La società Pigmalione: convincersi di una cosa la fa accadere

In psicologia uno dei concetti più interessanti è espresso dal cosiddetto Effetto Pigmalione o Effetto Rosenthal. Trova la sua dimensione e il suo esempio migliore in relazione all’ambiente scolastico e alla valutazione degli studenti nelle varie fasi dello sviluppo. Pensate a quante volte vi siete sentiti sminuiti a scuola, trattati in modo ingiusto da un insegnante che vi tartassava, insomma che “ce l’aveva con voi”. Il conflitto era la naturale conseguenza data da un senso di ingiustizia provato dallo studente e da un atteggiamento prevenuto e quasi inamovibile da parte dell’insegnante. Ebbene è proprio quest’ultimo che dirige i giochi, che ha il coltello dalla parte del manico poiché responsabile della crescita e della valutazione dei suoi allievi. Qui si erge la logica competitiva, e per di più mettendo in scena un conflitto impari in cui uno studente rischia di essere sottovalutato e portato ad essere etichettato come mela marcia o ribelle nel caso cercasse di contraddire il suo maestro. La conseguenza diretta e più dannosa per lo studente sarà un accomodamento, una resa pari alle basse aspettative in lui riposte, interiorizzando il giudizio negativo e concludendo di essere inadeguato e valere ben poco. In tal modo si chiude il ciclo e, nel corso del tempo, la profezia dell’insegnante sulle scarse qualità di un soggetto finirà  per avverarsi, come se fosse scritto nel suo destino.

Dunque è vero che ogni ragazzo è pre-destinato e potrà rendere solo in unica maniera, indipendentemente dal corso degli eventi e della formazione scolastica? L’Effetto Pigmalione ci dice chiaramente di no ed evidenzia il valore di fattori altri dal soggetto che è in fase di apprendimento e sviluppo. Per dirla con le parole di Sàndor Màrai, «Non è vero che il destino si introduce alla cieca nella nostra vita: esso entra dalla porta che noi stessi gli abbiamo spalancato, facendoci da parte per invitarlo ad entrare»1.

Allora di chi è la colpa, se non del destino poiché prodotto e promosso dalle nostre azioni? La colpa è nostra, di noi studenti passivi rispetto al giudizio di quello che si presenta come un nostro superiore. Certo un insegnante prevenuto nei confronti di un’altra persona – come chiunque altro si relazioni all’altro da sé con una buona dose di pregiudizi – gioca un ruolo fondamentale e influente, eppure il controllo e le conseguenze di questo atteggiamento ingiusto non devono assolutamente avere il sopravvento, non devono definirci. Ognuno di noi definisce se stesso, si presenta al mondo per come lo decide in ogni singolo istante della propria vita, sia con le proprie azioni sia con le proprie non-azioni e la passività rispetto agli altri e agli eventi. Siamo noi che apriamo la porta al destino, scrive Màrai, e succede la stessa cosa nel rapporto con un insegnante, quando ci pieghiamo di fronte ad un’altra soggettività che si impone. Il dramma è dato dalla sola inesperienza di un possibile soggetto giovane, ancora fiducioso nei confronti di individui adulti che dovrebbero portare saggezza, buoni consigli ed un valido orientamento dei più giovani.

La verità del mondo, delle nostre scuole purtroppo è un’altra e molti insegnanti non vedono la costruzione di tali dinamiche, non vedono i danni che magari silenziosamente, nel sottosuolo della classe e dell’inconscio di ogni singolo allievo, si stanno verificando e ampliando. È per questo che un insegnante, un adulto – in realtà ognuno di noi – deve ricordarsi sempre quanta influenza può avere sulle altre persone, sulla psicologia e la condizione di una persona che magari pende dalle nostre labbra, riscoprendo quella cosa chiamata responsabilità. Derivando da respondeo, infatti, richiama all’azione di rispondere e una delle sue accezioni è proprio quella di rispondere di qualcun altro, avere la responsabilità di un’altra persona. Secondo questa linea credo sia chiaro quanto siano delicati certi ruoli come quello del professore o del genitore, ricordando inoltre di quanta responsabilità, appunto, ci voglia per entrare nella vita di una persona e influire così tanto, cambiarla per sempre con il nostro passaggio.

Alvise Gasparini

 

NOTE:
1. Sàndor Màrai, Le braci, Adelphi, 1998
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Infinity and beyond: la matematica incontra la filosofia

pensare-linfinito-costantini_la-chiave-di-sophiaPresentazione di Pensare l’Infinito. Filosofia e matematica dell’infinito in Bernard Bolzano e Georg Cantor di Filippo Costantini (Mimesis Edizioni, 2016)

 

Chi non si è mai perso, magari da bambino, a guardare le stelle durante quelle meravigliose sere d’estate, in cui si resta letteralmente ipnotizzati al di sotto di quella miriade sterminata di puntini luminosi? Forse è proprio in quell’occasione che ci siamo misurati per la prima volta con la sensazione dell’immenso, dell’infinito. Abbiamo provato a portarci con la mente verso le più remote lontananze, percependo un giramento di testa una volta giunti troppo in là. Ecco, questo testo prova a darci un antidoto contro quel giramento di testa, contro quelle vertigini spesso interpretate come un’impossibilità dell’uomo di rivolgersi a tale profondità. In effetti, l’uomo può provare a pensare all’infinito! Molti matematici e molti filosofi ci hanno guidato e ancora ci guidano in questo cammino. Certo, un buon antidoto non può essere solo composto da belle parole e frasi accattivanti: ci vuole un buon equilibrio tra questa sfera e quella più tecnica riguardante i meccanismi con cui possiamo interpretare, per esempio, i numeri e gli insiemi; altrimenti sarebbe solo un placebo.

Filippo Costantini si avventura in una parte di questo percorso e, con competenza, ci porta per mano lungo una via che, giunti alla fine, forse non ci toglierà del tutto il senso di spossatezza di fronte alla sterminatezza dell’Universo, ma sicuramente ci farà sentire più liberi di godere, con cognizione, di quella dimensione ampiamente studiata per vie diverse e con diversi risultati. Chi non sia avvezzo alla Matematica e alla Filosofia della Matematica, forse potrà meravigliarsi di quanti spunti possano dare per rispondere alle fatidiche domande che ci siamo tutti posti da bambini cercando di farci descrivere il mondo e le cose. Non stiamo parlando della risposta definitiva, è ovvio. Ma spesso, quando la Matematica e la Filosofia viaggiano a braccetto, si resta sorpresi dalla lucidità con cui queste due cugine riescono a coinvolgerci nel cercare di esaminare e spiegare le parti più profonde del sapere umano. Anche se il percorso avrà dei tratti tecnici, una volta arrivati alla fine ci si sentirà più completi riguardo alla percezione di ciò che possiamo provare a conoscere.

