Il bisogno di rifare: reboot, remake e sequel

La nostalgia mitiga l’ansia, dicono in Matrix resurrection, quarto capitolo della saga uscito da poco nelle sale cinematografiche. Sarà per questo che il cinema e le serie tv stanno vivendo di reboot, reunion, sequel e quant’altro?
Il già citato Matrix, ma anche Harry Potter e Friends, che di recente sono stati protagonisti di due reunion con il cast, per non citare anche Sex and the city, tornato dopo anni con un sequel, And just like that. La tendenza è iniziata già una decina di anni fa, all’incirca, e non accenna ad esaurirsi.

Sono prodotti che vengono divorati, forse perché siamo tutti un po’ desiderosi di ricongiungerci con un tempo passato che ci figuriamo ora come un periodo incantato, pieno di promesse e amenità. Oggi le novità è meglio schivarle, perché in esse potrebbero nascondersi pericolose trappole. Fuori il nuovo e dentro il vecchio, insomma.
Abbiamo finito le idee? Abbiamo finito la felicità – per citare una canzone de Lo stato sociale? La felicità dobbiamo ricercarla nel passato, come i neoclassicisti nel ‘700, come gli Scolastici medievali che si sentivano nani sulle spalle dei giganti del passato? Oppure quella odierna è una nuova arte, fatta di mash up, un po’ patchwork, intrisa di quella nostalgia malsana e sana al contempo?

Necessitiamo di pillole blu alle quali siano ormai assuefatti, pillole che ci rassicurano e cullano? Che ci fanno stare in casa al sicuro, booster o no, green pass o no, guarigione o no. Oppure è anche questo un modo per preparare il terreno alle novità, che da sempre si innestano su un terreno già coltivato e fertile? Difficile a dirsi. Scomodando quel tuttologo di Hegel, che conosce tutte le risposte e sa sempre cosa fare, potremmo dire che non è possibile emettere una sentenza adesso, mentre stiamo vivendo in prima persona questo tempo pieno d’ansia e apatia, mentre ci intratteniamo con questa abulica arte che stimola il “come eravamo” piuttosto che il “come saremo”.

In Matrix resurrection si fa notare come l’essere umano sia sempre in bilico tra paura e desiderio. La paura, in quest’epoca, è forse la tonalità emotiva che prevale. Ma l’uomo è anche un animale desiderante, vive e sopravvive grazie a un desiderio schopenhaueriano impossibile da sopprimere o da razionalizzare. Ecco quindi due probabili chiavi per interpretare i vari remake e reboot: tendiamo a rifare perché abbiamo paura e vogliamo rivedere e riprendere le storie da dove le avevamo lasciate, ma allo stesso tempo desideriamo dare vita a qualcosa di nuovo, che rinasca dalle ceneri delle vecchie idee che un tempo hanno funzionato. Dopotutto c’è coraggio anche in questo atto, perché qualcosa di compiuto che ha avuto successo o che è divenuto iconico, non viene lasciato a se stesso, archiviato e intrappolato nei tempi che furono, bensì viene ripreso, riaperto, riconsiderato, proseguito.
Un’azione sicuramente impavida: la compiutezza non c’è più, prevale il desiderio che non si arresta e prosegue all’infinito, dando il via ad un processo di incompiutezza che per sua stessa definizione risulterà imperfetto, manchevole. Eppure è qualcosa di vitale, qualcosa che si muove: significa che dietro c’è qualcuno che fa, che agisce, che si mobilita per un pubblico che nonostante tutto guarda, ascolta, riflette – anche se poi denigra oppure, al contrario, osanna.

Abbiamo forse paura di perdere il grande capolavoro del passato, paura che ormai oggi, per noi, non significhi più nulla o quasi. Ma temiamo anche di mancare il capolavoro di oggi, e allora tendiamo a rifare quello vecchio, lo reinventiamo, mossi dal desiderio di qualcosa di nuovo.

Non dimentichiamo però, che l’industria cinematografica e seriale è soprattutto e prima di tutto pragmatica, ossia pensa al denaro, al guadagno: rifare significa anche puntare su una mano che si è già rivelata vincente in termini economici.
Ma non tutto si può sempre ridurre a una mera prospettiva materiale. O meglio: se chi questi prodotti li confeziona e li vende sceglie di farlo, ci sarà un motivo – siamo noi il motivo, noi e il nostro bisogno insopprimibile di rivivere, rifare, ricreare ciò che ci era piaciuto, alla ricerca di quel conforto e quella felicità che paiono perduti. E francamente, da un certo punto di vista, qualsiasi rimedio contro l’ansia che siamo chiamati ogni giorno a vivere, è ben accetto.

 

Francesca Plesnizer


[Photo credit pixabay]

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La scelta democratica è morale?

«La forza è la prima legge della Natura, indistruttibile. Il mondo non può essere costituito che su la forza, tanto nei secoli di civiltà quanto nelle epoche primordiali. La Natura è iniqua. Noi siamo i prodotti della Natura: non possiamo dunque aspirare alla giustizia, ribellandoci alla nostra causa stessa. Chi reclama e sogna e profetizza è un ingenuo o un retore. Se fossero distrutte da un altro diluvio deucalionico le razze terrestri e sorgessero nuove generazioni dalle pietre, come nell’antica favola, gli uomini si batterebbero tra loro appena espressi dalla terra generatrice finché uno, il più valido, non riuscisse ad imperare sugli altri»¹.

