Di pensier in pensier, di monte in monte

Ho avuto occasione, durante i primi del giorno del nuovo anno, di parlare con alcuni conoscenti che hanno passato il loro Natale “in montagna”.

Mi sono sempre chiesto: «Come mai sono il mare e la montagna, le maggiori mete di turismo?».

Una risposta mi è venuta dalle Ville Palladiane, costruite per i nobili veneziani che, nel periodo autunnale, si trasferivano dalla Laguna all’entroterra – esattamente il contrario di quanto, per la maggior parte, avviene oggi. Studiandolo, ho compreso che il turismo era ed è, come ogni mercato di beni o servizi, influenzato dalla platea di chi lo pratica.

Quindi, come ai tempi del Palladio il turista era il nobile lagunare che, quando poteva, cercava di allontanarsi da un paesaggio a lui familiare, così oggi, essendo riferibile alla borghesia e la middle class urbana, è ovvio che chi può permettersi di fare una vacanza, sceglierà di andare lontano dall’ambiente cittadino, eleggendo luoghi diversi.

E tuttavia, il mare mi pare, a livello sociologico, una meta più recente rispetto a quella, per esempio, della collina (tipologia di turismo praticata dalle classi abbienti dal Medioevo in qua – si veda dov’era ubicata la villa dei giovani del Decameron): daterei questo interesse per il mare al XVIII secolo, con i Grand Tours diretti in Italia.

Ma più antico di tutti, è il viaggio in direzione della montagna. E badare che ho detto “viaggio”, non “turismo”. Ma è una sottigliezza di cui non ci occuperemo qui.

La montagna è il più antico luogo di ritiro personale dalle pesantezze della vita quotidiana, e per ragioni non meramente ambientali, ma sinanche filosofiche, antropologiche e spirituali.

In molte delle civiltà che si sono susseguite durante l’atipico scorrere del tempo detto storia, il monte è stato considerato uno spazio privilegiato per l’autorivelazione del proprio Io, e per il rapporto diretto con la Divinità: pensiamo, per esempio, al folklore greco antico.

Qualora, poi, volessimo avvicinarci alla cultura che più permea la nostra, cioè quella giudaico-cristiana, noteremo che, anche in essa, il monte sembra rivestire il ruolo di medium tra Sacro e mondano. La Bibbia è ricca di riferimenti ad alture, montagne e rilievi: sono, queste, le località che Iddio predilige per dare manifestazione di Sé.

Ognuna delle varie epifanie bibliche deve essere, naturalmente, letta alla luce del provvidenziale disegno della Rivelazione; compiendo una riflessione di carattere teologico, si può ricordare che la Salvezza dell’uomo, e la sua Alleanza con il Signore, procede attraverso tre passaggi fondamentali: la fase della legge (Mosé), quella della profezia (che potremmo riassumere con Elia) e quella, finale, dell’amore (Cristo). Ebbene, non si sbaglierà nell’asserire che ciascuno di questi tre momenti della Redenzione hanno simbolico culmine in luoghi elevati. La vicenda di Mosè, per esempio, è tutta racchiusa nel contatto con Dio su due montagne, la vocazione sull’Oreb1. e la consegna del Decalogo sul Sinai2; e ancora Elia, principale tra i profeti, ha un’esperienza teofanica sul Carmelo3; Gesù Cristo, a sua volta, inizia la predicazione con il “discorso della montagna”4, si manifesta, trasfigurato, come unione di legge e profezia su un’alta montagna5, muore sul Gòlgota6, ascende da un monte7.

Data questa evidente preferenza teofanica per monti e alture, non stupisce che, nel corso della storia della spiritualità cristiana, le zone alte siano state il punto di ritrovo di coloro che, tra tutti i credenti, più hanno cercato di inverare il messaggio cristiano: i monaci.

L’isolamento dalle vicende mondane, la prossimità altimetrica alla Divinità, il tutto accompagnato da una solida tradizione biblica: sono queste le caratteristiche fondamentali che fanno dei monti non solo un mero rilievo morfologico, ma un vero e proprio luogo dell’anima.

Ma questa passione per le montagne non è solo occidentale. Anzi, laddove era più forte il senso del Sacro, più netto e centrale sarà il ruolo che i simboli assumono nella definizione progressiva della mentalità singola, della costituzione dell’ordine sociale e, eventualmente, dell’ordinamento statale.

Non può stupire, dunque, che il mondo bizantino abbondasse di Sante Montagne, la più importante delle quali è il Monte Athos, in Calcidica, centro monastico “ultimo erede dell’Impero” ancor oggi attivo; d’altronde, se l’Impero Bizantino era, tra tutte, la Nazione eletta a glorificare Iddio per mezzo del suo Vangelo, come possono, in tale provvidenziale entità, mancare luoghi simbolicamente adatti a rapportarsi quanto più strettamente possibile al Signore? A Bisanzio, in un certo senso, dovevano esserci Sante Montagne.

