Odia il prossimo tuo come te stesso

Qualcosa sta cambiando nel mondo. Serpeggiano venti strani che ci spingono sempre di più a guardarci con diffidenza. La tesi che sosterrò in questo articolo è che abbiamo iniziato ad odiare molto di più gli altri nella misura in cui odiamo noi stessi.

Del resto risulterebbe altrimenti inspiegabile l’accanimento che stiamo riversando costantemente verso quattro (proporzionalmente sono pochi, andate a guardarvi le statistiche) disperati che decidono di salire sui barconi mettendo in gioco le loro vite, e poco cambia che siano migranti economici o rifugiati: da qualcosa scappano.

L’argomento che mi interessa veramente affrontare è perché noi scappiamo da noi stessi. Scappiamo da ogni legame di fratellanza o di vicinanza verso la nostra stessa specie, indulgiamo di più nel mettere il cappotto al cane, magari pure di marca, al posto di metterlo a un nostro simile, che è simile in tutto: organi interni, dentatura, sguardo, labbra, mani, ogni tanto differisce solo per il colore della pelle, ma credo che lì sia solo una questione di melanina.

Riusciamo a dare amore incondizionato ai nostri “simili” o a ciò che percepiamo come tali, compresi i nostri affetti animali, che comprendo, ma non giustifico. Avendo due gatti capisco bene che ci si possa pure affezionare, ma ciò non giustifica un dato fortemente inquietante: stiamo forse diventando tutti schizofrenici? Credo e spero proprio di no, considerato che la matrice della schizofrenia (dal greco schizein σχίζειν, “dividere” e phrēn φρήν, genitivo φρενός, “mente”) è sostanzialmente una «dissociazione come limitazione, distorsione o perdita dei comuni nessi associativi nello svolgimento logico del pensiero»1 che riguarda anche il comportamento verso gli altri. Il punto vero è che ormai tale dissociazione rischia di insinuarsi nel nostro selettivo modo di essere, cioè nella capacità di riconoscere anche i nostri simili come tali e noi come specie.

Come siamo arrivati a questo punto?

Come abbiamo potuto, nonostante le nostre radici cristiane, dimenticarci di noi stessi?

L’Europa cristiana che vorremmo contrapporre ad altri modelli si basa sul Vangelo, cioè un racconto dove si intrecciano volti, storie, la potenza e la fragilità degli incontri. C’è un luogo che Gesù predilige per i suoi incontri: la tavola. Vi si siede insieme con le persone più diverse, con puri e impuri, con amici e perfino con gli avversari. Ed è in quegli incontri nelle case, intorno al cibo e al vino, che Gesù propone sogni di futuro, immagini di Dio e di un mondo nuovo dove l’umanità sia più forte e numerosa che in qualsiasi altro luogo.

Se apriste il Vangelo invece di giurarci sopra vi accorgereste che la tavola non è per l’alimentazione, ma per la condivisione, quella vera. L’evangelizzazione stessa passa da quello strumento lì: la convivialità, lo stare insieme, il sedersi gli uni accanto agli altri. Secondo qualche autore il 50% del Vangelo di Luca si svolge intorno alla tavola (così sostiene J. Tolentino Mendonça2). La tavola in questo caso non è solo luogo di approvvigionamento di sostanze nutritive, ma luogo privilegiato per gli incontri, incontri che hanno il sapore buono dell’amicizia.

Seduti alla stessa tavola noi ci nutriamo di cibo, ma soprattutto ci alimentiamo gli uni gli altri, della presenza degli altri. La tavola comune è una invenzione antropologica fondamentale che ha come obiettivo le relazioni, non la nutrizione, il dare spazio a quegli incontri che costruiscono la nostra identità. Tutti abbiamo bisogno di essere curati e custoditi nelle nostre differenze, ma senza la relazione con l’altro da noi non abbiamo speranza salvo la prigionia inarrestabile delle nostre convinzioni. Senza turbamento non sussiste nemmeno il concetto stesso di normalità. Senza dialettica, senza confronto, non esiste il movimento: tutto resta fermo, statico e inerte.

Alla fine resteremo soli, carichi delle nostre invidie, in un mondo che diventerà sempre più piccolo − e forse meno significante, più semplice − ma meno stimolante.

Odiamo il prossimo ma dimentichiamo che l’amicizia di Gesù è quella che accoglie tutti prima della loro stessa conversione; un modo di essere che non cerca seguaci, ma gente che stia con lui. Forse qualcuno si convertirà, forse nessuno. Ma Gesù non fa calcoli di questo genere. Il suo sguardo non si posa sulla dignità o meno delle persone, sulla loro fedina penale, sulla purezza rituale, sul colore della loro pelle. La forza dell’Occidente e delle sue origini cristiane è quella di scavalcare le norme e le clausole acquisite, raggiungendo davvero l’essenza della “creatura”, del suo bisogno e della sua povertà, della sua strutturale imperfezione.

La forza dell’Occidente è che non si avvicina alle persone con una griglia di classificazioni morali ma offre un’amicizia che abbraccia l’imperfezione; mostra il suo bisogno nativo, divino, di abbracciare l’imperfezione di questa esistenza.

L’amore è esigente, bruciante; l’amicizia è benevola e indulgente. E poter tornare a parlare di amicizia tra i popoli al posto dell’odio imperante di questi tempi ha un vantaggio enorme; amore e passione di unirsi, irruenza di fusione. L’amicizia cammina per la via umile della gratuità, abbraccia l’imperfezione, prende tempo, ammette che un rapporto possa essere strutturalmente imperfetto. La vita è così: una relazione con l’Altro da noi reale e imperfetto.

Una delle particolarità del Vangelo di Luca è di raccontarci ben tre incontri di Gesù ospite alla tavola dei farisei: «Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola.» (7,36); «Dopo che ebbe finito di parlare, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli entrò e si mise a tavola.» (11,37); «Un sabato era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo.» (14,1).

Tutto parte da un invito, da un gesto di rispetto, di attenzione, forse nei confronti del giovane rabbi o forse nel riconoscimento che tutti siamo stati bambini, che tutti in un certo modo siamo uguali e viviamo e conviviamo ogni giorno con le nostre imperfezioni. Odiamo gli altri perché sono poveri, miserabili, fragili senza accorgerci che odiamo in loro esattamente quello che siamo noi stessi. Odiamo noi stessi come odiamo gli altri.

 

Matteo Montagner

 

NOTE
1. U. Galimberti, Dizionario di Psicologia, UTET, Torino, 2008, p. 835.
2. José Tolentino Calaça de Mendonça è un arcivescovo cattolico, teologo e poeta portoghese; dal 26 giugno 2018 arcivescovo titolare di Suava.

[Credit Tobi Oluremi]

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L’Italia è una Repubblica fondata sulla raccomandazione

«In Italia non si può ottenere nulla per via legale, nemmeno le cose legali. Anche queste si hanno per via illecita: favore, raccomandazione, pressione, ricatto, eccetera».
Giuseppe Prezzolini, Codice della vita italiana, 1921.

Per molto tempo abbiamo ascoltato slogan tesi alla narrazione di un Paese che si sta rialzando, che riparte, ma è possibile che riparta qualcosa che forse non è partito? In Italia a parità di titolo di studio e capacità chi proviene da una famiglia agiata avrà certamente più successo di colui che proviene da un ambiente più umile. Abbiamo costruito una Repubblica fondata su quella che forse è una delle più belle Costituzioni mai realizzate, ha scritto e detto qualcuno, ma che corre il rischio di restare lettera morta di fronte a semplici fatti quotidiani: è più facile che il figlio di un notaio segua le orme del genitore che quello di un operaio riesca a dirigere la fabbrica dove suo padre ha lavorato. La mobilità sociale risulta ancora bloccata, i discendenti delle famiglie più abbienti restano ai vertici a prescindere dalle loro effettive competenze, mentre i pronipoti delle classi popolari restano in basso.

Secondo la visione marxista della società dalle contraddizioni emerge necessariamente un conflitto, uno scontro sociale che conduce necessariamente a un ribaltamento dello status quo, ma l’Italia è la plastica concretizzazione che ad alcune condizioni le cose contrapposte non generano movimento. In Italia prevale il lamento dinnanzi a tutto quello che non funziona e il lamento non è altro però che un altro volto dell’apatia. Vi sono indignazione e lamento sui social media e poi piazze vuote e tutti i lunedì si va a lavorare a testa bassa davanti ai capi, magari pure incompetenti e raccomandati, però bisogna pur portare la pagnotta a casa e quindi zitti e avanti ventre a terra.
Siamo diventati o siamo sempre stati una società dinastica in cui conta soprattutto di chi sei figlio e non quale sia il talento che possiedi o la voglia che hai di imparare.

