La bellezza è nel nostro sguardo sulle cose. Intervista a Carlo Rovelli

Quando leggiamo articoli riguardanti scoperte della scienza o saggi di divulgazione scientifica, ci stupiamo della bellezza che ammanta la realtà che ci circonda. Spesso, però, non veniamo a conoscenza dei conflitti (anche interiori) e delle difficoltà che gli scienziati hanno affrontato per disvelare quella bellezza.
Carlo Rovelli, fisico teorico e divulgatore, nell’intervista che ci ha gentilmente concesso, discorre anche di questo tema, aggiungendo interessanti spunti di riflessione alla nostra rivista n. 7, che tratta proprio l’esperienza del bello.

Il prof. Rovelli ha lavorato in Italia e negli Stati Uniti e attualmente lavora in Francia. La sua principale attività scientifica è nell’ambito della teoria della gravità quantistica a loop (loop quantum gravity), di cui è uno dei fondatori. Si è occupato, tra le altre cose, anche di filosofia della scienza, della nascita del pensiero scientifico e in particolare della posizione di Anassimandro nello sviluppo della riflessione scientifica dell’umanità.
Tra gli argomenti di cui abbiamo parlato con il prof. Rovelli, però, non poteva mancare quello del tempo, intorno al quale il fisico ha scritto il libro L’ordine del tempo: un tentativo coraggioso e ben riuscito di coniugare la concretezza del fenomeno temporale con la sua dimensione inafferrabile. Tra le altre pubblicazioni ricordiamo inoltre Sette brevi lezioni di fisica, best seller internazionale tradotto in 41 lingue.

 

La bellezza è una forma simbolica che invece di procedere verso l’insignificanza e l’annullamento, produce continuità nel sistema, mutamenti di forma, nuovi significati. Essa non invoca un ideale apollineo e a-conflittuale, essa muove il dubbio, è enigma e problema della ragione. La bellezza è un pensiero, o meglio, un’intenzione che si sottrae al nichilismo. Goethe chiamava questa forza segreta, dirompente nelle occasioni più imprevedibili “bellezza vivente”. L’ideale di bellezza ha sempre posseduto una funzione propositiva, costruttiva, progettuale, utopica, mai reattiva, decostruttiva, dissolutiva. Quanto secondo lei la fisica e la scienza tutta incarnano questo ideale di bellezza?

Messa in questi termini, io direi: per nulla! Scherzi a parte, la bellezza non è nelle cose, è nel nostro sguardo sulle cose e quindi è tremendamente soggettiva. A causa di questo, e proprio perché è un sentimento possente su di noi, può anche essere tremendamente fuorviante per la scienza. T.D. Huxley ha scritto (cito a memoria): “Non c’è nulla di più tragico che una bella idea scientifica demolita dai bruti fatti”, e succede spesso: idee scientifiche motivate dal senso estetico degli scienziati si rilevano seplicemente sbagliate. Recentemente Sabine Hossenfelder ha scritto un bel libro mettendo la fisica teorica in guardia contro questo rischio. La bellezza viene dopo, quando restiamo stupiti per come funziona la natura. Qualche volta però, succede che un’idea che funziona ci conquista per la sua semplicità e forza, e ne sentiamo un’intima bellezza… e quest’idea funziona. È il caso delle grandi intuizioni di Einstein o delle formule di Dirac.

Lo stupore di fronte alle cose e la capacità di lasciarsi sorprendere sono da sempre questioni care alla riflessione filosofica occidentale. Aristotele ne la Metafisica, (982b-983) così scrive:  «Da tutto ciò che si è detto, dunque, risulta che il nome che è oggetto della nostra indagine si riferisce ad una unica e medesima scienza: essa deve speculare intorno ai principi primi e alle cause […]. Che, poi, essa non tenda a realizzare qualcosa, risulta chiaramente anche dalle affermazioni di coloro che per primi hanno coltivato filosofia. Infatti gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri, o i problemi riguardanti la generazione dell’intero universo.»Lo stesso possiamo dire della scienza. Se il thauma aristotelico è ciò che muove filosofia e scienza, perchè la relazione tra le due non sempre è così aperta al dialogo ma riserva del pregiudizio?

