La rivolta mancata: io censuro, dunque sono

Penso che nel nostro passato recente dovesse esserci una rivoluzione, e che invece non ci sia stata. Questo, ritengo, per via di una contraddizione radicata, che impedisce ogni soluzione. La contraddizione consiste nell’accettazione passiva di quello che normalmente condanniamo. Uno dei suoi aspetti più lampanti poggia sul fatto che, nonostante si deprechi l’omicidio e si elogi invece la libertà espressiva dell’individuo umano, si continui a violentare il mondo e a godere dei prodotti che questo sfruttamento porta nelle nostre case. La sovrastruttura democratica persevera nel macinamento di vite.

La questione viene tendenzialmente affrontata con sufficienza, al punto che è lecito aspettarsi dalla comunità un disinteresse nei suoi confronti, piuttosto che una consapevole attività. L’uomo moderno che si dice ragionevole deve asserire l’intrinseca apatia degli individui, e non la loro benigna volontà. Ma l’umano è «l’unica creatura che rifiuti di essere ciò che è»1, la rivolta, in lui, è costitutiva, perché allora non ci siamo più ribellati? Perché lasciamo che la contraddizione stagni? La società contemporanea, si diceva prima, cerca, almeno a parole, di garantire libertà di essere ad ogni individuo e quindi si presenta come uno spazio in cui tutto è concesso. Ma se il mondo mi dice che posso essere chi voglio, perché mai dovrei ribellarmi? Ecco allora il ragionamento dell’umano moderno: poiché posso vivere come voglio, non ho nulla da combattere. Anzi: trovo io stesso le mie lotte ma non le giudico più grandi di tutte le altre. Tendo ad arrendermi al fatto che il mondo è invaso dalle voci.

La ribellione si è compiuta, il vecchio ordine è stato spodestato e uno nuovo è stato istituito. Ci si prepara a riorganizzare ogni cosa in seno a inedite idee di libertà. Sostenere questo, però, e fermarsi – qui sta il vero crimine. Significa infatti cristallizzare il pensiero, renderlo tanto bello quanto intoccabile. Io limito l’uomo, gli pongo di fronte un limite, alle sue idee e alla sua storia, giustificando quanto è stato fatto e quanto ancora s’ha da fare attraverso i soli filtri della rivolta compiuta. Limitarsi a giustificare significa prepararsi a giustiziare. Quello che assumo di fronte al mondo, in realtà, è la resa, perché dichiaro in partenza di non poter comprendere le ragioni di chi critica il nuovo percorso. Io blocco la rivolta per affermare che la storia ha trovato il suo senso e dunque mi appresto a negare tutti gli altri. Oppure, ancora peggio, la proseguo imperterrito e senza diplomazia, perché la storia continui, ossessivamente, ad avere il senso che intendo darle con la mia rivolta.

La rivolta moderna voleva trovare una nuova metafisica cui l’uomo potesse ispirarsi. Senza Dio che giustificava la presenza e l’azione umana, e con i padroni-sovrani che tradivano il popolo, restava solo la storia a fungere da faro. Riadattando allora una vecchia tendenza, le rivolte moderne, o millenariste, come quella proletaria o, perché no, fascista, hanno cercato di ridurre il senso dell’uomo a un unico idolo, quello della storia, che poteva promettere un avvenire dorato a mo’ di regno celeste. La storia doveva finire, e sarebbe finita con la società senza classi o con la società del superuomo. Ogni dolore (e ogni imperfezione) sarebbe stato eliminato in virtù di un’era restaurata. La rivolta allora, per quanto appassionata, non faceva altro che riportare l’uomo a prostrarsi di fronte a Dio, e dunque a fallire.

Lo stesso destino è occorso alla democrazia moderna. La sua apertura formale ha sedotto gli spiriti, e nel mentre che questi si sperimentavano nel nuovo mondo, ha allargato il suo dominio e si è imposta come struttura universale. Le successive generazioni sono allora nate in un mondo preparato. La libertà intrinseca dell’individuo non aveva più i confini dell’universo, ma della ideologia nazionale ed economica. Accade allora che non viviamo più attraverso il sistema, facendocene carico e partecipando alla sua crescita, ma al di sotto del sistema. Non siamo più attori, ma prodotti. Il mondo addomestica noi, non il contrario. Alla logica della considerazione abbiamo sostituito la logica del consumo, che promettendo una materialità infinita riesce a contenere la ribellione degli individui, e così li addomestica.

