Fenomenologia dei no vax

Suscita oggi molta preoccupazione il fenomeno dei no vax, ovvero coloro che per principio, per ideologia o per semplice timore rifiutano di vaccinarsi. In realtà sono sempre esistiti, ad esempio nella forma di decidere di non vaccinare i figli contro le malattie infantili. Se già questo in passato ha suscitato più di qualche preoccupazione, nel periodo storico che stiamo vivendo, caratterizzato in maniera così pesante dal Covid, il fenomeno è esploso in tutta la sua gravità, per cui può essere utile formulare un’ulteriore riflessione.

Innanzitutto, bisogna dire che i no vax sono una minoranza e una minoranza di loro potrebbe addirittura essere fatta rientrare nella categoria dei cosiddetti “analfabeti funzionali”, ovvero coloro che sanno leggere e scrivere ma non sono in grado di comprendere il senso generale e profondo di un testo di qualsivoglia natura (come un articolo di giornale) e di produrre analisi coerenti e articolate. Non è detto che sia necessariamente così, ma forse ciò può essere applicato al caso particolare del portuale di Trieste, che, dopo essere andato a manifestare, ha dichiarato di avere contratto il Covid poiché colpito dagli idranti.

In aggiunta a questo, è possibile individuare un tipo di no vax che non è affatto analfabeta funzionale, in quanto può avere una o più lauree e magari insegnare anche all’Università. Costoro in genere non sono contrari ai vaccini in senso stretto quanto piuttosto al Green Pass. Ebbene, tali soggetti difendono la loro posizione appellandosi al cosiddetto “pensiero critico”, ovvero l’atteggiamento esattamente opposto a quello dell’analfabeta funzionale, in quanto abilissimo nel produrre risultati analitici, sintetici e razionali in maniera assolutamente coerente. Forse però costoro dimenticano la prerogativa fondamentale del pensiero critico, cioè il principio di economia del rasoio di Occam, secondo il quale a parità di fattori occorre scegliere la spiegazione più semplice senza moltiplicare inutilmente il numero delle ipotesi. Mi pare dunque che la spiegazione scientifica e ufficiale del Covid, della sua prevenzione e della sua cura sia del tutto adeguata al principio del rasoio, in quanto fornisce una spiegazione articolata ma credibile del fenomeno e inoltre è supportata da dati e statistiche. Di fatto si violerebbe il principio di economia nell’andare in cerca di spiegazioni alternative, magari anche scientificamente dimostrate o dimostrabili, che però sono supportate solo da una stretta minoranza. In questo modo si moltiplica indebitamente il numero delle ipotesi e si crea soltanto confusione. Per usare un’analogia con l’astrofisica: è vero, esistono anche modelli cosmologici che escludono il Big Bang e sono matematicamente dimostrabili, ma tutte le evidenze disponibili suggeriscono che quella del Big Bang è la spiegazione più semplice, plausibile e probabile, quindi credibile.

Se le riflessioni sull’universo possono apparire astratte e oziose, di fatto quelle relative al Covid impattano profondamente sulla vita di tutti. Perciò nel momento in cui il diritto alla scelta individuale diventa limitante per la libertà collettiva e pericoloso per la salute di tutti il problema esplode in tutta la sua gravità. Si dice spesso che la ricerca del bene comune può annullare o limitare gli egoistici motivi individuali. Durante il lockdown, infatti, in nome della salute pubblica il singolo non poteva nemmeno uscire di casa per una passeggiata. Di conseguenza non si capisce perché oggi le scelte individuali dei no vax dovrebbero essere messe nella condizione di nuocere alle libertà della maggioranza, così faticosamente conquistate grazie alla campagna vaccinale.

 

Francesco Breda

 

[Photo credit Towfiqu barbhuiya via Unsplash]

banner-riviste-2022-feb

Il bisogno di contatto: scuola e pandemia

È passato poco più di un anno dall’inizio della pandemia e dal primo lockdown nazionale, nonché dalla chiusura delle scuole – un anno da quando tutto ci sembrava irreale e assurdo ma, così speravamo, probabilmente temporaneo.