Il testo prende le mosse cercando di farci capire in modo chiaro a cosa ci si può riferire quando si parla di “infinito” e ci guida da subito nel cercare di farci capire quale tipo di infinito anima la sua ricerca. Una possibile mappa tracciata da questo percorso si fermerà su alcune tappe suggestive disegnate a partire dalle riflessioni di Bernard Bolzano e Georg Cantor.  

La prima è rappresentata dalla ricerca di una teoria riguardante i fondamenti della matematica e la definizione di numero infinito che, per essere coerente, deve spingersi oltre la mereologia verso gli albori di quella nozione di insieme che interpreta i numeri infiniti come oggetti composti da infiniti elementi, una molteplicità la cui unità costituisce un nuovo oggetto.

Altra tappa di suggestiva importanza sarà quella che si sviluppa lungo la riflessione bolzaniana a proposito della gerarchia tra moltitudini infinite dotate di diverse estensioni. I risultati della riflessione di Bolzano, danno lo spunto per avvicinarsi alla diversa teoria di Cantor sullo stesso tema. Attraverso una interessante analisi degli studi sulla non numerabilità dei numeri Reali si arriva ad assumere una gerarchia tra infinito numerabile e non numerabile e a porre le basi teoriche per l’individuazione di quel transfinito che rappresenta una delle più importanti eredità del logico russo-tedesco. Questa parte rappresenta sicuramente una tappa di alto valore speculativo e il lettore non esperto e curioso non potrà che rimanere affascinato e interessato nel comprendere in che modo si possa parlare sensatamente di infiniti più grandi di altri. Ciò dà anche lo spunto per capire che l’infinito può essere anche pensato come qualcosa che si annida in maniera sinergica con il finito, come nel caso dei numeri irrazionali e dei numeri transfiniti. Un infinito che è quindi in una certa misura catturabile dalla ragione semplicemente perché ne è una parte costitutiva. Nonostante queste considerazioni, il valore speculativo del testo è ritrovabile sia nella difesa della posizione di Cantor, quando questi riesce a mostrarci delle buone ragioni per pensare ad una sorta di infinito attuale; sia nell’ ammissione della non conclusività della posizione cantoriana, quando si badi al fatto che l’universo dei numeri infiniti, nella sua interezza, non può far altro che rievocare il carattere potenziale dell’infinito.

Sempre a proposito del rapporto vigente tra molteplicità ed unità, ampio spazio del testo sarà dato all’esame di alcuni fondamentali paradossi logici: si evidenzierà la struttura logica che essi hanno in comune sfruttando, per esempio, alcune intuizioni di Bertrand Russell e di Graham Priest. Questa sezione tematica è sapientemente costruita per supportare la tesi dell’esistenza di concetti indefinitamente estensibili e mostra come i paradossi in questione siano generati dal considerare il tutto come un insieme e quindi come un oggetto. Il risultato della riflessione ci porterà a comprendere come l’unità in cui consiste l’intero sia un’unità che contempla anche il lato intensionale oltre a quello estensionale; unità che, per questo, sarà diversa da quella insiemistica. Lasciamo a chi voglia avventurarsi in questa lettura il piacere di scoprire i dettagli delle tematiche accennate suggerendo alla fine che, una volta approfonditi tali dettagli, il guardare verso le stelle sino alle porte dell’infinito dovrebbe farci sentire un po’ a casa.

 

Evan Battistel

Evan Battistel si è laureato in Filosofia presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi sulla concezione dell’esistenza e della contingenza nella Filosofia Analitica. Ha svolto attività di docenza in Filosofia e Storia nelle scuole secondarie di secondo grado e attualmente collabora con un gruppo di ricerca della stessa Università occupandosi di questioni legate alla logica modale.

Filippo Costantini (Dolo (VE), 1989) si è laureato in Filosofia presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi sulla teoria degli insiemi. Presso la medesima Università sta ora conducendo un Dottorato di Ricerca sulla questione dei paradossi logici e della “quantificazione non ristretta”. Ha trascorso periodi di studio presso l’Università di Tubinga (Germania), l’Institute for Logic, Language and Computation (ILLC) dell’Università di Amsterdam, l’Università di Oslo e l’Università di Oxford.

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Tra parole e immagini

Grandi carte da gioco colorate ordinate sul pavimento della palestra e le espressioni concentrate dei bambini, attenti a non scivolare col pennarello mentre scrivono, o forse disegnano, i loro pensieri su fogli trasparenti. È questo uno dei momenti che compongono il percorso didattico Le meraviglie che Alice trovò, pensato per avvicinare i bambini alla lettura dei celebri romanzi carrolliani Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò e per introdurre, giocando, la riflessione su alcuni dei principali temi filosofici e logici in essi contenuti. Le carte da gioco nel Paese delle Meraviglie si muovono e interagiscono con Alice, animando il suo mondo. La Regina di Cuori ha un carattere davvero difficile, è così irascibile! Il Cinque e il Sette, invece, litigano sempre in un modo così buffo!

Le carte che escono dalla nostra valigia, per fortuna, riescono a stare decisamente più ferme. Prendono vita da ciò che dicono i bambini e ci aiutano a ricostruire la storia. Nel nostro mondo non possono essere diverse di carattere, ma hanno differenti funzioni: ci sono carte soltanto da leggere e carte da osservare, con le illustrazioni originali di John Tenniel. Ci sono, poi, carte che contengono il disegno di un oggetto e qualche parola, in alcuni casi una frase: sono le carte di picche, quelle che servono per costruire un ponte tra il nostro mondo e quello di Alice. Gli oggetti disegnati appartengono al vissuto di ciascun bambino. Un orologio, una tazza di tè, una rosa. Il modo in cui sono disegnati permette un confronto con le tavole di Tenniel, volto a mitigare gli aspetti di difficoltà nella lettura di immagini che possono sembrare ormai distanti dalla loro sensibilità.