Abbiamo condonato la nostra più ima natura, ecco la contraddizione. Anche gli sprazzi di polemica si reinseriscono poi nella logica imperante del moderno, perché sono insufficienti. Mi preoccupo di quello, ma tutto il resto lo accetto perché non so contenerlo. Oppure: mi preoccupo di quello, ma per tornare nel mio mondo sociale in una maniera che viene accettata. La nostra società, nata dalla rivoluzione, ha finito con il lobotomizzare la stessa, riducendola a una contraddizione senza appeal. Il rapporto che oggi sussiste tra Io e Mondo è determinato dalla censura. E poiché questo rapporto estende la sua considerazione fino ai limiti estremi del globo, pochissimi se ne vogliono prender cura. Io censuro il Mondo perché non riesco a capirlo.

Come potrebbe rinascere, allora, lo spirito ribelle? Non seguendo una storia globale, che sarebbe pura ideologia, né smorzando ogni selvatichezza con gli ossi di gomma. La rivolta, oggi, deve partire dalla ricerca interiore e dalla responsabilizzazione della persona. Poiché l’individuo è più o meno libero, ma vive sul sangue degli altri, e ritiene comunque sbagliato soggiogare le genti, ormai tutte suoi simili, esso solo può produrre il cambiamento. La sovranità appartiene al popolo. L’individuo deve riscattare la sua dignità, cioè diventare pensatore, insieme a tutti gli altri. E l’unica universalità sensata sarà quella della fratellanza, dove ogni singolo cuore è ascoltato nella sua particolarità, in barba ad ogni Signore Iddio e a tutte le Magnae Historiae.

 

Leonardo Albano

 

NOTE
1. A. Camus, L’uomo in rivolta, Milano, Bompiani, 2017, p.13.

[Photo credit Isis França]

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“Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”

Ecco quella che forse è la citazione più conosciuta dell’opera teatrale di Bertolt Brecht Vita di Galileo. Quando ho letto per la prima volta questa pièce pensavo significasse che una terra è sventurata e che pertanto avesse bisogno di un eroe in grado salvarla. Altrimenti, colpita dalla cattiva sorte, come avrebbe potuto risollevarsi da sé?Recentemente però mi è capitato di rileggere questo libro e mi sono resa conto che la citazione – che mi ha sempre colpita in modo particolare – aveva assunto un significato ben diverso.

Mi sono chiesta infatti perché dovesse essere sventurata una terra che ha bisogno di degli eroi ed ho pensato al fatto che aver bisogno di eroi significa ricercare un Altro che possa sciogliere una situazione per noi. In questo fatidico Altro ci troviamo a riversare una serie di caratteristiche positive che lo rendono in grado di ergersi al di sopra delle difficoltà.
In altre parole se attendiamo la venuta di un eroe, stiamo aspettando un deus ex machina che si cali in una situazione e la riesca ad ordinare. Un po’ come quando Gotham City in preda alle rapine o al Joker invoca Batman affinché possa ristabilire l’ordine.
Riconoscendo di non essere in grado di salvarsi da sola decide di abbandonarsi totalmente ad esso.

Non avrebbe nemmeno senso per un cittadino qualunque provare ad avanzare una soluzione; comparandosi infatti all’eroe di turno si renderebbe conto di essere imperfetto e limitato sia nelle risorse che fisicamente. Come può anche solo pensare dunque di essere in grado di proporre una soluzione efficacie al problema? Di certo risulterà fallace, momentanea e forse potrà persino fallire.

In una situazione del genere si crea anche una sorta di dipendenza. Consideriamo sempre l’esempio di Batman: dopo momenti di relativa tranquillità sopraggiunge una crisi che le istituzioni esistenti non sono in grado di affrontare. A questo punto piomba il panico, nessuno sembra sapere come comportarsi o come reagire, e la cosa veramente interessante è che non bisogna saperlo fare dal momento in cui si è certi arriverà un terzo a ristabilire l’ordine. La cosa più razionale da fare a questo punto, si rivela gettare la spugna e smettere di lottare.

È a questo punto che appare lampante il perché non bisogna voler costruire degli eroi. In questo modo il singolo si trova ad annullarsi, smette di considerarsi un soggetto attivo ed in grado di elaborare delle soluzioni; si sente abbandonato a se stesso e si lascia andare alla deriva, attendendo qualcuno che lo riporti sulla retta via.

Sperare in una nuova figura politica che riesca a portare dei cambiamenti radicali oppure attendere una svolta nella nostra vita sono atteggiamenti diffusi, assimilabili all’attesa della venuta millenaristica di un eroe. Questi però alienano il singolo e lo spogliano dalla sua capacità creativa di trovare nuove soluzioni e di analizzare le situazioni, rendendolo costantemente dipendente da terzi. A questo punto − riprendendo Albert Camus quando nel suo saggio L’uomo in rivolta scriveva: «La vera passione del ventesimo secolo è la servitù» − è opportuno chiederci se siamo sicuri di volere sia anche quella del nostro secolo.

