono, crescono e mutano di giorno in giorno fino a morire. Perfino le montagne sono in continuo cambiamento: non sono ferme ma seguono i movimenti tellurici e si sgretolano se colpite dal vento e dagli altri agenti atmosferici.  

E l’essere umano? Può sottrarsi a questo valzer metamorfico? 

«Nello stesso fiume entriamo e non entriamo, siamo e non siamo»

afferma il filosofo Eraclito (I frammenti e le testimonianze, 1980), riferendosi all’impossibilità per l’uomo, così come per il fiume, di permanere uguale a se stesso anche solo nell’attimo di un’immersione. Tutto si muove, tutto è in continua trasformazione e tentare di fermare questo incessante processo esistenziale equivale a ingannarci. Significa fingere di non vedere, illuderci di dominare qualcosa che in realtà ci sfugge di mano. 

Anche la società in cui abitiamo vive un cambiamento costante. Nel corso del tempo sono fiorite civiltà che sembravano immortali, sistemi politici e sociali pensati per durare ma destinati a cadere proprio per la loro incapacità di far fronte ai cambiamenti, perché troppo rigidi, statici e per questo lontani dall’essenza della vita. Ogni elemento terreno – sia esso fisico, sociale o politico – ha in sé il seme della contingenza; esso evolve di giorno in giorno e va nutrito continuamente, rispettandone le fasi di crescita. 

Eppure i nostri sensi e la nostra mente tentano continuamente di ingabbiare in strutture fisse e regolari ciò che muta incessantemente. Ci ostiniamo a creare leggi universali, a firmare accordi per la vita, sapendo benissimo che le cose cambieranno. Vogliamo certezze, anche se l’unica certezza che abbiamo è l’incertezza di ogni istante. Perché lo facciamo?

È la sete di infinito che caratterizza l’essere umano. È la nostra straziante capacità di intuire ciò che sta sotto. «Connessioni: intero e non intero, convergente divergente, consonante dissonante: e da tutte le cose l’uno e dall’uno tutte le cose» (ibidem), continua Eraclito. Come a farci intendere che se le cose, come parti del Tutto, sono l’una diversa e separata dall’altra, cangianti e spesso dissonanti, esse comunque si integrano e convergono nell’ordinata totalità dell’Uno. Noi umani siamo destinati a intuire il disegno, ci dice Eraclito, ad avvertire la totalità che dà senso a ogni cosa. Eravamo quadrupedi, con lo sguardo rivolto verso la terra e ci siamo alzati; gli occhi hanno potuto così cambiare prospettiva e guardare l’orizzonte. Ma non è abbastanza, noi siamo destinati al cielo. L’errore è credere che il divino – l’Uno – sia fuori, che sia altro da noi, irraggiungibile, e ostinarsi a non farlo entrare nel mondo.

«Il divino è giorno notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame: e si muta come il fuoco quando unito agli aromi prende il nome del piacere che a ciascuno è proprio» (Ibidem).

È questo che lo rende perfetto. Assomigliare a Dio significa dunque saper cambiare, accogliere il contrasto, danzare sulle note del cambiamento, voler abbracciare il divenire. Non dobbiamo rinunciare ai rapporti duraturi, alle leggi universali, ma percorrerli come se fossero strade in salita; trasformare gli arrivi in partenze e rinnovare le nostre promesse ogni giorno. Anche le più fervide convinzioni devono poter essere passibili di revisione, altrimenti saranno solo  freni volti a rallentare il nostro processo vitale.

«Il sole è nuovo ogni giorno», afferma Eraclito, ed è sotto ogni nuovo sole che noi diamo inizio alle nostre giornate.