Sembra Nietzsche, ma questo breve estratto è di D’Annunzio, scritto nell’anno 1892. Il poeta italiano si sta interrogando sulla democrazia, considerata adatta solo a spiriti deboli:

«Giova forse prolungare la vita dei miserabili? A che? Preoccuparsi della folla a detrimento dei “nobili” non sarebbe come trascurare gli arbusti più vigorosi, in una selva, per curare qualche virgulto povero di linfa o qualche erba vile?»2.

Effettivamente, posta su questo piano, chiedendo ad un qualsiasi coltivatore quali piante promuove nei suoi campi e quali invece abbandona − o addirittura estirpa − la scelta sembra quasi obbligata. L’uomo occidentale, invece, ha “scelto” l’uguaglianza come base dell’organizzazione statale e la necessaria conseguenza di questa decisione è la democrazia. A questo proposito D’Annunzio ci dice:

«Per fortuna lo Stato fondato sulle funzioni del suffragio universale e dell’uguaglianza, cementato dalla paura, non è saltato una costruzione ignobile ma è anche precaria».
«Su l’uguaglianza economica e politica, a cui aspira la democrazia socialista e non socialista, si andrà formando un’oligarchia nuova, un nuovo reame della forza; e questo gruppo a poco a poco riuscirà ad impadronirsi di tutte le redini per domare le masse a suo profitto, distruggendo qualunque vano sogno di uguaglianza e di giustizia»3.

«Pillola rossa o pillola blu?»
Questa domanda, posta da Morpheus a Neo nel celebre film Matrix, può essere paradigmatica per ogni tipo di scelta a cui andiamo incontro.
Quante variabili concorrono nel momento in cui dobbiamo decidere qualcosa? Infinite, ma penso che possano essere organizzate in due categorie fondamentali: motivazioni interne ed esterne. Alcune di queste sono però singolari, poiché sfuggono a questa classificazione inserendosi in entrambi gli ambiti. In particolare, emerge prepotentemente la morale.
Quanto influisce la morale in una scelta? Se poi ci concentriamo in una di quelle decisioni che più ha influito e tutt’ora condiziona la vita degli uomini − l’organizzazione dello Stato − questa domanda assume una notevole intensità.

Può esistere un “a-priori della scelta” che non sia morale e che non sia il bisogno? Possiamo cioè configurare una qualche funzione logica che ci guidi nelle scelte, che possa essere usata come minimo comune denominatore nelle decisioni?
Mi spiego meglio con un esempio: in logica si passa da un classico e ormai nauseante sillogismo come “Tutti gli uomini sono mortali; Socrate è un uomo; quindi Socrate è mortale” ad una formula che lo esprime formalmente, cioè che può valere non solo con questi particolari elementi ma con qualsiasi termine che configuri quella inferenza. Nel nostro caso la formula è: ∀x(U(x)→M(x)) dove “∀” significa “per ogni” e quindi “tutti”, U(x) è la proprietà di essere uomo posseduta da un x, “→” esprime la relazione “se… allora…” e M(x) la proprietà di essere mortale posseduta da un x.

Sempre D’Annunzio continua:

«L’eguaglianza e la giustizia sono due astrazioni vane, e le dottrine che ne derivano sono inaccettabili dagli uomini superiori.
L’aristocrazia nuova si formerà dunque ricollocando nel suo posto d’onore il sentimento della potenza, levandosi sopra il bene e sopra il male»4.

“Levandosi sopra il bene e sopra il male”. Proprio questo è il punto: elevarsi dalla morale, da una giudizio che sia in qualche maniera condivisibile o meno.
E cosa ha portato, secondo il poeta, a questa scelta da parte degli uomini? Qui il debito verso Nietzsche è più forte che mai:

«[…] una fra le ragioni del general decadimento sta in questo: che l’Europa intera ha ricevuta la sua definitiva impronta dalla nozione del bene e del male presa nel senso della morale degli schiavi.
Due sono le morali: quella dei “nobili” e quella del gregge servile. Ora, poiché in tutte le lingue primitive nobile e buono sono termini equivalenti e poiché la parola nobile è anche una designazione di classe, ne vien per conseguenza manifesta che la casta dei signori ha la prima nozione del Bene. Tutta la loro morale ha la sua radice nella sovrana concezione della loro dignità e tende alla glorificazione superba della vita.
La genesi del Bene è necessariamente diversa nello schiavo. Per istinto, egli diffida di ciò che il signore chiama il Bene; poiché in fatti ciò che per costui merita un tal nome è cattivo per lo schiavo e quindi rappresenta il Male.
Ma pur troppo la morale degli schiavi ha vinto l’altra»5.

Non c’è dubbio che la scelta abbia, almeno ad una prima analisi o per una sua parte, una genesi ed un lascito morali. Ciò, però, non deve farci ricadere in una valutazione su di essa se sia “giusta” o “sbagliata”, altrimenti riprodurremo una scelta morale. Il punto è che in forza di questa sua caratteristica la democrazia è l’unico ordinamento politico che permette la sua autocritica, e proprio questo è uno degli elementi da sempre sottolineati da chi vuole difenderla.
Tutto sta − a mio parere − nel tentare di “elevarsi”, appunto, per capire dove ci sta portando. Se effettivamente questa nuova oligarchia si stia impadronendo «di tutte le redini per domare le masse a suo profitto, distruggendo qualunque vano sogno di uguaglianza e di giustizia».

