Van Gogh: cosa significa essere Vincent?

La vita di Vincent Van Gogh, per come la conosciamo, è intrisa di sregolatezze e fragilità: ci basta pensare alla sua nomea di maudit, artista pazzo e depresso che è arrivato a tagliarsi un orecchio per la disperazione. Il tormento che riempie la sua esistenza è indubbio, ma a cosa è dovuto? O meglio, possiamo tentare a cercarne una radice nel nome che gli ha dato la madre, Vincent? Massimo Recalcati, in Melanconia e creazione in Vincent Van Gogh, ci spiega come la scelta della madre del nome Vincent sia la radice su cui poggia l’animo melanconico dell’artista.

A cosa può essere dovuto questo? Vincent, in effetti, è il nome di un altro poiché Vincent Van Gogh nacque il 30 marzo 1853, giorno apparentemente uguale a tutti gli altri per noi, ma non per la sua famiglia: esattamente il 30 marzo 1852 sua madre vide morire il suo primo figlio maschio, Vincent Van Gogh. Recalcati ci porta a riflettere sulla decisione di Anna, la madre dei due Vincent, di dare al secondo figlio il nome del figlio perduto: con questa decisione lei potrebbe non aver particolarizzato l’esistenza del pittore, ma averla intesa come sostituzione del primo figlio, scegliendo così la via definita da Recalcati come la via più breve per superare lo scoglio di questo lutto impossibile da simbolizzare.

Queste coincidenze attirano indubbiamente lo psicanalista che considera il nome come prima tappa di umanizzazione della vita e atto con cui il genitore dà il diritto di esistere al figlio nella particolarità della sua esistenza. Nel caso di Van Gogh, il nome è alienante, se consideriamo questa interpretazione, poiché lui è inchiodato nella sostituzione del fratello morto. Jacques Lacan insegna che la scelta del nome è la prima manifestazione dell’incidenza del desiderio dell’Altro sulla vita di un soggetto e, per questo, in questa scelta sembra cristallizzarsi un frammento di destino. Il destino di Van Gogh parrebbe essere quello di esistere solo in quanto sostituto del fratello, destino suggellato dal giorno della sua nascita. Questo è il campo di iscrizione, o potremmo dire non iscrizione, di Van Gogh nell’Altro: la sua vita, con queste considerazioni, è desiderata in quanto rende possibile la vita di qualcun altro e, dunque, il suo nome non potrà mai indicare desiderio di vita, anelito di gioia, ma solamente desiderio di rimozione del passato.

Ecco, l’esistenza del pittore consolida l’imago di una ferita narcisistica mai cicatrizzata, a causa del persistere dell’imago idealizzata del primo Vincent. Se riteniamo che Vincent abbia sentito la scelta del suo nome come atto egoistico della madre, potremmo ipotizzare che il suo nome sia la radice della melanconia originaria che persisterà nell’animo del pittore per tutta la vita e che sarà sua musa nella creazione artistica. L’identificazione di tipo melanconico, che Vincent vive in prima persona e che è in atto, sarebbe prodotta dall’identificazione costituente, come la definisce Lacan, che si regge sul perduto, sul morto, e, dunque, sull’ideale ancor più del vivo, sulla perfezione idealizzata. E, forse, Vincent percepiva proprio così la sua esistenza.

La malinconia potrebbe poggiare su questa sua colpa, la colpa, semplicemente, di esistere. In questa cornice, poco chiara ma emotivamente provante per il pittore, Van Gogh si dedicherà all’arte non per affermare il proprio nome e la propria esistenza, bensì per eclissarsi in nome della forza della pittura che trascende il nome del singolo per rivolgersi all’assoluto, a Dio. Nell’arte di Van Gogh permane sempre qualcosa di infinito. L’arte non ha potuto salvarlo dal suo destino sofferente, cristallizzato nel suo nome oppure no, ma lui persisterà nella sua ricerca ariostesca di una qualche serenità: mangerà pittura gialla, colore simbolo della felicità, per trattenerla in sé, atto che rivela le sue vane illusioni. I suoi tentativi inconsistenti continueranno finché l’eclissi della sua esistenza non diventerà totalizzante. E il pittore stesso lo sa, infatti, afferma: «Che cosa sarebbe la vita se non avessimo il coraggio di fare tentativi?»