 

Erica Pradal

 

[Photo credit Chris Lawton via Unsplash]

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Specchio come oggetto, specchio come funzione, specchio come filtro

«Credule, quid frustra simulacra fugacia captas?/ Quod petis, est numquam; quod amas, avertere, perdes./ Ista repercussae, quam cernis, imaginis umbra est: nil habet ista sui: tecum venitque manetque,/ tecum discedet, si tu discedere possis»1: questi versi tratti dal III libro delle Metamorfosi di Ovidio descrivono il delirio di Narciso conseguente all’innamoramento dell’immagine, bellissima e evanescente, riflessa in uno specchio d’acqua. Narciso, al contrario di Eco, ama solo se stesso, è l’identità assoluta che non conosce alterità. 

Con riferimento alla teoria lacaniana dell’étade du miroir, Narciso inizierebbe a costruire il proprio “io” un po’ tardi: è infatti tra i sei e i diciotto mesi che il bambino riesce a riconoscere la propria immagine riflessa elaborando un primo abbozzo del proprio “io” seppur in modo confuso e in stretta dualità con la madre. Secondo Lacan, il bambino, di fronte a uno specchio, reagirebbe dapprima esattamente come Narciso, come se si trattasse cioè di una realtà a sé che si può afferrare, per accorgersi solo dopo che si tratta invece di un’immagine, la propria, ritenuta tale perché diversa da quella dell’adulto che lo tiene in braccio. E sono lo sguardo e la conferma verbale della madre, cioè dell’altro, che iniziano a definire il bambino in modo autonomo: l’antitesi è dunque necessaria per la formazione e l’affermazione dell’“io”, auspicabilmente senza cadere nel compromesso della sintesi hegeliana o nella follia pirandelliana di una frammentazione dell’identità all’infinito. 

Non intenderei lo “specchio” solo in un’accezione letterale come oggetto materiale ‒ sia quello di Narciso, di Lacan o di Grimilde – ma anche in senso metaforico, cioè come “funzione specchio”, rilegata a ciò che è “altro dall’io”, tanto con una valenza linearmente speculare, di sola affinità – quante volte ad esempio ci capita di sentire frasi come “quella canzone riflette il mio stato d’animo”? – quanto con una valenza più scabra, di scontro e incontro, di conoscenza e potenziamento del proprio io.  

A riguardo, nelle cosiddette Lettres du Voyant Rimbaud ribadisce la celebre affermazione «Je est un autre»: il poeta di Charleville attaccando la poesia soggettiva dei Parnassiani delinea una visione orfica del poeta, da considerarsi non un’entità piena al centro del reale, ma strutturata dall’esterno, che, attraverso quel «dérèglement de tous les sens», trascende l’io e perlustra l’ignoto ‒ «C’est faux de dire Je pense: on devrait dire On me pense».

Se in Rimbaud la postura oracolare pone l’imperativo per il poeta di trovare una lingua nuova, quella «langue de l’âme pour l’âme», la lingua delle correspondances, la dialettica io/altro – insita nell’etimo stesso del termine “persona” appunto intesa come “maschera”, come le dramatis personae dell’attore di teatro ‒ è invece trattata da una prospettiva psicanalitica da Ingmar Bergman in un capolavoro meta-cinematografico e stilisticamente postmoderno ante litteram, Persona (1966). 

Con un montaggio scarno ed essenziale, quasi una tragedia teatrale divisa in atti dalla scena della mano bucata dal chiodo, ripetuta per tre volte a mo’ di sipario, Persona porta sullo schermo l’animo umano, fluido e contraddittorio, assettato di amore e di verità. «[] Tu insegui un sogno disperato Elizabeth, questo è il tuo tormento. Tu vuoi essere, non sembrare di essere []»: questa la diagnosi fatta all’attrice Elizabeth Vogler sul suo clinicamente inspiegabile mutismo, iniziato durante la recitazione dell’Elettra come tentativo psicosomatico di svuotare di senso la propria esistenza. Durante una convivenza a scopo terapeutico con la giovane infermiera Alma al mare, fatta di fluviali flussi di coscienza di quest’ultima, le due donne si fondono e si confondono in un caos dionisiaco, in una casa senza calendari né orologi, in una geniale inquadratura che accosta le metà illuminate dei due volti creando un unico essere umano aberrante quanto meraviglioso. Le due donne si fanno da specchio, da schermo di proiezione l’una dell’altra, rivelando le reciproche ombre nascoste e dimostrando che la presenza dell’altro è uno scacco per il mantenimento di un frammento di “io”. Un film, che mediante la tecnica della mise en abîme spinge il cinema al limite di se stesso, laddove il linguaggio e la luce verrebbero meno, per affermare l’arte come forma più autentica di esistenza per non soccombere alla follia e alla morte. Lo specchio dunque può essere inteso come filtro che rilega al di qua, nella vita: oltre il linguaggio e la luce, e quindi oltre la menzogna e l’ombra, il vuoto.

