Banksy e l’opera che (non) svanisce

Se ne è parlato in tutte le salse; chiunque ha detto la sua, taluni elevando il gesto “distruttivo” del misterioso artista britannico ad autentico colpo di genio, altri smontando l’entusiasmo dei primi sostenendo la vuotezza e il carattere scarsamente innovativo della performance artistica.

A distanza di un po’ di tempo, analizzando con distacco ciò che è accaduto il 5 ottobre all’asta Sotheby’s tenuta a Londra, cercherò di tirare alcune conclusioni in merito alla tanto chiacchierata autodistruzione di un’opera del celebre street artist Banksy (una riproduzione del suo murales Balloon Girl del 2002), avvenuta immediatamente dopo l’aggiudicazione della stessa per la cifra di circa un milione di sterline (sottolineo che l’opera non è propriamente distrutta, bensì presenta circa mezzo foglio calato al di sotto della cornice e tagliuzzato da un tritadocumenti inserito nella medesima).

Le immagini dell’artista inglese, di grande efficacia comunicativa, sono popolari in tutto il mondo grazie alla loro semplicità disarmante e al costante riferimento all’attualità socio-politica. Ogni opera parla un linguaggio comprensibile da tutti, e la grande abilità figurativa del loro creatore viene largamente apprezzata dal pubblico. Sono ovviamente i contenuti a dare maggior lustro alle sue invenzioni artistiche: la sua esplicita critica al sistema capitalista, al consumismo e alla violenza è senz’altro il punto cardine dei suoi lavori. Grazie a questo carattere “mainstream” (ma non banale) del suo operare, Banksy è attualmente lo street artist più famoso al mondo.

Merito di ciò, tuttavia, è anche il fatto che il nostro personaggio non abbia un volto. Un po’ come succede in Italia con la scrittrice (o scrittore?) Elena Ferrante, Banksy è la firma di un artista (o forse più di uno) operante nell’ombra, del quale non si conosce l’identità. Questo fatto ovviamente aumenta a dismisura l’interesse generale su di lui, perché, si sa, il mistero da svelare affascina chiunque. Tuttavia appare piuttosto evidente che non conoscere l’identità di una persona preclude necessariamente la comprensione dei suoi movimenti e dei suoi gesti. E se ciò, da un lato, risulta intrigante, dall’altro può risultare anche ambiguo, specie quando succedono fatti rilevanti come quello del 5 ottobre scorso avvenuto presso la casa d’aste Sotheby’s.

Poste queste premesse, è necessario elencare tutte le cose di cui non siamo a conoscenza all’interno della vicenda in questione: il precedente proprietario dell’opera; l’attuale acquirente; le possibili relazioni tra l’artista e l’ex proprietario del pezzo; le possibili relazioni tra l’artista e l’attuale proprietario; l’identità dell’artista (sì, lo ripeto, perché questo crea ancora maggiori difficoltà a trovare delle risposte ai punti appena elencati). Lasciando ora da parte questi quesiti, che vanno però tenuti bene a mente, mi concentrerò sulla valenza artistica e quella socio-economica del gesto di Banksy.

Sì, innanzitutto la performance di autodistruzione dell’opera, avvenuta mediante l’attivazione di un trita documenti inserito nella cornice, è senz’altro stata architettata dallo stesso Banksy, che sul suo profilo Instagram ha postato il video amatoriale del misfatto citando Picasso: “The urge to destroy is also a creative urge”.

Ma che significato ha un’azione di questo tipo? Senza dubbio si tratta di un atto artistico memorabile, che ha sorpreso chiunque e che, per come è stato concepito, non ha precedenti nella storia. Moltissimi vi hanno ravvisato sin da subito una critica tagliente alle logiche di mercato che regolano il mondo dell’arte contemporanea. Ma a questo va sicuramente aggiunta la volontà, confermata dalla citazione di Picasso, di modificare di proposito l’opera, mettendo in atto una vera e propria performance artistica svoltasi in significativa concomitanza con l’aggiudicazione all’asta, quasi a voler suggerire l’aspetto effimero e talvolta illusorio del possedere l’arte. L’opera, così, ha già cambiato nome: ora si intitola Love is in the bin, ed è il risultato di questa straordinaria invenzione dell’artista. L’opera d’arte non è dunque svanita, ma è rinata, con un significato tutto nuovo.