 

Andreea Elena Gabara

 

[Immagine tratta da Unsplash]

la chiave di sophia

 

Il peso del vuoto: vivere il lutto

Quelle che sono comunemente note come le “fasi di elaborazione del lutto” sono state in realtà teorizzate dalla psichiatra svizzera Elizabeth Kübler Ross come momenti della reazione di un paziente terminale alla notizia della propria morte. Sintetizzate nel suo La morte e il morire (1969), queste fasi sono state poi rielaborate da diversi autori successivi come percorso quasi obbligato nell’affrontare anche la scomparsa di una persona cara (un lutto appunto), a volte perfino la fine di una relazione.

Di numero variabile nelle versioni successive, le fasi dell’elaborazione del lutto sono originariamente cinque, presentate in un ordine che non è necessariamente quello in cui si manifestano, anzi: il più delle volte chi sta vivendo una perdita ne attraversa diverse allo stesso tempo, alcune più e più volte, in modalità che variano da individuo a individuo.

Il primo passo è la Negazione, nata dallo spaesamento della mancanza, dall’impossibilità di immaginare uno spazio vuoto così grande apertosi all’improvviso in una quotidianità fatta di parole, di gesti, di presenze. La negazione è subdola, colpisce a tradimento, interviene quando ci si appunta qualcosa da far vedere o leggere all’amato scomparso, quando non si vede l’ora di raccontar loro un fatto particolarmente interessante o divertente, per realizzare solo in un secondo momento che, ormai, le uniche conversazioni possibili sono quelle custodite nella memoria.

Spesso tra le fasi più travolgenti e intense emerge la Rabbia, una passione furiosa e il più delle volte senza un vero obiettivo: l’ingiustizia della perdita cerca un responsabile, qualcuno o qualcosa contro cui scagliarsi, e nasce allora un odio feroce verso i medici, verso Dio o chi per lui, verso chi non ha avvertito o non ha agito in tempo, a volte proprio verso chi se ne va, altre semplicemente contro chiunque continui a respirare quando invece chi vorremmo lo facesse è perduto sotto tre metri di terra.

Il Patteggiamento è una fase malinconica ma più lieve, la consapevolezza che non tutto è finito, che è possibile immaginare un futuro per sé anche con un vuoto che non si riempirà mai. Ogni progetto, però, deve essere rivisto e riadattato alla luce di quello spazio tragicamente libero, e ogni immagine di sé nel tempo diventa una trattativa, una revisione di quello che ci si immaginava sarebbe stato, che deve scendere a patti con ciò che invece dovrà essere.

Altra compagna che rischia di diventare più stabile del dovuto è la Depressione, compagna dai mille volti. Può essere un dolore lancinante o una struggente malinconia, una ostinata nostalgia o una tristezza invincibile che diventa musica d’accompagnamento di ogni altra emozione. La depressione è figlia e madre di tutte le altre fasi: si nutre di ricordi, di progetti infranti, di rabbia frustrata e senza possibilità di sfogo, viene ravvivata da una distrazione o da un sogno, si ripresenta sempre nuova e muta con sé anche l’aspetto delle fasi che l’hanno preceduta e che la seguiranno.

Arriva come un balsamo e poi si allontana, si spera per restare un giorno per sempre, l’Accettazione, più o meno consapevole, più o meno serena, plasmata dal tempo tanto quanto dalla volontà. Il dolore si fa presenza, i ricordi strappano soprattutto sorrisi, fino al momento in cui, forse, anche le conversazioni e gli sguardi riprenderanno, seppure in forma nuova e diversa.