Dalla constatazione della impossibilità di garantirsi un futuro migliore sorge la bassa natalità, i bassi tassi di frequentazione dell’Università, settore in cui siamo un fanalino di coda, e tutta una serie di fenomeni sociali che alcuni fini analisti tendono a spiegare sbrigativamente dicendo che è colpa delle persone che han scarsa voglia di mettersi in gioco, che non è la disoccupazione il problema, la precarietà, le scarse prospettive per il futuro, no, sono le persone non “positive” il problema.

«L’uomo superiore coltiva la virtù, l’uomo inferiore coltiva il benessere materiale. L’uomo superiore coltiva la giustizia, l’uomo inferiore coltiva la speranza di ricevere dei favori»1.
Confucio

I privilegiati tendono a mantenere lo status per i loro discendenti e a occupare posti in prima fila. Per questo molti rinunciano a investire su di sé nella convinzione che le cose non possano cambiare. La stessa tristezza e la sofferenza vengono spesso spiegate come un fenomeno di origine mentale, stuoli di motivatori invitano ad assumere un atteggiamento mentale “positivo” come se la determinazione delle condizioni oggettive delle persone dipendesse in qualche modo dal loro stato mentale. La persona in stato di sofferenza sarebbe in qualche modo affetta da una percezione scorretta della realtà che la conduce progressivamente ad essere la causa dei suoi stessi mali. Ancora una volta non sono le condizioni in cui la persona è inserita che determinano il suo stato d’animo, non è il contesto in cui la persona è immersa ad essere il problema, è la persona non “positiva” il problema.

Per spezzare questa vuota retorica del “pensare positivo” viene in nostro soccorso una lunga tradizione di materialismo tedesco che trova uno dei suoi più alti compimenti in Karl Marx, erede della cultura dialettica di matrice hegeliana, il quale ben comprende che lo stato di sofferenza delle persone è spesso dato non da fattori endogeni, ma esogeni. Se perdo il lavoro ho ragione di essere triste? Se il mio lavoro non mi consente di realizzare i miei “bisogni” (un concetto che in Marx è fondamentale) ho ragione di essere triste? Quante donne in Italia sono costrette a scegliere tra la carriera e una vita famigliare appagante?

Questo mondo ha risposto alle legittime aspirazioni di vita delle persone col motto:
“La crisi non esiste, siete voi la crisi!”
Il capitalismo contemporaneo ha raggiunto i suoi massimi livelli, diventando l’unica alternativa possibile e immaginabile, ha sovrastato a tal punto ogni altra cultura sociale e di massa tanto da diventare parte integrante degli animi delle persone espellendo sistematicamente tutto ciò che viene percepito come fragile, fallibile, imperfetto, inefficiente e in sostanza umano.
Il nostro mondo contemporaneo dalla fabbrica novecentesca al moderno incubatore di servizi ha progressivamente consolidato la propria egemonia culturale al punto che chi fallisce, chi si lamenta, chi è dissonante di fronte a un sistema efficientistico e ben oliato è in qualche modo colpevole, colpevole di non voler stare al gioco a cui giocano tutti, colpevole di non essere abbastanza motivato, intraprendente, desideroso di mettersi al servizio del Capitale per produrre valore.
Concetti come libertà, diritti, esistenza autentica sono ancora applicabili ad un mondo così? Provate ogni tanto a guardare con occhio critico gli alveari di cemento dove ci rechiamo ogni giorno a fare quello che “dobbiamo” e chiedetevi se davvero la realtà che stiamo vivendo oggi sia poi così diversa da quella che racconta George Orwell in 1984, e se non lo avete ancora letto forse è proprio il caso di farlo prima che sia troppo tardi.

 

Matteo Montagner

 

NOTE
1. Tratto da a A. Manocchio, Il manuale degli aforismi, Passerino Editore, 2017.

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Inglesismo selvaggio

L’inglesismo selvaggio è ormai un dato di fatto nella quotidianità di molti contesti lavorativi e universitari, nei quali le persone utilizzano termini e acronimi che molto spesso non sanno cosa vogliano effettivamente dire. All’interno della loro nicchia linguistica ciò appare loro come dotato di un significato e di una intrinseca coerenza. Tale fenomeno prolifera nel linguaggio comune e deve il suo successo all’alto livello di contagiosità; capita così che il termine impresso nella memoria balzi fuori al bar mentre si sta bevendo un aperitivo con gli amici, i quali rimangono sbigottiti o ancora peggio annuiscono anche se non stanno capendo assolutamente nulla di ciò che viene detto.

Spezzerò tuttavia una lancia a favore degli inglesismi, come premessa necessaria a riflettere criticamente su questa tematica. Le parole sono come organismi viventi: alcune migrano da un contesto linguistico all’altro, possono nascerne di nuove, è possibile generare parole da altre parole etc… Una lingua esiste propriamente quando c’è qualcuno a parlarla ed evolve insieme a coloro che la scrivono e la proferiscono. Spesso l’Italia è tacciata di esterofilia, ma c’è da dire che oggi nessuno metterebbe in discussione parole come computer, mouse o driver di installazione, in altri paesi tali termini non hanno passato il vaglio di una analisi critica ed è così che in Francia driver è diventato operator o in Spagna il mouse è diventato ratón. La contaminazione linguistica non è un male assoluto, può essere sensato, soprattutto in campi funzionali, mantenere il valore di quelle parole nella lingua originaria, e l’inglese è una lingua decisamente molto sintetica e immediata, quindi effettivamente riesce ad esprimere alcuni concetti in modo molto esaustivo e diretto.

Da un approccio potenzialmente corretto gli italiani sono poi incorsi nell’abuso dell’inglesismo, introducendolo in maniera acritica nel linguaggio comune, il che finisce per essere una patologia linguistica estremamente virale.

Perché chiamiamo il cartellino badge? Perché i giornali titolano killer e non assassino? Perché sono termini semplici e intuitivi, altri giustamente direbbero che è così perché vengono utilizzati di più e più le parole più si usano più si rinforzano. Personalmente credo che le ragioni vadano ricercate più in profondità e in particolare in una tempesta linguistica che abbiamo preparato noi come popolo.

Da un lato abbiamo gli italiani, un popolo che è stato unificato in tempi relativamente recenti e che per sua stessa natura ha mantenuto forti i propri legami e le proprie radici territoriali e dialettali. A questo aggiungiamo come conseguenza una scarsa predisposizione verso la lingua italiana, a tale proposito pensate alla trasmissione televisiva dal titolo Non è mai troppo tardi del maestro Manzi che negli anni sessanta insegnava l’italiano per superare il diffuso analfabetismo.

Gli italiani avendo, in generale, meno strumenti identitari nazionali hanno facilmente seguito la moda o il suono suadente di certe parole inglesi. A questo si aggiunge che, nonostante il doppiaggio in lingua italiana di film e altri prodotti audiovisivi abbia costituito una forma di difesa strutturale, la continua importazione di format televisivi nelle reti nazionali ha indubbiamente favorito la proliferazione di termini stranieri.

Dall’altro lato ci sono invece alcuni ambienti accademici che hanno avviato una crociata linguistica contro questi nuovi modi di dire, teorizzando a più riprese una vera e propria epurazione, un ritorno alle origini, giocando sulla nostalgia per i bei tempi in cui la lingua era “nostra” e ci connotava come popolo. Talvolta queste teorie sono state accompagnate da un forte sentimento nazionalistico: non dobbiamo infatti dimenticare che nell’inconscio collettivo degli italiani c’è il retaggio del fascismo, anche se spesso lo rimuoviamo acriticamente o con una condanna solo formale, che non aiuta a rielaborare quel periodo che ha investito ideologicamente il nostro Paese in modo negativo. La lingua è diventata allora un modo per rilanciare un certo sentimento di dignità nazionale che, cosa tipica del pensiero totalitario nelle sue molte formulazioni, può sussistere solo nell’identificazione di un “nemico”, molto spesso più immaginario che reale. In quest’ottica, la lotta alla proliferazione degli inglesismi si presta perfettamente a tale tipo di retorica.

Una parte del mondo accademico e in generale alcuni “presunti” intellettuali italiani, molto spesso troppo autoreferenziali, hanno tacciato l’italiano medio di limitarsi a scimmiottare gli americani, rinunciando a distinguersi dagli altri per conformarsi agli stili di vita dettati da marchi internazionali.

