Loro, l’estetizzazione della politica e lo spettatore emancipato

Loro, attesissimo film in due parti di Paolo Sorrentino è finalmente uscito nelle sale e, che sia piaciuto o no, ha dato di che parlare. Certo tra stimolare due chiacchiere a cena e avere qualcosa da dire c’è una bella differenza, però una riflessione a partire dal lavoro di Sorrentino si può fare, ovvero ripensare alla relazione tra estetica e politica. Perché, per quanto il regista lo abbia negato più volte, se fai un film su Silvio Berlusconi – o sul berlusconismo che sia – la politica un po’ finisce per centrarci. Il problema è proprio questo, non voler includere la politica nel contenuto di un’opera d’arte, non significa automaticamente che il fine dell’opera non possa essere politico o politicizzabile.

Se togliamo il discorso politico da Loro, infatti, il film perde completamente il suo senso.

I personaggi di Sorrentino sono reali (sebbene il regista eviti nomi e cognomi), ancora attivi pubblicamente e con incarichi istituzionali. Come si può non considerarlo un film politico?

Sorrentino ci mostra con il suo tipico cinismo l’estrema estetizzazione della politica, una tendenza che a partire dai regimi totalitari del XX secolo ha preso sempre più piede, e magari è cambiata nelle forme ma il succo è sempre quello: la politica come grande spettacolo. Fenomeno che non segue credi, partiti e posizioni, perché coinvolge tutte le parti. In primo luogo coinvolge noi, che da elettori siamo diventati progressivamente spettatori a tempo pieno.

Sorrentino usa il vuoto per intrattenere e distrarre, il vuoto nella sua versione più desiderabile e attraente. Silvio Berlusconi viene quindi raffigurato come il miglior venditore di questo vuoto, ed è indubbio che gli acquirenti siano gli italiani. Non c’è giudizio se non una sensazione diffusa di quanto questo gioco sia patetico, sia per Loro che per noi, il pubblico che lo alimenta. Non è un film di critica, su questo non c’è dubbio, ma d’altronde un regista deve essere libero di esprimere il suo punto di vista senza l’obbligo di prendere posizione. È questa appunto la libertà dell’arte per l’arte. Ma siamo sicuri che sia così semplice?

La verità è che l’arte da sempre si relaziona al fare politico, chi la produce non può che stare al gioco. Ovviamente qui si parla di artisti riconosciuti e affermati, perché, certo, ognuno a casa sua può fare arte nel modo che ritenga più libero.

La libertà dell’arte è però più un’ideale che una realtà, in alcuni casi questa si può assoggettare ad un credo politico, ad un movimento di pensiero, ma sempre e comunque sarà soggetta alle leggi del mercato.

A maggior ragione oggi, dato che viviamo in una società dove la comunicazione passa principalmente per l’immagine e siamo distratti da un continuo bombardamento mediatico. Un sistema che genera apatia e consenso, oscurando le possibilità di un punto di vista critico. Ne consegue che chi si trova nella posizione di manipolare delle immagini per mostrarle ad un pubblico, deve anche tener conto della grande responsabilità che questo comporta.

Fellini diceva di non fare film per dibattere tesi o sostenere teorie, il suo era un modo di fare cinema “alla stessa maniera in cui si vive un sogno, che è affascinante finché rimane misterioso e allusivo, diventa insipido se viene spiegato”. Sorrentino, d’altronde, ha sempre dichiarato di considerare il regista romagnolo come suo più grande maestro e fonte d’ispirazione. Ma se il soggetto di fronte alla cinepresa è un personaggio politico, ancora attivo sulla scena, candidabile, votabile, forse è il caso di uscire dal sogno e parlare della realtà.

È indubbio il valore persuasivo e distraente dell’immagine, in particolare quella cinematografica, si tratta quindi di una scelta etica di fronte alla quale ogni regista si trova a fare i conti, che non è certo obbligata ma forse più interessante, di sicuro più difficile. Tra il documentario storico e il film pamphlettario c’è comunque uno spazio infinito di scelte stilistiche ed espressive.

Ora, però, se la politica non può più prescindere dalla sua stessa estetizzazione e chi fa arte deve avere la possibilità di agire in totale libertà, senza il timore dell’etichetta di superficiale da una parte o moralista dall’altra, la questione si rovescia. La responsabilità cade in pieno nelle nostre mani come pubblico. Bisogna essere consapevoli che non siamo più un’audience passiva: grazie ai nuovi mezzi d’informazione siamo diventati destinatari e allo stesso tempo mittenti di una comunicazione di massa. La presa di coscienza passa quindi per l’emancipazione, ovvero il questionamento, la capacità di dare un senso al discorso, di associare e dissociare concetti e immagini. Insomma, l’unica risposta che possiamo dare all’inarrestabile estetizzazione della politica è quella di essere spettatori sì, ma spettatori emancipati*.

 

Claudia Carbonari

 

*la definizione di spettatore emancipato è del filosofo francese Jacques Rancière, vedi: Le partage du sensible. Esthétique et politique, La Fabrique 2000, Parigi.

 

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Italia sì, Italia no, Italia…

Data siderale: giorno dopo le calende di dicembre.
Anno duemilasedici della nostra era.
Sempre meno ore all’Armageddon.