Più che “fasi”, quelle di Kübler Ross sono veri e propri “passi”, orme lasciate su un percorso che comincia, torna su se stesso, si perde, ritrova la via, punta con speranza e ostinazione a una meta a tratti lontanissima, a volte a portata di sguardo. L’importante è non smettere mai di camminare: la destinazione è quel momento in cui il bene che si è voluto e si vuole a chi se ne è andato tornerà ad essere più grande e più forte del dolore del distacco e della perdita. Una meta che vale la pena raggiungere.

 

Giacomo Mininni

 

[Photo credit Giacomo Mininni. Immagine proveniente dall’archivio personale dell’autore]

banner-riviste-2022-feb

Un dolore senza voce

La vita, ma ancor di più la morte, per gli esseri umani di ogni etnia, cultura e confessione religiosa, rimane un mistero insondabile. Molto spesso c’è un modo sbagliato di guardare la morte. Questa realtà riguarda tutti noi e ci interroga in modo profondo, specialmente quando ci tocca da vicino, o quando colpisce i piccoli, gli indifesi, in una maniera che ci risulta scandalosa. Come rispondere alla domanda: “perché soffrono i bambini? Perché muoiono?”. Se la morte viene intesa come la fine di tutto, questo spaventa, atterrisce, si trasforma in minaccia che infrange ogni sogno, ogni prospettiva, che spezza ogni relazione e interrompe ogni cammino. Questa concezione della morte è tipica del pensiero ateo e nichilista, che interpreta l’esistenza come un trovarsi casualmente nel mondo, per camminare verso il nulla. Dichiara Papa Francesco: «Molti non credono in un orizzonte che va oltre la vita presente e vivono come se Dio non esistesse». Quando ci lasciamo prendere da questa visione sbagliata della morte, non abbiamo altra scelta che quella di occultarla, di negarla, o di banalizzarla, perché non ci faccia paura.  Ma il cuore dell’uomo e soprattutto quello di donna e madre, si ribella a questa soluzione. L’uomo ha desiderio d’infinito e nostalgia dell’eterno. Qual è, allora, il senso cristiano della morte?
Se guardiamo i momenti più dolorosi della nostra vita, quelli in cui abbiamo perso una persona cara, ci accorgiamo che, anche nel dramma della perdita, anche lacerati dal distacco, sale dal cuore la convinzione che non può essere tutto finito, che il bene dato e ricevuto non è inutile. C’è un istinto potente dentro di noi, che ci dice che la nostra vita non finisce con la morte. La morte è, purtroppo, un’esperienza che riguarda tutte le famiglie, senza eccezione alcuna. Fa parte della vita. Eppure, quando tocca agli affetti familiari, la morte non riesce mai ad apparirci naturale. Per i genitori, sopravvivere ai propri figli è qualcosa di particolarmente straziante, che contraddice la natura elementare dei rapporti che danno senso alla famiglia stessa. La perdita di un figlio o di una figlia sembra fermare il tempo: una voragine inghiotte passato e futuro. La morte che porta via il bambino è uno schiaffo alle promesse, ai doni e ai sacrifici d’amore. In questi casi la morte è come un buco nero che si apre nella vita delle famiglie e a cui non sappiamo dare alcuna spiegazione.

Come comprendere un’esperienza che appare evidentemente contro natura, devastante, come il lutto nel periodo pre- e perinatale1?

Per comprendere il lutto perinatale e conoscere meglio il vissuto dei genitori colpiti dalla perdita del proprio figlio, sono necessarie alcune premesse:

  1. L’idea di avere un figlio ha origini molto remote nella persona dei genitori: la genitorialità, infatti, ha inizio ben prima del concepimento;
  2. Il percorso genitoriale è irreversibile. Quando si realizza la gravidanza, prende vita il primo legame di attaccamento dettato dalla relazione con quel bambino portato in grembo. La gioia dell’attesa proietta i genitori nel progettare lo spazio dove accogliere il nascituro. I genitori sono proiettati in un futuro dove la nascita è già avvenuta2;
  3. Non si diventa madre o padre al momento del parto, ma molto prima, durante tutto il percorso della genitorialità.