All’inizio si guardava alla scuola via Meet o agli aperitivi tra amici via Zoom con curiosità ed entusiasmo, ma ora queste modalità di contatto fanno parte delle nostre vite quotidiane.
Ma si tratta davvero di “contatto”?
Prendiamo ad esempio l’ambiente scolastico.
C’è una certa intimità insita nell’aula: la porta si chiude e il docente sta con gli studenti, in uno spazio identificabile e delimitato. Si fa lezione ma si crea anche un legame, fatto di sguardi, di richiami all’attenzione, di domande e di risposte, ma anche di battute scherzose e di rimproveri che sanno di normalità – quando gli studenti mangiano in classe cercando di non farsi scoprire, quando ridono con i compagni.
Tutto questo nella didattica a distanza non c’è.
In classe l’insegnante sale in cattedra, che è come un palco (i teatri: un’altra cosa che ora non possiamo esperire), e da lì inizia il suo spettacolo quotidiano.
Parlare ad una classe reale è tutt’altra esperienza rispetto a quella di rivolgersi ad uno schermo. Dà un senso di realtà, tangibilità. Si possono osservare le reazioni dei ragazzi e delle ragazze, l’impatto immediato che le nostre parole hanno su di loro. Si comprende dal loro sguardo se stanno recependo, se stanno davvero comprendendo ed entrando in gioco con noi o se, al contrario, sono annoiati o persi nei loro pensieri.

Sia chiaro che, con il presente articolo, non si intende affatto screditare la didattica a distanza, che è anzi uno strumento utile ed imprescindibile al quale è necessario ricorrere in caso di emergenza.
Ma è indubbio che essa, sebbene abbia il merito di tenerci vicini anche quando non lo siamo fisicamente, abbia svariate conseguenze negative, che si stanno facendo sentire su studenti e insegnanti.
Ne risente la relazione, ne risente la didattica e i rapporti interpersonali, sociali. Manca soprattutto la sacrosanta divisione tra spazio familiare e scolastico, tra casa e scuola. Cattedra, banco e sedia, le finestre dell’aula, la lavagna (che sia una Lim o quella classica): tutti elementi fisici, tangibili, che non ci sono più. Elementi che richiedono una certa cura e che al contempo danno vita a processi che rientrano nell’automatismo – apro la finestra e la chiudo, sposto il banco o ci appoggio gomiti, mani, testa, sposto la sedia e mi alzo, mi ci siedo, scrivo alla lavagna o cancello quello che c’è già scritto.
Ma questo automatismo è diventato anch’esso qualcosa di perduto, dimenticato, vagheggiato. Lo si ritrova a pezzi, in questa terra di mezzo chiamata didattica mista, in cui la presenza è al 50%. Oggi ci siamo, ci guardiamo negli occhi, siamo insieme per davvero e quasi non ci sembra reale. Domani, invece, Ci vediamo online, collegatevi alle 9″.
Domani i confini saranno di nuovo labili e incerti: qua c’è il mio letto, il mio divano, il mio gatto e la mia scrivania, accendo il computer e di colpo c’è la scuola, ci sono gli insegnanti, i compagni, una lezione intangibile, impalpabile.

È una scuola che non si riesce a toccare, anche se paradossalmente ne resta traccia, ma è una scia virtuale.
Tutto questo ci confonde, ci stordisce. E un ulteriore elemento complica le cose: in presenza i nostri volti sono parzialmente coperti dalla mascherina, ci sorridiamo solo con gli occhi, i docenti sentono i loro studenti prendere la parola ma a volte, nel normale caos di una classe, non si comprende chi sia stato a parlare, perché le labbra sono celate. Da casa, durante le videolezioni, rivediamo i nostri visi interamente: ci scopriamo, al sicuro dietro uno schermo. Per vederci in faccia dobbiamo allontanarci, e questo disorienta.
Il tocco resta precluso in entrambi i casi. Niente pacche sulle spalle se uno studente appare sconfortato o in ansia per una interrogazione. Niente scambi di fogli (se non necessario) o di libri. In teoria, nemmeno gli studenti possono scambiarsi nulla – oggetti, penne, astucci, quaderni, tanto meno cibarie o bevande.

È tutto un esserci, senza esserci per davvero, in toto. Un esserci a metà, una presenza sospesa tra preoccupazioni e virtualità, tra gel disinfettante e mascherina da sistemare bene sul volto, tra mouse, tastiera, microfono e webcam.
Si possono toccare solo le cose di nostra proprietà: non si toccano quelle degli altri, si deve coesistere solipsisticamente, come tante monadi leibniziane che non comunicano autenticamente tra loro.
È una scuola asettica, che ci rende asettici.
Ma possiamo esserlo per davvero?
No, mi sento di rispondere di no. Aneliamo, al contrario, un ritorno: il ritorno alla concretezza, alla spensieratezza, a un tocco che sia con-tatto e scambio concreto.

 

Francesca Plesnizer

 

[Photo credit unsplash.com]

abbonamento2021