 

Rossella Farnese

 

NOTE

1.Ingenuo, perché ti affanni a cercar di afferrare un’ombra che ti sfugge? Non esiste quello che cerchi! Voltati, e perderai che ami! Quello che vedi non è che un tenue riflesso: non ha alcuna consistenza. E viene con te, resta con te, se andrà con te, ammesso che tu riesca ad andartene!»] Ovidio, Le Metamorfosi, trad. it. di Giovanna Faranda Villa, Milano, Bur, 2007, pp. 194-195
 2. A. Tonelli, Sulle tracce della sapienza. Per una rifondazione etica della contemporaneità, 2009, p. 33.

[immagine tratta da Unsplash]

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Introduzione senza parole: “La Metamorfosi di Narciso”

Oggi ai filosofi si rimprovera di usare come oggetto d’indagine preferito il concetto di arte attribuendole una specie di missione metafisica, che le farebbe, parafrasando Heidegger “mettere in opera la verità”. Così si risente del fatto che l’arte venga sottratta dall’azione della pratica artistica, dal suo luogo, dai suoi ateliers, come un territorio di silenzio che l’analisi concettuale verrebbe a disturbare. L’arte e la filosofia sono giunte a superare l’esercizio di una “teoria estetica” dando vita ad una simbiosi, dove ciascuna ha bisogno dell’altra per comunicare. Assioma che richiama la necessità di almeno due interlocutori − non a caso, il termine “comunicare” significa in primo luogo “condividere”. Questo non vuol dire che la relazione instaurata con gli oggetti non sia comunicazione: tali relazioni non possiedano le stesse caratteristiche della comunicazione tra due soggetti, ma ne condividono parte dei processi percettivi che costituiscono qualsiasi esperienza umana.

Non approfondiremo questa riflessione, ma proporremo a partire da essa, un salto di dimensione “artistica” e “corporea”, che spieghi la scelta di un’opera, come la Metamorfosi di Narciso (1937) di Salvador Dalì. La comunicazione artistica “eccede” qualsiasi linguaggio, collocando i soggetti in una “quarta dimensione”: non solo temporale, contingente all’atto del fluire, ma piuttosto il frutto della sintesi tra creazione e osservazione. Essa è il luogo che ciascun professionista dovrebbe raggiungere per dar vita ad una comunicazione “artistica”. L’idea emerge dalla struttura del quadro, dalla coesistenza delle sue parti secondo le regole di cui non sempre si è capaci di esternare le formule. L’artista compone la sua opera rivolgendosi al potere di interpretare tacitamente il mondo e gli uomini e di coesistere con loro. La forza dell’arte è di mostrare come qualcosa diventi significato dalla disposizione spaziale/temporale dei suoi elementi. In una delle sue autobiografie, Diario di un genio Dalì scrive: «Tutti vogliono sapere il metodo segreto del mio successo: si chiama metodo paranoico-critico. Da più di trent’anni l’ho inventato e lo applico con successo, benché non sappia ancora in che cosa consista. Grosso modo, si tratterebbe della sistemazione più rigorosa dei fenomeni e dei materiali più deliranti, con l’intenzione di rendere tangibilmente creative le mie idee più ossessivamente pericolose».