Il lutto in gravidanza o dopo il parto ed anche le nascite di bambini terminali chiamano i genitori ad affrontare un difficile percorso, in cui l’amore per il bambino e il dolore della perdita si intrecciano con il proprio personale vissuto, lasciando gli stessi attoniti. L’evento “morte” spezza il legame fisico col bambino, ma non il legame psichico che resta dolorosamente saldo, indipendentemente dall’età gestionale in cui la morte interviene. Il cordone ombelicale, da un punto di vista mentale e spirituale, non viene mai reciso.

La nascita, che coincide con la morte, rappresenta sempre un evento molto triste. È difficile accettare il fatto che il bambino, cresciuto in grembo, possa cessare di vivere improvvisamente senza una ragione evidente. Nessuno è mai preparato ad affrontare una morte del genere.

La morte all’inizio della vita è concettualmente difficile da capire e da accettare sia da parte di chi ne è colpito direttamente, e che inevitabilmente con essa deve fare i conti, sia da parte della società. Infatti, la nostra cultura occidentale non trova parole che possano spiegare ciò che è di fatto innaturale: come si può morire prima di nascere? Un dolore cui non si dà voce è destinato a restare privato. Questo tipo di morte non ha uno spazio sociale ben definito e, per certi versi, rimane ancora un tabù: non se ne parla, si tende ad evitare l’argomento ed il confronto. Una spiegazione a tale atteggiamento può essere data dalla volontà di dimenticare rapidamente l’insuccesso e il fallimento: un bambino desiderato e cercato non può morire! L’aborto spontaneo, il bambino nato morto, il neonato terminale non trovano spazio nell’ideale di maternità. Il bambino che muore prima di nascere è una cosa inimmaginabile, inaudita e inaccettabile.

Cosa fare?

La situazione va affrontata con lealtà, sincerità e trasparenza da parte degli operatori sanitari – e non solo – condividendo con i genitori il dramma, la tristezza, il dolore e l’impotenza: ben sappiamo che sentirsi soli, in un momento così drammatico, non fa altro che aumentare l’ansia e la depressione e consegna la persona, sofferente, a fantasmi e ossessioni di cui ci si può liberare; d’altro canto, soltanto facendo appello alla speranza che, per chi crede o semplicemente ha avvertenza del fatto che la vita non si esaurisce nella sua dimensione biologica, come con la vedova di Nain3, Dio restituisce ai propri cari chi li precede nel doloroso passo.

Rocco Colucci

Rocco Colucci è nato a Filiano, un piccolo comune della Lucania, in provincia di Potenza, nel 1962. Ordinato sacerdote nel 1987, ha sempre coltivato un profondo interesse per le tematiche della pedagogia e della bioetica; attulamente docente presso il Liceo Classico “Quinto Orazio Flacco” e presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Mons. Vairo” di Potenza, città in cui è anche parroco.

NOTE:
1. Tecnicamente si definisce morte “perinatale” la perdita di un figlio che avviene, indicativamente, tra l’ultimo periodo della gravidanza e i primi giorni di vita dopo il parto. Ma il lutto perinatale si può estendere anche all’aborto spontaneo, all’interruzione terapeutica di gravidanza, alla riduzione fetale in caso di gravidanze multiple o alla morte endouterina di uno dei gemelli; in caso limite, anche all’abbandono per adozione.
2. Tale proiezione si manifesta naturalmente già dalle prime settimane di gravidanza.
3. Cfr. Lc 7, 11-15.