Siamo così sicuri che sia stato «detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora»6?

Massimiliano Mattiuzzo

NOTE:
1. 25-26 settembre 1892, “Il Mattino”, ora in Gabriele d’Annunzio, Scritti giornalistici 1889 – 1938, vol. II, pp. 86 – 94, Mondadori, Milano 2003.
2-5. Ibidem.
6. Celebre aforisma di Winston Churchill.

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La mia generazione: abbiamo fallito, avanti il prossimo

Quando ho visto Matrix per la prima volta ero seduto in un cinema, in una giornata assolata di maggio come tante, eravamo seduti sui gradini del cinema perché eravamo arrivati in ritardo e nel buio non eravamo riusciti a trovare dei posti a causa della sala gremita. Avevo 14 anni e stavo seduto accanto alla ragazza più affascinante che avessi visto, uno di quegli “amori” tipicamente adolescenziali. Non sapevo che in quel film di fantascienza si sarebbero coagulati tanti significati e tante questioni che avrebbero poi influito sulla mia generazione. Era il 1999. Era un film strano che parlava di volontà, destino, amore, senso della vita, il tutto coagulato in un blockbuster ben confezionato in pieno stile hollywoodiano.
Qualche anno dopo rimasi colpito, deluso, ma comunque attento per i riferimenti cristologici inseriti in Matrix 2 e 3 e ancora ripenso alla frase che descrive un messia cieco, un simbolo per tutti quelli come lui, patetico, in attesa che qualcuno gli dia il colpo di grazia.

In fondo ripensandoci era proprio un film adolescenziale, senza usare il termine in maniera dispregiativa, anzi, era una enorme storia in salsa cinematografica della Volontà di Potenza di Nietzsche che ha profondamente attraversato la mia generazione, una generazione sorta all’alba della decadenza dell’Occidente e della sua crescita: gli anni ’90 hanno rappresentato il preludio di un declino. La volontà di potenza ci mette un attimo a trasformarsi in volontà di impotenza, indolenza e ozio.

Penso che la mia generazione abbia delle grandi responsabilità per quanto è accaduto, sta accadendo e accadrà: siamo stati incapaci di dar vita a grandi prese di posizione generazionali, ma anche di dare alle cose una nostra inclinazione, seppur non all’insegna di rotture nette; siamo caduti preda di una anestetizzazione tecnologica, imbambolati da Mediaset e figli del berlusconismo, a prescindere che fossimo pro o contro.

Che fossimo pro o contro siamo pur sempre cresciuti all’ombra della figura di Berlusconi, una figura paradigmatica perché come i nostri genitori la sua generazione si è dimostrata quella dei moderni Crono e come tali non hanno che potuto divorare i propri figli. Gli anni di governo personalistico e finalizzato alla produzione di leggi ad personam più che di leggi per lo sviluppo non ci ha messo al riparo dalla crisi ed anzi hanno catalizzato quanto di peggio ha finito poi per abbattersi sul nostro Paese.

In un’ ottica marxiana i boomers (le generazioni che hanno vissuto la prosperosa epoca del boom economico) hanno fatto quello che i capitalisti fanno con i mezzi di produzione, hanno cioè fagocitato diritti in modo ipertrofico finendo per privare i propri figli e le generazioni future delle medesime opportunità, lo stesso dicasi per quanto riguarda gli impatti ambientali.

Lungi da me tuttavia indicare il male, additare le generazioni passate e sgravare così noi tutti da un onere di responsabilità al quale eravamo chiamati a dare una risposta, perché se le generazioni che ci hanno preceduto non sono state virtuose noi abbiamo peccato di una ignavia ben peggiore, ci siamo infatti ben guardati dal rompere gli schemi e ci siamo invece trincerati nel consumismo e nella moda.
La nostra risposta ai cambiamenti del mondo è stata quella di comprarci l’ultimo Ipad, di tirare per le lunghe lo studio e continuare a farci foraggiare dai nostri genitori. Se da un lato l’aiuto è servito a sostenerci in questi tempi difficili, dall’altro ha avuto l’effetto di renderci apatici e poco inclini a rompere gli schemi costituiti. Siamo stati come gli animali da allevamento, come un animale domestico che non esce mai di casa e come tali non abbiamo mai saputo elaborare una visione del mondo che ci permettesse di crescere al di fuori della pesante ombra dei nostri genitori.
Siamo dei novelli Benjamin Button: privi di progettualità a lungo e medio termine, finiamo per vivere una vita all’incontrario. Se la fine degli studi universitari un tempo significava l’accesso all’età adulta, è qui che il processo si inverte, assistiamo così alla devoluzione, un regresso inquietante quanto diffuso, un perenne rifiuto di confrontarsi con il mondo e prendere in mano il proprio destino.

Spesso vedo ragazzi di ormai quasi trent’anni farsi foto in discoteca che normalmente si era soliti farsi fare quando si avevano quindici o sedici anni, ma al posto di provare vergogna per l’immaturità manifesta tali foto sono invece oggetto di orgogliosa ostentazione. In un mondo dove conta sempre meno essere ciò che si è e conta invece apparire per ciò che la società ha presunto che dovremmo essere.