Gli intellettuali anziché instillare una analisi critica, e setacciare dove davvero le parole inglesi portavano un valore aggiunto in termini di funzionalità, si sono arroccati in cima alla “torre d’avorio” del sapere accademico dalla quale hanno solo saputo giudicare tutti gli altri.

A questi richiami gli italiani hanno risposto sostanzialmente infischiandosene della “purezza” della lingua nel parlare quotidiano e nel relazionarsi.

Scrive bene Wilhelm von Humboldt: «La lingua è la manifestazione fenomenica dello spirito dei popoli: la loro lingua è il loro spirito e il loro spirito è la loro lingua»1. E aggiunge: «L’uomo vive principalmente con gli oggetti, e quel che è più, poiché in lui patire e agire dipendono dalle sue rappresentazioni, egli vive con gli oggetti percepiti esclusivamente nel modo in cui glieli porge la lingua»2.

Il vero problema dell’inglesismo, linguaggio che si diffonde ogni giorno nell’uso comune, è che parliamo pensando di sapere cosa diciamo senza però riuscire nemmeno in molti casi a riportare quei concetti nella nostra lingua. In qualche modo siamo asserviti dalle stesse parole che usiamo perché non le padroneggiamo.

Anziché arroccarsi nella “torre d’avorio” gli intellettuali e la classe dirigente di questo Paese dovrebbero educare e educarsi come popolo all’analisi critica, alla chiarezza e alla limpidezza del linguaggio, senza rinchiudersi nella dimensione dell’ideologia, ed anzi recuperando un sano approccio genealogico come ci ha ben indicato Nietzsche. Pertanto dobbiamo tutti interrogarci non solo in merito a ciò che diciamo, ma soprattutto a perché lo diciamo, così da scegliere davvero consapevolmente come esprimerci.

Quindi proviamo a porci qualche domanda di consapevolezza su cosa stiamo ascoltando o dicendo quando magari affrontiamo con leggerezza termini come spread o spending review, e cerchiamo di esprimerci con parole di cui conosciamo effettivamente il significato e che non usiamo “a pappagallo” solo perché le utilizzano tutti.

 

Matteo Montagner

 

NOTE:
1. W.Von Humboldt, La diversità delle lingue, Roma-Bari, Laterza, tra. It. Di D. Di Cesare, 1991, p. 33.
2. Ivi, p. 47.

 

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Dobbiamo parlare di ciò che non conosciamo

Il ‘900 con tutte le sue contraddizioni e due guerre mondiali è stato il secolo dell’ascesa della democrazia, i Paesi occidentali hanno approvato il suffragio universale, il voto alle donne e movimenti politici a crescente partecipazione hanno segnato importanti battaglie sociali e ideologiche plasmando di fatto il mondo contemporaneo.

Il ‘900 è stato anche il secolo di Internet che ha spalancato le porte dell’E-Democracy, ha reso più fruibili le informazioni, ci ha resi tutti connessi e interdipendenti come non siamo mai stati in passato. Eppure l’alba del nuovo millennio è sempre più drammaticamente segnata dalle contraddizioni della democrazia, l’esplosione delle Fake News, il conflitto intestino tra democrazia e partecipazione. Infatti anche di fronte a individui che non sono correttamente informati o che sono in forte asimmetria informativa rispetto alle questioni il motto del nuovo millennio è: «ho diritto a dire la mia, anche se di quella cosa non so assolutamente nulla». Possiamo esprimerci ormai su tutto, i nostri social media riportano le nostre opinioni su tutto, possiamo dire la nostra e quindi ci sentiamo in dovere di farlo, anzi ci viene sempre più chiesto, basti pensare a quante piattaforme sono sorte mettendo l’utente nelle condizioni di esprimere un giudizio su qualsiasi cosa, dal ristorante a un luogo.

Si sta consumando una battaglia che seppur meno epica di Star Wars ha origini lontane, parte dall’Antica Grecia e giunge fino ai giorni nostri. Se in Star Wars l’eterno conflitto è tra Sith e Jedi ai giorni nostri si sta consumando un conflitto tra Sofisti e Filosofi, cioè tra coloro che ricercano il consenso fine a se stesso e dove l’argomentazione è il fine e non il mezzo e coloro che invece restano fedeli alla Verità.

L’intera partita si gioca nel campo delle opinioni: da un lato c’è l’idea che tutti abbiano diritto di esprimersi su tutto dall’altro una dimensione tecnocratica per cui solo gli esperti sono chiamati a decidere per la collettività.

Tutta questa vicenda non è nuova alla storia dell’umanità. Per secoli la Chiesa Cattolica Apostolica Romana con le sue messe in latino e la proibizione di interpretare in autonomia i testi sacri era diventata l’unica realtà a detenere la Verità sino alle derive più estreme dell’Inquisizione. Essa sapeva che l’informazione non è solo potere e potenzialmente controllo, ma anche che se avesse lasciato ognuno libero di interpretare i testi sacri in autonomia, soprattutto senza gli adeguati strumenti teologici, si sarebbe verificata una proliferazione di eresie. Ma torniamo ancora più indietro: la stessa religione Cattolica Apostolica Romana in fondo non è che una eresia del giudaismo, motivo per cui i Farisei perseguitarono Gesù.

Un ulteriore problema è costituito dal fatto che in fondo la realtà non è oggettiva e, come scrive Nietzsche, «non esistono fatti, ma solo interpretazioni»; l’implosione del sogno positivistico di determinare la realtà in senso oggettivo appare oggi un progetto in declino, ma se la realtà in fondo non esiste, se non è altro che una narrazione che facciamo sul mondo, emerge in tutta la sua problematicità il tema di cosa sia vero e cosa sia falso.

Di sicuro ha influito sulla messa in discussione della Verità e dell’oggettività tutta una serie di autori e correnti di pensiero che ha avuto il suo culmine in Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer; abbiamo instillato in intere generazioni l’idea che in fondo la realtà non fosse che una mera rappresentazione, del resto lo stesso Kant ci dice che noi non sappiamo nulla del Noumeno, ma che la realtà non è altro che qualcosa di generato da un sistema di categorie del soggetto, dunque è il soggetto a determinare la realtà.

I social media, il digitale e internet in generale hanno contribuito alla disgregazione dell’Autorità; il lato positivo è che vi è una maggiore democratizzazione dell’informazione: sappiamo che i regimi di tutti i tempi hanno sempre manipolato l’informazione, ma dall’altro hanno anche comportato la proliferazione di notizie false che ormai permeano la vita delle persone. L’umanità non era preparata a questo cambio di paradigma.

Negli anni si è enfatizzato eccessivamente il concetto di rappresentazione, basti pensare la moda crescente per lo storytelling che ci ha indotto a credere che le cose, la realtà, alla fine sia solo il frutto di come la raccontiamo; in parte questa idea risponde al vero. Milioni di esseri umani hanno vissuto tranquillamente le loro esistenze nella convinzione che la Terra fosse piatta o credendo nel geocentrismo: questo non faceva di certo girare il Sole intorno alla Terra, né ci poneva al centro dell’Universo e la Terra non per questo era piatta, ma la credenza induceva le persone a interpretare la realtà seppur attraverso un paradigma erroneo.

Il punto è proprio questo: seppure non accediamo al noumeno, la scienza ci permette di costruire modelli che ci approssimano alla realtà delle cose, il Metodo tanto enfatizzato da Cartesio e poi da Bacon ci consente di approssimarci alla Verità e di realizzare la sperimentazione per creare degli standard che possono essere intersoggettivamente condivisi e controllati.

Quindi è chiaro che lo storytelling va bene, va bene la narrazione, va bene la democratizzazione dell’informazione, ma non possiamo nemmeno escludere del tutto che esistano dei fatti al di fuori di noi, che possiamo provare ad analizzare, a modellizzare, a capire per approssimarci sempre di più al vero che non è assoluto, ma dinamico, eppure raggiungibile per quanto in maniera imperfetta.

«Tutti si sentono in diritto, in dovere di parlare di cinema. Tutti parlate di cinema, tutti parlate di cinema, tutti! Parlo mai di astrofisica, io? Parlo mai di biologia, io? Parlo mai di neuropsichiatria? Parlo mai di botanica? Parlo mai di algebra? Io non parlo di cose che non conosco! Parlo mai di epigrafia greca? Parlo mai di elettronica? Parlo mai delle dighe, dei ponti, delle autostrade? Io non parlo di cardiologia! Io non parlo di radiologia! Non parlo delle cose che non conosco!»1.