Così considerata, però, l’azione geniale di Banksy appare sotto una luce in parte fuorviante, sicuramente troppo disincantata e, ancor di più, ingannevole nei confronti di chi, quasi gioendo, vi ha ingenuamente letto una spietata condanna al concetto di arte come investimento. In realtà i fatti stanno diversamente, e per capirlo è sufficiente riflettere sulle dinamiche dell’accaduto e sul riscontro mediatico che ha avuto.

Il fattore che più di tutti mi colpisce, all’interno di questa vicenda, è il contesto in cui essa è avvenuta: un artista di strada come Banksy, noto per l’amara critica costantemente rivolta alle classi dirigenti e alla mercificazione dell’arte, decide di compiere la performance artistica destinata a renderlo memorabile all’interno di una nota casa d’aste, in uno spazio dunque estremamente elitario, nell’ambito di un giro d’affari di milioni di euro. Forse il gesto avrebbe assunto quella sfumatura di pesante critica se il quadro fosse stato totalmente distrutto. Ma, visto come stanne le cose, questa critica diviene effimera, se non totalmente inesistente. Infatti, appurato il fatto che l’artista non è certo uno sciocco, è altrettanto certo che egli fosse ben consapevole delle conseguenze della sua azione, prima di tutto dell’enorme impatto a livello mediatico, che rappresenta probabilmente l’obiettivo primario da lui ricercato (e chi non vuole far parlare di sé?), e in secondo luogo dell’immenso valore che la nuova opera avrebbe acquisito (e di fatto ha acquisito realmente) in seguito alla tanto discussa vicenda. Non è forse un caso che la fortunata collezionista che ha vinto l’asta abbia comunque deciso di tenere l’opera. E ti credo!  

È chiaro, alla luce di ciò, che l’atto teatrale messo in scena da Banksy non è per nulla ingenuo, e nemmeno innocente. Per quanto mi riguarda, anche la credibilità stessa dell’artista andrebbe discussa. Nonostante le sue numerose prediche a un Occidente malato di capitalismo, lo abbiamo visto, questa volta, fare il gioco dei leoni, essere non solo complice, ma addirittura fautore e protagonista assoluto di dinamiche di mercato già ben stabilite e irremovibili. Specie se si considera il fatto che, come già accennato in precedenza, non sappiamo chi sia l’acquirente e nemmeno chi sia l’artista, cosa che favorisce la possibilità di sodalizi segreti assolutamente leciti ma astuti, che mal si sposerebbero con la filosofia di chi si è sempre rifiutato ufficialmente di commercializzare la propria arte.  

Come sarà dunque la prossima sorprendente performance di Banksy? Certamente qualcosa di nuovo e mai visto. Qualcosa di artisticamente geniale, ma anche estremamente ed inequivocabilmente furbo.  Molto furbo.

 

Luca Sperandio

 

[Photo Credits: Dominic Robinson su flickr.com]

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Sul detto comune “Forse non tutti i musulmani sono terroristi…”

L’aveva capito Immanuel Kant quando, nel 1793, pubblicò il saggio Sul detto comune “Questo può valere in teoria, ma non vale per la pratica”: i proverbi, i modi di dire, i “detti comuni” appunto, sono più di semplici espressioni idiomatiche e di costume, sono vere e proprie cartine al tornasole del sentire comune, della mentalità collettiva. Possono quindi creare una specifica forma mentis e le basi di un sistema di pensiero, quando non ne siano già indicatori.

È questo il caso, oggi, di un detto che sentiamo fin troppo spesso, attribuito a Oriana Fallaci e diffusosi in maniera endemica dai bar ai social network ai talk show: “Forse non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani”, un brillante sunto di teologia, analisi sociopolitica e psicologia che non lascia troppi dubbi in quanto a letture della crescente instabilità che affligge ormai ogni parte del mondo. Peccato che, come sottolineò lo stesso Kant, spesso questi detti siano pure idiozie glorificate da una facile retorica. L’attentato a Londra del 19 giugno e quello a Parigi del 29 giugno dovrebbero già essere valide confutazioni del detto preso in esame, ma lasciando da parte gli attacchi ad opera di singoli, prendiamo in considerazione invece alcuni gruppi terroristici organizzati non islamici.