Metodo che applica in quest’opera, dove ripropone la trasformazione del personaggio mitologico calandolo nell’estetica e nel suo surrealismo. A sinistra del quadro si vede dipinta, con colori caldi, la figura umana di Narciso, in posizione fetale e pronto alla trasformazione. Sulla destra, con colori più freddi e con la precognizione della morte, si staglia una mano che ha le stesse forme del corpo di Narciso. Una mano tiene tra le dita un uovo dal quale nasce un fiore. Sullo sfondo una serie di personaggi, statue e figure che richiamano al Rinascimento; a cui si aggiungono elementi contrastanti, per dare sfogo all’inconscio e complicare il lavoro interpretativo dei critici.

La speranza di recuperare la condizione perduta, i tentativi di adattarsi al nuovo stato, i comportamenti familiari e sociali, l’oppressione della situazione, lo svanire del tempo sono gli ingredienti con i quali l’autore elabora la trama dell’uomo contemporaneo, un essere condannato al silenzio, alla solitudine e all’insignificanza. Da qui ne scaturisce, a mio avviso, la necessità di ritirarsi e chiudersi in un mondo tutto personale nel quale ritrovare un possibile sollievo e la negata serenità, ossia l’identità per sempre perduta. Si è incapaci di accettare le diversità, di rompere la realtà convenzionale, le abitudini di una società che rimane primitiva, ferma e ben salda su pregiudizi infondati e aberranti, che ha paura di scoprire qualcosa di nuovo, qualcosa che possa scontrarsi contro i principi, molto spesso assurdi e incomprensibili, alla base della vita. Diversità non è sinonimo di follia, di malattia o di mostruosità, ma può produrre in noi la necessità di una vera e propria “metamorfosi”. Ci si trova di fronte ad un livello di significato eccedente che si pone al di là di ogni intenzione simbolica di comunicare un contenuto.

Così l’arista si trova nell’opera, nella psiche del creatore e del fruitore, intessendo un dialogo attivo con le vari sfere della cultura. L’opera d’arte in questo senso crea una struttura sociale, comunicativa ed interpersonale. Il suo messaggio (finalizzato come opera d’arte), non deve mai essere inteso come dato e dogmaticamente statico, esso è sempre una proposta, l’esempio dialogico di un lavoro creativo che comunica con il mondo e con noi.

Rosaria Iacovino

Rosaria Iacovino, nasce in Basilicata ventotto anni fa in un piccolo paesino di provincia, Castelsaraceno. Tra le sue passione c’è l’arte e la letteratura di tutti i generi, tranne quella mielosamente romantica. Ama viaggiare, conoscere usanze e posti nuovi.
Verso i quindici anni s’innamora profondamente della filosofia, un amore a prima vista, che la porta a trasferirsi a Firenze dove frequenta il Dipartimento di Filosofia, ed è prossima alla laurea in Scienze filosofiche con una tesi in Neuroestetica.
Adora scrivere sulla sua scrivania, ma presto dovrà comprarsene una nuova perché è quasi finito lo spazio sul piano di quella che ha adesso.
Sogna un domani da insegnante.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Metamorfosi in primavera

Sono stata radici. Resistenti radici che sentivano di dover sostenere il mondo.
Sono stata un leone. Un forte leone capace di resistere, anche quando avrebbe voluto tanto nascondersi.
Sono stata una farfalla. Una farfalla leggera e desiderosa di appoggiarsi di fiore in fiore, per poterne assaporare la dolcezza e la delicatezza.

Le radici, però, con il passare di giorni, hanno mollato la presa, facendo precipitare l’albero che sostenevano.
Il leone si è ferito, ed ha iniziato a zoppicare. Morente, si è trascinato fino a raggiungere un luogo nascosto.
E la farfalla, con un’ala spezzata, non ha più potuto volare ed è caduta a terra.

