Il subconscio trae in inganno, i sensi cadono in fallo, la mente corre

Sono giorni che sento il tuo profumo, lo stesso che ti nebulizzavi sui vestiti e sulle lenzuola prima di andare a dormire… e oggi è così penetrante, tanto da farmi scorgere tra le mille vie della mente il maglione lilla e bianco. E’ come se la nostra città, il nostro mondo, fossero annebbiati… quasi la rabbia superficiale che nutro per tutto ciò che è accaduto fosse diventata patina spessa, che si insinua tra me e te.

È difficile riuscire a comprendere ciò che sento per te, in superficie la rabbia opacizza ogni cosa, nel profondo, cercando di andare oltre a quei sentimenti alimentati dall’impulso; ti auguro il meglio, perché meriti la felicità, ma la felicità vera, la più alta che sia concepibile, la felicità che inebria ogni atomo del proprio sé, l’unica in grado di farti realizzare che ogni sacrificio ne valeva la pena.

Solo che un figlio può divenire sacrificio? Ognuno di noi usa scusanti, perché entrambe sappiamo che per molto tempo hai ingannato gli altri, e soprattutto te stessa. Hai vissuto in un mondo che mai comprenderò, di cui, forse, mai vorrò nemmeno spiegazione, perché talvolta la conoscenza delle ragioni reali che sottostanno ad azioni e decisioni incomprensibili, destabilizza molto più che l’ignoranza che ha condotto a quello strano e paradossale susseguirsi di eventi, quello che ci ha condotte ad un oggi che mai io avrei potuto immaginare.

Divenire sconosciute.

E tu per me non eri solo mia madre, tu eri la mia migliore amica, il mio sorriso sulle labbra, la mia coccola della sera, il mio buongiorno… il mio canto in macchina, la mia risata, la mia complice in un mondo così ostile…

E si, mi manchi. Mi manca ogni cosa di quei nostri vent’anni, mi manca la nostra silenziosa colazione, il tuo allungare la mano sul tavolo per trovare la mia; mi mancano quei nomi sciocchi, i nostri segreti; mi manca appoggiarmi a te e prenderti in giro; mi manca la mia mamma

Mi manca la donna che per 20 anni ho avuto accanto, che da un po’ di tempo non trovo più, mi manca la donna che tu tanto hai rinnegato; mi manca ciò che eravamo noi, ciò che tu non hai più voluto…

Per quanto, forse dovuto alla giovane età, forse solo dettato dalla volontà di conservare un po’ di quel tempo in cui le mie lacrime ricadevano sul tuo animo e tu le asciugavi, portandole lontano dal mio cuore, vorrei continuare a piangere, sperando di rivederti un giorno tornare da me, io ti ho lasciata andare…

“Se ami qualcuno, rendilo libero”.

Sei libera… e non perché io mi sono arrogata il diritto di concederti tale cosa, non potrei mai, ma perché, in cuor mio, ho compreso come ciò che mi hai dato, l’amore che hai emanato ad ogni battito per 20 anni, mi basti per il resto di ciò che sarà.

Non so come sarà quest’anno, la festa della mamma, lo devo confessare. Forse camminerò senza meta, persa tra la folla in modo che la nostalgia non si nutra di tutto l’animo; forse tornerò nei nostri posti, forse sarò pronta a sorridere, consapevole che ogni accadimento ha un suo perché, consapevole che il nostro non essere più noi ha un perché.

So che leggerai, so che vorrai dirmi qualcosa, forse per sentirti un po’ meglio, forse per dirmi che tu non te ne sei andata, ma noi lo sappiamo, mamma, che non è così. Non sto parlando alla genitrice che oggi sei, ma alla mamma che ieri eri.

Sto parlando all’unica persona in grado di capirmi, di riuscire a camminare tra le fila del mio gomito emotivo. Parlo a te – e sai, devo ringraziarti molto più per gli ultimi anni, perché se fossi rimasta, forse la sera, cullata dal tuo amore, avrei chiuso gli occhi al posto di combattere per i miei desideri. Ti ringrazio, per essere stata, in ogni caso, indicazione della via.

Questi anni mi hanno insegnato molto: mi hanno insegnato a conoscermi, a valutare i miei limiti, la forza derivante dalla determinazione, il grado di tolleranza del dolore… E lo devo unicamente a te, all’effetto domino che hai scatenato con un respiro, con un soffio che è stato in grado di abbattere ogni mia difesa, rivelando, però, un percorso molto più vero e valido rispetto a quello che stavamo percorrendo insieme.

Quanto è strana la vita vero? Credevo che a legarci fosse un filo di diamante, indistruttibile: oggi ho compreso che era solo nylon.

Quindi auguri, alla mia mamma, se mai da qualche parte uno spiraglio di lei è rimasto… E auguri a te, che mi hai dato la forza di affrontare il dolore, di non aver paura se alle mie spalle non c’è nessuno pronto a prendermi in caso di caduta. Auguri a te che mi hai insegnato che non importa da dove si arriva, importa dove si va e come si percorre la strada, e anche se il mio sarà parzialmente un pellegrinaggio in solitaria, ad un certo punto della via so che davanti a me ci sarà un qualcuno, un qualcuno che difenderò sempre, che proteggerò e afferrerò nelle cadute… e forse, anche se è un bel forse, mi avvicinerò alla conoscenza di tutti i perché ti hanno spinta lontana da me.

Nicole della Pietà

[Immagine tratta da Google Immagini]

Distanze ravvicinate

Una distanza materiale non potrà mai separati davvero dagli amici. Se anche solo desideri essere accanto a qualcuno che ami, ci sei già.