È il Coniglio Bianco che, estraendo frettolosamente l’orologio dal taschino, dice tra sé «sono in ritardo!»: le parole o le frasi che accompagnano gli oggetti forniscono gli spunti per individuarne il legame rispetto a una situazione o a un personaggio incontrato da Alice. E, nel contempo, introducono un tema filosofico, come quello del tempo, sul quale i bambini sono invitati a sviluppare una riflessione personale, da condividere con gli altri. Cosa vuol dire essere in ritardo? Ci sono cose che per abitudine facciamo in fretta, ma che dovremmo fare con più calma? Di fronte al sei di picche, poi, possiamo chiederci se i discorsi strampalati del Cappellaio Matto, che confondono così tanto le idee ad Alice, siano davvero soltanto parole senza senso. Proviamo a riflettere, per esempio, sul significato di alcune inversioni: siamo proprio sicuri che il significato dell’affermazione «mi piace quello che ho» sia equivalente a quello di «ho quello che mi piace»?

I temi filosofici che emergono seguendo Alice nelle sue avventure sono molti e di varia natura. Alcuni, prettamente logici, introducono giochi linguistici, altri conducono all’approfondimento di questioni che riguardano il vissuto dei bambini, le loro emozioni e le loro esperienze quotidiane. Così, dopo una fase di scambio e di dialogo sui vari temi, ciascun bambino crea un calligramma, a partire dai disegni e dalle parole delle carte di picche. Attraverso il segno grafico viene consolidato il nesso tra oggetti e personaggi che popolano l’universo fantastico di Alice e il mondo reale della vita di ogni giorno, in modo libero e più o meno profondo. Le modalità di creazione di un calligramma sono descritte ai bambini in modo semplice, inizialmente senza riferimenti esterni alla storia di Alice: lo stesso Lewis Carroll dispone le parole che il Topo rivolge ad Alice a formare una coda lunga, tortuosa e via via sempre più sottile. Ed è questo il primo calligramma che presentiamo ai bambini: una poesia le cui parole sono stampate sulla pagina del libro in modo da creare graficamente l’immagine di un oggetto, la coda, che ha a che fare con il contenuto semantico della poesia stessa. Il nesso tra universo fantastico e realtà, ma anche la sensibilità filosofica dei bambini, emergono nei loro calligrammi in modo più o meno evidente e personale, perché viene lasciata loro la possibilità di scegliere tra due diverse modalità di elaborazione. Attraverso la prima, più tradizionale, “è la parola a disegnare se stessa”, denotando l’oggetto cui si riferisce a livello semantico e, nello stesso tempo, connotandolo visivamente1. In questo esercizio, solo apparentemente banale, il bambino potrà usare una quantità più o meno grande di parole: nel caso della rosa, per esempio, le potrà dare forma soltanto con la parola «rosa», o potrà introdurre anche le parole «petalo», «gambo», «spina». Con la seconda modalità, quella che auspichiamo sia scelta, le parole si legano ad esprimere un pensiero filosofico2. Speriamo che l’oggetto cui danno forma, che appartiene sia al mondo di Alice sia al vissuto dei bambini, da ora in poi porti con sé nuovi significati.

La valigia del Filosofo

 

NOTE:
1. L’artista svedese Thomas Broomé usa le parole come texture per disegnare gli oggetti da esse denotati, ottenendo effetti visivi davvero sorprendenti.
2. In questo caso il riferimento è al poeta francese Guillaume Apollinaire, uno dei più conosciuti autori di calligrammi, ma anche a Lewis Carroll e alla sua coda del Topo.

 

 

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Aristotele e l’inconscio

La psicoanalisi ha senso solo considerando l’inconscio strutturato come un linguaggio (Lacan). Con linguaggio, intendiamo: articolazione di elementi discreti, organizzati in un ordine chiuso: una logica. Quali sono, allora, le regole della logica? Risponde Aristotele: quelle grammaticali.

Seconda premessa: la conoscenza deriva dal sillogismo. In esso, due coppie di termini sono unite da un medio comune: se A è in relazione a B, e B è in relazione a C, allora A sarà in relazione a C, in ragione di B.

Immaginiamo di interrogare un bambino a proposito di una sua paura, supposta irragionevole: un mostro. Il bambino ammetterà presto che quel mostro non esiste. Ciononostante, la parola mostro (B) gli serve per indicare qualcosa (A), che non sa definire, e che lo angoscia (C). Mostro, cioè, non va preso nel suo valore semantico, ma in funzione rappresentativa. Questo non vuol dire che sia una parola scelta a caso.

Se la psicoanalisi, a differenza della psicologia, è lo studio di ciò che, innominabile per sé, fa problema a un soggetto dato – o anche, posto un meno davanti alla frase, ma senza mutarne la logica – se la psicoanalisi, a differenza della psicologia, è lo studio di ciò che manca a un soggetto dato e che lo rende, per ciò, desiderante, il sillogismo sarà allora lo strumento per venire a patti con questo oggetto, o con la sua mancanza. In presenza, o in assenza, cioè, esso (A) sarà mediato, al soggetto (C), da alcune rappresentazioni particolari (B). Quali? Quelle che, nella vita quotidiana, non dovrebbero esserci: sogni, lapsus, motti di spirito, atti mancati, sintomi.

Si tratterà di predicati dell’inconscio, e non di errori, nella misura in cui, a differenza di questi, si ripeteranno. Presi come metafore articolate metonimicamente (Lacan), secondo le leggi della condensazione e dello spostamento (Freud), reperibili nei nessi grammaticali (Aristotele), faranno balenare il metodo sotteso a questa follia. È l’ipotesi su cui si regge la pratica psicoanalitica.

Lo psicoanalista è chiamato in causa da un soggetto il cui sillogismo, a un certo punto, gli si è ritorto contro, causandogli una sofferenza insopportabile e inconcepibile. Si tratta di un interrogativo duplice, che non deve per forza partire da entrambi i poli allo stesso momento, ma che articola il versante del senso con quello della sofferenza.

Se l’esercizio del sillogismo prende, con Aristotele, il nome di dialettica, lo psicoanalista dovrà allora essere in grado di sostenere la posizione del dialettico, cioè non aggiungere alcunché alle parole di chi si rivolge a lui, nella convinzione che il risultato sia lo stesso, poiché non lo è.