Non sono più stata né radici, né leone, né tanto meno farfalla.
Eppure, sono stata tutti e tre nello stesso momento per troppo tempo, insensibile a quel peso che portavo dentro, ma che aveva spezzato le mie ali di farfalla e rotto quelle radici che mi ero costruita, per sopportare la pesantezza di un mondo esterno che non ero capace di decifrare. O semplicemente che rifiutavo di capire, tanto che, come per automatismo, era diventato sempre più facile riprendere le sembianze di quel leone pronto a ruggire. Cambiando identità, con la stessa facilità con cui mi adattavo al mondo esterno e alle aspettative di chi mi circondava. Rincorrendo quella perfezione e quel bisogno di essere tutto e di resistere alla fatica.

Ricordo di aver continuamente trattenuto le lacrime alla morte del nonno. Ricordo anche di averle versate nel buio della notte. Come quel giorno, quando a scuola non trovai nessuno a prendermi per mano, e ascoltai il vuoto; a quel punto mi si riaprì dentro qualcosa che già risuonava da tempo, ma che non volevo ascoltare.
Perché il leone deve essere più forte, non deve ascoltare, deve insistere, deve farcela. Soltanto tanti doveri che mi sono costruita per proteggermi dalla paura della nientificazione. Anche se tuttavia, a forza di dovere essere e di corrispondere all’immagine di chi mi circondava, è stata la trasparenza a diventare il mio codice di sopravvivenza. La mia delicata capacità di posarmi di fiore in fiore, senza nemmeno farmi vedere, senza farmi sentire.

Ancora oggi ci ricado. Cambio colore continuamente, come un camaleonte. Giallo, rosso, verde, nero, grigio. Mi mimetizzo. E talvolta, ho davvero l’impressione di riuscirci bene.
Divento trasparente agli altri, come a me stessa, così da rendermi conto che quello spazio vuoto che lascio dietro non è nemmeno percettibile allo sguardo altrui. Non esisto. Nessuno può vedermi.
A meno che, e talvolta accade, non mi lascio andare a ciò che la vita mi presenta, abbandonando la pretesa di non essere nulla. Abbandonando doveri e programmi. E, all’improvviso, senza programmare, divento qualcosa e mi materializzo. Mi muovo e sento muovermi dentro.

Si muovono le ali. Si muovono le radici. E nasce quel cucciolo di leone che riceve la vista dalla madre.
Avevo tanto freddo, anche al sole. Eppure, inizio a scaldarmi. Le mani perdono quel colore violaceo, così come le labbra.
Sento il ritmo della vita e le note che compongono il pentagramma sono le mie.
La farfalla apre le sue ali rosse e riprende a volare.
Ricostruisco radici, non per sostenere il peso di un tronco, ma per nutrirmi.
Faccio i miei primi passi, un po’ zoppicando, ma riesco a muovere quegli arti atrofizzati e freddi.
Penso sia primavera, ma non ne sono certa.

Ho bisogno che qualcuno mi guardi, che dia conferma della mia esistenza. Che mi muovo perché sono io la fonte del mio movimento; che respiro perché sono uscita dall’affanno del pianto.  Che il mio battito ha ripreso il suo ritmo normale. Che ho di nuovo radici, ma le mie radici, che sono un leone perché ho trovato la mia forza, che sono leggera perché libera.

E forse è questa la mia primavera.

Sara Roggi

[immagine tratta da Google Immagini]

Federica Pagnan: la metamorfosi del segno

Federica Pagnan, 24 anni, ha dimostrato fin dall’infanzia la passione per l’arte: «L’arte è nata con me. Quando ero bambina portavo sempre fogli e matite e disegnavo ovunque», spiega la giovane artista. Con l’adolescenza arriva anche la fatidica domanda da parenti, insegnanti e amici «Cosa vuoi fare nella vita?» che mette in crisi quasi chiunque ma non Federica che aveva le idee ben chiare, voleva semplicemente continuare a coltivare la sua passione per l’arte. E così ha fatto, iniziando con i suoi studi al Liceo Artistico di Treviso per continuare all’Accademia di Belle Arti di Venezia, nel frattempo partecipando a mostre collettive e non e a concorsi, fra i quali, è un dovere menzionare, la Biennale di Bassano del Grappa, in cui è stata selezionata, unica del triennio dell’Accademia.