E non citerò la Spiritualità Tibetana o le tradizioni sherpa, che vedono nelle montagne di Himalaya e Karakorum dei veri e propri tabernacoli.

In conclusione, non intendiamo qui affermare che ogni viaggio o vacanza in montagna dovrebbe essere considerata (non siamo Thomas Mann!) un’occasione di autoanalisi, né tantomeno d’una ierofania. E tuttavia, questo sì lo diciamo, il monte, di per sua essenza, invita alla riflessione più di quanto non facciano luoghi più “bassi”: forse perché la montagna è più solitaria, forse perché la pervade un silenzio maggiore, e il silenzio obbliga a pensare, forse perché s’è più vicini a Dio.

Insomma, la montagna è più filosofica del mare, e ti obbliga a filosofare di più.

Ed è forse per questo (perché la filosofia non è mai, come tutte le necessità, piacevole o rilassante) che la maggior parte delle persone preferisce il mare.

Forse per questo io preferisco le terme.

 

David Casagrande

 

NOTE:
1. Esodo 3, 1-6.
2. Esodo 19, 2-3.
3. Primo libro dei re 19, 8-13.
4. Matteo 5.
5. Marco 9, 2-8.
6. Marco 15, 22.
7. Matteo 28, 16.

Filosofia mediterranea

La filosofia da sempre si pone come strumento del pensiero su tutte le cose. Solo la filosofia pensa il Tutto, appartandosi e astraendo dalle conoscenze pratiche o relative a certune branche del sapere. Un’astrazione che non è eliminazione delle parti ma congiunzione di esse in unità. Essa non è il sapere specializzato di un uomo che pensa a come guarire meglio qualcun altro, o come costruire meglio una casa e, inizialmente, nemmeno come vivere meglio la vita.

La filosofia è riflessione dell’uomo sul mondo e se l’uomo è – come ovvio – parte del mondo, la filosofia diviene autoriflessione del mondo su se stesso.

Questo percorso si dice sia nato in Grecia. Sappiamo anche che il pensiero filosofico, soprattutto se inteso come degenerazione di un pensiero religioso originario, ha profonde radici nei culti religiosi arcaici, in cui uomini di somma saggezza riflettevano in modi a noi oggi inaccessibili sull’essenza del mondo.

La domanda che dovrebbe serpeggiare, sfidando i limiti della pura congettura è: perché proprio nella Grecia antica è fiorito il pensiero filosofico?

In più parti nelle varie opere greche rimasteci abbiamo notizie del completo agio che gli antichi provavano nell’ambiente circostante. I Greci fecero uno stile di vita il loro stare in armonia con la natura e il goderne di quanto concedeva. Il vivere secondo misura, la repulsione per gli estremismi, la comprensione e la vicinanza verso ogni parte del cosmo, erano favoriti da ciò che il cosmo stesso ha offerto loro: un ambiente estremamente vario che generava molti tipi di cibi diversi, una terra circostante fatta di rilievi non troppo aspri e mari non troppo mossi – adatti tra l’altro all’arte della navigazione, della pesca, dell’esplorazione – molti giorni di luce, un clima mite favorevole alla vita all’aria aperta e all’esposizione della bellezza.

Tutto questo e molto altro è stato il messaggero che ha portato ai popoli greci l’idea di un mondo equilibrato, loquace e onnicomprensivo: non ovviamente in senso morale – nota è la sfrontatezza con cui i Greci guardavano alla vita dolorosa e alla morte – ma nel senso di un’unità composta da parti aventi ognuna un ruolo degno del proprio essere, in una congiunzione di equilibri adatti alla proliferazione vitale e intellettuale. Più difficile pensare alla possibilità di ciò nella tundra o nei deserti, ambienti dal clima troppo duro e dall’ambiente più monotono.

Ecco allora che Eraclito guarda al tempo come ciclo di stagioni e Platone al sole come simbolo della verità ideale; ecco che nella Grecia antica pullula una miriade di menti attratte dal funzionamento di ogni aspetto della natura come fisici, biologi, astronomi: si scoprono leggi matematiche, solstizi ed equinozi, nasce il vegetarianesimo, la cultura del vino, quella del mare, i culti e le festività incentrate su quei prodotti della terra propedeutici alla comprensione ultima del mondo (vino e ciceone su tutti). I primi pensatori greci assistono al dispiegamento della varietà del cosmo attraverso tutti i sensi e con essa possono giungere all’apice contemplativo. Immaginiamo giovani Greci sulle sponde del mare verso sera, nel mezzo di ebbrezze dionisiache, a celebrare la vita nel suo semplice manifestarsi sottoforma di paesaggi intensi, festività, vesti svolazzanti, buon cibo, invocando la Terra a ripetere eternamente se stessa secondo il detto: «Piovi! Sii gravida!»1.