Perché siamo umani e arroccati in difesa nei nostri piccoli mondi. Filosofia e scienza nella storia si sono sempre parlate molto. Anche oggi ci sono molti convegni a cui partecipano sia fisici che filosofi. Ci sono però anche scienziati poco aperti che non capiscono il senso della filosogia e ne parlano male, e ci sono filosofi ottusi che non capiscono il senso della ricerca scientifica, la conoscono poco e ritengono che si tratti di “sapere di serie b”, di conoscenza “inautentica”.

Quali ritiene essere i punti di contatto tra filosofia e scienza e quali invece le differenze che ostacolano la possibilità di lavorare in sintonia?

I punti di contatto sono sempre stati moltissimi. La migliore scienza (Newton, Maxwell, Einstein, Heisenberg, solo per fare degli esempi) si è sempre nutrita intensamente del pensiero filosofico suo contemporaneo, e la migliore Filosofia (Hume, Kant, Witgenstein, solo per fare esempi) è sempre stata profondamente attenta ai risultati della crescita del sapere scientifico suo contemporaneo. Gli ostacoli secondo me sono posti dalla cattiva scienza che ha la presunzione di poter fare a meno della riflessione filosofica e dalla cattiva filosofia che ritiene che il sapere scientifico non sia rilevante. Molti filosofi confondono “Scienza” con “Tecnica” e parlano di scienza senza conoscerla e senza sapere cosa sia e come funzioni davvero. Un peccato. 

Come riesce a coniugare la ricerca in un ambito tecnico come la fisica teorica e la divulgazione dello stesso ambito in un modo coinvolgente e meravigliato?

Male. Non ho mai tempo, anzi, vorrei fare sempre il triplo delle cose di quelle che ho il tempo di fare. D’altra parte però, scrivere i miei libri destinati al grande publico mi ha obbligato ad uno sforzo di riflessione e di pensiero, che è stato utilissimo per la mia ricerca scientifica. Mi sono chiarito le idee su tante cose. I miei libro non sono solo di divulgazione: sono un tentativo di riflessione approfondita sui tempi di cui parlo.

carlo Rovelli_La Chiave di Sophia_filosofiaCome scienziato che cosa pensa del modo in cui Roberto Burioni e altri scienziati stanno facendo divulgazione del tema dei vaccini? Anche lei crede che “la scienza non può essere democratica”? (Si veda il sottotitolo dell’ultimo libro del dott. Burioni).

Il problema non è se la scienza sia o no democratica. Il problema è se la società sia o no cretina. Se non vacciniamo i nostri bambini, tornano le epidemie, e li condanniamo a malettie e sofferenze. Di morbillo, per esempio, si muore. Perché fare questa cosa così stupida come non vaccinare? L’intelligenza non è saper risolvere i problemi da soli: è saper riconoscere chi sa meglio risolverli. Se la gente è così stupida da prendere ciarlatani per profeti, la gente fa male da sola a sé a agli altri.

Sono noti a tutti i numerosi esempi in cui la scienza viene comunicata alla società. In che modo può avvenire il processo inverso? è possibile o desiderabile che la scienza incorpori il punto di vista degli altri attori sociali?

Ognuno deve fare il mestiere che sa fare meglio. Se una città costruisce un ponte, bisogna che il consiglio comunale decida come farlo tenendo conto delle esigenze di tutti e cercando le mediazioni fra le richieste diverse, bisogna che l’architetto cerchi di disegnare il ponte bello e integrato nel paesaggio e nella struttura urbana e bisogna che l’ingegnere faccia bene i calcoli per essere sicuri che il ponte non cada. Se i calcoli li fa il consiglio comunale, l’architetto si occupa dei cucinare le cene, e l’ingegnere incorpora il punto di vista degli attori sociali, il ponte non viene un granché.