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Nelle opere di Federica Pagnan, che spaziano su molti soggetti, si possono notare principalmente due cose: il movimento e la confusione dati dagli schizzi di colore e dai giochi di piani. L’artista “usa” l’arte come suo sfogo personale, motivo per il quale utilizza questa tecnica. Appassionata delle metamorfosi, oggetto della sua tesi di Laurea, afferma che ogni essere vivente si muta in qualcosa, si trasforma per via dei cambiamenti del clima o della società umana. Tutto si trasforma per adattarsi alla situazione. Lei le spiega così: «Le mie opere sono in continua metamorfosi: non sono mai uguali, cambiano sempre, sia nel segno che nel soggetto. Ad esempio le mie incisioni sono molto diverse dalle opere pittoriche, sono due mondi completamente diversi. È una cosa spontanea, ma non è detto che rimarranno distaccate sempre, magari un giorno si collegheranno, ma non adesso». Per quanto riguarda il suo stile, invece, la giovane artista pensa che si sviluppi nel tempo: durante la nostra chiacchierata mi ha proposto come esempio Picasso, come si è evoluto nel tempo il suo di stile; Federica è ancora nella fase della “metamorfosi”, appunto, sta cercando di far prendere una forma precisa allo stile ma è ancora giovane, sebbene piena di passione, fondamentale per il suo obiettivo, e ha ancora molto da imparareIMG-20150215-WA0003Quando Federica Pagnan dipinge o incide si sente in un mondo isolato in cui ci sono solo lei e l’opera, con il pennello o la punta per incidere trasmette tutte le emozioni che ha dentro, tutta la sua energia la trasporta nel suo lavoro; l’artista paragona questa pratica a una seduta dallo psicologo a cui racconti i problemi, lei invece li trasmette alla tela o alla lastra. Una frase che mi ha molto colpito di Federica è stata «ogni artista racconta il suo modo di vedere il mondo» e infatti è questa la vera essenza dell’arte

Per quanto riguarda il futuro la giovane artista ha in mente solo di continuare ciò che già sta facendo: dipingere, incidere ed esporre i suoi lavori, sebbene il suo sogno nel cassetto sia quello di aprire un laboratorio per dare ai giovani la possibilità di esprimersi.

Se siete interessati, potete seguire Federica nella sua pagina Facebook.

Ilaria Berto

[Immagini concesse da Federica Pagnan, informazioni ottenute tramite intervista all’artista stessa]

Metamorfosi (la perfezione inesistente)

 