[Immagine tratta da Google Immagini]

I cinque passi

Passo 1: la negazione
È quasi un mese che sono seduta accanto al tuo letto, in questa sterile camera d’ospedale che abbiamo cercato di rendere insieme un po’ più calda, un po’ più familiare. Una nostra foto, le tue creme, il tuo pupazzo portafortuna vicino alle tante, troppe medicine.
È quasi un mese che sono seduta costantemente accanto al tuo letto, ma un’ora fa ho deciso di andare a casa a fare una doccia. Sarà passata forse mezz’ora e mi hanno chiamato dall’ospedale: mi hanno detto che sei morta.
Ho ringraziato e ho riagganciato. Mi sono vestita, mi sono truccata e sono venuta in ospedale. Le infermiere mi sono venute incontro, mi hanno detto che erano dispiaciute, perché ormai a te erano affezionate, e mille altre cose che non ricordo o che forse, semplicemente, non ho ascoltato. Ho sorriso, ho annuito. Non ho versato neanche una lacrima. E poi mi hanno portata da te. E adesso mi ritrovo, esattamente come tutti gli altri giorni, seduta accanto a te, seduta accanto a un letto di ospedale, solo in una camera che non ha niente di personale.

È tutto così irreale.

Ti guardo e non ti vedo, ti tocco ma non ti sento. Forse questa non sei neanche tu.

Passo 2: la rabbia
Ho dormito come non dormivo da settimane. È stata una notte buia, profonda. Non ho sognato. Questa mattina mi sono svegliata e senza pensarci mi sono vestita, ho preso la macchina e sono venuta in ospedale. Ho parcheggiato e sono salita in reparto. Sono arrivata davanti alla tua camera.
Non c’era più niente. Non c’eri più tu.

È in quel momento che ho realizzato che te ne sei andata, che mi hai abbandonato. Ho iniziato a sentire dentro di me un vuoto incolmabile. Un vuoto che fa male. Il dolore si è localizzato nel petto. Una fitta che mi ha tolto il fiato. È passato allo stomaco. Credo che le mie interiora si siano attorcigliate tutto d’un tratto. E poi… poi semplicemente si è diffuso a tutto il corpo. E sono rimasta immobile, davanti a quella porta, stretta in una morsa, fino a quando non mi sono abituata a quel dolore.

Ed è esplosa la rabbia. Violenta. Improvvisa. Inaspettata.

Mi si è avvicinata un’infermiera, che mi ha guardato con una tale pena negli occhi da farmi vergognare. E ho iniziato a urlare. Ho chiesto di essere lasciata in pace, in fondo ero solo passata a vedere se avevo dimenticato qualcosa la sera prima. Ma che mondo è questo? Siamo state un mese in quella stanza e adesso che sei morta non mi ci fanno neanche avvicinare? È una vergogna. E me ne vado. Salgo in macchina e inizio a correre, senza sapere dove andare, smarrita.
Sono arrabbiata. Arrabbiata con l’ospedale che ha già riempito la tua stanza. Arrabbiata con me stessa per essere venuta lì, convinta di trovarti. Arrabbiata con tutto il resto del mondo, che continua ad andare avanti come se nulla fosse successo. Mi guardo intorno e vedo la gente ridere, sbuffare, parlare al telefono. E tutto questo mi fa arrabbiare ancora di più. Sono talmente arrabbiata che stringo il volante fino a farmi male alle mani. Sono talmente arrabbiata che non so neanche quello che sto facendo o dove io sia.

Sono talmente arrabbiata che penso di odiarti.

Come hai potuto? Perché sei stata così egoista da lasciarmi? Mi hai abbandonata. Qui. Immobile. Sospesa. Non mi hai spiegato come fare ad andare avanti. Non mi hai spiegato come affrontare tutto questo. Non mi hai neanche aspettato per andartene. Lo hai fatto quando io non c’ero. E non me lo perdonerò mai. Perché mi hai fatto questo? Perché non sei andata prima dal medico? Perché hai voluto fare tutto da sola?

Sono arrabbiata. E sono arrabbiata proprio con te. Ma la verità è che la rabbia non mi impedisce di amarti e di sentirmi meno sola.