La dialettica, però, ha un effetto collaterale: causa un’apparenza di sapere. Se è per questo che Socrate interrogava, ma non rispondeva, l’analista, che è tale se è supposto sapere, dal paziente, la causa di ciò che lo tormenta, dovrà attenersi alla medesima regola. Rispondendo, infatti, passerebbe dalla posizione del dialettico a quella del didattico. Medio della psicoanalisi è la dialettica. Didattico, semmai, è l’effetto sul soggetto: un sapere sul proprio desiderio, e un saperci fare.

È in ragione di un puro dialettico, quindi, che il paziente di un’analisi diviene analizzante, cioè passa, dalla condizione di oggetto di una sofferenza, a quella di soggetto al lavoro sul proprio inconscio, diviso com’è fra l’io della volontà cosciente (C) e un desiderio (A) mediato da rappresentazioni (B) che, ricordiamole, esistono per essere equivocate. Quando avviene che una stessa nozione (B) appartenga a due termini (A e C) e che qualcuno ignori uno dei due rapporti di predicazione (A-B o B-C) e sia invece a conoscenza dell’altro (B-C o A-B), infatti, lo stesso rapporto (A-C, tramite B), alla conclusione, sarà conosciuto e ignorato a un tempo. Equivoco, cioè, vorrà dire: non essere convinti di ciò che si conosce (A-C).

In conclusione, perché ci sia psicoanalisi, non basta la regola fondamentale. Dal lato dell’analista, con un agire che sia attivamente passivo, o passivamente attivo, e mai passivamente passivo (che sarebbe inutile, quando non dannoso) o attivamente attivo (che sarebbe didattico, quando non impositivo), bisogna garantire le condizioni affinché la dialettica possa essere esercitata correttamente. Dal lato del soggetto analizzante, perpendicolarmente, si tratta di prendere atto del proprio desiderio e di ciò che lo causa, credere a ciò che si sa, e agire di conseguenza. È il versante etico della psicoanalisi secondo Lacan, quella traduzione del freudiano Wo Es war, soll Ich werden che, senza Aristotele, sarebbe forse esistita, ma non avrebbe potuto essere scritta.

Antonino Zaffiro

Dott. Antonino Zaffiro, Psicologo – Psicoterapeuta a Latina (Albo Prof.le Reg. Lazio, n. 10728), Partecipante alle Attività della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi, Membro della Società Filosofica Feronia.
Contatti: antoninozaffiro1977@gmail.com

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Appunti sul concetto hegeliano di libertà

Kierkegaard detestava Hegel, lo considerava «una parentesi chiusa all’interno di Schelling». Come tutti i nemici, tuttavia, Kierkegaard e Hegel hanno qualche affinità (non si può detestare chi non c’assomiglia almeno un po’). La più evidente, è che i due sembrano concordare sul fatto che la libertà non pertiene alla costituzione terrena dell’uomo, ma all’ambito spirituale della sua essenza. Scrive Hegel:

«L’essenza dello spirito è, quindi, formalmente, la libertà, la negatività assoluta nel concetto come identica con sé»1.

Cerchiamo di ricostruire i passaggi del ragionamento: la libertà è un negativo assoluto, ovvero il nulla. Definiamo tale nulla:

«Il puro essere è la pura astrazione, e, per conseguenza, è l’assolutamente negativo, il quale, preso anche immediatamente, è il niente. […] Reciprocamente, il niente […] è il medesimo che l’essere»2.

Da cui consegue che essere e nulla sono lo stesso, e dire libertà significa dire (il) nulla; naturalmente, la petizione d’identità tra essere e nulla non basta alla riflessione che, per sua natura, si mette alla ricerca di determinazioni precise per cui l’essere e nulla si dinguano. Ma non approfondiremo la questione: torniamo alla problematica della libertà.

Hegel, all’altezza delle Aggiunte al §87 dell’Enciclopedia, ci propone un’interessante annotazione sul sensum libertatis. Leggiamo:

«La più alta forma del niente-per-sé sarebbe la libertà; ma questa è la negatività in quanto si approfondisce in se stessa nella massima intensità ed è insieme essa stessa, anzi, assoluta affermazione»3.

Ora, che significa che il nulla “per-sé” è la libertà? Che vi è un nulla-in-sé e un nulla-in-sé-e-per-sé distinti dalla libertà. Dato che ogni determinazione è dialettica, e si svolge in tre momenti (auto)esplicativi, occorre studiare il concetto di nulla in questo suo movimento.

Partiamo, dall’in-sé del nulla, e torniamo indietro per affermare di nuovo che esso è:

«Puro nulla. È semplice simiglianza con sé, completa vuotezza, assenza di determinazione di contenuto, indistinzione. Esso è l’assenza di determinazione, lo stesso che il puro essere»4.

ovvero lo stesso inconsapevolmente dell’essere, in quanto il nulla non si è ancora rapportato all’altro-da-sé, che a dire il vero è lo stesso di sé, perché non è ancora uscito da sé.

Nel suo per-sé, il nulla si mostra, dunque, nella figura della libertà. Resterebbe da chiedersi di qual forma di libertà parliamo. Analizziamo la questione. In questo momento antitetico, il nulla penetra in sé stesso, reclama la propria “positiva significanza”, proclama la propria autonomia –  un’autonomia che la riflessione (e non la ragione) gl’accorda: esso si crede altro-dall’-essere e in questo senso, dunque, è libertà, nel senso cioè di “volontà di autoaffermazione”.

Nel suo in-sé-e-per-sé, il nulla è:

 «La verità comune tanto dell’essere quanto del niente è l’unità di entrambi, ovvero è il divenire»5.

Il divenire, in altre parole, è (teleo)logicamente unità di necessità e libertà, e lo possiamo chiamare storia e vita-del-mondo; ora, il fatto che la libertà si leghi a mondo e tempo, sarà un dato che ci tornerà utile più tardi.

Sinora ci siamo mossi nel campo della Scienza della Logica e lì, la libertà risiede in quanto astratta: la logica tuttavia, lo sappiamo, si evolve e l’Idea, che inizialmente è addormentata in sé, fuoriesce in Filosofia della natura. Nella natura, la libertà muore del tutto:

«La natura non mostra, nella sua esistenza, libertà alcuna, ma solamente necessità e accidentalità»6.

