“Non si è affamati soltanto di pane”: il mondo dei giovani visto da Viktor Frankl

«Non si è affamati soltanto di pane, ma anche di senso. Ci si preoccupa troppo poco di quest’aspetto nello stato sociale odierno» (V. Frankl, Logoterapia. Medicina dell’anima), così si era espresso lo psichiatra e filosofo Viktor Frankl in una conferenza al Politecnico di Vienna nel 1985. Queste parole risuonano con maggior intensità alla luce delle manifestazioni umane, giovanili in particolare, del tempo presente. Le cronache quotidiane riportano eventi che interessano adolescenti e giovani, i cui comportamenti sono espressione di un marcato vuoto interiore. Bullismo, sopraffazione reciproca, violenza reale e virtuale – quest’ultima ancor peggiore per la vastità della propria eco e delle proprie conseguenze psicologiche –, dipendenze tecnologiche, perversioni sessuali, depressione, omicidi e suicidi, sono cifre tragicamente ricorrenti che ritraggono una parte, malauguratamente crescente, della popolazione giovanile.

Nell’attuale mondo occidentale non si può certo affermare che gli stomaci siano vuoti, ma alla luce di questi indicatori certamente lo sono le esistenze, tormentate da un vuoto interiore senza precedenti. È possibile comprendere queste manifestazioni – il che non significa certamente giustificarle – soltanto se analizziamo il fenomeno in profondità, andando alla radice di quei comportamenti e del loro movente. Esse sono espressione della noia, che implica un’assenza di passioni e interessi per il mondo e dell’indifferenza che richiama ad una mancanza di iniziativa costruttiva e proattiva. La noia e l’indifferenza affiorano nel vuoto esistenziale che pervade le giovani generazioni, le quali sembrano aver smarrito compiti e impegni nobili che possono inondare di senso la propria esistenza.

Il senso dell’esistenza non è un concetto astratto, come spesso e banalmente si vuol far credere, ma è estremamente concreto, calato nell’esigenza dell’ora. Il significato riguarda quanto la vita si attende da noi, giorno per giorno, di ora in ora. Esso può essere scoperto soltanto interiormente, contattando l’organo esistenziale per eccellenza: la propria coscienza. Invero, attraverso essa scopriamo i valori che attendono di essere da noi realizzati ed è proprio tale concreta realizzazione che proiettandoci nel futuro, riempie di senso anche il nostro presente. Altresì, è nella coscienza che possiamo percepire e riconoscere la sottile ma fondamentale differenza fra valori, che promuovono la vita e la sua dignità, secondo libertà, responsabilità, solidarietà e dis-valori, tutto ciò che ergendosi sulla distruttività tende a negare il valore della vita, poiché esclude dal proprio agire i fondamenti dell’umanesimo.

L’isolamento, la depressione, la dipendenza e la violenza sono l’espressione di una generazione marcata da un abissale vuoto di senso. Un vuoto che esige, in ogni modo, di essere riempito. Proprio laddove la volontà di significato viene frustrata proliferano comportamenti distruttivi per sé e per gli altri, i quali contrastano la vita nella sua espressione umana più nobile. Per questo è necessario che la comunità educativa degli adulti riconosca anche in un giovane delinquente, in un tossicodipendente, in un depresso o in un dipendente patologico, la volontà di trovare uno scopo e dare un senso alla propria vita. I giovani d’oggi non sono senza valori, hanno bisogno che il mondo adulto ritorni ad adempiere al proprio compito educativo, sfidandoli a realizzare significati nella propria esistenza. Facendo sentire loro la responsabilità per la vita, che si configura come impegno concreto per un’opera da realizzare, per una causa, per un alto ideale civile, politico o religioso, o come amore per un altro essere umano. Solo riscoprendosi responsabile per qualcosa o per qualcuno, l’essere umano può sperimentare che la propria esistenza, unica e irripetibile, ha un significato altrettanto unico e irripetibile. Precisamente, scrive Frankl, «la ricerca di senso ha un orientamento […] è diretta verso quei valori che ogni singolo uomo ha da realizzare nell’unicità della propria esistenza e nella singolarità del proprio spazio vitale» (V. Frankl, Logoterapia. Medicina dell’anima).

Queste no future generation hanno bisogno di riconoscere che la vita si configura come un appello, un compito unico e irripetibile, al quale ciascun essere umano è invitato a rispondere personalmente. Riconoscendosi responsabile dinanzi a tale compito, il singolo individuo profonderà il proprio impegno fisico, psicologico e spirituale, per realizzarlo. Invero, sperimentare che vi è uno scopo nella vita, che vi è un obiettivo da perseguire, una causa da servire o una persona da amare, permette di superare anche le circostanze più arcane, senza precipitare nel nichilismo che induce a fare cose senza senso (dis-valori). Aiutare i giovani in questo difficile cammino di educazione esistenziale, implica invitarli a sentire interiormente il desiderio di significato, quel motore che aiuta a muoversi da obiettivi conseguiti a valori che ancora attendono di essere realizzati nel futuro, in una sana e necessaria tensione verso il significato che anima fattivamente l’esistenza.

