Jannis Kounellis e il gusto classico dell’avanguardia

Lo scorso 16 febbraio è scomparso Jannis Kounellis, uno dei padri dell’arte povera e concettuale. Un artista che era entrato nella contemporaneità con grande spirito rivoluzionario, senza abbandonare però la necessità di una sostanza critica che desse sostegno all’azione artistica.
Kounellis lasciò ben presto il Pireo per arrivare a Roma nel 1956, a soli vent’anni, iniziando il suo percorso all’accademia di Belle Arti sotto l’influenza dell’informale Toti Scialoja, allora docente. Nel 1960 inaugura la sua prima mostra nella storica galleria La Tartaruga, cuore pulsante della vita artistica e intellettuale romana di quell’epoca.
Forse proprio per le sue radici greche era così profondamente legato alla storia della cultura occidentale. Si definiva un pittore della tradizione, nonostante fosse un fiero promotore della libertà comunicativa, che esprimeva attraverso un assemblaggio materico multisensoriale – libero ma mai casuale. E un attento conservatore delle tracce di una civiltà in declino, la nostra, nonostante fosse un rivoluzionario dell’arte.
Aderì da subito al gruppo dell’Arte Povera, sotto la guida di Germano Celant, ma fu sempre difficilmente inquadrabile dal punto di vista artistico: non era di certo partitario di una pittura figurativa, ma in fondo neanche di quella astratta, sebbene amasse molto Pollock. Del pittore americano ammirava l’espressività libera, che trascendeva dal soggettivismo per farsi carico di un’energia quasi ancestrale e profondamente umana nell’essenza. Non apprezzava invece Warhol, per la sua prospettiva cinica e negativa, che offriva una visione passiva e seriale di una realtà prettamente americana e non esportabile.

La sua ricerca artistica era indirizzata verso la sperimentazione, nel definire nuovi linguaggi poetici, sempre espressione di una tensione verso la modernità e rivelatrice del potere alchemico dei materiali.
Travi di ferro e sacchi di carbone, pappagalli, cavalli, caffè, grappa, olio (i prodotti della terra e del lavoro dell’uomo), quarti di bue sanguinanti, ma anche oggetti del quotidiano ed elementi del naturale, con Kounellis entrano nei musei e nelle gallerie. Tutti oggetti che appartengono alla Storia e alla realtà e che, così decontestualizzati, acquisiscono una loro drammaticità, diventando narratori della Storia stessa.

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Kounellis continua un’azione di rottura rispetto alla tela, indagando i mezzi per uscire dal quadro e ponendosi, da questo punto di vista, in continuità con una ricerca artistica già avviata dalle Demoiselles d’Avignon di Picasso (1907), attraverso la frammentazione del soggetto e dello spazio rappresentato. Si inserisce così all’interno di tutta una generazione di artisti che negli anni Cinquanta-Sessanta scoprono i limiti dei confini e dell’ordine, per cercare di superarli, naturalmente attratti dall’altro.
Nella sua opera più famosa, con la quale nel 1969 inaugurò la galleria di Fabio Sargentini, 12 cavalli vennero legati all’interno degli spazi espositivi, come se si trattasse di stalle. Un’estremizzazione del collage in cui pezzi di realtà si inseriscono nello spazio di rappresentazione. Ma non era la provocazione quello a cui mirava l’artista – tralasciando i possibili dubbi sul valore etico di tale azione – al contrario, era un omaggio alla storia dell’arte. Il cavallo, epurato da possibili rielaborazioni stilistiche, viene presentato come archetipo puro. Un’opera che tra l’altro è stata riproposta nel 2015 all’interno della galleria di Gavin Brown a New York, e questo ci fa comprendere il valore ancora fortemente attuale della sua ricerca artistica.

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Kounellis si è sempre considerato un pittore e, d’altronde, usava i materiali come colori: il nero del carbone e della fuliggine, il grigio dell’acciaio, il blu delle fiamme… Si definiva un artista sulla scia della tradizione, nel suo privilegiare uno stile ombroso, che considerava un segno espressivo tipico dei pittori italiani, e nel suo voler rappresentare la tragedia – canone classico per eccellenza – scolpendo con i neri e le ombre lo spazio.

«Io sono un pittore della tradizione. La mia logica è una logica da pittore. Il resto è difficile da definire. Un tempo esisteva un’arte tonale… il pittore era davanti al cavalletto e controllava le tonalità dei colori. Intendo Morandi e gli altri. Era, da un punto di vista poetico, crepuscolare. Era la borghesia che permetteva di vivere queste distanze. Ma il dopoguerra non è più crepuscolare, è molto più drammatico […]».