La mia generazione è fatta di cani di Pavlov, ma a differenza del celebre cane noi siamo restii a imparare dall’esperienza. Più subiamo la nostra impotenza e la vessazione di chi non ha alcuna tutela lavorativa e quindi nessuna dignità umana, più continuiamo ad abbeveraci dalla fonte che sta anche all’origine di tutti i nostri mali. Anziché ribellarci o quanto meno rifuggire gli stimoli negativi, nel migliore dei casi finiamo per chinare il capo diventando gregari e subalterni delle generazioni che ci hanno preceduto, nella vana speranza che prima o poi tocchi anche a noi, come se la nostra mente non avesse registrato che all’alba del nuovo millennio l’aspettativa di vita è tale che è molto più probabile che saremo noi a perire di stenti prima della dipartita di chi oggi regge le leve del potere.

Ci hanno detto che il lavoro doveva essere flessibile, ci hanno fatto imparare le lingue e tantissime competenze diverse, ci hanno raggirato usando accattivanti termini anglosassoni come long life learning o learning by doing, ma mi chiedo quanti dei grandi ideologi di questo modo di pensare, quanti professori che ci hanno proposto questo modello di vita e quanti funzionari che hanno stilato protocolli amministrativi che deliberavano in tal senso si sono sottoposti allo stesso trattamento. Quanti di loro hanno veramente provato ad assaggiare la ricetta che avevano preparato per noi e per i loro figli? Penso ben pochi visto che la pubblica amministrazione è piena di gente che non parla nemmeno l’inglese e che per anni non ha fatto altro che ripetere sempre e solo la stessa mansione, senza mai aggiornare le proprie competenze, tanto che se si rimettessero oggi sul mercato del lavoro a stento troverebbero posto come posteggiatori di auto o lavapiatti in un ristorante. Non bisogna però fare di tutta l’erba un fascio e nella Pubblica Amministrazione ci sono ancora tante persone che si aggiornano e combattono ogni giorno per garantire servizi migliori ai cittadini: perché non siamo stati capaci di allearci con loro?

Siamo stata la generazione che ha potuto studiare fino ai gradi più alti della formazione, ci hanno viziati dicendo che eravamo tutti speciali, ma se siamo tutti speciali vuol dire che non lo è nessuno e così il nostro grado di istruzione crescente ha finito con l’unico scopo di far crollare la retribuzione salariale di coloro che potevano essere impiegati nel lavoro cognitivo.

Abbiamo ostinatamente voluto credere alle promesse dei nostri genitori circa il fatto che il mondo fosse un posto facile dove vivere, che eravamo unici e irripetibili e che strabilianti opportunità ci avrebbero atteso, chiusi sotto una amorevole campana di vetro che ci ha tenuti al riparo dal mondo. Abbiamo rimandato un confronto con la realtà destinato ad essere devastante, quella ovattata campana non era altro che una bolla paranoica di mediocrità. Non siamo stati meglio di coloro che si sono affrettati a votare Berlusconi perché persuasi che avrebbe davvero creato – già il termine mi cagiona ilarità – un milione di posti di lavoro, abbiamo preferito credere che creare le nostre opportunità con un po’ di fatica e di sudore. Abbiamo voluto far finta che ci fossero risposte semplici a domande complesse.

In politica e nel lavoro ci siamo relegati noi stessi al margine, ogni volta che abbiamo chinato il capo e ci siamo fatti imboccare, tutte le volte che non abbiamo provato noi stessi a mostrare che le cose potevano essere diverse nascondendoci dietro a una presunta italianità della raccomandazione, ogni volta che non abbiamo anteposto il merito al nostro interesse abbiamo replicato la mediocrità dei nostri padri e delle nostre madri che facendoci trovare sempre la pappa pronta non hanno fatto altro che crescerci deboli e fragili, ma anche supponenti perché mai posti di fronte ai nostri stessi limiti. Così si è costituita la generazione dove tutti siamo speciali, tutti siamo qualcuno, abbiamo tutti vite interessanti e fantastiche, mentre viviamo una condizione miserabile contronatura perché costretti a restare presso i nostri genitori senza la possibilità di svilupparci diventando ciò che siamo come adulti e perché no anche nella senilità.

L’ultimo grande demerito è che non abbiamo saputo restare uniti, ci siamo fatti investire dalle ideologie già precostituite dai nostri padri finendo per farci molto più la guerra tra di noi che provare a imporre una nuova visione delle cose, noi che siamo nati alla fine delle grandi ideologie, dove la religione è più mite nella rigidità, dove il muro di Berlino è caduto, dove se da un lato ci hanno accusati di non credere in niente avevamo invece l’opportunità di credere in tutto con uno sguardo nuovo e invece non abbiamo fatto altro che suonare uno spartito datoci da altri e danzato su quelle stesse note.

Non abbiamo fatto tesoro delle parole di Michael Young che ci ha provato a dire:

«I giovani devono combattere il potere degli anziani invece di allearsi con loro per ricevere favori».

Spero solo che le generazioni che stanno crescendo oggi e che verranno domani imparino dai nostri errori e non ce ne abbiano troppo a male per il mondo che ci apprestiamo a consegnare loro.

Matteo Montagner

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Il mondo visto da dietro lo schermo – Intervista a Luca Ward

Il mondo non è stato creato una volta, ma tutte le volte che è sopravvenuto un artista originale.