È interessante notare che, in Hegel, la libertà nasce come negativo, progredisce come negativonegato, e giunge al positivo dialetticamente. Cosa ci sia di particolare è evidente: di solito, la quidditas iniziale d’una dialettica è un positivo, negato, indi riaffermato. Nel caso della libertà questo processo, pur non mutando nelle tappe, assume ben altre forme a causa 1) della negatività di partenza, 2) della negazione particolare antitetica e 3) della sintesi come sussunzione di “negazione della negazione del negativo”: non nuova-negazione, bensì positiva-posizione, libertà-in-quanto-bene-vivente.

S’è visto che Hegel definiva l’essenza dello spirito con il termine libertà: conseguentemente, la branca più adatta allo studio della libertà-in-sé-e-per-sé, è la filosofia dello spirito. Hegel afferma:

«L’elemento spirituale è terreno del diritto, e suo punto di partenza è la volontà libera, così che la libertà costituisce la sua sostanza»7.

La libertà-in-sé-e-per-sé quale oggetto precipuo del diritto è sintesi di libertà-astratta (negativa) e di necessità-naturale: la libertà-in-sé-e-per-sé è bene vivente proprio in quanto «forma infinita, e non solo libertà-in-sé, bensì parimenti libertà per sé – verace idea»8.

A livello di filosofia dello spirito, e precisamente spirito oggettivo, la libertà ha fatto i conti con sé, ha compreso che la necessità non è suo contrario, ma la stessa cosa di sé medesima: è sé allo stesso modo in cui il nulla, nel divenire, comprende di esser lo stesso dell’essere.

La libertà autentica sussume su di sé le negatività della necessità e della libertà astratta, rendendole vive ed effettive e reali. In questo senso, il luogo ove la libertà astratta (individuale) e la necessità (naturale) s’incontrano, inverandosi reciprocamente, è lo Stato, il quale è:

«La realizzazione della libertà, […] secondo la sua divinità»9.

Nello Stato:

«La libertà perviene al suo supremo diritto di fronte agli individui, [comprendendo anche] il supremo dovere di questi di essere membri dello stato»10.

Essere liberi, dunque, significa inserirsi in una comunità plurale, questo almeno secondo il maestro di Stoccarda; questa opinione, tuttavia, trova Kierkegaard (e colui che scrive) in disaccordo. La comunità serve (per) la verace libertà, ma non rende veracemente liberi. Ognuno di noi si veda chiamato a sciogliere questo paradosso come meglio crede (ecco. Questa è libertà).

David Casagrande

NOTE:
1. G. W.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, trad. it. di B. Croce, Milano-Bari, Laterza –  Biblioteca Universale Laterza, p. 374.
2. Ivi, pp. 102 e 104.
3. Ivi, p. 103.
4. G. W. F. Hegel, Scienza della logica, tomo I, traduzione di C. Cesa, Milano-Bari, Laterza –  Biblioteca Universale Laterza, 1974 (201110), p. 70.
5. G. W. F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, ed. cit., p. 104.
6. Ivi, pp. 247 e 248.
7. G. W. F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto. Diritto naturale e scienza dello stato in compendio. Con le aggiunte di Eduard Gans, a cura di G. Marini, Milano-Bari, Laterza – Biblioteca Universale Laterza, 1999 (20106), p. 27.
8. Ivi, p. 38.
9. Ivi, p. 201.
10. Ivi, p. 216.

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Giacomo Rizzolatti: intervista alla mente dei Neuroni Specchio

Quello che distingueva l’essere umano da tutte le altre specie viventi (e soprattutto da quelle animali), era la grande abilità cognitiva. Un cervello più grande degli altri, più sviluppato. Ma non siamo stati neurologi per secoli interi, comunque abbiamo potuto vedere la nostra superiorità da semplici dati di fatto: contare, ragionare, progettare, realizzare, inventare. Tutte azioni precluse al resto dei viventi.

Oggi tutto questo idillio di razza superiore è finito.

Non siamo più primi, forse nemmeno secondi. Siamo guardati dall’alto al basso dalle macchine, dagli algoritmi, dalla tecnologia. Contare, ragionare, progettare, realizzare, inventare. Tutte azioni che una macchina sa fare meglio di noi, molto meglio. E più velocemente.

Eppure siamo ancora aggrappati a un filo, a una caratteristica che ci posiziona (per ora) ancora al di sopra delle macchine e dei robot. I sentimenti. L’empatia. Le emozioni.

Dobbiamo smetterla con questa corsa alla bravura: ci sarà comunque una macchina più brava e veloce di noi. Possiamo però fare la differenza con una relazione nuova, di valore, profonda sentimentalmente.

Allora chiediamolo alla neurologia, alle neuroscienze, cosa dobbiamo fare. Su cosa possiamo fare la differenza.

I neuroni specchio sono una risposta. A tratti sono “La Risposta”. E sono stati scoperti in casa nostra, grazie all’eccellenza italiana, dal professor Giacomo Rizzolatti a cui abbiamo fatto questa intervista.

 

Se dovesse spiegare a un ragazzino cosa siano i neuroni specchio, senza banalizzare questa straordinaria scoperta, ma facendola comprendere ai non addetti ai lavori, come li descriverebbe?

Ci sono dei neuroni, sia nella scimmia che nell’uomo, posti nella corteccia motoria, che rispondono sorprendentemente non solo al movimento, infatti la corteccia motoria è connessa al movimento, ma anche alla visione di azioni fatte da un’altra persona. Una nota importante è che la stessa azione che quel neurone fa fare alla scimmia ad esempio, è quello che eccita il neurone quando la scimmia vede farlo da una persona.

Dato che ha collaborato e discusso anche con filosofi sulle tematiche dei neuroni specchio, in che modo pensa che la filosofia possa aiutare la ricerca e le riflessioni nelle neuroscienze e negli ambiti scientifici?

