«No Maria io esco!»: fondazione della metafisica di Tina Cipollari

Ovvero: storia di come imparai a non prendermi sul serio, a non credermi “intellettuale”, a rifiutarmi di parlare forbito e a vivere felice.

Ogni buona riflessione filosofica ritengo che – per potersi dire scientifica – necessiti di esser costruita su alcuni assiomi indubitabili. Qualora volessimo iniziare un’analisi antropofilosofica dell’esistenza dell’individuo occidentale medio, non potremmo non concedere che uno di questi assiomi è il seguente: in ciascuno di noi, vive – segreta e latente – un’indipendente e sovrana Tina Cipollari.
Tina: unica costante della nostra vita ormai priva di punti cardinali; sbrilluccicante e sorprendente routine riaffiorante, come una boa di salvataggio, nel turbinio della prevedibile quotidianità dell’imprevisto; profumo sottile che ci distrae dal buio implacabile che s’annida in ogni angolo della nostra mente; parte dell’essere “uomini e infelici”1 che emerge dall’implacabile scala discendente verso il baratro del politically correct; redivivo “Vaffanculo!” che sempre siamo pronti – e tentati – di proferire contro chicchessia, e in qualunque occasione; sguaiato “No Maria, io esco!” che cresce in noi quando ci troviamo innanzi a situazioni ingestibili e insopportabili; gesto eclatante ch’è lì, pronto a esplodere ma che, per utilità, soffochiamo con coperte di prudenza ed estintori opportunistici; fuga dalla malafede del presente e locura necessaria alla sopravvivenza.

Chiariamoci: è uso corrente, tra gli “intellettuali”, di qualunque colore politico e indirizzo culturale, ironizzare su quello che – aspere duriterque – viene definito trash: fingendo di incensarlo, sprecandosi in mendaci dossologie, costoro intendono esaltar loro stessi, per poi sprecare inchiostro, e tempo, in inutili conclusioni antropologiche sul deprecabile universo della contemporaneità e dei suoi miti; ma qui è tutt’altra cosa!
Qui non si sta parlando di macchiette o di trash: si riflette di esistentività, e Tina Cipollari è l’Esistentivo per eccellenza.

Ora, come fondare Tina, metafisicamente?
Esistenzialmente, l’abbiamo descritta: è la parte immediata di noi, quella più sincera… ma questo fondamento, è forse un infondato? Che statuto ha, questa donna che è in realtà la totalità del silenzio parlante della nostra anima da lungo tempo occidentalmente adagiata nella convenienza della prudenza e nel comodo dell’assenso?
Pensandoci molto attentamente, sono giunto alla conclusione che Tina è una realtà ontologica che supera, di gran lunga, le determinazioni di “bello” e “brutto” (che poi non sono che lo stesso veduto, però, da due angolazioni particolari differenti), di “giusto” e “sbagliato” (perché l’immediato non può avere una determinazione etica, che è somma mediatezza). Tina Cipollari è semplicemente come deve essere, come l’Essere di Severino. Sussume su di sé il concetto di trash (parola che, col passar del tempo, si depriva d’ogni significato) e lo invera, togliendolo, divenendo cult e, gradualmente, iconic… ecco!
Tina Cipollari è l’iconic dell’esistenza-inautentica-heideggeriana, e che a esso si diano le determinazioni parziali di “bellezza” o “bruttezza”, di “giustezza” o “ingiustizia”, è secondario: come la sostanza spinoziana, Tina è definibile in mille modi ma, comunque se ne parli, non si potrà che sbagliare: lei è oltre le parcellizzazioni.

Tina è ciò che, più d’ogni altra cosa, rimarrà nella storia della cultura pop, perché è il no-filters per eccellenza, il lampante proclamato come tale.
Siamo franchi: se Tina fosse un po’ meno di quant’è, potrebbe sembrare una classica donna di provincia che dice pane al pane… ma l’accumulo di sguaiate verità che, giorno dopo giorno, ella proferisce, la rende una «sapiente auto-messinscena, ma con una robusta sostanza e una vitalità sconosciute»2 a chiunque: in una parola: iconic. E solo quando v’è un sub-stratum iconicum, persistente nel tempo, allora potremmo ricamarci sopra il concetto di trash, che tuttavia rigetto.