In Israele, un numero crescente di nuovi coloni, ebrei sionisti, ha compiuto decine di attentati ai danni della popolazione civile palestinese (il più delle volte: nel 2015, l’attentatore scambiò un ragazzo ebreo per un arabo e lo uccise con un coltello), omicidi tesi a rivendicare la totale sovranità ebraica della Terra Santa.

In Birmania, l’etnia rohingya, di religione islamica, è sistematicamente vittima di attentati ad opera di gruppi paramilitari che si dichiarano seguaci del buddhismo theravāda, che agiscono su base nazionalista e razzista. Il tutto, peraltro, avviene con il complice silenzio del Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, ora alla guida del Paese.

Nella Repubblica Centrafricana, le milizie cristiane degli anti-balaka compiono stragi coordinate e brutali ai danni della popolazione musulmana (lo stesso termine “anti-balaka” rimanda ad una contrapposizione religiosa, e può essere tradotto con “anti-musulmano”), con attacchi mirati ai civili.

In India, estremisti indù afferenti al partito del Primo Ministro Narendra Modi, il BJP, organizzano repressioni violente nei confronti delle minoranze non induiste del Paese, arrivando a imporre in alcune regioni (anche popolose e rilevanti come lo stato del Gujarat) una legge ispirata ai precetti indù, una vera e propria “shari’a induista” che punisce con l’ergastolo chi uccide una mucca.

Esisterebbero molti altri esempi anche al di fuori dell’ambito religioso e confessionale, come i movimenti del suprematismo bianco negli Stati Uniti o i rinati movimenti anarchici in Italia. Come accennato, il numero aumenta al momento in cui si aggiungono al novero anche i “lupi solitari” come Darren Osborne, Anders Breivik o perfino il nostrano Gianluca Casseri.

Espressioni come “Non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani” sono, a proprio modo, consolanti: ci portano a pensare che esiste una singola ideologia, religione o dottrina (o comune ridotte in numero e chiaramente identificabili) che è all’origine del male e della violenza, e che una volta eliminata questa, si potrà finalmente vivere tranquillamente, in pace, in armonia. L’alternativa sarebbe angosciante: riconoscere che la violenza ha sempre accompagnato la storia umana, e che individui, popoli e gruppi hanno utilizzato ogni tipo di religione o ideologia per darle una giustificazione ed una legittimazione. Certo, questo presupporrebbe anche un impegno personale e quotidiano nell’eradicazione della violenza, a partire dall’ambito individuale e educativo: fortuna che biasimare l’islam e qualunque altro capro espiatorio lo seguirà sollevi tutti da ogni responsabilità personale.

Giacomo Mininni

[Immagine tratta dalla campagna pubblicitaria Anche le parole possono uccidere realizzata da Armando Testa]

 

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Ancorati ai valori

Ci sarebbero state moltissime cose da poter dire all’indomani degli attacchi terroristici che hanno colpito il Regno unito nel giro di pochi giorni; il primo a Manchester, intorno alle 22.30 di lunedì sera, che ha ucciso più di venti persone e ferendone oltre sessanta, tutti giovani e giovanissimi in uscita dal concerto di Ariana Grande al Manchester Arena; il secondo a Londra, quasi alla stessa ora ma di sabato, che ha visto la morte di sette persone ed il ferimento di altre venti.
Molte cose, tante, diverse.

Avremmo potuto dire: «Resteremo ancorati ai nostri valori, non cederemo all’odio, non risponderemo al male col male. Non ci lasceremo andare a ritorsioni inutili, perché sappiamo che le azioni militari in Paesi che non sono di fatto i mandanti dell’attacco non farebbero che sostenere la retorica anti-occidentalista dei terroristi, alimentando un circolo infinito di odio e violenza.»

Avremmo potuto dire: «Resteremo ancorati ai nostri valori: non ci faremo sopraffare dalla paura, crediamo alla ragione ed alla sua capacità di contenere e indirizzare anche le emozioni più distruttive. Non daremo spazio alla paranoia, risponderemo seriamente alle minacce effettive senza alimentare un’atmosfera tesa e velenosa, che porta i nostri cittadini a guardarsi l’un l’altro con sospetto e che distrugge dalle fondamenta il nostro tessuto sociale. Indagheremo con serietà e prenderemo le dovute misure di sicurezza per impedire che mostruosità del genere avvengano ancora, ma ci rifiutiamo di creare uno Stato di polizia che alimenti sfiducia e paura piuttosto che quietarle.»