Il mio team era fatto tutto da medici e un biologo (quello che ha scoperto i neuroni specchio), successivamente i neuroni specchio hanno suscitato molto interesse nell’ambito della filosofia, in particolare di quella fenomenologica. Giordano Giorello un giorno mi ha invitato a tenere un seminario a Milano e lì ho conosciuto Corrado Sinigaglia, il quale ha avuto un training specifico proprio in fenomenologia, in quanto ha fatto un lungo periodo a Lovanio a studiare gli archivi Husserl.
A questo punto abbiamo deciso di scrivere questo libro che ha avuto molto successo. Prima di questo contatto milanese sono stato invitato alla Sorbona per discutere ancora con filosofi fenomenologi, riguardo la nostra scoperta.

La capacità del filosofo è quella di andare a fondo delle definizioni, di trovare delle definizioni anche quelle degli scienziati, che pure sono attenti, per vedere se ci sono degli errori logici, delle contraddizioni con altre cose. Poi, nel caso di Sinigaglia, con cui collaboro già da diversi anni, lui ha imparato molto in neuroscienze, quindi è in grado di discutere con competenza e questo è molto importante perché i filosofi spesso – i grandi filosofi – hanno anche conoscenze in qualcos’altro come fisica, matematica, biologia, per cui quando fanno filosofia hanno anche una parte scientifica.

Con tutto questo interesse per il cervello, è esplosa una “neuromania” che ha coinvolto anche chi – a differenza sua – non dovrebbe essere stato interessato così tanto alla scienza e alle dinamiche del cervello. In che modo le neuroscienze possono dare un valore aggiunto anche alle altre discipline, come ad esempio alla psicologia?

La psicologia in generale descrive i fenomeni, se questi fenomeni poi possono essere descritti in modo più approfondito immettendoci i meccanismi, non toglie niente alla descrizione psicologica. Per esempio sull’attenzione ci sono dei lavori di Michael Posner, che ha inventato un paradigma che dimostra che l’attenzione c’è, è un fatto vero e non è solo una speculazione. Bene, molte cose che abbiamo fatto noi ed altri, mostrano quali sono i meccanismi alla base dell’attenzione. Quindi dirigiamo lo sguardo su cose interessanti o meno. Io direi dunque che c’è un arricchimento. Certo, poi ci sono delle esagerazioni, se uno pensa che può spiegare le religioni guardando il cervello, allora è semplicemente uno stupido.

Se i neuroni specchio sono neuroni sensorimotori che si attivano osservando un’azione senza compierla e senza aver avuto intenzione di farlo, quando vediamo un’azione che rientra nel nostro bagaglio di potenzialità attuabili, significa dunque che il nostro cervello ne sta facendo esperienza? Se vedo un padre che dà uno schiaffo ad un figlio, è come se il mio cervello abbia fatto esperienza dell’azione violenta? O forse del gesto subìto?

Qui è vera l’interpretazione. Nel caso specifico che ha citato c’è anche una componente emozionale, comunque quando io vedo un atto come quello che dice lei, capisco l’azione mediante un certo circuito dei neuroni specchio e capisco anche l’aspetto emozionale che ci sta dietro, cioè la violenza fatta sul bambino e li comprendo entrambi automaticamente. Poi quello che faccio dipende dalla mia cultura, la mia volontà, i miei rapporti con questa coppia, ci sono molti fattori. Se vedo che è un papà buono, che semplicemente dà uno schiaffetto al bambino, non agisco; ma se vedo che è un criminale che dà un schiaffo ad una signora, allora se sono una persona per bene intervengo.

Si sente spesso collegare il concetto di empatia con quello di neuroni specchio: è possibile che la ricerca futura possa direzionarsi verso scoperte utili all’essere all’uomo nel mondo delle relazioni con il prossimo? Si può intervenire o educare il cervello abituandolo con la sola vista e contaminandolo quindi con caratteristiche e situazioni vitali e positive?

Innanzitutto l’empatia, come la usiamo noi scienziati o perlomeno nel mio gruppo, è semplicemente la capacità di capire mediante un meccanismo fenomenologico, quindi automaticamente, senza ragionamenti, l’azione ed emozione altrui. Quindi l’empatia è un meccanismo di comprensione. Poi come si possa gestire, io non l’ho studiato, ma penso che sicuramente ci siano dei meccanismi di controllo. Ad esempio un chirurgo quando opera vede sangue, ma non gli suscita l’emozione che porterebbe ad una persona non abituata. Di conseguenza ci sono certamente dei meccanismi di controllo, ma ancora non è conosciuto come questi meccanismi si possono sviluppare: sentire di meno le emozioni oppure per potenziare la capacità empatica. Alcuni hanno provato dei farmaci come l’ossitocina, che sugli animali effettivamente migliora il rapporto tra esseri. Nonostante ciò, siamo ancora lontani da una soluzione e l’utilizzo di farmaci rimane pericoloso.

In che modo il mondo virtuale può sfruttare il meccanismo dei neuroni specchio e aumentare le potenzialità di un essere umano?

Se per realtà aumentata intende internet, è molto preoccupante. Internet è splendido come fonte di conoscenza: se non ricordo quando è nato il ministro Richelieu in pochi istanti posso sapere tutto su di lui; ma per quanto riguarda i rapporti interpersonali, è un grosso problema. Non c’è più quel rapporto corporeo e immediato che ci dicono le neuroscienze essere fondamentale. Una volta, 30 anni fa, quando si pensava che fossimo semplicemente elaboratori e computer, non c’era un’attenzione a questi dettagli. Invece oggi sappiamo che il rapporto corporeo, umano, tra persone è fondamentale per lo sviluppo della personalità.

Ad esempio, una persona, un genitore, che invece di parlare col bambino parla al telefono, trascura il bambino e anche lei si inaridisce. Quindi c’è un notevole rischio che questa realtà estesa diventi un pericolo per i rapporti sociali, per creare rapporti sani, tra individui o tra genitori e figli.

Giacomo Dall’Ava

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Zuppe larghe un metro

Arrivammo finalmente alla locanda: il gioco1 l’aveva vinto la bambina, seconda la mia amica e io ultima. La locanda aveva un’insegna triangolare e si chiamava “I tre piatti”. Dentro c’erano tre sale, oltre alla cucina, s’intende. Ci accomodammo nella prima, nel tavolo a sinistra, che era di forma triangolare.

