Dal dolore al colore, da Frida Kahlo all’arteterapia

Tutti almeno una volta nella vita si saranno trovati in situazioni complicate da gestire a livello emotivo, arrivando a credere che non ce l’avrebbero fatta a superare quel determinato periodo nero. Quando si vive una situazione dolorosa è piuttosto comune pensare che non esista una via d’uscita; i traumi rappresentano delle vere e proprie ferite dell’anima che possono distruggerci dal punto di vista psicologico, se non affrontati nel modo corretto.  Per non rimanere imbrigliati nella morsa del dolore esistono varie strade, una tra queste è rappresentata dall’arte in ogni sua forma, attraverso cui è possibile entrare in profonda connessione con se stessi, veicolando il dolore e portandolo alla luce. 

L’arte rappresenta una via d’uscita privilegiata dalle difficoltà emotive, poiché facilita l’espressione di ciò che spesso a parole è molto più complicato da dire e comunica simbolicamente sentimenti profondi, emozioni e sensazioni. 

C’è stata un’artista in particolare, nel corso della storia, ad aver letteralmente rivoluzionato il modo di fare arte, che diventa il mezzo attraverso il quale si palesano anche i propri pensieri inconsci, regalando al fruitore opere, non solo di grande impatto iconico, ma anche estremamente crude e drammatiche.  Nella maggior parte dei casi, se non in tutti, l’opera d’arte è sempre autobiografica, racconta cioè totalmente o in parte qualcosa di chi la realizza, ma nel caso di Frida Kahlo tale caratteristica risulta accentuata: i soggetti dei suoi dipinti sono profondamente intrecciati alla sua vita, alle sue tristi vicende amorose, al Messico suo paese d’origine, ma soprattutto alle sue difficilissime condizioni di salute che, come tutti sappiamo, a causa di un gravissimo incidente in autobus e trentadue operazioni chirurgiche, la relegarono in un letto a riposo forzato con il busto totalmente ingessato.

Le opere della Kahlo sono interessanti, non solo dal punto di vista pittorico, ma soprattutto da quello psicologico: è notevole come questa artista sia riuscita a tramutare in bellezza la rappresentazione del suo corpo martoriato e traumatizzato dagli indelebili segni dell’incidente (si pensi ad esempio a opere come La colonna spezzata del 1944). Ancora più incredibile è come sia riuscita a rendere arte il dolore degli aborti spontanei che subì nel corso della sua vita, i tradimenti da parte di Diego Rivera, l’uomo che amò per tutta la sua esistenza; cicatrici non solo fisiche, ma anche psicologiche, come raccontano i famosi dipinti Henry Ford Hospital (1932) che la ritrae su un letto d’ospedale completamente ricoperta dal sangue dell’aborto e Qualche piccolo colpo di pugnale (1935) in cui è ritratta trafitta da numerosi colpi di arma da taglio, emblemi delle sue ferite emotive, inferti da suo marito Diego che l’aveva tradita con sua sorella. Ma ciò che è ancora più interessante notare è come lo spettatore, posto di fronte alle sue magnifiche produzioni, non scappi via per la crudezza delle immagini che gli si pongono allo sguardo, ma al contrario ne resti estasiato e attratto

Ho potuto sperimentare questa sensazione sulla mia pelle visitando, anni fa, una mostra di questa grande artista e ricordo di aver faticato a staccare gli occhi dai suoi dipinti, che indubbiamente catturano l’attenzione con i loro colori brillanti e vivi, che contrastano di proposito con le tematiche trattate e di aver provato una sensazione di vicinanza emotiva con lei.  Già Freud aveva compreso come la separazione tra conscio e inconscio fosse in qualche modo solo apparente, motivo per il quale l’arte viene considerata, anche dal padre della psicanalisi, come un ponte tra il mondo cosciente e il mondo inconscio, come uno dei principali mezzi per affrontare le vicissitudini della vita; un po’ come il sogno ma che, a differenza di questo, si serve della creatività e viene condiviso con gli spettatori che fruiscono dell’opera. 

Anche Melanie Klein ha dato la sua interpretazione della creatività artistica, definendola come una tendenza a riparare e ricreare oggetti d’amore. La Klein individua la radice della creatività proprio nel dolore, come accade nei dipinti di Frida Kahlo, in quanto l’espressione artistica porta a plasmare, modificare, riparare l’angoscia del dolore e non a fuggire da esso. 

Grazie agli studi inaugurati da Freud, proseguiti dalla Klein e da altri illustri psicanalisti sull’arte, nonché agli esempi di trasformazione del dolore in bellezza che hanno visto protagonista indiscussa Frida Kahlo, ma di cui non mancano certamente altri esempi nella storia dell’arte, si sono poste le basi per la nascita e lo sviluppo della cosiddetta arteterapia, che ha raggiunto un riconoscimento a livello internazionale, diventando un preciso strumento non solo terapeutico ma anche didattico nell’ottica dell’educazione alle emozioni, a partire dall’infanzia: un mezzo importante per riuscire a portare alla luce i nostri sentimenti profondi, per imparare ad auto-riparare le nostre emozioni negative e a liberarci dal punto di vista emotivo. 