(Marcel Proust)

La voce è qualcosa che ti entra dentro, che ricordi, che ti fa sognare. La voce rende sonora la nostra vita e ci permette di comunicare con gli altri, esprimendo sensazioni, emozioni, perché no, se stessi.

Ci sono voci e voci che cambiano a seconda del messaggio che devono trasmettere ma che magari col tempo dimentichi, e poi c’è la sua, inconfondibile ma soprattutto indimenticabile, capace di lasciare il segno dietro ad ogni film che doppia e ad ogni ruolo che interpreta.

Sto parlando di Luca Ward, famoso doppiatore nonché attore italiano, la cui voce si è prestata al doppiaggio dei più grandi attori internazionali, tra cui Russel Crowe ne Il gladiatore, Keanu Reeves in Matrix, Samuel Lee Jackson in Pulp Fiction e molti altri.

Ho avuto il piacere di carpire un po’ di più chi si celi dietro a questa voce così famosa, cercando di indagare insieme a lui il mondo del cinema, del teatro ma anche della vita che oggi noi viviamo.

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– Luca Ward, classe 1960. Cosa sognava di fare da bambino?

Il pilota!

Non di aerei militari perché la guerra non mi appartiene, pur avendola vissuta sia mio padre che mio nonno. Io volevo fare il pilota civile e per questo ho frequentato la scuola apposta ma all’epoca diventare pilota era praticamente impossibile, o eri figlio di un pilota o…di un “vescovo”!

– L’avere avuto un padre artista quanto ha influito nella sua scelta professionale?

No, non ha influito perché, anche se i miei genitori erano attori, mio padre non voleva che io e i miei fratelli facessimo il suo mestiere e a me non interessava fare l’attore: era davvero un lavoro difficile quasi più che pilotare un jumbo, quindi chi me lo faceva fare? Eppure alla fine mi sono trovato costretto a farlo perché, avendo perso mio papà a 13 anni e avendo mia madre che non lavorava più da tanti anni, io e i miei fratelli ci siamo ritrovati all’improvviso nel mondo degli sceneggiati televisivi, del doppiaggio, della radio e una volta entrati non siamo più usciti.

– Il lavoro del doppiatore rimane sempre in sordina e spesso ci si dimentica che chi stiamo guardando recitare sono in realtà due persone diverse: l’attore e il doppiatore. Quanto è difficile, nel suo mestiere, omologare la voce alla perfezione con la mimica dell’attore?

Un tempo sia il doppiaggio che la recitazione erano discipline che venivano studiate molto e la voce aveva un ruolo importante, infatti veniva “lavorata”, “elaborata”, perché non c’era solo bisogno di fisicità, ma forte era la necessità di una vocalità; a testimonianza di questo basta risentire i grandi sceneggiati di una volta in cui gli attori erano tutti dotati vocalmente, a differenza di oggi, periodo in cui talvolta non capisci nemmeno quello che dicono. Per me è sempre stato fondamentale il lavoro sulla voce, sia nel doppiaggio, per assecondare la mimica dell’attore, sia nella recitazione, e lo è tuttora, infatti quando incontro dei giovani ragazzi che vogliono sfortunamente fare questo mestiere io ricordo loro di educare sempre la voce e di andarsene a casa se qualcuno dice “questa battuta buttala via buttala via..” perché le battute non si buttano via, altrimenti non arriveranno mai al pubblico.

– Il suo lavoro è assolutamente curioso in quanto coinvolge tre persone, o meglio, tre personalità sempre diverse: quella del doppiatore, quella dell’attore e quella del personaggio che si recita. A mio avviso, lo sforzo che deve fare lei nel doppiaggio è duplice, in quanto deve rappresentare perfettamente il personaggio e non deve storpiare la personalità dell’attore che lo sta interpretando. Concorda? Come ci si prepara a tutto questo?

Io sono stato un autodidatta, ho imparato da bambino e ho appreso come una spugna mano a mano che crescevo , senza avere fatto nessuna scuola, né accademia, perché da subito mi sono trovato accanto ai grandi attori che mi hanno spesso e volentieri dato dei consigli. A casa invece con mia madre non parlavamo mai di lavoro perché il nostro problema fondamentale riguardava il quotidiano, quello di portare i soldi a casa. Per questo, non essendo un attore accademico, non saprei rispondere alla domanda su come ci si prepari, perché io faccio sempre tutto molto fisicamente, di istinto, senza mai fare nessun riferimento a chi precedentemente ha interpretato un ruolo che mi viene assegnato, anzi non vado nemmeno a vedere come l’attore precedente l’ha fatto e se l’ho visto lo cancello dalla mente, non perché mi senta più forte di lui ma perché io voglio solo fare il mio agendo di istinto.

– L’attore incontra mai il suo doppiatore? In cosa consiste il confronto tra i due? Consigli, accorgimenti o solo complimenti? Le è mai capitato che un attore non fosse contento dal lavoro lei svolto?

Spesso è capitato di incontrarli, ma ti risponderò parlando della mia esperienza da ‘attore doppiato’: tempo fa feci uno sceneggiato, Elisa di Rivombrosa (la prima serie) che ebbe un grande successo, erano anni in cui per la televisione si facevano le cose importanti. Mi trovavo in Francia a girare un film sulla vita di Modigliani e un giorno in hotel alla tv davano proprio Elisa di Rivombrosa; ovviamente era doppiato in francese e proprio per questo mi è preso un colpo appena mi sono sentito doppiato! Per questo posso immaginare che quando i miei colleghi d’oltreoceano si sentono doppiati abbiano uno shock, anche se poi loro carinamente per educazione mi dicono di avere fatto un buon lavoro!