Arrivò il cameriere e, senza nemmeno salutare, ci disse che il coperto sarebbe venuto a costare più dei piatti e che questi, come già avevamo intuito, erano tre. La bambina rispose che non c’era problema e anzi, avremmo potuto farne anche a meno, dato che l’avevamo portato con noi, il coperto2. Tirammo fuori la tovaglia da picnic ricamata a mano, tre calici di cristallo, un mucchio di forchette di plastica, qualche piatto e anche la bottiglia di aranciata. Ordinammo una zuppa, una pizza e un piatto del giorno.

Mentre aspettavamo la cena, la mia amica fece un commento sul quadro appeso alla parete. Che bell’anatra, disse.

Io guardai il coniglio nel dipinto e corressi la mia amica: che bel coniglio, volevi forse dire!

Ma scusa, dove lo vedi il coniglio? Rispose lei. Capisco tu abbia fame, ma quello un coniglio proprio non è!

Mi aveva fatto quel commento perché il piatto del giorno, che avevo ordinato io, prevedeva le tagliatelle al ragù di coniglio.

La bambina si mise a ridere e noi la guardammo perplesse.

È una figura ambigua, un’immagine cioè che può essere interpretata in due modi alternativi: come un’anatra, disse rivolgendosi a lei, o come un coniglio, disse guardando me.

Arrivarono finalmente i tre piatti. La bambina, fissando la zuppa della mia amica, tirò fuori la lingua e storse il naso.

Che c’è? Le chiese la mia amica.

Perché prendi la zuppa se non è buona? Chiese la bambina.

Certo che è buona.

Non può esserlo, è una zuppa!

Ma certo che può esserlo: è una di quelle cose che funzionano col metro!

Col metro? Intervenni io.

La mia amica fece cenno di sì con la testa e continuò, sicura di sé: per esprimere un giudizio su certi tipi di situazioni, usiamo il metro.

Continuavo a non capire, dunque la mia amica fu costretta a spiegarsi meglio:

Pensa al metro che srotoli ogni volta che devi aggiustare dei calzini. Devi metterci sopra una toppa e per capire quanto lunga serve prendi le misure col tuo metro, no? Ecco, è come se ogni uomo avesse un metro, per misurare alcune cose, un proprio metro personale che è diverso dai metri degli altri. In questo modo il risultato delle mie misure può essere diverso da quello che ottenete voi con le vostre misure.

Se ci pensi, disse allora rivolgendosi alla bambina, è come se io misurassi la bontà della zuppa con un metro diverso da quello che usi tu. Il mio metro dice che è un piatto che mi piace mangiare, mentre il tuo metro dice il contrario.

Ma ci sono delle situazioni per le quali non usiamo metri? Chiese la bambina.

Beh, se prendessi la frase «I lati di un quadrato sono uguali tra loro», è chiaro che nessuno la metterebbe in dubbio: tutti, ma proprio tutti, penserebbero sia una proposizione incontestabilmente vera.

Ho capito! Esclamò la bambina. Come la pizza, che piace proprio a tutti!

La valigia del filosofo

NOTE:

1 Cfr. Scelte obbligate, strade possibili.

2 Ivi.

Lo spirito del potere

Da diversi mesi, ormai, il mondo osserva con interesse l’instabile situazione politica sudcoreana, in seguito all’impeachment che lo scorso dicembre ha costretto la Presidente eletta Park Geun-hye a lasciare la carica. Lo scandalo che ha portato alla fine il governo di quella che era considerata la donna più potente d’Oriente ha avuto origine nei rapporti poco chiari tra Park e la sua amica e consigliera, Choi Soon-sil, che avrebbe manovrato la Presidente fin dagli inizi della sua carriera politica, nel 2011. Ciò che è interessante nella serie di indagini che hanno coinvolto le due donne è che Choi non è affatto una figura politica, né una personalità economicamente rilevante, quanto piuttosto una guida spirituale. Choi Soon-sil era entrata nel palazzo presidenziale assieme al padre, l’ex monaco buddista Choi Tae-min, nel 1974, portando conforto al presidente-dittatore Park Chung-hee dopo l’omicidio della moglie Yuk Young-soo; Tae-min era il capo e fondatore della Chiesa della Vita Eterna (una setta che sposa elementi del buddismo Seon e del cattolicesimo) e a quanto pare ottenne di diventare il mentore e l’amico personale del Presidente dopo aver rivelato proprio a Geun-hye di aver ricevuto la visita in sogno della madre defunta, che gli aveva chiesto di vegliare su di lei. Da quel momento, i Park entrarono nella Chiesa della Vita Eterna, e i Choi ebbero modo di manipolare prima il padre, poi la figlia, ottenendo favori di varia natura e dirigendo da dietro le quinte la democrazia sudcoreana.

Il rapporto tra Park e Choi non è certo una novità, storicamente parlando: è accaduto spesso che, anche dietro a leader considerati forti e autoritari, si nascondesse più o meno in piena luce un’eminenza grigia che si appellava a un diverso tipo di autorità. Grazie soprattutto alla versione romanzata di Alexandre Dumas, per esempio, la figura del Cardinale Armand-Jean du Plessis de Richelieu è diventata in questo senso esemplare, un capo-ministro in grado di manipolare con estrema facilità la volontà della reggente Maria de’ Medici e perfino di re Luigi XIII. Ugualmente leggendaria è diventata la figura del monaco ortodosso Grigorij Efimovič Rasputin, mistico che pare controllasse le decisioni dello zar Nicola II Romanov. Si potrebbe tornare fino ai tempi della Roma imperiale, e ancora prima fino ai poemi omerici, e sempre si troverebbero sacerdoti, maghi, indovini e profeti a consigliare e dirigere i passi di re e imperatori: quale autorità potrebbe far presa sugli uomini e sulle donne più potenti del mondo, se non una che si proclama radicalmente altra rispetto al mondo stesso? Chi se non i (sedicenti) portavoce di un potere altro, divino, potrebbero ottenere l’obbedienza di chi, in terra, non riconosce poteri a sé pari?

Il rischio che un rapporto di questo tipo comporta è autoevidente, specie nel caso di uno Stato democratico come la Corea del Sud, in cui il capo legittimamente eletto dalla popolazione ha delegato la sovranità affidatale. Non si tratta, qui, di ribadire il principio della laicità dello Stato: il problema risiede nell’intimo della coscienza personale dei governanti, non in una struttura teocratica che non è mai stata riproposta. Nemmeno si tratta, però, di voler scindere in maniera schizofrenica la spiritualità o religiosità di un governante dal suo agire politico, processo peraltro impossibile nella misura in cui un credo interiorizzato è parte imprescindibile della persona. Il punto critico emerge piuttosto quando un potere teoricamente religioso si confonde con uno fin troppo umano, strumentalizzando fede e timore di figure che, carica o non carica, rimangono umane, e che si rivelano più che malleabili facendo pressione sui punti giusti.