Si sviluppa insomma quell’intreccio di mondo e uomo che costituisce una vera e propria scala verso la conoscenza e la verità in senso stretto. Physis, che noi traduciamo oggi con Natura, non era usato che come sinonimo di Essere, di cui il filosofo custodisce e scopre la verità, che ricomprende in sé ogni cosa offrendo allo sguardo la varietà di sé stessa.

Solo uomini del tempo o di un certo tipo hanno occhi adatti alle caleidoscopiche sfumature del mondo: il sole adatta l’occhio alla luminosità, ai suoi riflessi sul mare e invita a esplorarlo; le viuzze accennate, le lievi cime e gli scorci naturali solleticano l’indole curiosa dell’uomo, che cerca strade, mari e isole nuove, che lo tengono allerta e sveglio, incline alla novità. L’uomo si trova di fronte ogni colore, una moltitudine di cibi diversi e vede così formarsi un gusto, l’attenzione per il dettaglio, l’apprezzamento per ciò che è offerto, impara a trarre energia dalla fonte più opportuna.

Solo così si prepara un uomo consapevole del mondo, che sa viverci, che sa comprenderlo e tramandarlo. Forse solo in quella fonte sfavillante e multiforme che è il Mediterraneo era possibile aprire nell’uomo una finestra verso se stesso? Solo riscoprendo la Terra nella sua massima espressione possiamo dirci davvero uomini?

Forse nel Mediterraneo per prima il mondo ha potuto cominciare a guardarsi, eleggendo questo luogo a tempio della verità.

 

Luca Mauceri

 

NOTE
1. A. Tonelli (a cura di), Eleusis e Orfismo, Feltrinelli, Milano, p. 193.

[Photo Credit: M@ssip, 26/8/2012, su turistipercaso.it]

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Libri selezionati per voi: luglio 2018!

“Luglio col bene che ti voglio vedrai non finirà.
Luglio m’ha fatto una promessa l’amore porterà.
Anche tu, in riva al mare tempo fa, amore, amore
mi dicevi: “luglio ci porterà fortuna” poi non ti ho vista più;
vieni, da me c’è tanto sole ma ho tanto freddo al cuore
se tu non sei con me”.

Recita così una famosa canzone della storia della musica italiana, che ancora oggi con la sua melodia ci porta indietro nel tempo, ad una di quelle estati in cui il mare lo si raggiungeva con la Vespa, senza traffico per strada e con addosso un paio di quegli occhiali che oggi definiamo vintage. Non fate come il suo autore però: quest’estate non lasciatevi sopraffare dalle pene d’amore! Per noi le opzioni sono due: o storie d’amore a lieto fine, o una bella lettura sotto l’ombrellone, perciò ecco a voi i nostri consigli del mese.

 

ROMANZI CONTEMPORANEI

occhi-gialli-dei-coccodrilli-la-chiave-di-sophiaGli occhi gialli dei coccodrilli – Katherine Pancol

Se cercate una lettura corposa, divertente e coinvolgente per l’estate appena iniziata, questo libro è giusto per voi. Numerosi e vari i personaggi che vi intratterranno: prima su tutti la protagonista Josephine. Disillusa, impacciata e studiosa del Medioevo si dovrà fare carico della vita familiare dopo essere stata abbandonata dal marito. La sua storia personale si intreccia a quella della figlia maggiore, ragazza sveglia e intraprendente; a quella della favolosa e invidiabile sorella; e a quella della madre, spietata e opportunista. Grande successo editoriale in Francia, il romanzo è completato da altri due testi: Il valzer lento tartarughe e Gli scoiattoli di Central Park sono tristi il lunedì. Trilogia imperdibile!

la-chiave-di-sophia-vivere-stanca-izzoVivere stanca – Jean-Claude Izzo

I bassifondi della Marsiglia di un tempo fanno da sfondo a questa raccolta di racconti di Izzo, scrittore francese dalle origini italiane. In particolare, il porto cittadino e i suoi personaggi emblematici ci parlano di crudeltà, lotte e amori impossibili, elementi tutti tinti di noir, tratto caratteristico dell’autore. Letture veloci, ideali per chi è di fretta, per chi ha i bambini che sgattaiolano in spiaggia da sorvegliare, per chi vuole scoprire il volto della Marsiglia di una volta.