Passo 3: la negoziazione
È passato un mese. La rabbia è stata la mia compagna quotidiana. Ho mangiato rabbia. Respirato rabbia. Vomitato rabbia. La rabbia ha assorbito e bruciato tutte le energie che avevo. Ho provato a seminarla. Ho cercato di reagire alla sensazione di impotenza che provavo. Ho cercato delle risposte. Ho cercato giustificazioni. Mi sono detta che non eri più tu. Mi sono detta che è stato un bene. Per te, che non avresti più sofferto. Per me, che non ti avrei più vista soffrire, che avrei potuto riprendere il lavoro, che avrei potuto riprendere la mia vita da dove l’avevo lasciata quando avevo capito che non ci sarebbe stato più molto tempo per noi. Mi sono detta che qualcosa dopo la morte ci deve pur essere. Mi sono detta che mi saresti stata sempre vicino. Mi sono detta tante cose e mi sono arrabbiata tante volte. Ho fatto tutto questo per avere uno scudo dal dolore. E forse è vero, con lo scudo della rabbia e delle giustificazioni si soffre in modo diverso, ma si soffre lo stesso. E la cosa più difficile è dire a me stessa che tu non tornerai più. Che l’ultimo abbraccio è stato veramente l’ultimo. Che l’ultima risata è stata veramente l’ultima volta in cui ti ho visto sorridere, l’ultima volta che ne ho sentito il suono.

Ma tu non tornerai più.

Questa è la realtà.

Passo 4: la depressione
Ed è arrivato il momento in cui ho ammesso che eri morta. Che non potevo farci niente. Che non potevo scappare da quella che era la realtà. E sono caduta. Nella disperazione. Nella depressione. Non mi sono alzata dal letto per una settimana. Non mi sono lavata. Non ho mai aperto le finestre per guardare se pioveva o se fuori c’era il sole. Ho pianto e dormito. E ho pianto ancora. Ho digiunato. E poi ho mangiato chili di biscotti, gelato, patatine. Anche in quest’ordine. E ho annusato i miei cattivi odori. Non ho mai acceso il telefono o risposto al citofono. E quando mi è sembrato di non soffrire abbastanza ho spruzzato il tuo profumo sul cuscino. E ho ricominciato a piangere. Fino a quando non ho iniziato ad alzarmi e a fare qualche passo, prima incerto, poi più deciso.

Passo 5: l’accettazione
E sono sopravvissuta. Pensavo che non ce l’avrei fatta. Pensavo che non sarei mai più uscita da quel letto. Pensavo che non sarei riuscita a sopportare tutto quel dolore. Ho avuto paura di vivere e ho sperato di morire, per non provare più niente. Ma non sono morta, sono viva. E sono in piedi. Un po’ azzoppata forse. Ma in piedi. Ho affrontato tutto il dolore che avevo, non sono scappata.
Ho negato la tua morte, mi sono arrabbiata, ho cercato delle spiegazioni, mi sono abbandonata al dolore e adesso sono qui, ad accettare tutto questo. Anche se non mi piace. Ho accettato di dirti addio. Ho accettato il vuoto che mi hai lasciato. E ho accettato di dover riprendere la mia vita.

Soffro meno?

No. Il dolore ancora mi accompagna silenzioso. E a volte, quando mi distraggo, mi colpisce. Una canzone, un profumo, un luogo: un ricordo. E mi devasta. Ma poi si ritira. Per poi ritornare. Ma lo so, le ondate saranno sempre meno frequenti, sempre meno violente, fino a quando la cicatrice nel mio cuore si rimarginerà del tutto e pensarti non mi farà più così male.

Quanto ci può mettere un cuore a guarire? Un tempo “giusto” non c’è, ci sono “solo” cinque passi [₁].. il tempo dipende da quanto ci impieghiamo a mettere un piede davanti all’altro. È come imparare di nuovo a camminare. È come imparare di nuovo a vivere.

[₁]ELISABETH KÜBLER ROSS. Sulla morte e sul morire, 1969.

Giordana De Anna

[Immagini tratte da Google Immagini]

Piangere come funzione sociale

Non vi dico di non piangere perché non tutte le lacrime sono un male”, una citazione tratta dal Signore Degli Anelli ed è Gandalf che sta parlando a conclusione del libro nel momento degli addii. E’ proprio così!