Lisa Bin

Lisa Bin, 1996. Studentessa presso l’Università di Trieste iscritta al secondo anno di Storia e Filosofia. Ama il judo e lo pratica da una vita. Tra le sue passioni c’è sicuramente la lettura, anche se la sua passione più grande al momento è la filosofia.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Albert Camus: alla riscoperta del “pensiero meridiano”

Nonostante i cambiamenti culturali e politici che hanno interessato la realtà  nei cinquant’anni che ci separano dalla morte di Albert Camus, credo ci siano nella  vita e nel pensiero del filosofo francese alcuni aspetti da riscoprire nella loro attualità.

La coerenza fra il pensiero e l’azione che si riscontra all’interno della vita del pensatore francese fa da cornice a ciò che si ritrova nelle sue opere filosofiche e letterarie: la rivendicazione di un linguaggio chiaro e semplice e il rifiuto di qualsiasi mistificazione che tradisca la realtà.

Sono probabilmente le umili origini a far nascere in Camus la riflessione filosofica sulla condizione umana e l’idea di poter cambiare la storia attraverso un’azione politica che abbia come unico criterio la dignità dell’uomo. Egli rifiuta l’utopia in ogni sua forma, appellandosi al concreto, alla realtà che quotidianamente egli trova di fronte a se.

Il “pensiero meridiano” a cui giunge l’intellettuale francese, si fonda sul concetto di “misura”, idea che Camus riprende dal pensiero greco. L’armonia, la proporzione e il limite erano infatti alla base della religione, dell’estetica e dell’etica greca. Anche la giustizia nel pensiero arcaico era legata all’idea di equilibrio e métron: chi infrange l’ordine divino e i limiti di questo, macchiandosi di hybris, può ristabilire il giusto ordine del fato solo attraverso la punizione divina.

Ma cosa si intende per pensiero meridiano? Perché dovremmo oggi riscoprirne l’importanza?

Se si ammette una realtà e un pensiero senza mediazioni, si tradisce la realtà, che invece è multiforme e dotata di mille sfumature che non si possono semplificare e banalizzare in visioni “assolute”. É proprio la coscienza di vivere all’interno del “limite” ciò che abbiamo smarrito e che dovremmo ritrovare:  ideali come la giustizia e la libertà sono realizzabili a condizione di perdere il loro carattere assoluto, trovando un limite nel confronto dell’una con l’altra. Ciò che può essere realizzato, infatti, mantenendo integra la dignità e la libertà dell’uomo è solo un’approssimazione al regno della giustizia perfettamente compiuto, ovvero una giustizia solo relativa.

É  proprio questa forma di  “misura” e coscienza del limite secondo Camus ad opporsi a una politica conservatrice, alla morale borghese dei princìpi astratti che mistifica il reale e alla politica del socialismo rivoluzionario, che rinunciando ad ogni morale, sfocia in cinismo. Il pensiero meridiano è l’espressione della tradizione libertaria. I totalitarismi del Novecento, influenzati dal pensiero tedesco, hanno sacrificato la natura e la bellezza in nome dell’azione e della potenza, affermate attraverso la dismisura. La riappropriazione della natura e della bellezza, che erano state eliminate nel delirio storicista, è il primo compito per l’uomo che voglia recuperare la fede nella rivolta autentica e nei valori scoperti con essa. In questo modo, la storia, che pretendeva di cogliere l’Assoluto, e la politica, che si affermava come religione, perdono il loro carattere puramente dogmatico. Anche di fronte al problema del male, elemento da cui origina l’intero pensiero del filosofo francese, è la misura a offrirci un’ipotetica spiegazione: l’uomo è un “uccisore innocente”, poiché non è totalmente colpevole, in quanto egli non ha dato inizio alla storia, né totalmente innocente, in quanto con le sue azioni egli la porta avanti. Vi è sicuramente un male che nasce dalla dismisura dell’animo umano e dal desiderio di unità, ma vi è inoltre un male di cui l’uomo non è responsabile e davanti al quale egli si rivolta e chiede giustizia. Coloro che hanno cercato di dare una spiegazione razionale o irrazionale del male lo hanno giustificato o ne hanno moltiplicato la diffusione, aggiungendo al male già presente, il male di cui la smania di assoluto si è resa responsabile.