Ai miei detrattori dico: guardatevi attorno, che mondo è quello che vedete? E dunque, perché tacete? Perché non vi ribellate, nascondendovi dietro il comodo e l’utile?
Quante volte vorreste urlare: “Vergogna!”, oppure: “Ma ti rendi conto di quello che dici?” e non lo fate? Ebbene quella parte che desidera lo sfogo, chiamasi Tina.
E quando innanzi a tanto male avete voglia di gridare: “Credimi, io non ce la posso fare”, o: “Maria per favore, che sto fuori dalla grazia oggi!” ebbene è Tina, che parla.
E quando vorreste apostrofare qualcuno chiamandolo: “Ciarlatano, fintone, arpia, pizzettara, rosicona” sappiate che è Tina che vuol parlare: spetta a voi decidere se, e quando, assecondarla.

Forse, se facessimo parlare la Tina che abita in noi un po’ più spesso, vivremmo più sereni, perché svestiremmo finalmente gli abiti dell’intellettualoide, e vestiremmo quelli dell’uomo vivo – ma è solo un’ipotesi.

David Casagrande

NOTE:
1. Cfr. N. Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis.
2. Claudio Magris, Danubio.

Meravigliarsi per tornare a vivere

Chi non sa più provare stupore né sorpresa è come morto; i suoi occhi sono spenti

Albert Einstein

Nessuno nel nostro tempo sembra più capace di stupirsi di fronte allo spettacolo del mondo in tutte le sue molteplici manifestazioni. Gli individui sono letteralmente assorbiti dalla frenesia della vita. Il mito della velocità e della produzione risucchia le nostre esistenze nel proprio vortice. Una spirale senza luce, senza scopo, vuota di senso e priva di bellezza. Sembra non ci sia più nulla in grado di affascinare e scuotere la presenza individuale. Assuefatti da immagini di morte, violenze e sofferenze che fluiscono davanti ai nostri occhi. Costantemente bombardati dai mezzi di comunicazione di massa e dai social network, i quali propongono una visione del mondo acromatica. Una condizione che anestetizza la mente e il cuore dell’uomo, incapace di meravigliarsi sia di fronte al male sia al cospetto del bene e del bello.

Affidandosi al già dato e a quanto gli viene quotidianamente imposto, l’uomo moderno smarrisce lo stupore e di conseguenza l’amore per la vita. Egli non si concede più un momento per fermarsi, osservare, contemplare l’esistente nelle sue molteplici e inesplicabili sfumature. Non è assenza di tempo, come si vuol far credere. Spesso è il timore che suscita fermarsi a pensare, a riflettere, ad ascoltare la vita e quanto essa ha da rivelarci. Per questo motivo Umberto Galimberti sostiene che viviamo in una società psico-apatica dove la mente non ha la risonanza delle proprie azioni e dei propri sentimenti.

All’interno di un simile scenario, è ancora una volta la filosofia che può rieducarci alla contemplazione del mondo e al pensiero, proprio perché essa ha la meraviglia come propria sorgente. Già Aristotele nel primo libro della Metafisica sottolineava questo aspetto, affermando che “gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia[1]. Il thauma (parola greca che significa appunto meraviglia, timore) è il vero e proprio movente dell’esercizio della filosofia, ed uno dei grandi motori della vita. È opportuno sottolineare come il thauma non sia solamente lo stupore positivo che desta la nostra curiosità indagatrice, ma pure l’angoscia che viene a delinearsi di fronte a ciò che non si conosce e che, in quanto tale, è imprevedibile. Per questo, thauma è anche “lo stupore attonito di fronte a ciò che è strano, imprevedibile orrendo e mostruoso”[2]. Ecco perché lasciarsi stupire dal mondo significa accoglierlo in tutte le sue sfumature di gioia, dolore, vita, morte, ai quali è sottesa, come sosteneva Eraclito, una profonda armonia.