A chiunque leggerà queste righe,

ho trovato un posto sicuro, ma non lo sarà a lungo perché mi stanno cercando.
Sono dappertutto, loro intendo, quelli che ti propinano la domanda sibillina “E tu cosa voti al referndum?”, quelli che ti danno del folle o dell’eroe a seconda della risposta.
Ed io per interi mesi ho dato una risposta superficiale, l’ho cambiata più volte nella mia mente ma solo perché ho perso tempo per informarmi, per documentarmi, per cercare di capire meglio cosa sarò chiamato a scegliere.
Il punto è che non posso dire queste cose ad alta voce, devo sussurrarle qui, dove rimarrò anonimo per non mostrare il fianco ma soprattutto per confessare impunemente: ebbene sì, non so ancora dove porrò la fatidica ‘ics’; fosse per me aggiungerei un quadratino con la dicitura ‘Forse’.
Legittimo no? Lo facevamo alle elementari quando scrivevamo il biglietto alla ragazzina che ci piaceva, perché dovrebbe cambiare qualcosa? Perché sottovalutare la terza via?
A me non dispiacerebbe sapete, non dispiacerebbe esprimere il mio dubbio.
Ma come spiegarlo a quelli lì? Sì, sempre quelli che mi stanno ancora cercando e che non si daranno per vinti almeno fino a lunedì.
Quante ore sono? Ancora troppe… ancora troppe, un’infinità per un latitante.

Analizzando bene la situazione – tanto per ingannare il tempo, magari per velocizzarlo – sono pochi quelli che me ne parlano tranquillamente, che mi danno addirittura delle spiegazioni sostenute da idee. No, non sono loro a preoccuparmi, non sono loro a darmi la caccia.
Sono gli altri… voi non potete nemmeno lontanamente immaginare cosa sono capaci di fare, non vorrei avvilire queste pagine con inchiostro macchiato di calde lacrime, ma non posso nemmeno starmene zitto senza denunciare.
Ti trovano, ti parlano e dicono cose.

Hanno dei superpoteri, prendetemi per pazzo se volete ma non cambio idea, so cosa ho visto.
Il primo è quello di fare discorsi sconnessi senza capo né coda: serve a disorientare, a confondere, in modo da poter colpire più agevolmente la vittima; ma sarebbe troppo facile tramortirla immediatamente; no… il loro gioco è appena cominciato.
Gliel’ho visto fare migliaia di volte, posso considerarmi veterano in questo, e forse è il motivo per cui sono una primula rossa, un uccel di bosco, sì insomma, uno sbandato.
Rafforzano il tutto con la storia dell’enigmatico complotto architettato dai poteri forti.
Ho cercato questi poteri forti, ho trovato: cultura personale, informazione libera, obiettività, confronto. Me la sono vista davvero brutta perché a loro non andavano bene.
Loro intendevano banche, case farmaceutiche, scie chimiche, Bilderberg, gli abeti della Val di Fiemme, l’associazione bocciofila di Busto Arsizio e altre malvagità che non rammento.

Una volta ho provato a ribattere dicendo che in qualsiasi caso sarà il popolo a scegliere, e che sarà in grado di scegliere anche in futuro indipendentemente dal risultato; ho detto che ci vorrà sicuramente più partecipazione, più interessamento… ho persino detto che avremmo dovuto rinunciare a qualche spritz e che avremmo dovuto imparare ad usare lo smartphone in modo intelligente.
Mi hanno rivelato beffardamente che loro a certe cose non credono, perché “quando c’era Lui”…
Di nuovo ‘Lui’, il famigerato, onnipresente ‘Lui’, talvolta scritto LVI.
Sono arrivato alla conclusione che il più pericoloso superpotere a disposizione di costoro sia il viaggio spazio-temporale.
Vedo già la vostra incredulità dipinta sul volto, ma è tutto vero: loro possono.
Si aggirano tra noi… sì, ormai ci siete dentro fino al collo quindi uso la prima persona plurale, passeggiano da un capo all’altro della Storia e sanno molte più cose di quel che può sembrare: sanno come si viveva in un’epoca molto lontana dalla loro nascita, sanno cosa volesse dire non poter votare, o esprimere la propria opinione sotto una dittatura.
Forse sanno anche com’era Dante da vicino, anzi no, questo è sicuro visto il primo superpotere dei discorsi sconnessi; però potrebbero dirci com’era Giulio Cesare da vicino, la peste nera, i lanzichenecchi… chissà!

Tuttavia sanno cosa avrebbe votato Gandhi o Cavour; me lo vedo Gandhi presentarsi con la tessera elettorale al seggio di Pescasseroli, ma vaneggio… è sicuramente colpa della paura.
Conoscono la Costituzione a memoria – almeno così dicono – sono politologi consumati, esperti giornalisti d’inchiesta, s’intendono di diritto internazionale, diplomazia, geopolitica, calcio, cucina e ricamo.
Ma la cosa più importante è che…

Aspettate, sento dei rumori.
Sono loro.
Non mi avranno.
Non mi avranno mai.

Passo e chiudo.

Alessandro Basso