Avremmo potuto dire: «Resteremo ancorati ai nostri valori, e ci rifiuteremo di seguire chi ci dice che la nostra civiltà passa attraverso l’esclusione, la discriminazione, la ghettizzazione, la marginalizzazione. Non daremo ascolto a politici e capipopolo xenofobi che parlano alla pancia delle persone, che sfruttano il dolore e la paura per aumentare il proprio prestigio e il proprio potere, e che dividono le nostre città tra “ben accetti” e “indesiderati”. Noi crediamo in uno Stato di diritto che riconosce tutti uguali di fronte alla legge, e non ci lasceremo incantare dalle sirene di chi chiede a gran voce uno sguardo pregiudizievole e prevenuto da parte delle forze dell’ordine, che invoca rastrellamenti, che pretende si neghino i più basilari diritti umani, di movimento, di espressione, di culto, a chiunque non rientri nel novero dei cosiddetti “nativi”. Non crederemo alle generalizzazioni di chi vuole dividere il mondo in gruppi e categorie, ma anzi, lavoreremo fianco a fianco con le comunità da cui i terroristi provengono, per far sì assieme a loro che nessun giovane cresciuto sul nostro territorio pensi mai più di rispondere a un disagio sociale endemico abbracciando scelte abominevoli come quelle proposte dai vari gruppi terroristici.»

Avremmo potuto dire: «Resteremo ancorati ai nostri valori, e non sacrificheremo la nostra umanità alla sicurezza, non lasceremo che degli innocenti muoiano per accontentare razzisti e paranoici, non chiuderemo i nostri confini nell’illusione di poter riportare il mondo a un’epoca passata di isolazionismo e protezionismo, convinti di ritrovare così sicurezza e benessere. Continueremo ad accogliere chi fugge dalla fame, dalla guerra, dalla carestia, presentando loro una società aperta, che condivide prima di tutto le proprie conquiste umane e politiche, rompendo così una catena di risentimento che viene alimentata da respingimenti e maltrattamenti.»

Avremmo potuto dire davvero tante cose.

Invece, abbiamo detto: «Resteremo ancorati ai nostri valori, continueremo ad andare ai concerti»1.

Considerate tutte le componenti in gioco nella guerra asimmetrica in corso tra “Occidente” e IS, dal divario socioeconomico ai trascorsi coloniali e neocoloniali, ridurre tutto a uno “scontro di civiltà” appare quantomeno inesatto, se non volutamente strumentale. Adottare questa definizione, però, dovrebbe dar modo al mondo occidentale di riesaminare se stesso, di rafforzare i valori e i principi che ne costruiscono l’identità e che ne hanno plasmato la cultura e la politica. Quello che emerge, però, nella glorificazione pubblica dei “valori occidentali”, è il più delle volte una vuota rivendicazione di uno stile di vita decadente e consumista, la cui unica utilità è fomentare in patria l’individualismo e il disinteresse, e fornire ottimi strumenti alla propaganda ipocrita e moralizzatrice del sedicente Stato Islamico. Considerata la disparità delle forze in gioco, dovremmo ritenerci fortunati: se questa fosse davvero una guerra di civiltà e di culture, non avremmo niente da mettere in campo.

Giacomo Mininni

[Immagine tratta da Google Immagini]

NOTE:

1La frase in questione è stata diffusa ampiamente sui social e sui mezzi d’informazione, anche durante la conferenza stampa del Connestabile Ian Hopkins (qui).

 

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“Non buttiamoci giù”, di Nick Hornby

Se posso spiegare perché volevo buttarmi dal tetto di un palazzo? Certo che posso spiegare perché volevo buttarmi dal tetto di un palazzo. Cavolo, non sono mica deficiente. Posso spiegarlo perché non è un fatto inspiegabile: è stata una scelta logica, la conseguenza di un pensiero fatto e finito. E neanche di un pensiero troppo serio.

Cosa ci fanno quattro persone di età, estrazione sociale, stile di vita completamente differenti, sul tetto di un palazzo di Londra nella notte di Capodanno? Non si conoscono, non sanno niente l’uno dell’altro, eppure sono uniti da un intento comune: buttarsi di sotto. Ma quella notte i loro piani verranno stravolti e, inaspettatamente, proprio a partire da quel momento si cementerà una stramba alleanza.