Se impariamo a porci di fronte a quanto esiste con un atteggiamento contemplativo, se ci lasciamo sorprendere, cogliamo che la vita non è riducibile e non è semplificabile secondo alcuna categoria prestabilita. La vita stupisce sempre. In essa c’è sempre qualcosa che evade la prigione del concetto. Che rimanda all’oltre. Quell’oltre nel quale è custodita la bellezza che può inondare di senso la nostra esistenza. Ecco perché il filosofo Pavel Florenskij scrive: “la filosofia esige un osservatore vivo – cioè mobile – della vita e non di un’immobilità rigida e convenzionale. La filosofia, insomma, afferma la vita e la sua ricchezza[3]. La vita dunque dovrebbe essere stupore sempre giovane, ricerca, domanda mai paga. Essa è unione e movimento profondo fra l’uomo e il reale. È dialettica. E come afferma lo stesso Florenskij:

La dialettica è relazione viva con la realtà. […] La dialettica è un esperimento ininterrotto sulla realtà per giungere all’intimo dei suoi strati più profondi. Dice il saggio: “Non si sazia l’occhio di guardare né mai l’orecchio è sazio di udire” (Ecclesiaste I, 8). La dialettica è la contemplazione mai paga della realtà e l’ascolto mai sazio della sua parola[4].

Lasciamoci dunque guidare dalle parole educative della filosofia. Voci che possono aprire l’orizzonte di senso della nostra vita. Esercitiamoci allo stupore, recuperiamo questa preziosa dimensione per vivere attivamente nella realtà. Se “lo stupore è il nocciolo della filosofia[5], significa che in esso è celato il senso del mistero che abita le profondità della vita. Per questo l’essere umano necessita di tornare a sorprendersi di fronte alla propria singolare presenza, per evitare di “sopravvivere” e tornare a vivere.

Il vero e proprio miracolo dinanzi al quale il filosofo – e quindi l’uomo –  viene a trovarsi è il mistero, il fenomeno originario della sua propria esistenza. In quanto filosofo, resto stupefatto perché io sono, perché io sono io[6]. Facciamo risuonare dentro di noi questo monito di Viktor Frankl come un mantra per ridestare le nostre coscienze, troppo spesso sopite rispetto all’incanto e al pensiero.

Riprendiamo dunque a meravigliarci, usciamo a contemplare la volta del cielo e con Leopardi chiediamoci: “A che tante facelle? Che fa l’aria infinita, e quel profondo infinito seren? Che vuol dir questa solitudine immensa? Ed io che sono?[7].

NOTE

[1] ARISTOTELE, Metafisica, tr. it. di G. Reale, Bompiani, Milano, 201412, p. 11.

[2] E. SEVERINO, La filosofia contemporanea, Rizzoli, Milano, 1986, p. 7.

[3] P. FLORENSKIJ, Stupore e dialettica, tr. it. di C. Zonghetti, Quodlibet, 2011, p. 47.

[4] Ivi, p. 49.

[5] Ivi, p. 76.

[6] V. E. FRANKL, Homo patiens, tr. it. di E. Fizzotti, Queriniana, Brescia, 20012, p. 73.

[7]G. LEOPARDI, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, in Canti, a cura di G. Ficara, Mondadori, Milano, 2015, pp. 167-168.

Il santo

M’illumino d’immenso: una delle preghiere più soavi attraverso cui l’infinito dolcemente attracca nel finito che più verserà lacrime d’angoscia. L’ assolutamente altro, prono sull’esserci, lo invita a farsi contemplare, dipingere, scolpire, musicare: non capire, ma vedere; non ragionare ma sentire, udire, percepire in silenzio il silenzio.

In quell’alba l’incandescenza della vita, colta e filtrata dall’artista, si trasforma in metafisica e il linguaggio senso-percettivo del “santo” in attimo estatico, in avvento artistico inteso come bisogno e legame simbiotico tra finitezza ed immensità, tra il desiderio di interpretare e quello di essere interpretato giacché nell’arte è essenziale al tempo l’eternità e a quest’ultima al tempo, sì come all’immensità la finitezza, alla complessità la semplicità.

La porta carraia si spalancherà se l’immensità saprà ancora stupirci, “sospenderci” e se l’uomo avrà ancora il tempo per quell’attimo, solo allora ogni artista, il santo, avrà il suo pennello, le sue note musicali, la sua penna, la sua mano in un olocausto liturgico, in un vangelo di suoni, odori, colori, parole e gli sarà “dolce naufragar in quel mare”!