 

Alessandro Tonon

 

[Photo credits su unsplash.com]

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Viktor E. Frankl: i pieni granai del passato

<p>UNSPECIFIED - CIRCA 1994:  Portrait of austrian psychologist Viktor Frankl, Photograph, 1994  (Photo by Imagno/Getty Images)  [Portr?t Viktor Frankl, Photographie, 1994]</p>

In alcuni momenti della vita, a molti di noi capita di fermarsi un istante, voltarsi indietro e osservare il film della propria esistenza sin lì vissuta. Una pellicola che scorre a velocità sostenuta davanti ai propri occhi. Ricordi, emozioni, fatiche, sofferenze, gioie e dolori. Le più diverse situazioni ed esperienze, declinate secondo l’unico ed irripetibile cammino di ognuno. D’improvviso però, lo sguardo si fa triste. La malinconia inizia a prendere il sopravvento sulle altre emozioni e ci inonda come un fiume straripante di sconforto. Tale sentimento non è dettato solamente dal sovvenir alla mente di scene e ricordi negativi, sofferenze o dolori. No. Il più delle volte è dovuto alla percezione nostalgica che quanto abbiamo vissuto se ne sia concretamente andato, sia svanito nel nulla, in una dimensione non più raggiungibile se non attraverso qualche sbiadito e non più certo ricordo. Questo vale anche e soprattutto per quanto abbiamo gioito e quanto di positivo abbiamo vissuto.

Lo psichiatra e filosofo viennese Viktor Emil Frankl, fondatore della Logoterapia e Analisi Esistenziale, sopravvissuto a quattro diversi campi di sterminio nazisti, può aiutarci a rovesciare positivamente questa nostra, umana, tendenza al negativo. Differentemente dall’atteggiamento nichilistico, egli sostiene che se il futuro non esiste perché non ancora accaduto, il passato è ciò che davvero esiste, la vera realtà. Pertanto, ciò che è passato rimane fisso e immutabile. Non è possibile trasformarlo o modificarlo. Se, per la logoterapia l’uomo è un essere proiettato verso il futuro, è altrettanto vero che egli non può nulla rispetto al proprio passato. Ciò che è stato è fissato per l’eternità. Quanto è avvenuto non è stato tolto di mezzo, ma si è consolidato nel passato e in esso conservato. Per questo egli afferma che: “esser stati è la ‘più sicura’ forma dell’essere […] ciò che si serba nella transitorietà è quanto è conservato nel passato, la realtà che ha trovato salvezza nel suo essere-passata”[1]. Ecco che, ogni possibilità usufruita, ogni esperienza, ogni valore realizzato nella propria vita, escono dalla cerchia della transitorietà e divengono eternità. Frankl sostiene che ciò che viene serbato nel passato resta tale, indipendentemente dalla memoria dei singoli, perché il passato diviene parte dell’essere. Entra a far parte di una dimensione ontologica.

Nei campi di sterminio, com’è intuibile, la sensazione di essere stati cancellati come persone, di aver perso la propria dignità e il proprio passato erano pensieri quotidiani. A questo si aggiungeva la paura, fonte di angoscia e depressione, di aver vissuto invano la vita precedente all’internamento. Frankl racconta di come ha tentato di rassicurare, in merito, i propri compagni di baracca aiutandoli a capovolgere positivamente la propria prospettiva. Scrive:

parlai anche del passato, di tutte le sue gioie e della luce che esso emanava, pur nell’oscurità dei nostri giorni. Citai di nuovo […] il poeta che dice: ‘Quanto hai vissuto, nessuna potenza al mondo può togliertelo’. Ciò che abbiamo realizzato nella pienezza della nostra vita passata, nella sua ricchezza d’esperienza, questa ricchezza interiore, nessuno può sottrarcela. Ma non solo ciò che abbiamo vissuto, anche ciò che abbiamo fatto, ciò che di grande abbiamo pensato e ciò che abbiamo sofferto… Tutto ciò l’abbiamo salvato rendendolo reale, una volta per sempre. E se pure si tratta di un passato, è assicurato per l’eternità![2]

Quanto abbiamo fatto, pensato, amato e sofferto rimane lì, piantato per l’eternità. L’uomo attraverso il proprio passato si unisce con l’eternità dell’essere, o per meglio dire diviene eterno. A chi vive con questa saggezza e con questa consapevolezza esistenziale, ricca del proprio passato, “si può veramente applicare ciò che è così ben espresso nel libro di Giobbe: ‘Te ne andrai alla tomba in piena maturità, come si ammucchia il grano a suo tempo’”[3].

Il pensiero di Frankl può essere un’intensa luce alternativa alla nostra, spesso tragica, visione della transitorietà dell’esistenza. Perché, come scrive Rilke in un verso della Nona Elegia duinese: “questo essere stati una volta, anche se una volta soltanto: essere stati terreni, sembra non revocabile”[4].

Alessandro Tonon

NOTE

[1] V. E. FRANKL, Logoterapia e analisi esistenziale, tr. it. di E. Fizzotti, Brescia, Morcelliana, 19753, p. 123.
[2] V. E. FRANKL, Uno psicologo nei lager, tr. it di N. Schmitz Sipos, Milano, Edizioni Ares, 200113.
[3] V. E. FRANKL, La sfida del significato, a cura di D. Bruzzone e E. Fizzotti, Trento, Erickson, 20053, p. 184.
[4] R. M. RILKE, Elegie Duinesi, tr. it di R. Caruzzi, Trieste, Beit, 2013, p. 89.