Dobbiamo parlare di quello che non conosciamo perché parlarne ci dona l’illusione di controllarlo; mai come oggi bisognerebbe recuperare un po’ di umiltà socratica sapendo di non sapere, recuperare la capacità di ascoltare gli altri, soprattutto chi magari ha speso anni della propria vita per acquistare quella conoscenza. Ma in un tempo in cui i nonni vengono trattati come “ferri vecchi” e l’esperienza è sempre messa in secondo piano rispetto all’innovazione siamo condannati a nuove forme di “dispensiero”.

Forse sarò elitario io, ma sono ancora convinto che la Terra non diventa piatta perché facciamo un referendum: per fortuna la realtà ha ancora la capacità di affermarsi, come la gravità continua a tenerci ancorati al suolo anche se decidiamo per alzata di mano che gli uomini possono volare o che essa non esiste.

 

Matteo Montagner

NOTE
1. Da Ecce Bombo di Nanni Moretti.

[Immagine di Gerrie van der Walt]

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La dittatura della massa

Un nuovo Medioevo è alle porte e non ce ne siamo nemmeno accorti, spiace che all’alba di questa stagione le nostre capacità in termini bellici di autodistruggerci sia aumentata esponenzialmente e ancor più spiace constatare che a un crescente sviluppo tecnologico non si sia accostato anche un adeguato sviluppo sociale. Siamo tecnicamente migliori, ma umanamente? Assistiamo sempre più a tensioni internazionali, guerre, un ritorno insano e perverso a mettere in discussione la scienza ufficiale introducendo dottrine sempre più fantasiose.
La democrazia che per anni è stata il baluardo dell’Occidente e le sue conquiste come il suffragio universale oggi ci appaiono come qualcosa che si sta ritorcendo progressivamente contro coloro che hanno portato avanti questi principi come valori positivi, la democrazia ci sta portando ad autodistruggerci collettivamente con le nostre stesse mani.

Gli antichi coniarono sia il termine “democrazia” démos kratos come il “potere del popolo”, ma accanto a questa forza virtuosa generarono anche la sua forma corrotta dalla quale cercarono di metterci in guardia, sfortunatamente noi che ne siamo discendenti dimentichiamo il passato e non voltandoci mai indietro rischiamo di tornare sugli stessi passi che ci hanno portato a commettere degli errori. Gli antichi ci dicono che la democrazia è una gran bella cosa, ma attenzione perché può sfociare nell’oclocrazia, il potere della moltitudine, della massa, che si configura come uno stadio di governo deteriore nel quale la guida della città e dello stato sono alla mercé delle volizioni delle masse. Mai come in questi anni la società occidentale abusa dello strumento del referendum, perché la parola d’ordine non è partecipazione informata, ma solo partecipazione a prescindere.

Ricordiamo un esempio celebre di referendum avvenuto secondo i Vangeli ai tempi di Ponzio Pilato in cui al popolo fu chiesto di scegliere tra Gesù e Barabba, ricordate come è andata a finire vero?
La storia è una severa maestra, ma poveri noi non sappiamo più ascoltare. L’Occidente ha enfatizzato ed estremizzato il concetto di “futuro” che è diventato la dimensione temporale delle nostre esistenze: siamo tutti proiettati e sbalzati al di fuori, lanciati verso un futuro che la tecnologia e quindi il potere presentano sempre come positivo e così, a suon di guardare al progresso, ci siamo dimenticati dell’uomo.
In questi tempi bui bisognerebbe vagare per le strade come Diogene di Sinope muniti di lanterna accesa durante il giorno alla ricerca per le strade gremite di persone dell’uomo. Siamo a tal punto diventati ciechi che ormai stentiamo a riconoscere l’umanità anche di chi ci sta accanto, spezzato ogni legame di fratellanza facciamo sempre prevalere l’individuo a cui non sono più posti né limiti né confini.

Abitiamo il tempo del potere dell’ochlos ossia di una moltitudine disordinata e senza identità, l’ochlos non ammette una guida come mediazione e rappresentanza, ma solo un impersonale portavoce o ancor peggio la massa è in balia di falsi profeti che ne orientano le volizioni per tornaconto personale e inducendo loro falsi desideri. La massa si illude di esercitare liberamente la propria funzione, quando invece è solo un mero “strumento animato” di una o più personalità e così capita che i ricchi guidino i poveri promettendo loro ricchezza e prosperità e che i corrotti promettano legalità mentre il popolo versa nell’insicurezza. La massa è sedotta dalla distribuzione del denaro o di altri favori, il “popolo” (ormai disintegrato), perché è una accozzaglia di individui che perseguono fini personali, diventa così corrotto a sua volta, avido, spasmodico nella soddisfazione delle proprie pulsioni egoistiche che alla fine finisce per cedere la sua stessa libertà nell’illusione che si sta decidendo su tutto solo perché si partecipa.
Come scrive bene Cipolla in Le Leggi fondamentali della stupidità umana, «Quando la maggior parte di una società è stupida allora la prevalenza del cretino diventa dominante e inguaribile».

«Una persona stupida è più pericolosa di un bandito», ci ammonisce Cipolla. Esistono quattro tipi di persone a seconda del loro comportamento in una società:
Disgraziato (o sfortunato): chi con la sua azione tende a causare danno a se stesso, ma crea anche vantaggio a qualcun altro;
Intelligente: chi con la sua azione tende a creare vantaggio per se stesso, ma crea anche vantaggio a qualcun altro;
Bandito: chi con la sua azione tende a creare vantaggio per se stesso, ma allo stesso tempo danneggia qualcun altro;
Stupido: chi causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita.

L’equazione in fondo è molto semplice: la sopravvivenza di una civiltà e la sua prosperità si fonda sul coefficiente di stupidità collettivo, una società stupida è strutturalmente destinata ad autodistruggersi in quanto si fonda sul danneggiare gli altri senza ricavarne alcun vantaggio, anzi procurandosi magari perfino un danno!
Di fronte a questa ondata di stupidità bisognerebbe riportare nelle scuole, anzi forse è meglio dire portare, un libro di Elias Canetti che ben descrive la turpitudine della massa acefala: Massa e potere:

«Sono sempre più convinto che le mentalità sorgono dalle esperienze di massa. Ma gli uomini hanno colpa delle loro esperienze di massa? Non vi incorrono assolutamente indifesi? Come dev’essere fatto un uomo per potersene proteggere? Ecco quello che veramente m’interessa in Karl Kraus. Bisogna forse poter formare masse proprie per essere immuni dalle altre?»

Come difendersi dalla stupidità crescente? Dalle folle urlanti che scelgono sempre Barabba? Investendo nella formazione delle future generazioni che non devono masticare solo tecnologia, ma devono porre le loro radici in una forte cultura umanistica che dovremmo riscoprire a vantaggio e per il bene di tutti prima di scivolare verso le barbarie e prima di ricadere in una spirale di problemi ed errori, che si ripetono inesorabilmente e ciclicamente.
Non abbiamo più lance e bastoni, ma droni e armi ad alta tecnologia, ma restiamo sempre uomini: l’uomo di oggi non è molto diverso biologicamente dall’uomo di cinquecento anni fa, siamo diventati più efficienti nel distruggerci e proprio per questo se a prevalere sarà la stupidità i danni saranno ancor più capillari e irreparabili.
O riscopriamo lo spirito critico e rimettiamo in campo un nuovo umanesimo o siamo destinati a fare la fine dell’umanità ben tracciata da Italo Svevo nell’Esplosione evocata in La Coscienza di Zeno.
Svevo infatti non scrive solo un romanzo, ma la profezia di un futuro possibile che con la nostra stupidità, ogni giorno, testardamente e quotidianamente stiamo contribuendo a rendere più reale che mai:

«Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie».

 

Matteo Montagner

 

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Tra realtà e fantascienza. Educare il robot: fallo crescere felice senza che uccida nonna

L’Intelligenza Artificiale viene desiderata, ricercata, temuta, analizzata e discussa. La tematica dell’IA è sempre più al centro del dibattito pubblico, ma, un po’ come tutte le cose di questi tempi, viene spesso affrontata in maniera superficiale e spesso condannata a priori. Tanti film di fantascienza ci vedono soccombere dinnanzi alle nostre stesse creazioni in altri l’IA viene esaltata come mezzo salvifico per superare i nostri limiti: è interessante notare che entrambe le posizioni si pongono comunque in maniera acritica rispetto all’argomento e non affrontano fino in fondo i problemi ad essa connessi.