Giulia Di Nola

[immagine tratta da Google Immagini]

Il volto: Metafisica della biologia

Nel semplice incontro di un uomo con l’altro si gioca l’essenziale, l’assoluto: nella manifestazione, nell’«epifania» del volto dell’altro scopro che il mondo è mio nella misura in cui lo posso condividere con l’altro. E l’assoluto si gioca nella prossimità, alla portata del mio sguardo, alla portata di un gesto di complicità o di aggressività, di accoglienza o di rifiuto.

Emmanuel Lévinas (1906-1995)

Nel mondo contemporaneo, contrassegnato da repentine e traumatiche trasformazioni socio-culturali, la spiritualità umana acquista i caratteri della non indispensabilità e la speranza capitola sotto i duri colpi d’un imbarbarimento antropologico, fatto di rassegnazione, indifferenza, egoismo. Così, agli albori di questo terzo millennio, il nichilismo, quale sintomo d’una civiltà crepuscolare dilaga, supportato peraltro da un umanesimo riduttivo: l’uomo affina le armi della violenza, si macchia di sangue innocente, banalizza coi suoi giochi genetici la bontà della vita e si sbarazza della propria socialità proponendo, come alternativa, la virtualità d’un sito telematico. Ed è proprio di fronte alla perdita di valori, alla dittatura della non autenticità dell’essere che si eleva altisonante la voce del grande E. Levinas il quale pone all’apice della sua indagine filosofico-metafisica, il rapporto tra l’idea passiva e originaria dell’Altro (e che ognuno di noi possiede) e il “Volto” .

Inteso come Tu e non come non-io, sappiamo che il primo volto a manifestarsi è quello materno: il primo volto, quindi, è DONNA! Si tratta d’una incontaminata intuizione senso percettiva, d’una epifania di volti e sguardi in un continuo e incondizionato innamoramento. Essendo un legame poetico, un Dialogare perenne che inizia sin dal concepimento, quel messianico apparire del volto materno sarà come un big bang d’ amore. Al contempo, sempre in virtù di quel volto, il soggetto sperimenterà, ben presto, anche sentimenti opposti all’ amore. La relazione diadica lentamente va perdendo le prerogative iniziali della esclusività e il volto materno che ora funge da ponte, consente al bambino di intuire la presenza di altri volti, di vivere nuove alterità dell’altro in ambito familiare così come successivamente in quello scolastico e poi socio lavorativo. Il volto materno ci sconvolge perché ci responsabilizza, ci egemonizza, ci rapisce, ci sensibilizza, ci attira e ci spinge a fuoriuscire da forme aberranti di anarchia e solipsismo: ci sprona a relazionarci e interfacciarci col prossimo, a confrontarci col mondo.

È innegabile che le conquiste storiche raggiunte dalla donna come il diritto all’istruzione, al voto, al lavoro extra domestico, nonché alla parità dei ruoli, hanno portato la stessa prima di tutto alla consapevolezza di essere persona, ma la maternità, il prendersi cura dell’altro non è uno dei tanti diritti, bensì il DIRITTO che, oggi, sembra sia solo una appagante eventualità. Il rapporto madre-figlio, impostato sulla fragilità di legami, sulla frettolosità, sulla schizofrenia e labilità di quelli, sulla disattenzione materna è un rapporto frustrante perché carente di affetto, di umanità, di altruismo. Una tale carestia d’amore non può non generare che una società malata, sorda alle esigenze altrui, insensibile alla sofferenza, al dolore, alla indigenza, alla morte: l’altro più non ci sconvolgerà!

Giulia Di Nola

Scrittrice.

Laurea in Filosofia presso Federico II Napoli

Scritti pubblicati
– E…divennero sorelle (romanzo), da cui è stata ricavata una sceneggiatura e una recensione a cura del prof. universitario Marco Ivaldo;
– Capillari di metafisica I (poesie);
– Capillari di metafisica II (poesie);
– Saggio su Rosmini (saggistica).

Lavori in fase di ultimazione
– Femmina, femminicidio, femminilità (saggistica);
– Marika (romanzo);
– Aforismi I.

Hobby
Contemplare il mare!

[Immagini tratte da Google Immagini]