 

UN CLASSICO

chiave-di-sophia-malavogliaI Malavoglia – Giovanni Verga (1881)

Protagonisti del romanzo sono i Toscano, detti anche “Malavoglia”, una famiglia tradizionale, basata su un sistema patriarcale, dove il vecchio padron ‘Ntoni, capofamiglia indiscusso, presiede sui figli e sui nipoti, ispirandosi ai vecchi proverbi che mai lo tradiscono. Ciò rende la vita della famiglia socialmente chiusa, legata ad abitudini che da secoli si presentano immutate, tramandate di generazione in generazione. Ne deriva un necessario sconvolgimento dei fatti, non appena subentra il “nuovo”, difficilmente accolto da chi non è in grado di cambiare davvero. Fedele rappresentazione di uno spaccato sociale, Verga si fa portavoce di una denuncia sociale, arricchendo la narrazione di tematiche profonde e sentite che scavano tra le debolezze e le difficoltà umane.

 

UN SAGGIO

lo-zen-e-la-cerimonia-del-te_la-chiave-di-sophiaLo zen e la cerimonia del tè – Kakuzo Okakura

Questo libricino di Kakuzo Okakura è un vero e proprio must per chi voglia mettere un dito nella sconfinata, profondissima e delicatissima cultura orientale; non a caso, venne scritto nel lontano 1906 in lingua inglese da un orientale agli occidentali. L’estate sembra non essere fatta per i saggi, ma voi provate a portarvi sotto l’ombrellone questo volumetto di un centinaio di pagine e lasciatevi immergere nella «tazza dell’umanità», dove Oriente e Occidente trovano il loro proprio punto di incontro. Il tè assurge a simbolo di una sensibilità ed un pensiero orientali descritti attraverso due discipline: il taoismo e lo zen (una declinazione giapponese del buddismo); entrambe delineano un’estetica che intreccia l’arte allo stare al mondo, tanto che «distruggendo la bellezza della vita, distruggiamo anche l’arte».

 

JUNIOR

chiave-di-sophia-respirazione-bocca-a-bocca-alla-balenaRespirazione bocca a bocca alla balena – Alberto Rebori, Alberto Casiraghy

Un breve libricino dalle immagini chiare e il testo didascalico, utile per ragionare sulle grandezze e per ideare qualche attività su questo tema. Fare la respirazione bocca a bocca ad una balena, se seguite i suggerimenti degli autori non sarà più una mission impossible! Lettura simpatica per tutti i bambini della scuola primaria, ideale per queste vacanze. Chi non vorrebbe avvistare una balena all’orizzonte durante una giornata in riva al mare?

fiato-sospeso-chiave-di-sophiaFiato sospeso – Silvia Vecchini, Sualzo

Vado subito al dunque, perché è il seguente pregiudizio ciò che il libro vuole sanare: se frequentate la scuola media e soffrite di allergia e dermatite, farete molta fatica a crearvi delle amicizie. È questo il caso di Olivia, ragazzina intelligente ed energica con la passione per il nuoto. In acqua la ragazzina si sente allo stesso tempo libera e protetta; libera di essere se stessa e protetta dagli sguardi dei compagni. In seguito ad un furto ai danni della sua scuola, Olivia vorrà scoprire chi è stato il colpevole; lo farà accompagnata dall’unico vero amico di sempre e dalla ragazza che tanto la derideva. Come forse intuirete, il finale di questo fumetto sarà all’insegna dell’amicizia.. Una vera rivincita per la nostra protagonista!

 

Federica Bonisiol, Giorgia Favero, Anna Tieppo

 

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Essere nell’acqua. Per una filosofia dello stato liquido

Nelle ultime settimane ho avuto il piacere di leggere un prezioso libricino, Piccola filosofia del mare, della filosofa Cecile Guérard, nel quale l’autrice illustra come il mare, e più in generale l’elemento acqua, abbia influenzato l’evolversi del pensiero umano, soprattutto in relazione alla coscienza introspettiva. La domanda centrale del saggio (e che prendo come spunto per questo articolo) è quanto questo elemento possa essere fonte d’ispirazione per una riflessione di carattere filosofico. Perché l’acqua non è solo un ingrediente prezioso per la nostra esistenza, nel corso della storia della civiltà occidentale essa ha assunto un significato profondamente simbolico, donando una consistenza e uno stato al nostro essere e alle sue mutazioni, diventando fonte d’ispirazione per l’arte e la filosofia.