Partendo da questo incipit originale, Hornby ci conduce alla scoperta delle storie personali dei quattro curiosi personaggi e delle circostanze che li hanno condotti fin lassù.
I nostri protagonisti non potrebbero essere più diversi: Martin, noto conduttore televisivo, ha perso il lavoro e la stima della sua famiglia dopo l’avventura di una sera con una ragazza che credeva maggiorenne; Maureen, timorosa e devota, ha un figlio disabile da mantenere e sostenere; Jesse, trasgressiva figlia di un politico rispettabile, vede nel suicidio un estremo gesto di ribellione; infine JJ, giovane musicista disilluso, che racconta di essere affetto da una grave malattia.

Ti ripetono tutta la vita che dopo la morte andrai in un posto meraviglioso. E l’unico gesto che puoi fare per arrivarci un po’ prima ti impedisce di andarci… Oh, capisco che è un po’ come non voler fare la coda. Ma se qualcuno salta la coda in posta, gli altri, gli altri borbottano. A volte protestano: “Scusi, sa, c’ero prima io!”. Non dicono: “Brucerai tra le fiamme dell’inferno per l’eternità”. Sarebbe un pochino esagerato!

Non buttiamoci giù, libro da quale nel 2014 è stato tratto un adattamento cinematografico, è un romanzo esilarante che tratta tematiche attuali e complesse con un umorismo tagliante che lascia spazio anche ai sentimenti.
La sua forza risiede sicuramente nei personaggi, ben delineati e caratterizzati anche dal modo di esprimersi che l’autore rende servendosi di un linguaggio cucito addosso a ciascuno, colloquiale, in alcuni casi volutamente ‘sgrammaticato’.
Nonostante la tematica centrale rimanga quella del suicidio, Hornby riesce ad evitare i toni cupi e a mantenere la narrazione vivace, servendosi anche di una certa dose di humor inglese.
Ho apprezzato molto il messaggio di fondo del romanzo, l’idea che delle singole, disperate, solitudini possano unirsi dando vita a qualcosa di diverso. Una rete di sostegno improvvisata, raffazzonata, rappezzata, e che pure sembra funzionale allo scopo. Perché a volte nella vita ciò che più conta è riuscire a cambiare punto di vista, ad accorgersi che non si è i soli a soffrire, a prendere coscienza di quante situazioni simili alla nostra ci siano. Ostacoli apparentemente insormontabili che affrontati attraverso la reciprocità, sviscerati, confrontati e perfino derisi, possono improvvisamente ridimensionarsi, guidando il nostro sguardo verso una nuova prospettiva.
Un libro che mi sento assolutamente di consigliare: vitale, divertente, commovente e ricco di spunti di riflessione.
Perché è più facile buttarsi nel vuoto che accettare le conseguenze di quello che hai fatto?

Stefania Mangiardi

[Immagini tratte da Google Immagini]

Febbraio in Filosofia!

Eccoci già arrivati a Febbraio, il mese più breve ma pieno di colore e allegria per il Carnevale ed il predecessore della primavera!

Anche per questo mese vi presentiamo gli eventi da noi selezionati per rimanere sempre aggiornati sulle tematiche filosofiche più importanti.

  • Martedì 2 febbraio 2016 – ore 21.00-23.00

“Un’altra idea di cura della vita: l’analisi biografica a orientamento filosofico”

Presso: Philo – Pratiche filosofiche, via Piranesi 12 – Milano – piano I

Intervengono: Andrea Arrighi, Claudia Baracchi, Romano Màdera, Domitilla Melloni, Moreno Montanari, Lia Sacerdote tra i fondatori dell’analisi biografica a orientamento filosofico, che è una pratica e uno stile di vita, incontrano il pubblico per spiegarne caratteristiche e finalità.

  • Giovedì 04 febbraio 2016 – ore 10.00

“Primo Levi di fronte e di profilo”

Presso: Malcanton Marcorà, 2° piano, sala grande, Venezia

Intervengono: Marco Belpoliti, Alessandro Cinquegrani e Simon Levis Sullam

  • Mercoledì 10 Febbraio 2016 – ore 11.15

“Determinisimo, incompatibilismo e van Inwagen”

Presso: Università degli studi di Genova, Aula 6, Via Balbi 2, Genova

Interviene: Chris Hughes del King’s College, London

  • Lunedì 15 – Martedì 16 – Mercoledì 17 febbraio 2016 – ore 16

“Genesi del testo, genesi della libertà”

Lunedì 15: Filologia e genetica della libertà in Montesquieu

Martedì 16: Dal genre humain di Diderot all’art perfectionné di Rousseau

Mercoledì 17: Libertà e storia nei Quaderni di Gramsci

Presso: Istituto Italiano Studi Filosofici, Via Monte di Dio 14 – Palazzo Serra di Cassano, Napoli

Interviene: Alberto Postigliola dell’Università di Napoli “L’Orientale”

Sperando di avervi dato, anche questo mese, appuntamenti da non perdere, ci auguriamo possiate parteciparvi numerosi!