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– Non solo doppiatore ma anche attore: quale differenza sostanziale trova tra queste due arti, oltre al fatto che in una usa solo la voce, nell’altra presta sia voce che corpo?

Il doppiaggio è un mestiere puramente tecnico che però deve avere delle forti basi di recitazione altrimenti non lo si può fare. Doppiare senza saper recitare trasforma i copioni in semplici letture, come accade purtroppo ai nostri giorni in cui i doppiaggi non sono più interpretati ma sono solo letti perché si fanno di corsa. Basti pensare ad esempio ad un film del 1994, Pulp Fiction che abbiamo doppiato in circa due mesi e mezzo, oggi lo stesso film lo si fa in una settimana ottenendo ovviamente un risultato ben diverso. Un tempo non ci si accorgeva nemmeno del doppiaggio in un film perché era fatto talmente bene e a regola d’arte che le voci si incollavano perfettamente alle interpretazioni, anch’esse di tutto rispetto. Oggi tutto è cambiato e la voce viene messa in secondo piano, senza pensare che invece essa è fondamentale perché è la vera colonna sonora di un film. Pensiamo ai non vedenti: loro si accorgono subito se un attore recita bene oppure no, se trasmette emozioni o no, perché hanno un udito talmente fine e sofisticato che riesce a carpire qualsiasi sfumatura. Loro sono i più esperti in fatto di “voci” cinematografiche e spesso i film di nuova generazione preferiscono non sentirli, rimanendo ancorati ai vecchi film in cui la recitazione era molto più profonda.

– La filosofia e la recitazione sono due discipline che sono meno distanti l’una dall’altra di quanto si potrebbe pensare, viste le numerose questioni con le quali entrambe le discipline si confrontano. Un esempio di questa reciproca influenza è dato dalla problematicità della condizione di sdoppiamento vissuta dall’attore, il quale deve inscenare un “altro” e allo stesso tempo si interroga sulla propria condizione esistenziale in rapporto al personaggio interpretato, sul rapporto con l’altro. Secondo la sua esperienza personale, quante volte le è capitato di porre delle domande di vita a Luca-persona in relazione a Luca-personaggio appena interpretato? È qualcosa che l’ha aiutata a capire meglio se stesso e il mondo oppure no?

Assolutamente no, non mi capita mai perché sono due mondi completamente diversi: Luca è Luca sempre anche quando sono sul palcoscenico e interpreto un personaggio. Rimango sempre io e perfettamente cosciente di essere Luca, non mi sdoppio mai. Rispetto le opinioni di tutti, ma credo che chi alla fine di uno spettacolo si chieda “chi è”, usi tale discorso solo come specchietto per le allodole.

Gilles Deluze trovava la somiglianza tra cinema e filosofia nel fatto che “il cinema stesso è una nuova pratica delle immagini e dei segni, di cui la filosofia deve fare la teoria in quanto pratica concettuale”, intendendo la filosofia appunto come pratica dei concetti. Tutto questo per dire che la filosofia è una pratica tanto quanto il cinema e, anzi, diventa la teoria del cinema stesso, perché lo concretizza in concetti. Lei, da attore, lontano dal mondo filosofico, vede lo stesso intersecarsi delle due discipline? Perché?

Non saprei, credo dipenda fortemente dai temi trattati da un film piuttosto che da un altro. Ovviamente ci sono dei film e dei lungometraggi che vengono fatti apposta per fare riflettere e per innescare un ragionamento filosofico, ma sono sicuramente una minoranza vista da un pubblico di nicchia.

Tutti insieme appassionatamente, musical contro la guerra con, sullo sfondo, l’annessione dell’Austria al Terzo Reich. Un musical che vuole lanciare un messaggio positivo: una grande storia d’amore e il sorriso di sette bambini come antidoto alla guerra. Quali sono i punti di forza di questo popolare spettacolo che vuole celebrare il desiderio di riunirsi ‘tutti insieme appassionatamente’ a teatro trasmettendo serenità, speranza e passione?

Il punto di forza è sicuramente il concetto di famiglia che oggi, secondo me, è l’unico reale punto di riferimento rimasto per i giovani. Io sono di un’altra generazione, direi molto più fortunata di quelle di oggi, perché abbiamo avuto la possibilità di avere tanti punti di riferimento: c’erano i grandi sportivi, i grandi gruppi rock, i grandi politici, i grandi attori…eravamo ricchi in ogni campo. Oggi, invece, i grandi politici non ci sono più, i grandi attori nemmeno, i grandi sportivi lo stesso e i grandi gruppi rock sono finiti, quindi qual è il punto di riferimento rimasto fondamentale e forte? Sicuramente non la chiesa, ma la famiglia. Il bello è che piano piano i giovani lo stanno capendo e ne stanno riscoprendo il valore, perché si rendono conto che in effetti fuori cosa c’è? Il nulla (a parte il mondo meraviglioso della natura), non ci sono più stili da seguire, rimane solo quello familiare di cui l’esempio dato dai genitori è fondamentale.