La Guérard inizia parlandoci dello sguardo dei primi pensatori, che si rivolge infatti verso il mare: nell’acqua essi cercano le prime risposte. Dall’evaporazione degli oceani nascono le nuvole, le piogge, i venti e non è un caso che Afrodite, dea greca della bellezza, dell’amore e della fertilità, nasca proprio dalla spuma del mare, la sua genesi rappresenta l’essenza della vita stessa. Il mare è stato anche metafora degli smarrimenti della ragione quando questa abbandona il terreno dell’esperienza, già per Platone i riflessi cangianti dell’acqua sono l’immagine delle apparenze sensibili, e per Kant il paese delle verità è un’isola circondata da un tumultuoso oceano, sede dell’illusione. Se pensiamo alla letteratura, anch’essa alle sue origini presenta una metafora acquatica: i viaggi di Odisseo sono infatti il simbolo della ricerca e dell’errare dell’umanità.

Attraverso la storia dell’arte, si assiste poi ad un’interessante trasformazione dei significati dell’elemento acqua, che si fa specchio di valori identitari. Nell’iconografia antica l’acqua si associa sempre ad una divinità, per poi assumere nell’arte cristiana un valore principalmente simbolico, identificandosi con l’atto battesimale e  diventando così elemento per eccellenza di purezza. Con l’evolversi della coscienza individuale all’interno della società la sua simbologia si fa più complessa. Il passaggio alla modernità, in cui l’individuo diventa protagonista, può a mio parere essere addirittura rappresentato da tre dipinti del XVI secolo, che hanno come elemento centrale proprio l’acqua: il Concerto campestre di Tiziano/Giorgione, L’Amor sacro e amor profano di Tiziano, infine il Narciso di Caravaggio.

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concerto campestre, Tiziano/ Giorgione

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Amor sacro e amor profano, Tiziano

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Narciso, Caravaggio

Nel primo dipinto l’acqua raccolta dalla musa è elemento di armonia, di temperanza e purezza in un’ottica neoplatonica. Nell’Amor sacro e profano il significato della vasca-sarcofago non è più così chiaro. Metafora di un’unione coniugale certo, con il piccolo cupido che mescola le acque, ma anche specchio della dualità delle due figure femminili in primo piano, un simbolo di vita e fertilità dato dall’acqua, ma anche di morte, essendo questa contenuta in un sarcofago. Le interpretazioni su questo dipinto sono diverse, secondo Erwin Panofsky, le due donne rappresentano la contrapposizione tra l’amore terreno e quello celeste, mentre il cupido mescola le acque per temperare la relazione tra queste due tendenze. Una fluidità che indica dunque due tensioni contrapposte dell’animo umano, sebbene la rappresentazione sia comunque mediata dalla volontà allegorica tipica dell’epoca. Nel Narciso di Caravaggio emerge infine l’Io, solo di fronte al suo riflesso. Ma concentrarsi troppo sull’ego e scrutare troppo a fondo nella propria interiorità è pericoloso, sappiamo infatti come va a finire per Narciso.

Questa trasmutazione del nostro essere, dall’intangibile allo stato liquido, parallela all’evolversi della storia, è stata ampiamente teorizzata dal sociologo Zigmunt Bauman, parlando del carattere “liquido” dell’esistenza contemporanea:

La vita liquida come la società liquido-moderna non è in grado di conservare la propria forma o di tenersi in rotta a lungo.

Ciò che Bauman risalta di questa manifestazione liquida dell’essere è la caratteristica della velocità e del continuo cambiamento, così come l’acqua che scorre non è mai la stessa. E così anche le relazioni diventano liquide: vanno diluite per risultare sopportabili, l’impegno va fluidificato e la stabilità frazionata.

Tornando a Cécile Guérard, emerge nel suo libro una tesi che non si discosta poi tanto da quella di Bauman, nel considerare la “liquefazione dell’essere” una forte tentazione. L’autrice parla di un Io «solubile nell’acqua di mare», una sensazione che è facile provare quando contempliamo le grandi distese d’acqua, e restiamo in ascolto del ritmo ipnotico delle onde.

La filosofia del mare è quindi una filosofia improntata alla leggerezza, e per questo vivificante e seducente.

Come ha detto la stessa Guérard, in un’interessante intervista:

Dal mare abbiamo molto da apprendere: il mare, vasta distesa di libertà, dove s’inscrivono tutte le possibilità, ci invita al sogno, un ottimo inizio per la meditazione. Il mare, che è sempre in movimento, ci offre un modello di creatività. Il mare ingoia il nostro ego adorato e ci mostra come agire e nutrire la nostra anima, che, in fin dei conti, è la cosa più interessante. Viaggiare per imparare a diventare se stessi è di gran lunga più interessante che limitarsi a riflettere la propria immagine. E quando non si è più inchiodati al proprio io, il mondo si alleggerisce, le difficoltà si districano, le strade si delineano.