Viviamo in una realtà stereotipata, viviamo inseguendo dei modelli, decretati da non si sa bene chi, forse da una collettività troppo concentrata sul sembrare e poco interessata all’essere.
Questa considerazione sappiamo bene potersi estendere, bene o male, a qualsiasi sfera dell’esistenza umana. Questa riflessione non è altro che immagine scritta di una società priva di valori.
Questi stereotipi, tuttavia, vengono addidati e allo stesso tempo inseguiti ossequiosamente da ogni singolo individuo che io abbia mai avuto la possibilità di incontrare. Chi vuole essere il figlio perfetto, chi lo studente modello, chi il compagno ideale, la moglie che l’immaginario collettivo desidera, la ragazza che tutti si voltano a guardare per strada..la ragazza che desidera ardentemente ricevere lusinghe, quella che posta foto sui social perché la “fame del like” e la bramosia di approvazione sono troppo forti per non ricercare ossessionatamente l’approvazione altrui.
La premessa serve unicamente ad aprire la strada alla riflessione che sento di dover attuare, soprattutto ora, qui, perché nel mondo delle parole non si trova mai abbastanza spazio per valorizzare una donna per ciò che è e non per ciò che dovrebbe essere.
I media manipolano, persuadono, modificano la nostra opinione, il nostro pensiero, il nostro modo di agire. I media possiedono quel potere coercitivo in grado di mutare spazi e tempi, divengono estensioni del nostro io, ci affidiamo a loro, ascoltiamo, agiamo. Il passaggio da ascoltare e restare passivi ad agire e diventare attori attivi sta avvalorando, giustificando e legittimando la violenza che le donne subiscono dai media…violenza che, come per un effetto osmosi, è portata avanti dalla società reale, dal sistema nel quale viviamo, ci rapportiamo.
Il viso perfetto, i capelli perfetti, il corpo perfetto. Cercando di mostrare donne normali, attuano ancor di più la corsa alla somiglianza di modelli del tutto sbagliati.
So cosa vuol dire vivere in sovrappeso, sentire le risate, le prese in giro, le cattiverie gratuite… La preclusione alla definizione di “normale”, l’ inclusione nel gruppo dei ciccioni, dei brutti, di coloro che valgono meno. Di questo parliamo, della privazione del valore personale con l’aumento del peso corporeo.
Ad ogni epoca corrispondono stereotipi, in ogni epoca le donne fanno la corsa per tagliare il traguardo. Passare le notti insonne, passare le giornate a resistere, a privarsi del piacere del cibo, dell’unica cosa in grado di saziare davvero l’animo, per ottenere un sorriso, un complimento…il compiacimento. Perché la volete sapere la dura verità? A nessuno piace andare in palestra a sentire la ciccia che salta su e giù mentre si corro sul tapisroulant, nessuna donna prova piacere nel sostituire una fetta di torta con una carota o una costa di sedano…e chi vi dirà il contrario, mente.
Malgrado le lacrime, i dolori, le privazioni, nulla potrà mai discostare una donna dal raggiungimento del proprio obiettivo, nessuno potrà convincere una donna che l’approvazione altrui non conta, che le persone che offendono sono stupide. Nessuno.
Il baratro, nel quale il genere femminile è caduto,sta continuando a risucchiare autostima, sorriso, felicità del sé. Accendete la televisione, sfogliate un giornale, una rivista, accedete a Facebook… Vorrei sapere quante donne “normali” avranno un vostro sorriso, quante super magre avranno il vostro like. Potremmo disquisire a lungo su programmi, asserzioni, pensieri e opinioni sulla magrezza, sull’obesità, ma non vorrei mai fare polemica o trasformare un veicolo di libertà di espressione e verità, come lo sono queste parole, in un arma di discussione inutile.
La verità, mio malgrado, deve esser dispiegata. Questa è, però, una realtà scomoda, qualcosa che la maggior parte delle donne negherà. Per me scrivere tutto ciò è difficile, affrontare i propri mostri lo è sempre…ma la propria sofferenza potrebbe esser la chiave di lettura della sofferenza altrui.
Questa rubrica, la possibilità di trasmettere il mio pensiero al mondo, mi ha fatto comprendere come la narrazione  dell’attualità non sia la strada più giusta per esplicitare e chiarificare le forme di violenza contro il genere femminile. Sono le storie vere a dispiegare la totalità di un evento, di atteggiamenti, di condizioni.
Oggi ho deciso di scrivere di un tema, se pur con toni “smorzati”, che mi sta molto a cuore.
Cercare di reincarnare lo stereotipo della donna supermagra, perché la si percepisce come un’imposizione della società odierna, è una violenza… Se vogliamo, una violenza amplificata e legittimata.
Come potrebbe esser altrimenti, per un fenomeno che porta le donne, e anche gli uomini, perché nessuno ne viene escluso, a cambiare sè stessi, la propria immagine, la figura che è riflesso della propria anima, per compiacere una società ossessionata da valori distorti?
Perché oggi come oggi, non importa chi sei, ma come appari.
IODICOBASTA.ETU?

Nicole Della Pietà

[Immagine: opera Metamorfosi IV – pavone di Clarae]