Richard Bach

Camminavo a passo veloce, dirigendomi verso quello che sarebbe stato il nostro ultimo incontro. Una partenza, un distacco, due come noi, incapaci di affrontare le distanze.
Quel giorno di un freddo inverno ti ho guardato, forse davvero – perché più intensamente – per la prima volta. Quando sorridi sulle tue guance appaiono due piccole fossette; quanto mi sarebbero mancati quei segni. Quanto mi sarebbe mancata la tua voce. Quanto mi saresti mancato tu. Sì, proprio tu. Succede, troppe volte, che per capire l’importanza di una persona la si debba vedere andare via, lontano da noi, in una distanza che sembra impercorribile, di qualsiasi lunghezza sia.

Non posso dire di averti detto tutto ciò che avrei voluto, quel giorno. Sono rimasta nel silenzio della tua voce, nel gioco del tuo abbraccio, per poi staccarmene con più forza. Non sentivo il freddo di dicembre, non sentivo la neve che scendeva, sentivo soltanto mancare una parte di me; la parte che ero stata nel viverti, nella nostra amicizia, nelle nostre emozioni, nel nostro amore.

Parlavi come se non dovessi partire; hai ironizzato sul fatto che avrei potuto venire a trovarti. Eppure lo sapevi, non sarei mai venuta a trovarti. Nessun problema di chilometri o miglia, è l’orgoglio a giocarmi brutti scherzi, è la paura che sento quando manifesto i miei sentimenti. Chi dei due riuscirà a dirsi per primo che sente la mancanza dell’altro? Che gioco stupido, che gioco malsano, che ironia di questi destini poco incrociati.

Ti ho salutato come se ci dovessimo vedere la settimana successiva, come d’abitudine.
Te ne sei andato dalla parte opposta, ma ho scelto di non voltarmi indietro. Ho scelto di non voltarmi mai. Di non guardarti mai più, di ricordare solo il bello che mi hai dato. Ho scelto di custodire i nostri ricordi come se fossero sacri ai miei desideri, ho scelto di diventare un’altra, perché perdere qualcuno significa perdere un po’ di noi.

Vivere le distanze, così mi piacerebbe intitolare questo stralcio di vita che ho raccontato in prima persona.

Chiunque, in un attimo, si è trovato in una situazione simile; a dover salutare chi se ne va. Amici, famiglia, amori mancati.

Fino a quel momento hai dato per scontato ogni momento vissuto con loro, fino a quel momento eravate insieme, in una dimensione da condividere senza pensare a come sarebbe andata. Progetti fatti, risate e pianti, litigi e chiarimenti: ti ritrovi a ripensare ad ognuno di questi, come se non li potessi mai più rivedere.

Non importa se sia una separazione temporanea o definitiva; al ritorno sarete cambiati, almeno questo è quello che si pensa. Un cambiamento radicale, un cambiamento che è sinonimo di divisione.

È una sensazione di vuoto, una sensazione che prende stomaco, cervello, cuore. Si può scegliere di ignorarla, si può sorridere e continuare la propria routine; ma per qualsiasi sciocco motivo, anche tra i più banali, qualcosa, nella nostra giornata, ci ricorderà quella persona. I particolari meno visibili ci appaiono come grandi evidenziatori per ricordarti quella distanza che, a discapito di ogni previsione, lega.

Non c’è rassicurazione che tenga, non c’è conforto. E non c’è whatsapp, non c’è Skype, non c’è iMessage e non c’è FaceTime che tengano.

Non si può portare a cena con un telefono. E nemmeno in una serata tra amici o all’orario aperitivo.

E pensare che quando eri in compagnia di quella persona i cellulari vi distraevano tanto, pensare che il messaggio a cui dovevate rispondere era di vitale importanza. E adesso, ripensando a quei momenti, il cellulare lo butteresti nel primo tombino disponibile. Metteresti un cartello in fronte con scritto “Non disturbare, devo stare con una persona importante”.

Importanza, ecco la parola chiave. La distanza amplifica l’importanza di una persona così come la vicinanza sembra annullarla. L’importanza si dovrebbe dimostrare ogni giorno, in ogni gesto e in ogni occasione. Senza remore, senza sconti. Senza Twitter, Facebook e compagnia bella.
A piccole dosi e a gesti plateali. L’importanza delle persone a cui teniamo va celebrata. Nei modi più disparati, nelle manifestazioni più istintive.

Ed è a questo punto, forse, che la distanza può essere capace di costruire. Un’amicizia può diventare lunga una vita e un amore può acquisire la lettera maiuscola. I legami sono fatti per essere vissuti, momento per momento, in una dimensione presente che non si incrocia col futuro finché quest’ultimo non diventa il nostro momento. L’occasione di vivere quella persona, di sentirla parte di noi, di respirarla. Le occasioni non diventano naturalezza se non sappiamo sfruttarle.

Le distanze si accorciano perché siamo noi a farle diventare brevi. Le persone non perdono il proprio posto, se noi per primi riusciamo a tenerlo stretto.

Un anno dopo

Era passato un anno da quello che avrebbe dovuto essere il nostro ultimo incontro. La stessa atmosfera natalizia, la stessa città, le stesse luci. Camminavo a passo lento, camminavo sorridendo, sentivo battere il mio cuore. Ti ho guardato come se non fosse passato il tempo, ti ho guardato, per la seconda volta, intensamente.
Mi hai stretta forte, ringraziandomi di essere rimasta a custodire la nostra lontananza.
Soltanto allora l’ho capito; non te n’eri mai andato, eri soltanto entrato nel mio cuore per uscirne fisicamente in un inaspettato – seppur atteso – giorno caldo di dicembre.

Cecilia Coletta

[Immagini tratte da Google Immagini]