– Dai video che lei pubblica sui suoi profili Social traspare un Luca gioviale e auto-ironico che si sa godere la vita. È forse questa la ricetta, oltre a studio, perseveranza e gavetta, per rimanere ai massimi livelli in qualunque campo professionale?

L’unica ricetta è essere se stessi, non c’è altro modo per durare: essere se stessi nel bene e nel male. Nel mio mondo falso e ipocrita (come in realtà ormai tutti i campi lavorativi) è sicuramente difficile esserlo ma bisogna essere superiori e lavorare ognuno facendo il proprio. Certamente il tutto dipende da che persona sei perché non tutti sono altruisti, simpatici, gioviali, ma si possono trovare benissimo persone scorrette; l’importante è andare avanti come uno schiaccia sassi per la propria strada, senza fare del male a nessuno, senza prevaricare, rimanendo sempre leali.

– Che consiglio darebbe ad un giovane di oggi che voglia intraprendere un percorso artistico nel mondo odierno così sopraffatto da qualunquismo, raccomandazioni e superficialità?

Il mio primo consiglio spassionato è quello di studiare per essere sempre pronti, senza ascoltare i media che cercano di inculcare che basti fare un grande cugino o un grande cognato per diventare un attore, perché non è assolutamente così. Il secondo è quello di tenere sempre presente il confronto con l’estero, perché oggi non possiamo più pensare al paese-Italia; chi vuole fare questo mestiere deve guardare oltre i confini senza rimanere qua. Noi siamo piccoli e produciamo cose piccole e provinciali solo per l’Italia, non venendo mai esportate da nessuna parte. Ma tutto questo quanto può ancora durare? Se noi guardiamo gli altri paesi, bastano quelli intorno a noi, i francesi, gli spagnoli, gli inglesi, loro sì che viaggiano! Perché da loro l’arte è arte e rimane tale, pura, i grandi cugini rimangono grandi cugini. Molti giovani scelgono il talent come via per il successo, però io consiglio loro di vedere come va a finire la maggior parte dei ragazzi che vi partecipano: girano all’interno degli stessi programmi e vengono frantumati in breve tempo, perché non hanno un background solido costruito nel tempo; guardiamo invece a Claudio Baglioni, Zucchero, Vasco Rossi che vengono da una gavetta vera, avendo iniziato a suonare nei garage, negli scantinati, facendo un percorso lungo e faticoso prima di arrivare dove sono. Questo è il successo duraturo. Quello dei talent quanto può durare realmente? Il nostro difetto è quello di vedere nei programmi il vero talento e di cercare in essi di apparire senza essere veramente; se proviamo invece ad andare in Russia? Qui quando si parla di danza si parla solo di Bolshoi, lo stesso vale per gli attori che sono tutti grandi attori.

– Vi è una grande disparità nella percezione della cultura teatrale tra le città del Nord e per esempio Napoli, lei cosa ne pensa?

Concordo. A Napoli il teatro fa parte della città, i napoletani si mettono da parte i soldi per avere una poltrona per assistere a qualche spettacolo teatrale, sono abituati, fa parte della loro cultura. Basti pensare che quando le compagnie romane, torinesi o bolognesi devono andare a Napoli, hanno tutte paura perché quelli seduti in platea sono degli esperti veri, anche se fanno il calzolaio, il droghiere, il barbiere, a livello teatrale non li batte nessuno. Questo è anche il motivo per cui le compagnie napoletane sono le uniche in attivo, mentre nel resto di Italia si chiudono i teatri, le compagnie falliscono e agli spettacoli assiste solo un pubblico anziano, a differenza di Napoli dove vedi anche i ragazzi.

– L’ultima domanda che facciamo a tutti i nostri ospiti: cosa pensa lei della filosofia?

La filosofia c’è in tutto perché è vita!

Per parlare in assurdo la filosofia è presente anche quando devi comprare un panino al prosciutto: c’è la scelta del tipo, la riflessione sulla differenza tra uno e l’altro, il perché si usi un coltello piuttosto di un altro. La filosofia è un mondo fantastico e chi la considera inutile non sa nemmeno di cosa stia parlando, perché non riesce a vedere che la storia del pensiero è dietro ogni cosa e ne andrebbe aumentato lo studio per aiutare a sviluppare il pensiero. Ma evidentemente chi la rinnega ha paura di formare persone pensanti e cerca di lobotomizzarle anche attraverso i Social Network, perché in questo modo tu non scendi più in piazza ma ti sfoghi con un semplice post, facendo, così, il loro sporco gioco. Mi auguro che tutto questo prima o poi sparisca e che la gente, soprattutto i giovani, capiscano che è molto meglio ritrovarsi al tavolino di un bar per discutere e cercare di cambiare le cose.

Le parole di Luca Ward, in questa intervista, sono rivelatorie di un mondo che sempre più si basa sull’apparenza e sull’esistere piuttosto che sull’essere. Occorre riflettere sul concetto di Arte e sulla persona che la interpreta per vocazione, l’Artista, arrivando a capire che essere artisti non significa per forza essere solo speciali, famosi, conosciuti e riconosciuti, ma vuol dire fare un lavoro di studio, fatica, disciplina e passione, come qualunque altro lavoro; però ciò che può fare la differenza tra questo mestiere e uno più ‘consueto’ è la persona che lo svolge e il modo di approcciarsi ad esso: la semplicità di essere Artista, i valori che gli appartengono possono distinguere un vero artista da una meteora pronta a sparire.