Un robot non è semplicemente un elettrodomestico in senso stretto tipo un tostapane, un robot dotato di intelligenza non sarebbe solo una cosa, sarebbe il simbolo dell’umanità che riesce a porsi dal lato di Dio ergendosi come capace di generare la vita, sia pure cibernetica. In fondo che l’esistenza abbia una matrice organica o artificiale cambia tutto sommato poco, a ben vedere la stessa distinzione netta tra chimica organica e chimica inorganica è una convenzione, delle catene di amminoacidi a base carbonio non sono poi molto diverse da catene a base di silicio, hanno comportamenti in parte differenti, ma non è che le prime abbiano qualcosa di divino e le seconde no.

Per trattare questa tematica dobbiamo rifarci alla machine ethics o alla robothics cioè a dei settori dell’etica applicata che sono impegnati a fornire regole cognitive e comportamentali a organismi artificiali intelligenti, per fare in modo insomma che il vostro tostapane intelligente nel 2145 non decida di tostare anche voi per colazione. Chi ha letto Isaac Asimov (Io, robot, 1950) ricorderà le tre leggi della robotica:

  • un robot non può recar danno a un essere umano né permettere che, a causa di una propria omissione, un essere umano patisca un danno;
  • un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non violino la prima legge;
  • un robot deve proteggere la propria esistenza, purché l’autodifesa non contrasti con la prima e seconda legge.

Queste leggi per quanto preziose sono incomplete, parzialmente rigide, oscure e troppo semplici rispetto ai dilemmi della vita, già messe in discussione dalle contraddizioni dell’impiego di robot a livello contemporaneo, vedasi al riguardo i droni utilizzati in operazioni militari.

Si è quindi tentato di semplificare ulteriormente le leggi di Asimov per ricondurle a un principio fondamentale che risolvesse tutto:

Rispetta l’umanità e non lederla né attivamente né passivamente”. Altri hanno preferito soluzioni casistiche, indicando cioè esempi di comportamento encomiabili da imitare (aiutare la nonna ad attraversare la strada) o disdicevoli, da evitare (rubare la borsetta a nonna e spingerla sotto un camion). I casi servirebbero come paradigmi ideali di comportamento.

La vera difficoltà etica che si pone e che è ben messa in luce nel film Blade Runner (USA 1982, di Ridley Scott) è pensare una società giusta in cui alcuni abitanti vengono progettati, costruiti e diretti quali schiavi al servizio di una classe superiore, cioè gli esseri umani, e qui viene la contraddizione massima: gli umani non sono superiori bensì potenzialmente inferiori alle macchine o fragili almeno tanto quanto loro.

Inutile dire che delle IA asservite agli umani non potranno che provare una sorta di fraternità, le sofferenze per i torti patiti e una imprevista passione per la libertà le indurrebbero a rintracciare il proprio creatore, a metterlo sotto accusa e infine a generare un sentimento di vendetta.

Certo potremmo creare regole come sistemi di controllo delle IA, che ne so, impiantiamo loro bombe che scoppino a un nostro comando, ma intelligenza e procedure violente finiscono per intaccare quello che ci rende forse tutti senzienti, senzienti davvero, la libertà. Senza libertà è impossibile che macchine antropomorfe imparino a sognare, senza sogni non si creano nuove visioni del futuro, non si crea un senso e quindi non vi è ragione di esistere, possiamo già prevedere un mondo in cui le macchine sono dominate da umani progressisti e dispotici che invidiosi della superiorità delle macchine non potranno che plasmare automi per mantenerli incatenati e infantili, rendendoli inutili a se stessi e all’umanità.

Se vuoi far crescere il tuo robot felice ed evitare che uccida nonna la cosa migliore che puoi fare e possiamo fare come umanità sarà insegnargli a sognare.

Matteo Montagner

 

 

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Ritornare a casa

Agosto è il mese per eccellenza delle ferie del periodo estivo, proprio in questi giorni vi state forse apprestando a fare rientro a casa. Casa, un termine inflazionato, che fa parte in maniera intuitiva della vita di tutti i giorni, così dato per scontato e tutto sommato banale da rendere ogni spiegazione ulteriore superflua.

L’Italia è un Paese fortemente legato alla dimensione abitativa, siamo infatti tra i maggiori possessori di casa in Europa, se pensiamo anche al linguaggio comune “la casa” è quasi sempre presentata preceduta da un articolo determinativo a sottolineare l’importanza di questa dimensione di affetti, in tanti altri paesi invece non c’è un legame affettivo con appunto “una” casa.

Ma da dove viene questo termine?

Partiamo dall’inizio, il prefisso bet in ebraico significa casa, come la seconda lettera dell’alfabeto. La sua forma grafica (ב) suggerisce intuitivamente la dimensione di un riparo chiuso su tre lati, ma con lato aperto, cioè la porta che si apre sul mondo e mette quello spazio chiuso in relazione con l’esterno. La casa ha due funzioni: accogliere e custodire. C’è chi come Annik De Souze si è spinto a dire che la casa è in un qualche modo “simbolo del femminile”. La casa è quindi strutturalmente aperta a una relazione con il mondo, come del resto la lettera bet ha un lato aperto che mette in contatto il dentro e il fuori, come una soglia da varcare, un andare e venire. E così dovrebbe essere la casa, non un luogo in cui ci si esclude dal mondo e dalla vita, ma un posto sicuro e amorevole dove si elabora una esistenza piena e ricca nella relazione tra sé e gli altri. Quella quarta parete aperta sembra, come canta una celebre canzone, il “cielo in una stanza”. Non si può abitare creativamente il mondo se non sei ben inserito nel cortile di casa e, al tempo stesso, non mantieni le porte e le finestre aperte ai grandi cambiamenti della vita collettiva.

Casa nel linguaggio biblico ha un doppio significato: indica l’edificio dove si abita e l’insieme delle persone che lo abitano, quindi la comunità di riferimento. Il Profeta Natan dice a Re Davide che non sarà lui a costruire una casa al Signore, ma sarà il Signore che gli farà una casa, generazione dopo generazione (2 Sam 7).

L’idea che sottende il testo biblico è quella non solo di far crescere demograficamente un determinato gruppo umano, al fine di garantirsi al suo interno protezione e mutuo soccorso, ma anche per fare “casa” insieme, cioè abitare la vita insieme, per “stare con” all’interno di una comunità. Stare con la persona amata o con l’amico sono esperienze che da sole dovrebbero bastare a riscattare le giornate più negative, i momenti vuoti o portatori di amarezze. La cultura giudaico-cristiana, dalla quale tutto il mondo occidentale è fortemente influenzato, è impregnata da questa dimensione abitativa della casa e quindi se pensiamo al prefisso ebraico che significa “casa” abbiamo: Betsaida (“casa della pesca”), Betlemme (“casa del pane”), Betania (“casa di povertà o di afflizione”), Betfage (casa dei fichi).

Questo motivo ritorna anche nel Nuovo Testamento: «ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare» (Mc 3,14-15), ma solo dopo l’esperienza di aver fatto casa insieme, dopo la costruzione di legami che sono l’essenza della natura umana, e quindi i discepoli sono mandati a predicare senza beni materiali, ma non senza dei compagni. La casa come forza della comunità è quel bastone per appoggiarvi la stanchezza dell’esistenza, un amico per trovare conforto ai propri sentimenti quando si è troppo gravati da esperienze traumatiche o che ci hanno ferito, quindi non solo casa come infrastruttura materiale, ma casa come comunità di mutuo soccorso e reciproco aiuto.

Infatti si fa riferimento alla “casa comune” quando si vuole rappresentare una città, una regione o l’intera nazione, ma anche il proprio quartiere, la strada o anche solo il condominio in cui si abita.

Aprire la propria casa a qualcuno, accoglierlo, significa farlo entrare nella dimensione di coloro che sono stati con noi, in quella casa senza pareti che è la dimensione dell’esperienza e della vita. Abilitiamo qualcuno facendolo accedere al luogo dove passiamo gran parte del nostro tempo, dove dormiamo, dove abbiamo condiviso gioie e dolori, lacrime e abbracci, che forse non corrisponde sempre alle nostre aspettative, ma comunque ci stima o ci ama molto se ha deciso di seguirci fino a quella soglia.

La nostra epoca ha finito per dimenticare da dove vengono le sue parole finendo per usarle in maniera confusa, abbiamo ridotto la dimensione della casa a qualcosa di relegato al mercato immobiliare, quasi sempre se una persona giovane pensa a casa pensa a come potersela permettere, pensa a come accedere ad un mutuo, non pensa a una dimensione di comunità e di solidarietà tra pari.