 

Claudia Carbonari

 

[Photo credit: dettaglio opera di Frederick Judd Waugh]

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Damien Hirst e il paradigma dell’arti-star

Le buone pratiche per diventare un arti-star sono poche, ma devono essere seguite con coerenza e in modo rigoroso sin dall’inizio: costruisci il tuo marchio personale con attenzione, snobba il sistema istituzionale, diventa miliardario, alterna periodi di silenzio a grandi eventi. Stupisci, sempre.

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E su questo non si può dire niente, Mr Hirst ha stupito il suo pubblico un’altra volta. Dopo mesi di febbrile attesa, lo scorso 8 aprile a Venezia, La Fondazione Pinault ha inaugurato la totemica personale dell’artista, allestita in contemporanea nelle due sedi di Palazzo Grassi e Punta della Dogana. Una scelta che fino ad oggi non si era mai vista.

Ma d’altronde il ritorno di Hirst, dopo quasi dieci anni di assenza dalle scene, non poteva che puntare all’eccesso. Ed infatti l’artista ci offre il privilegio di scoprire niente di meno che il più grande successo archeologico dell’ultimo decennio: il ritrovamento del tesoro della nave Apistos (che in greco significa incredibile, l’unbelievable che dà il titolo alla mostra), naufragata secoli fa nelle profondità dell’Oceano Indiano. Leggenda vuole che questo tesoro appartenesse al liberto Cif Amotan II, vissuto tra il I e il II secolo a.C. in Antiochia.

Il signor Hirst si presenta dunque come il mecenate della spedizione di archeologi che nel 2008 ha scoperto il luogo dove tale immensa ricchezza si era inabissata. Questa dunque, sarebbe la storia.

Attraverso l’esposizione l’artista ci spiega tutti i passaggi del ritrovamento, esattamente come farebbe uno storico: dallo studio alla catalogazione dei reperti, tutto è documentato da fotografie e filmati dettagliati, e le opere sono accompagnate da didascalie esplicative, proprio come in un museo d’archeologia e storia naturale. La messa in scena è precisa, chiara e coerente.

Ogni tanto però Hirst ci fa l’occhiolino: evidentemente Mikey Mouse ricoperto di alghe e coralli non può essere un reperto archeologico, né la statua del faraone con il volto di William Pharrell o Mowgli disteso sulla pancia dell’orso Baloo. Si tratta di espedienti che ci permettono di uscire dalla narrazione per riappropriarci del nostro sguardo critico − che sia solo una favola colossale?

E nel concreto danno il ritmo ad una mostra che effettivamente per la sua ridondanza e tendenza alle dimensioni esagerate, tende ad opprimere lo spettatore.

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Insomma, solo Damien Hirst poteva fare una cosa del genere, e forse proprio per riconfermare il suo essere Hirst, nel caso ci fossero dubbi: l’enfant terrible dell’arte, sempre sopra le righe e irritante per più di qualche gallerista. D’altronde per ogni arti-star è fondamentale ricamarsi addosso una propria mitologia, lavorare bene sulle aspettative, dare ogni tanto una spolverata al brand. In fondo Damien Hirst è un marchio, che ha dimostrato di essere ancora attuale individuando nello storytelling la mossa vincente per l’autopromozione.

Ma questa è solo una prima lettura del suo lavoro, e forse quella più semplice di fronte ad un artista diventato letteralmente miliardario e inseritosi nel mercato con idee efficaci, per certi versi geniali, ma che sanno tanto da escamotage.

Effettivamente il problema di essere un arti-star è che spesso la tua poetica passa in secondo piano.

Molti hanno visto in quest’ultimo lavoro dell’artista la sua capacità di rinnovarsi e di sorprendere con idee nuove. A me sembra invece tutto molto coerente, semmai scorgo un certo smussamento di un carattere indagatore più radicale, crudo e impulsivo, probabilmente dovuto alla maturità. Resta di base, e ben evidente, l’ossessione per il tempo che passa, per la deperibilità di esseri e oggetti, tra la fascinazione e la paura. Non ci troviamo più di fronte allo squalo in formaldeide da 12 milioni di dollari, oppure al teschio umano ricoperto da 8.601 diamanti purissimi. Se qui Hirst metteva in teca la morte stessa, ora con The treasures on the wreck of the unbelievable, c’è una riflessione sul valore del ricordo e la memoria, che appaiono facilmente falsificabili. Ma anche sul fascino che esercita la storia per il suo carattere immaginifico, mentre insinua sottilmente il dubbio sulla sua autenticità. Le certezze non sono così solide, e il cinismo si è addolcito, la domanda non è più cos’è la morte ma semmai cosa significa la storia: un infinita collezione di ricordi, vite passate, ricchezze inabissate, appunto.