L’attacco de “L’uomo in rivolta” alla sinistra marxista e alla società comunista fa appello alla stessa coerenza di fondo: egli rivendica una società e una politica a misura d’uomo, la cui realizzazione non deve sacrificare i valori più alti. La dura replica della sinistra rivoluzionaria francese porta alla rottura definitiva con Sartre e con gli intellettuali de “Les temps Modernes”. A causa del rifiuto camusiano dello storicismo e del terrore connesso alla prassi rivoluzionaria, il pensiero del filosofo francese viene interpretato come quietismo moralista e borghese.

La condanna di Camus era invece rivolta a ogni forma di degradazione dell’uomo in carne ed ossa, sia contro la politica borghese, di cui il colonialismo francese era un’espressione evidente, sia contro la politica comunista, all’interno della quale le atrocità staliniste venivano in qualche modo giustificate o addirittura ignorate.

Le ragioni politiche del distacco fra Sartre e Camus possono essere comprese anche alla luce di una differente concezione dell’uomo.

La soluzione che Camus trova per fronteggiare e superare il nichilismo si discosta nettamente dai presupposti dell’impegno sartriano. Affermando che l’essere non si identifica con la sola esistenza, egli ammette un’essenza umana che l’esistenzialismo sartriano esclude del tutto e su quest’ultima fonda il valore prescrittivo della rivolta. Partito dalla constatazione del non senso dell’esistenza, Camus sfugge al nichilismo contemporaneo e attraverso il ripristino di un’essenza umana trova l’unico elemento che può garantire un senso all’essere.  Per Sartre, invece, l’essere non può precedere l’esistenza, in quanto l’esistenza lo precede e lo crea. Se non esiste Dio, l’uomo è l’essere che si crea e non si può definire se non alla fine, quando da niente è divenuto qualcosa: “L’uomo non è altro che ciò che si fa”1.

Per Sartre, l’universalità dell’impegno si costruisce in quanto l’uomo impegnandosi in un determinato progetto, sceglie i valori non solo per sé, ma per l’intera umanità, ovvero crea l’umanità che desidera. Ma come fondare una morale e un impegno stabili sull’arbitrio di ogni singolo uomo? Se non vi sono valori comuni, se l’uomo non è fine in sé, poiché se ne ammette la provvisorietà e si risolve nell’insieme delle sue azioni, come può difendere la propria dignità, ciò che dovrebbe essere la base dell’impegno politico e morale?

Ridurre l’essere a creazione interamente umana significa permanere nel nichilismo e giustificare un realismo politico, che lungi dal difendere la dignità umana, la elimina, riducendo l’uomo a strumento nelle mani di un’ideologia. La dignità rappresenta un limite che l’uomo pone alla storia e a ogni azione umana, compresa la prassi politica. Proprio per questo motivo, essa preesiste all’azione e non può essere in alcun modo definita al termine di essa. Camus evidenzia come sia necessario porre alla base della propria prassi politica, sia essa rivoluzionaria o meno, una riflessione morale che stabilisca dei chiari confini, oltre il quale l’azione non può essere legittimata.

Egli rivendica per l’attività politica la riappropriazione di una morale, da intendersi non come vuoto formalismo, ma come la riaffermazione di valori quali la giustizia e la libertà presi nel loro significato concreto. L’originalità del pensiero di Camus sta qui: egli ha sentito l’esigenza, in un periodo storico culturale segnato dall’affermazione del materialismo storico e del realismo politico, di condannare una politica sempre più machiavellica e di esprimere la necessità di un ritorno a un umanesimo autentico. Il rifiuto della menzogna in nome dell’onestà e della chiarezza, anche a prezzo dell’ostracismo intellettuale, fa di Camus una delle personalità più libere del Novecento. Libero da pregiudizi e ideologie, egli intende la libertà politica come legata alla rivolta contro ogni forma di conformismo e alla necessità di spirito critico nei confronti di ogni sistema politico. Qualsiasi attività umana, anche una politica che abbia di mira l’eguaglianza sociale, non può risolversi totalmente in prassi, ma deve essere sempre accompagnata dalla riflessione e dalla contemplazione. Solo recuperando il momento della riflessione l’uomo può perdere l’aspirazione al potere assoluto, riacquistando quel potere relativo che permette la riconciliazione con il mondo circostante e la riconquista della dignità nella sua totale interezza.

Note

1- Sartre J. P., “L’esistenzialismo è un umanesimo” (1946), trad. it. Giancarla Mursia Re, Milano: Mursia, 2010.

2- Camus A., “L’uomo in rivolta” (1951), trad. it Liliana Magrini, Milano: Bompiani, 2010.

Greta Esposito