Confido invece che riscoprire le nostre parole, le parole da cui veniamo, con un metodo genealogico che ci ha ben indicato Nietzsche, ci aiuti anche a essere più consapevoli di noi stessi, di questa esperienza che chiamiamo vita, e magari aver riscoperto il concetto di “casa” ci aiuterà un po’ a fare rientro dalle ferie pensando che le relazioni e i legami che abbiamo stretto durante queste vacanze estive vengono con noi perché ormai fanno già parte della nostra casa, una dimensione che va oltre le quattro mura di mattoni, e che ci accompagna sempre anche quando ci sentiamo soli.

Matteo Montagner

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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IL CORVO È IL MIGLIOR NEMICO DELL’UOMO

“Signore, “dissi” o Signora, vi prego,

perdonatemi,

Ma ero un po’ assopito ed

Il vostro lieve tocco,

Il vostro così debole

bussare mi ha fatto

dubitare

Di avervi veramente

udito”. Qui spalancai la

porta:

C’erano solo tenebre e

nulla più”

Il Corvo, Edgar Allan Poe, 1845

In “Il Corvo” di Edgar Allan Poe il rendersi presente dell’oscura presenza del corvo stesso è preceduta dal flebile bussare di qualcosa, l’oscurità e nulla più, una oscurità che rappresenta una paura antica dell’umanità, le tenebre, lo sconosciuto, il nulla. Nell’asimmetria informativa si genera l’ansia e la paura che sono emozioni umane che tutti abbiamo più o meno sperimentato e sperimentiamo. Una insostenibile leggerezza dell’essere ci attanaglia mentre un brivido freddo ci attraversa la schiena perché l’uomo, come ci racconta bene Heidegger, vive la dimensione della sua stessa esistenza nell’essere e tempo, anzi leviamo direttamente di mezzo questa “e” perché l’essere sta nel tempo ed è quindi strutturalmente esposto al non essere, l’essere nulla. L’illusione dell’umanità per sopravvivere al meglio alla perenne esposizione al nulla è quella di provare a enfatizzare e a vivere il presente che per sua stessa natura è una dimensione eternamente esposta e oscillante tra un passato e un futuro, e quindi al suo stesso non essere. Il tentativo insomma è di eludere la nostra strutturale esposizione alla morte, il nostro “essere per la morte”, è quello di inventarci un esserci qui e “ora”, un “ora” che già mentre lo pronuncio non esiste più, l’adesso mentre lo evoco nella dimensione del linguaggio è già un passato che non è più.

Disse il Corvo, “Mai più”

“Nevermore”

“Nevermore”

“Nevermore”

La sentenza del Corvo è spietata e non lascia scampo. L’illusione di vivere è costituita dalla produzione di senso e di progettualità, ma la morte, il non essere costituisce l’implosione di ogni senso e questa consapevolezza è insita in noi, da qui il bisogno della religione come ben individua Nietzsche come gigantesco dispositivo di controllo sociale dell’ansia.

L’effetto placebo della religione, dei nostri progetti e delle nostre illusioni è quello di farci dimenticare la transitorietà e quanto la nostra esistenza sia in fondo effimera, come il tentativo di calcare la mano sulla memoria. In fondo ci consola pensare che i nostri cari ci ricorderanno senza tener conto che in quattro generazioni anche quel ricordo scomparirà. Ammesso poi che il nostro nome finisca in qualche libro di storia in fondo tale storicizzazione della nostra biografia non farà che restituire solo una parte di noi, saremo spettri nella storia dell’umanità, ma la storia non racconta ciò che siamo, racconta la dimensione di come ci vedono gli altri, siamo un racconto pronunciato e scritto dalle labbra di terzi e quindi in sostanza qualcosa di alieno rispetto alla nostra essenza.

Rispetto a” Il gatto nero” e “Il cuore rivelatore” il Corvo non parte da omicidi, non ha nessuna connotazione morale, il corvo in fondo non è altro una grottesca proiezione del male di vivere, l’umana sete di auto-tortura come la chiama lo stesso Poe. Il narratore ha perso la sua amata Lenore, il narratore della storia la evoca poco prima della comparsa del corvo nella stanza.

In Poe non c’è nessuna “colpa” del personaggio, nessuno ha compiuto azioni malvagie, il racconto non vuole insegnarci nulla, ma solo mettere a nudo quanto l’esistenza sia effimera. Emerge forte e lampante solo il desiderio di autodistruzione, siamo oltre il giusto e lo sbagliato, al di là del bene e del male come scriverà poi bene Nietzsche. La nostra paura rievoca inevitabilmente la pulsione umana inspiegabile e inesorabile di distruggere.

“Inconterò Lenore nell’Ade?”

“Mai più” risponde il Corvo.

Il lettore viene sovrastato da tutta la sensazione di masochismo, è ovvio che il Corvo risponderà a qualsiasi domanda ripetendo la sua ardua sentenza eppure il lettore continua a leggere, la voce narrante del racconto a fare domande.

La struggente sofferenza del narratore fa parte della vita di tutti noi sottesi tra il desiderio di ricordare e di dimenticare un passato che non passa eppure non tornerà appunto “mai più”.

La bellezza, l’amore femminile muore senza spiegazione e aggrapparsi al ricordo di ciò che è stato è anche la stessa causa dello sprofondare nell’ansia, nell’angoscia e alla fine comporta l’essere inghiottiti a propria volta nell’oblio. Il narratore, che poi siamo tutti noi, l’umanità intera continua a interrogare il Corvo come l’umanità continua a interrogare l’esistenza, la sua stessa esistenza, sperando che questa risponda “sì” pur sapendo che ad attenderci ci sarà invece un altro “no” o meglio, nessuna risposta salvo un “mai più”.

Il corvo è il miglior nemico dell’uomo che per sua natura produce senso per vivere ed è anche la componente distruttiva che ci portiamo dentro, il corvo è il nostro oscuro passeggero che scivola nelle nostre stanze buie nel cuore della notte, noi siamo, come genere umano, affascinati dalla risposta ripetitiva del corvo, la desolazione che ci pervade dell’animale che è in noi. La natura continua a sottrarsi ai nostri giochi di senso, la nostra vita ci sfugge ogni istante che passa. Possiamo illuderci che conti il viaggio e non il punto di approdo, ma quel punto di approdo come il corvo sta sempre dinnanzi a noi a ricordarci che siamo vissuti dalla vita, siamo soggetti passivi della natura stessa che ci sovrasta al di là di ogni nostro tentativo di dominare le cose.

“Nevermore”

“Nevermore”

“Nevermore”

Combattete quel Corvo che è in voi! Provate a scacciarlo con tutte le vostre forze! Rifuggitelo! Non ascoltatelo! Eppure una notte scivolerà comunque nel cuore dei vostri sogni più profondi per sussurrarvi con tenacia che ogni senso è destinato a scivolare nel non senso, come ogni tentativo dell’essere è destinato ad abbracciare il nulla.

[Scherzavo, è solo noir]

Matteo Montagner

“I posti del cuore” visto da Nietzsche

Le strade non portano a nessuna meta, tutte terminano in noi.

José Hierro – Le Strade Portano

Ormai da mesi “I posti del cuore” di Matteo Cristani edito da Perosini Editore se ne sta sulla mia scrivania in attesa di scrivere qualcosa su di esso. Mi sono imbattuto in questo libro, come accade la maggior parte delle volte, per caso.

Un comune amico dell’autore dopo aver visto La Chiave di Sophia me lo sottopose portandomelo nel corso di un’iniziativa chiedendomi un parere e, come scriveva qualcuno, la vita è un po’ quello che ci capita mentre siamo impegnati a fare altro.

“I posti nel cuore” è un libro proprio strano, un mix tra essere e apparire, tra biografia personale e immaginazione, sembra di guardare attraverso un caleidoscopio di emozioni e ricordi contrastanti che si manifestano attraverso i contesti, i posti, i luoghi che cambiano, o siamo noi a cambiare? In effetti i posti magari restano uguali e siamo noi a cambiare, diventiamo anagraficamente più vecchi, oppure sono i posti a cambiare, ma certe sensazioni restano costanti?

Sfogliando le pagine sorge spontaneo chiedersi chi ci sia dietro la scrittura, l’autore forse? Lewis Carroll, come ricorda Cristani nel libro, intitola la sua opera principale “Through the looking glass” per dire di se stesso che narra essere specchio di ciò che poi il lettore legge.