Senza dimenticare però che Hirst è anche collezionista, e che già in precedenza si era espresso più volte su questo tema:

«Collezionare è come raccogliere oggetti portati a riva, in un posto sulla spiaggia, e quel posto sei tu. Quando poi muori tutto sarà di nuovo portato via».

Risulta quindi naturale vedere nella figura di Amotan – divenuto da schiavo signore ricchissimo – una citazione dell’artista stesso.

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L’abisso come metafora della morte e dello smarrimento del passato potrebbe essere un livello di lettura; d’altronde una riflessione sul mare che inghiotte e poi restituisce è particolarmente attuale, anche se purtroppo nelle profondità marine più spesso si ritrovano corpi che tesori.

Ma considerando quanto questa interpretazione strida con lo sfarzo e l’opulenza percepita, con il senso di autocelebrazione – sia dell’artista che del collezionista – che emerge dall’inizio alla fine dell’esposizione, mi riservo di considerarla una riflessione totalmente personale.

D’altronde è la prima regola di un arti-star: lasciare che il pubblico la pensi come vuole.

Claudia Carbonari

INFO:

Treasures from the Wreck of the Unbelievable — Palazzo Grassi, Punta della Dogana 09/04 – 03/12/2017, Venezia
Maggiori informazioni qui.

La Patria delle trivelle

In seguito alle votazioni di ieri, mi è giunta forte fortissima la riflessione su un concetto tanto semplice quanto denso di significato, quello di Patria.

Nella modernità troppo spesso si è utilizzato il socialismo marxista per demolire l’amore di patria, infatti, si cercava di diffondere l’idea che se la patria è qualcosa di  ereditato dagli antenati attraverso la tradizione, allora il lavoratore dipendente, che non possiede nulla di suo, non trae alcun vantaggio dalla patria, quindi va respinta come mero vuoto sentimentalismo che le classi dominanti sfruttano per meglio assoggettare i popoli e di cui i proletari  è meglio che si sbarazzino per il progresso del mondo.

Questo pensiero per molto tempo è stato alla base di ogni più stupida e ridicola denigrazione dell’ideale della Patria e purtroppo si sente ripetere ancora troppo spesso da alcuni di vergognarsi di essere italiani, di non sentirsi italiani se rappresentati da una determinata fazione politica: questo non è essere patrioti!

La politica non deve mai compromettere il sentimento che si prova per la propria terra! Un sentimento, appunto, che non svanisce solo perché non si concorda con una determinata politica; l’amore per la propria Nazione deve trascendere questo puro materialismo, anzi, a causa di questo dovrebbe aumentare l’orgoglio patriottico.

La denigrazione del proprio Paese non ci rende degni di esso, di questo ne sono certa.

Concordo con Fichte, esponente dell’idealismo tedesco, quando afferma:

Ma dove mai si può trovare una garanzia per queste aspirazioni e questa fede dell’uomo bennato nell’eternità e perpetuità dell’opera sua? Evidentemente solo in un ordine di cose che egli possa riconoscere eterno in sé e capace di accogliere in sé l’eterno. Tale ordine è quella speciale forma spirituale dell’ambiente umano, che non si può chiudere in un concetto e tuttavia esiste realmente, da cui egli è uscito fuori con la sua attività e la sua mentalità e colla sua stessa fede nell’eterno: il popolo da cui è nato, in cui fu educato e crebbe qual è ora.

[…] Ecco dunque il significato della parola “popolo”, dal punto di vista di un mondo spirituale: quel complesso di uomini conviventi permanentemente e permanentemente riproducentesi sia naturalmente che spiritualmente, stando esso sotto una speciale legge di sviluppo dell’elemento divino che esso ha in sé. La comunanza di questa “speciale legge” è appunto ciò che cementa questo complesso di uomini nel mondo eterno e quindi anche nel mondo temporaneo, facendone un tutto organico e tutto! pervaso di sé. […] Quella legge di sviluppo dell’elemento primitivo e divino determina e compie ciò che si è chiamato il carattere nazionale di un popolo.”

Il concetto di popolo nell’idealismo si fonda con quello di spirito, visto come dimensione metaindividuale alla quale il singolo appartiene: attraverso questa identificazione l’uomo è in grado di oltrepassare i suoi limiti perché entra a far parte di un processo infinito ed eterno. In questo modo risulta chiaro che la Nazione è la vera dimensione dell’individuo in cui può effettivamente realizzarsi.