Considerando il suo impegno nella divulgazione e nel prendere posizione anche circa la dimensione sociale e politica propria dell’uomo, potremmo dire che lei è un fisico-filosofo, figura non sempre facilmente presente in Italia. Molto spesso infatti gli scienziati, in questi anni, si sono dimostrati disinteressati all’apertura e al confronto. Qui ritorniamo alla difficoltà di apertura e dialogo tra la scienze e le altre discipline. Ritiene ci sia la necessità che lo scienziato d’oggi coltivi anche un ruolo pubblico e intellettuale? Dove l’aspirazione al dialogo, all’intesa e alla comprensione sono gli elementi fondanti del confronto.

Non ritengo che sia necessario che tutti gli scienziati coltivino ruoli publici. Ho molti colleghi che certamente è meglio restino in dipartimento. Penso che la cosa migliore sia che ognuno faccia quello che si sente di fare e contribuisca al bene comune nel modo in cui si sente di farlo. Io per anni mi sono occupato solo di scienza, ma siamo tutti esseri umani e cittadini prima che essere scienziati. Abbiamo tutti una responsabilità verso gli altri, la società e il mondo.

La questione del tempo, centrale in tutti i suoi libri ma in particolare nell’ultimo libro L’ordine del tempo, è stata al centro del dibattito filosofico sin da Aristotele, il quale definì il tempo come «numero del movimento secondo il prima e il poi» (Fisica, IV, 12, 219 b). Nella concezione neoplatonica, da Plotino ad Agostino, il concetto di tempo è collegato, anziché al moto del mondo fisico, all’anima e alla sua «vita interna». Per Plotino il tempo, «immagine dell’eternità» (Enneadi, I, V, 7) è il movimento mediante il quale l’anima passa da uno stato all’altro della sua vita. Interessante è la relazione posta tra tempo e l’eternità, relazione che sembra descrivere molto bene il nostro rapporto con lo scorrere del tempo e la sua difficile accettazione. L’eternità è infatti desiderio profondo dell’uomo. Perchè secondo lei c’è questa forte tensione all’eternità e dunque all’immortalità?

Perché siamo spaventati dalla morte, come bambini impauriti dal buio. La tensione all’eternitè e all’immortalità è solo un effetto della paura della morte. Facciamo molto fatica ad accettare l’idea che in futuro non ci saremo più. Non ho mai capito bene perché. Non ci distruba l’idea che mille anni fa non c’eravamo, ma ci disturba l’idea di non esserci più fra cento anni. Credo che si tratti di un errore del nostro cervello: un cortocircuito fra il sano e breve terrore di un predatore che attacca, di un pericolo imminente, che è utile perché ci permette di non morire troppo presto e la grande capacità di prevedere il futuro che la nostra specie ha sviluppato nel corso della sua evoluzione. Quest’ultima ci ha messo di fronte all’inevitabilità della nostra morte e stimola l’istinto di fuga dai predatori. Ma una sciocchezza. Avere paura della morte è come avere paura del sole che sorge: è la nostra natura di avere una vita breve, perché non accettarla?

Se guardiamo alla filosofia contemporanea, Martin Heidegger invece di delineare una definizione della nozione di tempo (in Essere e tempo), considera la temporalità nelle sue tre dimensioni: passato, presente e futuro, come le caratteristiche costitutive dell’uomo in quanto essere «gettato» nel mondo  (l’esserci, il Dasein) e, come tale, legato al passato, al presente, ma anche proiettato nel futuro attraverso le proprie progettualità. Con quale approccio lei si confronta con questa tripartizione? Sia in quanto fisico, sia in quanto Uomo. 

In quanto uomo, come tutti gli altri: con memorie, nostalgie, rimpianti, timori e speranze; con un po’ di  angoscia e un po’ di serenità. In quanto fisico, riconoscendo la distinzione fra il tempo misurato da un orologio e la complessa fenomenologia del tempo che nasce dalla struttura e dal funzionamento di una macchina complessa come il nostro corpo e il nostro cervello. Newton si occupava del primo, Heidegger del secondo. Non c’è vera contraddizione fra le due prospettive, come non c’è vera contraddizione nel fatto che un raccoglitore di ferri vecchi e un innamorato di macchine antiche parlino diversamente dello stesso mucchio di metallo. Il mio libro “L’ordine del tempo” è interamente un tentativo di comprendere come queste due prospettive sul tempo, quella della fisica teorica e quella sul tempo della nostra esperienza di cui parla Heidegger, siano compatibili.