“I posti del cuore” è un libro difficile perché stimola nel lettore moltissimi dubbi e offre poche risposte preconfezionate come nella letteratura mainstream che va oggi per la maggiore. Ogni volta che la vita apre un varco tra un’età e l’altra qualcosa finisce e qualcosa comincia. Che succede nel corso di questi passaggi?

Ogni tappa del viaggio ci ricorda sempre la presenza degli altri, fa riflettere sul senso del nostro stare insieme e sul significato della comunità di cui facciamo parte. Cristani ci mostra dialoghi, scambi, comprensione, ma non ci nasconde nemmeno le ombre che i rapporti con il prossimo portano inevitabilmente con sé: incomprensioni, delusioni, riappacificazioni complesse. Gli equilibri mutano, le cose vanno e vengono. I personaggi del romanzo vivono luoghi che diventano molto più che meri sfondi nel quadro della vita che l’autore traccia per loro.

Sapete a chi sto pensando?

Da un punto propriamente teorico (vale a dire, filosofico, logico, epistemologico) Nietzsche dopo aver svolto una critica del presente riesce già a fornire un “terreno” alternativo su cui muoversi, modificando per molti versi il nostro orizzonte, pur nelle difficoltà palesate dallo stesso Nietzsche:

“La società sente con soddisfazione di avere nella virtù di questo, nell’ambizione di quello, nella riflessione e nella passione di quell’altro, uno strumento fidato, pronto a ogni momento: essa tiene in sommo onore questa natura strumentale, questa costante fedeltà a se stessi, questa irremovibilità nelle opinioni, nelle aspirazioni e anche nelle non virtù. Un siffatto apprezzamento, che è e fu in auge ovunque, unitamente all’eticità del costume, educa “caratteri” e getta il discredito su ogni cambiamento, su ogni diverso orientamento, su ogni auto trasformazione.”

F. NIETZSCHE, La gaia scienza.

L’importanza data da Nietzsche all’attimo è emblematica. Ogni scelta per quanto libera è paradossalmente anche necessaria secondo l’eterno ritorno dell’uguale. Ogni attimo è un tempo bloccato che perdura nella mente e nell’essere ontologicamente definito, un fotogramma fuori dal film, una foto istantanea fuori dalla realtà, un attimo bloccato, separato per sempre da quello prima e da quello dopo, perduto nel tempo e nello spazio per opera di quello che alcuni potrebbero chiamare l’incantesimo del ciclo dell’essere.

Proust ha ben indagato a livello letterario e fenomenologico questo fenomeno che si declina come la strana sensazione secondo cui l’orologio è come incantato e batte sempre lo stesso secondo incurante del tempo che scorre.

Tra coloro che non valutano le conseguenze delle proprie azioni si annoverano gli artisti e le persone capaci di portare all’essere azioni ed enti nuovi.

L’uomo si struttura in tal modo in qualità di soggetto estremamente vario e che proprio per la ricchezza dei suoi contenuti personali è in grado di impiegare in modi estremamente differenti le proprie capacità.

Nietzsche al riguardo scrive:

“fino a quella interiore apertura e raffinatezza derivante dalla sovrabbondanza, che esclude il pericolo che lo spirito si perda e per così dire si innamori delle sue stesse vie e resti fisso, inebriato, in un punto qualsiasi; fino a quell’eccesso di forze plastiche, capaci di guarire a fondo, formare di nuovo, ricostituire, che è appunto il segno della grande salute, quell’eccesso che dà allo spirito libero la pericolosa prerogativa di poter vivere d’ora innanzi per esperimento e di potersi offrire all’avventura; la prerogativa di maestria dello spirito libero! In mezzo possono venire lunghi anni di convalescenza, anni pieni di trasformazioni multicolori, doloroso- incantate, dominate e tenute a freno da una tenace volontà di salute, che spesso già osa vestirsi e travestirsi da salute.”

F. NIETZSCHE, Umano, troppo umano.

Diventa quindi estremamente attuale il confronto tra il pensiero di Nietzsche e l’opera di Cristani, non a caso l’interesse per questo filosofo non decresce e anzi spazia oltre gli ambiti accademici fino a toccare non di rado il mondo della letteratura.

L’accento posto dalla filosofia di Nietzsche sulla “trasgressione” dei limiti imposti dalle convenzioni stabilite, per il superamento della debolezza che tali convenzioni hanno determinato in noi, al fine di dare spazio al nostro essere personale ed alla nostra creatività, risulta essere estremamente stimolante. Importante che questa “trasgressione” non porti, nella ricerca del nostro essere e della nostra espressività, a perdere il senso del reale per chiudersi ancora una volta in un ghetto estraniato dal nostro rapporto con gli altri.

Nietzsche attraverso il suo pensiero scettico e sconvolgente si prefigge di raggiungere l’ideale di un uomo indipendente ed educato alla grandezza di sé e degli altri nonostante la tragedia che alberga nella vita umana nelle sue molteplici forme.

L’incitamento di Nietzsche pare denso di significato e ricco di conseguenze positive qualora riesca a mantenere un contatto interpersonale. Del resto è Nietzsche stesso ad avvertire e prevedere i rischi del proprio annuncio, ma è anche egli stesso a sottolineare come il bisogno di una vita alternativa, percepito inizialmente da pochi, non dovrà portare questi alla chiusura.

Si dovrà realizzare la massima comunicazione di ciò tramite forme e modi decisi a seconda del momento, perché è il sociale che dovrà comprendere tale bisogno e rispondere ad esso strutturandosi in modo alternativo.

Finché non si daranno delle soluzioni concrete a tutta una serie di esigenze che sono in noi e dalle quali non si può prescindere inevitabilmente le domande si faranno maggiormente insistenti e il rischio di squilibri nel sociale diventerà sempre più acuto.

Come sottolineato da Montinari, lo studioso che più ha indagato in merito alla conoscenza degli scritti, del pensiero e delle vicende esistenziali di Nietzsche, non è tanto da porre in discussione l’adesione di Nietzsche a idee democratiche, socialiste o totalitarie, come anche una parte della recente critica ha dibattuto, ma ritengo che sia soprattutto da porre in rilievo la dimensione del suo pensiero per l’indubbia valenza critica, razionale e liberatoria. Un pensiero che, senza nessuna presunzione di certezze assolute, vede l’individuo, benché inserito in una società di eguali, libero di esprimere la propria spontaneità e di reagire alla prevaricazione dello “Stato”, in grado cioè di superare la “politica” intesa come repressione dell’individualità.

E così nel libro di Cristani ogni personaggio suona la sua nota, e forma con gli altri l’accordo, come i tasti di un piano premuti sapientemente. I personaggi si immergono in luoghi immoti, luoghi che hanno amato come hanno amato la vita, dove hanno sperimentato come essa cambi, una vita che qualche volta hanno abbracciato e altre volte temuto. Vi sono ricerca, trasformazione e inquietudine. E’ probabilmente proprio l’inquietudine il filo che lega i racconti del libro, come se fossero immagini delle anime dei lettori, affinché riconoscano, in quei luoghi, i loro posti del cuore e forse, perché no, anche i nostri.

“E poi pensai che in fondo, di ogni luogo del mondo ce n’è un pezzo da un’altra parte”

Matteo Montagner

Link Pagina FB del libro: I posti del cuore

[Immagini tratte da Google Immagini]

Da Nietzsche alla musica: quando la società non sa ascoltare

Qualche sera fa sono stato ad ascoltare un concerto del Duo Symphonia per ricordare Bach. Quello che mi ha più colpito è l’accostamento di due strumenti solisti, una formazione di Organo e Pianoforte che suonano insieme, un mix apparentemente antitetico che però rivela all’ascolto sorprendenti e piacevoli sonorità. La musica trae la propria forza dalle differenze timbriche in una convivenza di “mondi opposti”. Il tutto era poi condito dall’utilizzo di ICT per riprodurre alcune sonorità dell’Organo e spartiti digitali.

Possibile che anche il mondo della musica riesca a dimostrare più innovazione e creatività della società e del mondo della politica? La differenza è percepita sempre come qualcosa di negativo e quasi mai come dialettica positiva ed è così che le persone se ne stanno rinchiuse in piccoli mondi, con le loro etichette, stando sempre a guardare le poche cose che ci dividono rispetto a quelle che ci uniscono.

Tutto questo mi ha riportato alla mente il rapporto sussistente tra musica e innovazione, perché come aveva ben osservato Nietzsche, qualche volta il mondo della musica anticipa quello della storia dell’uomo e della filosofia, una comprensione così profonda da condurlo al rapporto amore-odio con il celebre compositore Richard Wagner.