 

Federica Parisi

[Photo credit Quino AI via Unsplash]

la chiave di sophia 2022

Il bambino con tre DNA. Progresso medico-tecnologico ed etica a confronto

È di pochi mesi fa la notizia della nascita di un bambino con il DNA di tre persone: padre, madre e una donatrice1.

Il piccolo, figlio di una coppia giordana, è il primo bambino a possedere il DNA di tre adulti, costituito con una nuova tecnica allo scopo di evitare che il neonato ereditasse dalla madre i geni contenuti nel DNA mitocondriale responsabile della malattia neurodegenerativa di cui la donna è portatrice sana, cioè la Sindrome di Leigh: una patologia letale che colpisce il sistema nervoso in fase di sviluppo.

La coppia si è rivolta al medico John Zhang, primario del New Hope Fertility Centre di New York, il quale aveva sperimentato un sistema per impedire la trasmissione dei geni con le mutazioni: si tratta della tecnica del trasferimento pronucleare che prevede che la cellula uovo della madre e la cellula uovo di una donatrice vengano entrambe fecondate con lo sperma del padre. In seguito viene rimosso il nucleo da entrambe; il nucleo della cellula uovo della donatrice viene rimosso e sostituito con quello della madre.

Zhang non ha però potuto impiegare questa tecnica con la coppia giordana in quanto, sia la madre che il padre, essendo musulmani osservanti, non erano disposti a distruggere degli embrioni. Il medico ha quindi dovuto sperimentare una modalità alternativa: ha rimosso il nucleo da una cellula uovo della madre e lo ha inserito nella cellula uovo della donatrice, senza rimuovere il suo nucleo. La tecnica ha permesso di ottenere una cellula uovo ibrida contenente il materiale genetico della madre nel nucleo e il DNA mitocondriale della donatrice. Tale cellula uovo sarebbe stata successivamente fecondata con lo sperma del padre2.

Ovviamente, un embrione con tre DNA è una condizione biologica senza precedenti, una pratica sperimentale, per di più ereditaria, con conseguenze che non solo non conosciamo ma che sono anche difficili da prevedere. Infatti, nel caso dei viventi, per conoscere gli effettivi sviluppi di tale pratica è necessario che il soggetto manipolato nasca, viva, generi figli dando origine a nuove generazioni con tre DNA, e muoia.

Per quanto la procedura, attuata da Zhang, possa essere considerata una tecnica in sé positiva, in quanto il fine è di prevenire una patologia e quindi impedire che il bambino che nasce possa portare in eredità la patologia della madre, sorgono diversi problemi di ordine scientifico, relativi al fatto che siamo comunque in presenza di una tecnica sperimentale della quale non solo non conosciamo i risultati a lungo termine, ma anche quelli di ordine etico ed antropologico. I rischi sono, allo stato attuale dell’applicazione di questa tecnologia, imprevedibili.

Per quanto il DNA mitocondriale fornisca solo una piccolissima informazione costituita da trentasette geni, non si sa quanto questa porzione di trasmissione genetica possa poi modificare l’identità genetica del bambino; oltre alla madre e al padre che portano l’informazione fondamentale (circa ventimila geni), ci sarà sempre anche un’altra referente genetica. Alcuni scienziati hanno chiesto una moratoria in questo ambito, segno di responsabilità professionale. Sono i tecnici che, proprio perché artefici delle modificazioni genetiche, percepiscono la responsabilità sociale posta nelle loro mani3. Molti scienziati, attenti agli aspetti etici, sociali e antropologici connessi al procreare bambini attraverso queste nuove procedure, hanno posto l’attenzione sull’inopportunità di proseguire in questa direzione senza che sia stata avviata prima una seria riflessione a tale proposito. Il desiderio di maternità è legittimo; è però altrettanto importante che quest’ultimo sia bilanciato con la tutela di chi nascerà attraverso una tecnica sperimentale.

Silvia Pennisi

NOTE:
1. La notizia è stata diffusa dalla rivista New Scientist attraverso l’articolo “World’s first baby born with new 3 parent technique”, nel mese di settembre 2016.
2. La creazione di un embrione a tre DNA, vietata negli Stati Uniti, è stata autorizzata legalmente solo nel Regno Unito. Il Dott. Zhang ha attuato la procedura di fecondazione in Messico, dove non esiste alcuna regolamentazione a riguardo.
3. D. CYRANOSKI, Ethics of embryo editing divides scientists. Researchers disagree over whether making heritable changes to human genes crosses a line, Nature, n.272, 2015.

[Immagine tratta da Google Immagini]