Quale scenario futuro attende la ricerca sulla concezione fisica del tempo?

A mio parere, rispondere a tre domande. Per prima cosa, come scrivere le equazioni elementari del mondo senza la variabile tempo e come usarle. Per seconda, chiarire perché il passato ci appare così stranamente “ordinato”, cioè chiarire la sorgente fisica della freccia del tempo. E, terza cosa, chiarire tutti vari e molteplici collegamenti fra i due estremi della domanda precedente: fra il tempo fisico e il tempo della nostra esperienza.

 

Elena Casagrande & Stefano Cazzaro

 

[Credit ritratti di Carlo Rovelli Fronteiras do Pensamento / Greg Salibian]

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La verità della bellezza

Spesso, quando parliamo di bellezza, facciamo un errore: ci fermiamo alla sua dimensione statica. Nel giudicare una bella donna, ad esempio, consideriamo aspetti precisi come gli occhi, le labbra, i seni; ma questi elementi, visti nella loro staticità, sono sufficienti a dare un giudizio completo?

Questa domanda ha senso anche riguardo alle rappresentazioni mediatiche della bellezza: pensiamo alle pose dei modelli, che mettono in risalto alcune parti del corpo (spesso quelle erogene) ma peccano di artificiosità, tanto che il docente di semiotica Alessandro Zinna le ha definite falso dinamismo1.

Se quelle pose sono artificiose, se quel dinamismo è falso, dove possiamo trovare la verità della bellezza? Nel suo linguaggio, consiglia il filosofo Franco Bolelli2. La bellezza, infatti, non è tale secondo elementi statici, ma in relazione ai contesti: gli occhi non sono banali occhi, ma sguardi che indagano gli spazi; le labbra non sono semplici labbra, ma parti dei discorsi che le attraversano; i seni sono curve tra le curve del mondo, movimenti della realtà.

Allo stesso tempo la bellezza non si cura di coloro che la guardano: come ha scritto Roland Barthes, essa «è una sagoma intenta al lavoro»3. Quale lavoro? Quello della vita, della sua manifestazione in situazioni quotidiane, libere dalla staticità. Sembra di sentire le parole di Leonard Shelby – protagonista del film Memento di Christopher Nolan (2000) – quando ricorda la moglie, brutalmente uccisa, recuperando «frammenti che si fanno sentire anche se non vorresti»: il suo lavarsi le mani, il suo maneggiare una forchetta, il suo lasciarsi sorprendere da un raggio di sole che entra dalla finestra.05

Momenti cui solitamente non prestiamo attenzione, ma che, nel loro fondere corpi e contesti, si rivelano gravidi di bellezza. Eventi, come li definisce il fisico Carlo Rovelli; perché se il cinema, la filosofia e la semiotica non ci bastassero, entrerebbe in gioco la scienza affermando che «la migliore grammatica per pensare il mondo è quella del cambiamento, non quella della permanenza»4. Allo stesso modo, la migliore grammatica per parlare della bellezza non è quella degli occhi da cerbiatto, delle labbra carnose e dei seni prosperosi che aspettano di essere notati, ma quella di uno sguardo che, mosso dalla curiosità, incontra una fonte di luce e, come per magia, comincia a brillare.

 

Stefano Cazzaro

 

NOTE
1. A. Zinna, Unico. Eliana Lorena. A cura di Marta Carboni, 2009
2. F. Bolelli, Si fa così. 171 suggestioni su crescita ed evoluzione, Add editore, 2013
3. R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi, 2014
4. C. Rovelli, L’ordine del tempo, Adelphi, 2017

[Photo credit: Amy Luo via Unsplash.com]

 

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