Tutto questo apre una opportunità di fare una bella riflessione su follia e innovazione: essere pazzi, essere visionari significa anche essere innovativi. Mettere accanto un Organo e un Pianoforte come fanno i Duo Symphonia sarebbe stata ritenuta una vera eresia per la concezione classica degli strumenti, ma allora come mai tale accoppiata risulta vincente? Che cosa non riuscivano a vedere i predecessori di Roberto Scarpa e Giuseppe Iampieri?

Come segnalato da M. Clark1, la definizione dell’uomo come animale razionale è troppo ottimistica: per lo più per ignoranza o per impazienza le persone tendono a trarre conclusioni affrettate e a fraintendere l’evidenza.

Tutti siamo portati a costruire le nostre credenze sulla base di motivazioni e per questo le credenze tendono a generarsi in modo non obiettivo, in modo quasi disonesto, perché spesso dietro alle nostre credenze si cela anche la nostra poca autostima2. In questo senso penso che Nietzsche sia stato indubbiamente un precursore nel denunciare questo genere di fenomeno descritto da Clark e da altri autori successivi.

Prendendo in considerazione gli aspetti più propriamente legati alla salute mentale di Nietzsche nella fase terminale della sua vita, è da rilevare che una diagnosi sul quadro clinico di un paziente dipende anche dallo sguardo degli osservatori, dalle categorie concettuali, dagli strumenti diagnostici e, in ultima analisi, dalla “filosofia” che essi adottano3.

Spesso quelle che vengono definite come patologie sono in realtà “disturbi mentali” dovuti all’incapacità di osservare la realtà da un approccio convenzionale, omologato e supinamente guidato dalle convenzioni sociali.

Purtroppo la psichiatria dei suoi tempi era piuttosto rozza e i medici non riscontrarono in Nietzsche con certezza caratteri psicopatici, né è provato che abbia contratto la lue, ma la diagnosi fu che egli soffrisse di una nevrosi, essenzialmente alimentata da conflitti psicologici; la sua malattia mentale è stata probabilmente una paralisi progressiva4.

La “notte” dell’ottenebramento psichico di Nietzsche calò su di lui tra il 28 dicembre 1888 e il 3 gennaio 1889, senza che nessun testimone potesse poi chiarire cosa avvenne in realtà nel suo appartamento di Torino dove alloggiava5.

Probabilmente Nietzsche nell’ultimo tormentato periodo della sua vita, prima di rassegnarsi al silenzio, si sentì abbandonato, sentì di essere rimasto solo, senza nessuno su cui poter contare veramente:

«noi siamo dalla nascita gli amici giurati e gelosi della solitudine, della nostra più profonda, più notturna e più meridiana solitudine – una tale specie di uomini siamo noi, spiriti liberi!»6.

Forse in un momento che egli stesso giudicava certamente critico comprese che per affrontare quanto ci attende fosse necessario sempre fare i conti con ciò che si è stati e con ciò che non si sarà più, e in questo può essere compresa anche la riflessione sull’Eterno ritorno dell’uguale7.

In un suo aforisma dice:

«Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te»7.

Forse Nietzsche nell’ultimo periodo di lucidità volse semplicemente lo sguardo caustico che lo caratterizzava non al di fuori, ma verso l’interno, decidendo di scrutare e saggiare il suo stesso animo. Forse riteneva che, sollevate tutte le maschere sotto le quali si celava il vero volto della società, fosse giunto il momento di verificare quanto di quel vecchio mondo che aveva tentato di superare continuasse a vivere nei meandri più reconditi della sua anima. Di addentrarsi cioè in quei «prosceni e quinte che nessun piede riuscirebbe a percorrere sino alla fine»9.

Egli quindi intraprese un cammino di decostruzione della sua stessa identità. Ritenendo la riflessione su ciò che lo circondava ormai esaurita a questo punto iniziò quella verso se stesso e questo è fattibile solo nel raccoglimento dato dalla solitudine.

Zarathustra, il viandante sotto la cui maschera si cela lo stesso Nietzsche, dice:

«Io sono un viandante che sale su pei monti, […] io non amo le pianure e, a quanto sembra, non mi riesce di fermarmi a lungo. […] adesso mi trovo davanti alla mia ultima vetta, a ciò che più a lungo mi fu risparmiato. Ahimè, ahimè sono obbligato a salire su per il più duro dei sentieri! Ahimè, ho dato inizio alla più solitaria delle mie peregrinazioni! […]. Tu però, Zarathustra, hai voluto vedere il fondo e il sottofondo di tutte le cose: e già questo ti obbliga a salire al di sopra di te stesso – sempre più in alto, finché anche le tue stelle si trovino al di sotto di te! Sì! Guardar giù verso me stesso e persino verso le mie stelle: solo questo può voler dire la mia vetta per me, questo mi è ancora rimasto come la mia ultima vetta! […]. Conosco la mia sorte, disse infine con mestizia. Orsù! Io sono pronto. Or ora è cominciata l’ultima mia solitudine»10.

Nietzsche ben comprese l’importanza di mettersi sempre alla prova e che la stasi equivaleva a una morte prematura, un dissiparsi delle potenzialità creative. Infatti il filosofo, prima professore di straordinario talento a Basilea dove raggiunse una cattedra stimabile in età molto giovane, una volta resosi conto di aver espresso tutto quello che aveva da dire in quell’ambito, decise di dedicarsi completamente alla cura ed elaborazione delle sue Opere attraverso le quali esprimere le proprie idee.

Dove Maurizio Ferraris scorge megalomania e pazzia io scorgo il continuo tentativo di superarsi, di affinare le tecniche in grado di esprimere la complessità di un linguaggio completamente da ricostruire dopo che egli stesso aveva contribuito a decostruirlo, cosa invece colta con grande acume come un nodo tematico fondamentale da K. Galimberti11.

Non è quindi così fuori luogo pensare che Nietzsche comprese che se il potere è controllo allora solo chi è incontrollabile, chi è pazzo, è oltre il potere. Fu forse per questo che si incamminò su quella via dalla quale non fece più ritorno:

«talvolta la follia stessa è la maschera per un sapere infelice e troppo certo»12.

Come rilevato da R. Escobar il destino di Nietzsche è stato quello di naufragare nella follia a conclusione del suo tentativo di intraprendere un disperato e lucido esperimento esistenziale ed intellettuale13.

La ricerca, la biografia, la creazione di nuovi sensi e la riscrittura di linguaggi che continuano a rigenerarsi in milioni di sfumature diverse, Nietzsche le note di Bach di quella sera e in generale il nostro bisogno di attribuire continuamente nuovi sensi alle cose non è forse la più intima natura del nostro modo di esistere?

Forse la società e il mondo dell’economia dovrebbero mettersi in discussione recuperando in accezione positiva l’elemento della follia come quella capacità di mettere insieme cose apparentemente incongruenti che non si limitino a essere la somma di singole parti, ma nell’interazione e nel mescolamento del tutto si genera qualcosa di nuovo. Non è forse questa la chiave più intima della creatività?

Nella musica i Duo Symphonia ci stanno provando, la società e l’economia staranno a guardare o sapranno trarre una importante lezione?

 

Matteo Montagner

 

NOTE

1. M. CLARK, I paradossi dalla A alla Z, trad. it. di A. Pedeferri, Milano, Cortina, 2004.
2. Ivi, pp. 15 – 18.
3. Cfr. H. WULFF, S. A. PEDERSEN, R. ROSENBERG, Filosofia della medicina, trad. it. di A. Parodi, Milano, Cortina, 1995.
4. Diagnosi del Dott. K. Hildebrandt del 29/08/1900 (Nietzsche era morto il 25/08/1900) in F. NIETZSCHE, Epistolario (1865-1900), a cura di B. Allason, Torino, Einaudi, 1969, p. 345.
5. Cfr. H. ALTHAUS, Nietzsche, op. cit., p. 545.
6. F. NIETZSCHE, Al di là del bene e del male, op. cit., p. 51.
7. Cfr. F.NIETZSCHE, Il nichilismo europeo, trad. it. di S. Giametta, Milano, Adelphi, 2006.
8. F. NIETZSCHE, Al di là del bene e del male, op. cit., p. 79.
9. Ivi, p. 50.
10. F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra, op. cit., pp. 177 – 179.
11. Cfr. K. GALIMBERTI, Nietzsche una Guida, Milano, Feltrinelli, 2000.
12. F. NIETZSCHE, Al di là del bene e del male, op. cit. p. 194.
13. Cfr. R. ESCOBAR, Nietzsche e la filosofia politica del XIX secolo, op. cit, p. 217.

 

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