Valeria Genova

Tell Tale Signs: il cinema italiano riparte da Londra

E’ colpa nostra se il cinema italiano non viene valorizzato a dovere nel nostro Paese, o è merito delle altre nazioni che sanno sfruttare bene tutto quello che abbiamo da offrire? L’annosa questione della cosiddetta “fuga di cervelli” dall’Italia non riguarda solo l’ambito della ricerca universitaria e scientifica, ma finisce per coinvolgere sempre più spesso anche il mondo della cultura. Sono infatti tantissimi i registi e gli autori che in questi ultimi anni hanno lasciato la nostra terra per cercare fortuna altrove, con risultati spesso gratificanti.

Una di loro è Ginevra Gentili, giovane regista di origini toscane, trasferitasi a Londra già da alcuni anni. Negli ultimi mesi l’autrice ha dato vita a un progetto molto interessante, attraverso una campagna di raccolta fondi sul sito newyorkese specializzato in crowdfunding: Kickstarter. Lo scopo è quello di finanziare il suo prossimo cortometraggio ambientato proprio nella capitale inglese. Una produzione britannica che prende vita da una mente italica. “Sono rimasta affascinata dai vari incontri che ho fatto nel corso degli anni qui a Londra, dalle storie che si celano dietro i tatuaggi che marchiano a vita la pelle delle persone. La mia intenzione è quella di raccontare la storia di un personaggio danneggiato nel profondo, attraverso i tatuaggi che si fa imprimere durante la sua esistenza, i suoi segni rivelatori.” Tell tale signs (in inglese “segni rivelatori”, per l’appunto) è un film che già dal soggetto si preannuncia molto interessante per la sua capacità di unire temi molto diversi tra loro come l’amicizia, la realizzazione di sé stessi, l’amore e gli abusi psicologici subiti all’interno di una famiglia. Sentimenti che lasciano un segno prima di tutto al nostro interno ma che possono essere esternati grazie alla realizzazione di un tatuaggio. All’attore inglese Frankie Wilson è stato assegnato il ruolo di protagonista. Conosciuto in patria per le serie tv Cradle to Grave in onda su BBC Two, Still Life e Acceptance il ragazzo sembra destinato ad avere una carriera molto promettente nel corso dei prossimi anni.

Tell tale signs non è solo un film, è un’opportunità da non farsi sfuggire per tutti coloro che credono nel cinema e nella valorizzazione dei nostri talenti all’estero. Per far iniziare le riprese del film, la produzione deve infatti raggiungere la quota di 15 mila sterline attraverso una serie di donazioni online. A 18 giorni dalla scadenza, la produzione ha già raccolto una somma di 6846 sterline. Un ottimo risultato che però non basta per far iniziare le riprese. Chiunque di voi voglia contribuire alla causa può farlo liberamente cliccando su questo link. Per tutte le persone che faranno una donazione sono previsti svariati premi e riconoscimenti che vanno dal dvd ufficiale del film (donando un importo pari a 25 sterline), al titolo di associate producer con la possibilità di vedere il proprio nome all’interno di un progetto che ha l’obiettivo di girare numerosi festival europei, esportando il suo modello di produzione cinematografica in più Paesi possibili. Se non possiamo aiutare il nostro cinema in Italia quindi, possiamo sempre cercare di aiutarlo a farsi conoscere all’estero grazie al nostro sostegno. Sempre più spesso infatti, non sono i film girati grazie ad avventate sovvenzioni statali quelli in grado di farci uscire appagati dai cinema, ma sono l’iniziativa e il coraggio dei giovani talenti italiani le caratteristiche giuste per raccontare storie che siano ancora in grado di farci emozionare. L’importante è accorgersene in tempo, riuscendo a dar loro il valore che meritano.

Alvise Wollner