Come chiosava Woody Allen, «Non ho niente contro Dio, sono i suoi fanclub che mi preoccupano»: le religioni, per loro stessa natura, hanno l’innata potenzialità di liberare le coscienze attingendo ad una logica altra da quella mondana, ma di contro possiedono un enorme potere di asservimento delle stesse facendo uso della medesima logica, capace di piegare anche la volontà dei cosiddetti signori del mondo. D’altronde, non esiste potere di cui non se ne possa trovare uno superiore, ed è sulla corretta distribuzione e applicazione di questi che è necessario vigilare.

Giacomo Mininni

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A che gioco stiamo giocando?

Leggere attentamente le istruzioni e seguire i seguenti passaggi. I giochi si compongono sempre così? Sorretti da regole, da istruzioni che appositamente leggiamo e cerchiamo di seguire per dar forma ad uno svago, ad un nostro bisogno di estraniarci e non pensare a ciò che sta fuori dal gioco. Entrare in una bolla ludica, ritagliarsi uno spazio, un mondo se vogliamo, per divertirci da soli o in compagnia.
Mi direte che queste sono le caratteristiche di un gioco da tavolo, una semplice descrizione di una pratica che si sta perdendo. Sono sempre di meno le persone che decidono di sedersi, magari proprio attorno ad un tavolo, condividendo questo processo che trova il suo senso nell’esecuzione e nella preparazione più che nelle soluzioni e nei risultati.

Il mio intento, però, è ben altro che la rievocazione nostalgica di questa pratica. Il problema − come ormai mi piace evidenziare riguardo ad ogni argomento − risiede in un luogo più profondo rispetto alla superficie associazionista della regola e del gioco da tavolo. Scomponiamo in fattori, dividiamo il materiale che abbiamo, compiamo proprio quell’operazione che non siamo abituati a compiere. Prendiamo le cose per come sono, le frasi per come sono state scritte e spesso non riusciamo a scoprirne i lati nascosti, le contraddizioni, i segreti di cui sono impregnate. Questo stesso testo ne può contenere, come ne contiene un indovinello che richiede un procedimento logico. Alcuni sono più capaci di risolvere tali quesiti, altri non riescono a modellare l’indovinello, a cambiarne la forma per risolverlo.

Prendiamo, per esempio, l’argomento del falsificazionismo di Popper, il quale afferma che «una teoria per essere scientifica deve correre il rischio di essere confutata». Avete compreso? La maggior parte di voi probabilmente no, io invece che studio filosofia so benissimo che cosa intende significare. Falso. Continuo a non cogliere in modo semplice ed immediato l’affermazione di Popper e non me ne vergogno, l’ho dovuta studiare ed approfondire ma non riesco ancora a coglierne quel lato segreto, celato di cui vi parlavo, come se fosse una logica non in linea con quelle che sono le mie procedure di ragionamento.

Vediamo le cose in un modo, il nostro modo, una nostra personale visione del mondo e ci riesce difficile l’esercizio di cogliere altri aspetti, le sfumature che non stanno nel nostro campo visivo. Il gioco di cui vi parlavo prima non si ferma a ciò che avete inteso precedentemente, chi in modo più ragionato e chi più superficialmente, non è una domanda sui giochi da tavolo o sul giocare, bensì riguarda IL gioco.
Ditemi, cari lettori, secondo voi a che gioco stiamo giocando? Cosa vediamo veramente di tutto quello che ci è offerto e non? Quando ci rechiamo in un ufficio per un colloquio di lavoro facciamo il gioco del dirigente e dell’azienda, quando andiamo a sostenere un esame all’università facciamo il gioco dell’università stessa e del professore che ci troviamo davanti, il tutto al fine di ottenere il risultato che vogliamo. Niente complottismo, nessuno potere forte da condannare, qui si chiamano in causa tutti i giocatori, tutte quelle persone che fanno parte di questi accordi segreti, quelle regole lette una volta nel foglietto illustrativo e poi acquisite e replicate attraverso la solita risposta sempre corretta. In questo modo va tutto bene, siamo tutti d’accordo e ogni accordo mira all’equilibrio, e tutto viene cullato da quest’armonia eletta da tutti. Questa è la pace, questo è il mondo che va bene e che vogliamo, che abbiamo costruito, quel sistema così perfetto da non volere falle, tanto che nessuno intende più vederle. A chi conviene veramente disfare questa struttura, questa rete di accordi subliminali? È conveniente abolire ciò che ci fa alzare la mattina, andare al lavoro o a scuola, arredare la casa con più ornamenti possibili, vestirsi come si vestono tutti quelli che condividono il tuo status, dire quelle cose ci gli altri si aspettano che tu dica? Perché uscire da tutto ciò? Per arrivare in cima bisogna prendere questa strada, non vorrete mica prendere il sentiero che non viene segnato sulla mappa?

Affidiamoci alla nostra mappa che non può mentirci, chi l’ha disegnata ha a cuore la nostra situazione e vuol farci arrivare in cima senza alcuna ripercussione. È il percorso che hanno preso tutti, che ci promette tanto spettacolo, e sono davvero tante le cose da vedere, così da dimenticarci della malsana idea di prendere il percorso alternativo; d’altronde che cosa poteva serbarci se non insicurezza e pericoli? Quindi non ha senso preoccuparsi, guardare soluzioni alternative, andare al di là di una semplice frase per com’è posta, non farebbe altro che sconvolgere gli equilibri che amiamo, ai quali siamo tanto attaccati. Non è nell’interesse di nessuno, è un compito troppo difficile, un bagaglio troppo pesante, un mondo troppo libero. Rintanati in questo pensiero, in queste righe così calde ed accoglienti per noi, quasi non dobbiamo aggiungere altro. Quasi. Questo dipende da noi. Questo dipende dal voler o meno una risposta la prossima volta che ci domanderemo: a che gioco stiamo giocando?

Alvise Gasparini

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