Ho scelto Fichte perchè a mio avviso esprime proprio il sentimento, la dimensione spirituale che lega l’uomo al proprio Paese: la Patria è ciò in cui vige un legame di partecipazione profonda, di vera e propria identificazione  mediante la quale l’individuo supera la propria particolarità per sentirsi un’unica realtà con gli altri.

La Patria è ciò che ci fa conoscere l’eternità nella nostra finitezza terrena, è

il fiorire del divino nel mondo, sempre più puro, più perfetto, più prossimo al limite nel suo infinito perfezionarsi. Perciò l’amor di patria deve governare lo Stato come suprema incontrollata istanza”.

La voglia di Unità d’Italia deve riguardare tutti gli italiani ogni giorno dell’anno, attraverso la riscoperta dell’universale ideale della Patria che è ciò che ci rende forti e pronti a combattere ogni tipo di sistema che non ci vada a genio, altrimenti, se questo sentimento lo manteniamo sopito dentro di noi o, anzi, lo deturpiamo, beh non lamentiamoci di chi siamo ora e di quello che saremo domani.

Valeria Genova

Selezioni amare

Leggo e rileggo tra i titoli della mia libreria in camera. Cerco e ricerco quello giusto, quel libro che tocchi l’amore e lo descriva al meglio.

Non trovo selezione, non trovo la storia perfettamente giusta.

Sarà un classico come “L’amore ai tempi del colera” o sarà soltanto un amore dei nostri giorni come quelli di cui scrive Lesley Lokko?

L’amore che nel tempo è diventato da tormentato a tormento della nostra quotidianità. L’amore che oggi, nelle pagine attuali, ci sembra maltrattato, dipinto come qualcosa da cui scappare.

Eppure l’amore si genera proprio da noi stessi. Si genera in un gesto, in troppe parole, in qualche briciola di tempo o in tante ore passate a leggere un libro. Si genera in una passione e in un risultato, l’amore é amore perché ci rende vivi.

Avete mai letto una poesia che amate all’alba in riva al mare?

Potreste pensare che sia qualcosa di talmente acclamato da diventare banale, eppure non lo è. Il fatto che non ci si renda conto del rumore del mare non potrebbe rendere al meglio il piacere e il significato della lettura. Leggere le onde, leggere le righe. Cambia soltanto un accento, ma l’attimo assume un significato diverso.

Qualcuno mi ha detto di giocare di più con le parole. Ho imparato che da amare ad amore non passa poi molto spazio.

Amore all’inizio, amare l’amore nel centro della nostra passione, amare come le lacrime alla fine del nostro amore. Come i progetti andati in fumo, come le persone che si perdono, come le cose che non sempre vanno come vorremmo.

Ho cercato di stilare una classifica di libri amari, o d’amore. Avrei voluto stilarne due, forse, affinché si contrapponessero.

Perché aveste – in questa estate già calda nelle temperature – un desiderio di fare pace con l’amore, anche ai giorni nostri.

Un po’ come fanno pace i protagonisti di “Per sempre”, di Susanna Tamaro. Fanno pace con i loro scheletri interiori. Perché nella vita, la maggior parte degli scheletri non sono nascosti in un armadio che teniamo in camera, ma dentro le nostre viscere, pronti a scontrarsi coi nostri pensieri.

Un po’ come fanno Fausto e Anna, in una storia inusuale di Carlo Cassola. In cui conoscono prima loro stessi dell’altro.

O forse, ancora, come quelli de “Il cielo è rosso” di Giuseppe Berto. In cui la scoperta é un flusso continuo che modifica le nostre vite.

D’amore se ne parla, si scrive e si canta da sempre. Fino a renderci un po’ troppo o troppo poco inclini ad esso. Fino a renderci vittime e carnefici al tempo stesso.

Fino a rendere il meglio ed il peggio di noi stessi.

Leggere l’amore al tramonto dev’essere come dissetarsi in un deserto.

Io scelgo “Un amore” di Dino Buzzati, per questa mia estate. Un amore che non sarà mai uguale e al tempo stesso non sarà mai diverso. Scelgo un libro che mi appartenga, come ogni giorno scelgo la vita che mi piace più indossare.

Vivete l’amore nell’operare le vostre scelte, perché l’amore per voi stessi è il primo elemento che vi dà vita. Vivete l’amore nel leggere, vivete l’amaro dell’amore ed anche i suoi lati più dolci.

Ora lo so; non avrei potuto selezionare dei libri ponendoli in una classifica. Guardandoli distaccata nella libreria non avrebbero rivissuto nella mia mente.

E invece vivono e rivivono, mi urlano dentro, mi fanno vibrare soltanto ripensandoci. E amo, e vivo.

Cecilia Coletta
[immagine tratta da Google Immagini]