Apparentemente incomprensibile il piangere è però una delle azioni di cui socialmente ci vergogniamo di più. Eppure nelle nostre case piange chiunque e soprattutto chi assiste al pianto degli altri. Con la fatidica domanda che, guarda un po’, parla di vicinanza e condivisione, se non proprio di capacità di risolvere il problema che angoscia l’altro: “Perché piangi?”. Varrebbe forse la pena trovare davvero il momento di “celebrare” socialmente i nostri pianti, quasi come in un rituale liberatorio: dare loro spazio, per raccontarci a vicenda tutta l’intensità dell’emozione positiva o negativa che sia, che l’altro sta sperimentando. Recuperare in qualche modo la funzione “comunicativa”, così empatica e intensa come solo le lacrime sono capaci di esprimere.

Lacrime che sanno di sale sembrano riportarci al ricordo di lontani Oceani ancestrali che meritano la semplicità dei nostri gesti quotidiani: come l’essere asciugate con delicatezza dal fazzoletto di una madre o dal movimento intenso delle dita della persona amata, perché nessuna lacrima dovrebbe andare persa. Perché ogni pianto merita l’ascolto e la nostra attenzione: da quello del neonato, a quello della figlia adolescente innamorata delusa, a quello dello sfogo degli amanti, nessuno escluso, che si sentono esclusi dalle attenzioni del partner.

Vedere piangere, è molto più che piangere.
Antonio Porchia, Voces

Il pianto ci dice soprattutto che nella nostra vita, personale e famigliare, c’è anche il dolore, l’insuccesso, la delusione. E ciò non è né bene né male: è la nostra vita. E far finta di niente o nascondercelo non aiuta. Eventualmente siamo chiamati, anche in questo caso, a compiere un’operazione tipicamente umana. E cioè aprirci alla speranza, alla condivisione della sofferenza nella consapevolezza che solo insieme si superano le difficoltà che incontriamo nella vita. Il pianto è un richiamo perché nessuno venga lasciato da solo in balia della propria sofferenza.

In quante situazioni della vita passa la morte portandosi via i nostri cari? Ce ne sarebbe da piangere per tutti di fronte a tutta la sofferenza del mondo, per il dolore, la delusione e il senso di impotenza che sperimentiamo. Ma anche perché di fronte alla morte anche la persona più di fede vacilla, quante volte abbiamo sentito “Siamo arrabbiati con Dio, che prima ci ha dato quella persona e poi se l’è ripresa senza pensare a noi!”. La società non dovrebbe rifuggire il piangere come funzione sociale, ma si dovrebbe comprendere che è bene che tutto il dolore del caso meriti di essere espresso e vissuto, senza sconti, nemmeno quello che esperiamo partecipando a un funerale in cui la funzione sociale emerge nel socializzare tra chi resta in vita la sofferenza. Dovrebbe essere chiaro che è bene per tutti “stare” in quei dolori che ci attanagliano piuttosto che evitarli o banalizzarli. Accettare i nostri pianti non ci può che rendere più abili a cogliere quelli degli altri. Che sia questa la “consolazione” dell’umanità? La consapevolezza che ogni nostra lacrima non andrà sprecata. Fare i conti con la propria sofferenza ci rende più capaci di entrare in risonanza con quella degli altri.

C’è pianto e pianto. E tutti vanno accolti. Le uniche lacrime che non vanno bene sono quelle di chi si piange addosso. Anche se abbiamo speranza che pure queste, tra le mani di un’altra persona che le sappia comprendere possano diventare altrettanta consolazione.

Improvvisamente iniziò a piangere, in quel modo che è un modo bellissimo, un segreto di pochi, piangono solo con gli occhi, come bicchieri pieni fino all’orlo di tristezza, e impassibili mentre quella goccia di troppo alla fine li vince e scivola giù dai bordi, seguita poi da mille altre, e immobili se ne stanno lì mentre gli cola addosso la loro minuta disfatta.
Alessandro Baricco, Castelli di Rabbia

 

Matteo Montagner

[Immagini tratte da Google Immagini]