Ancora più evidente è che essere Artisti non è da tutti e non è per tutti.

Il vero artista è chi ha la consapevolezza del mondo per poterlo interpretare ogni volta in modo diverso; è colui che, a volte, prende le distanze dalla vita per poterla oggettivare e raccontare agli altri, riunendo il tutto nel suo sguardo o nella sua voce o nei suoi movimenti.

L’Artista vero è quello che conosce il sacrificio e il valore del rispetto del lavoro altrui che gli ruota attorno ed è in grado di stare al livello degli altri sentendosi a proprio agio.

Occorre essere sempre critici, prudenti e obiettivi quando si parla di Arte, per non rischiare di semplificarla e banalizzarla. Allo stesso modo è necessario porre attenzione nello scovare l’artista vero, colui per cui onore e successo sono indifferenti perché l’unica cosa che conta è l’arte per cui si sacrifica.

 

Esistono due modi per non apprezzare l’Arte. Il primo consiste nel non apprezzarla. Il secondo nell’apprezzarla con razionalità.

Oscar Wilde

 

Valeria Genova

[Immagini di proprietà di Luca Ward]

 

Pillola rossa o pillola blu? Questione di stress

Immaginate di essere stati lì, catapultati in una situazione imprevista, di fronte a un brutto ceffo che fino a qualche istante prima non avreste mai osato guardare in faccia, se non per l’ingresso in un locale notturno.

Immaginate che vi metta queste due pillole davanti con una spiegazione tanto ermetica quanto didascalica.
Cosa fare? Quale dannata pillola ingoiare, prima che sia lui stesso a ficcarcene una in gola (di sicuro quella sbagliata)?

Bisognerebbe fermare il tempo, chiedere un time out all’universo e infilarci in una dimensione spazio-temporale che ci permetta di esercitare quella razionalità olimpica che Herbert Simon attribuiva inizialmente all’essere umano. La scelta perfetta, insomma, quella che potremmo prendere se avessimo tutto il tempo necessario, analizzando pro e contro e potendo sostituire il nostro cervello con un computer impeccabile. Possibile? Per ora no, non del tutto almeno: ci dobbiamo accontentare di una razionalità limitata.

Prima di cedere alle pressioni di un qualsivoglia bodyguard incattivito, che ci accompagna con autorità all’unica e incontrovertibile possibilità di scelta, dovremmo quindi fare i conti con le nostre peculiarità: scarsità di risorse, quantità di tempo ridotta, capacità computazionali limitate.

Ecco messo a nudo l’essere umano, un essere che vive di un sistema emotivo di cui fatichiamo spesso a riconoscere confini e manifestazioni quotidiane, ma che si frappone sempre tra quello che pensiamo (o speriamo) dovrebbe accadere e quello che invece accade.

Tra premesse e conseguenze ci troviamo immersi in una nuvola di preoccupazione e stress, che mettono ancor più in crisi le nostre già ridotte capacità di problem solving; respiriamo continuamente nubi tossiche che entrano a far parte di noi, delusioni e aspettative tradite che incrementano la nostra immobile indecisione.

La teoria dell’utilità attesa, molto cara ad ogni studio sul decision making, ci spiega come prendiamo decisioni in condizioni di incertezza. Ma qui non si tratta di una “semplice” indecisione tra due possibilità; non possiamo massimizzare nessun risultato, scegliendo la pillola migliore, che di fatto non esiste. È il contesto a fare la differenza: l’ansia da prestazione provoca uno stato di stress a cui il cervello risponde con due uniche possibilità: lotta o fuga.

Pillola rossa o pillola blu? Non lo so, e non lo posso sapere finché l’amigdala (sede cerebrale delle emozioni) rimane in uno stato di iperattività e tensione. Il sistema limbico continua a procedere secondo un sistema binario 0-1. Non ci sono altre possibilità e sotto stress veniamo stravolti, non riuscendo più a gestire emozioni, scelte, umore, comportamenti e impressioni, se non con l’unica risposta vitale che in quel momento il cervello riesce a produrre: NO!

“No” inteso come “non scegliere”, “non farlo adesso”, “non ne hai le capacità in questo momento”: qualunque scelta tu faccia ora, sarà comunque sbagliata, perché contraria all’inappellabile suggerimento del tuo apparato emozionale.

Come fare? Accettare il diktat cerebrale, innanzitutto, e assecondare quell’immobilità. Il cervello e il resto del corpo non sbagliano mai; i nostri pensieri, invece, spesso e malvolentieri.

Ma se le conseguenze del nostro silenzio dovessero essere ancor più tragiche di quanto non lo sia una scelta dettata dalla tensione, allora dovremmo premunirci di una consapevolezza generale ben più radicata su tutto ciò che ci riguarda. A partire da passioni, desideri, aspettative, capacità, competenze, abilità, conoscenze, contesto sociale: tutto andrà ben ponderato giorno dopo giorno, alla ricerca di un obiettivo finale che si va definendo in fieri.

Non ci sarà dubbio che tenga, allora, saremo sempre in grado di gestire l’emozione di ogni scelta e ingoiare la pillola rossa con piena responsabilità di ciò che ne deriverà.

Benvenuti su Matrix.

Giacomo Dall’Ava

[immagine tratta da Google Immagini]