Ma questo non deve trarre in inganno, perché la sua visione era fondamentalmente ottimista: nella resa estetica del dramma vedeva la bellezza, ma era nell’idea progettuale che cercava la poesia. Proprio nella poesia Kounellis trova il senso dell’arte, o meglio del fare arte, d’altronde il termine greco poiesis significa inventare, creare.
La sua rappresentazione diventa un’esperienza sensoriale che mette l’uomo come fine ultimo dell’azione artistica. Qui sta il suo ottimismo di stampo umanista: l’uomo non può essere abbandonato a se stesso, ma va guidato per ricostruire un rapporto spontaneo con la natura e di consapevolezza con la realtà.
La continua connessione con la Storia, che Kounellis fa emergere nelle sue opere, ci fa riflettere sul valore della cultura e dell’essere umano in relazione al progresso. Il suo pensiero è sempre attuale: indagando la possibilità di ricongiungere natura e civiltà nella coscienza dell’uomo, Jannis Kounellis abbozza l’immagine di un nuovo umanesimo, in cui il valore del fare superi quello dell’apparenza.

Claudia Carbonari

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Il corpo parlante: elementi di un linguaggio di cura

Che valore acquista oggi la celebre espressione di Giovenale mens sansa in corpore sano, divenuta oramai motto della nostra contemporaneità?

Ci insegnano, fin da piccoli, a essere e a diventare ciò che mangiamo. Diamo al cibo lo spazio fisico dentro di noi in cui abitare e nel quale abitarci. Senza renderci davvero conto, tuttavia, di quanto il cibo faccia parte di quella grammatica invisibile del nostro quotidiano essere al mondo.

Certo, riuscire a capire il significato e l’essenzialità di vivere un’armonia tra mente e corpo non è semplice. Lo è oltretutto molto meno in un’epoca quale la nostra, in cui siamo diventati soggetti di una servitù volontaria, come la definirebbe Etienne de la Boétie. Bulloni di un ingranaggio complesso che, in modo invisibile, ci priva della capacità di avere piena consapevolezza rispetto a ciò che compiamo.

Mangiare è diventata un’azione come un’altra. Esattamente come lo è bere, respirare e camminare. Semplicemente parte della nostra routine. Una componente di quel registro di attività che svolgiamo meccanicamente.

Eppure il cibo, così come l’acqua, rappresentano ciò in ragione di cui tutto il resto diventa possibile. Senza cibo, non riusciremmo più a camminare. Il nostro corpo inizierebbe a deperire. Il nostro battito cardiaco a rallentare, sino al suo arresto.

Il nutrimento è ciò che ci permette di sopravvivere, di respirare, lavorare e amare. Nutrirsi correttamente, perciò, equivarrebbe alla capacità personale di costituire un’armonia dialettica tra quei bisogni fisici che ci costituiscono e il cui soddisfacimento è essenziale per mantenere un buon ed efficiente stato di salute, e quelle spinte emotive che esprimono la dinamicità del nostro essere-al-mondo. Quel disagio che talvolta proviamo quando ci sentiamo gettati in un mondo estraneo. Quell’amore che, invece, in un modo o nell’altro ci anima sempre, facendoci provare il sapore frizzante dell’esistenza.

Già Platone, nel Timeo, analizzando le caratteristiche fisiche dell’essere umano, aveva sostenuto il bisogno di realizzare un’armonia tra la conoscenza del corpo e quella dell’anima. Pertanto, la medicina aveva lo scopo di rendere manifesta la congiunzione dei due mondi: quello psichico e quello corporeo.

Certo, un’alimentazione equilibrata risulterebbe necessaria al fine di poter crescere e sopravvivere sul piano fisico e biologico. Può tuttavia questa sola prospettiva essere sufficiente?

La riduzione del cibo a oggetto da integrare e assimilare nel nostro corpo al fine di poterne garantire il mantenimento sembra non bastare. A maggior ragione nell’epoca dell’individualismo, in cui il mero sopravvivere richiede di essere accompagnato da un’etica del vivere.

Gli automatismi che impastano il nostro vivere quotidiano hanno così implicato lo svuotamento di senso di quello che dovrebbe essere il significato simbolico originario del cibo.

Necessariamente dipendenti, prima da quel ventre materno che ci culla e poi da quel seno che ci allatta, abbiamo appreso a nutrirci attraverso la presenza dell’Altro. Un Altro che ci da la vita e che ci alimenta attraverso il suo essere lì. Semplicemente presente. Unicamente per Noi. Par amarci e accarezzarci.

Che cosa potrebbe accadere di fronte all’assenza di quell’oggetto d’amore?

Una fuga. Un abbandono. Un’attesa troppo lunga. Uno sguardo non rivolto.

E l’improvviso sentirsi scivolare nel desiderio-di-niente. Nell’assenza-di-bisogni. Soprattutto di quelli primari. Del cibo, con i suoi sapori e i suoi colori, i suoi odori e profumi. L’anestesia dei sensi. E con essa, un’anestesia nei confronti della vita.

Quando ci si sente sprofondare in quel vuoto che ci portiamo dentro, il cibo diventa spesso il protagonista delle nostre vite. Un digiuno costante per non sentire più il dolore. Una ricerca ossessiva di tutto, per riempirci di tutto ciò che ci manca.

Capire il legame esistente tra cibo ed emozioni non è facile. Come non è facile talvolta ascoltarci per capire se abbiamo voglia di dolce piuttosto che di salato.

Prendersi cura del proprio corpo, di quel corpo che abbiamo, certo, ma soprattutto di quel corpo che siamo, significa anche soffermarsi a riflettere sul significato che attribuiamo al cibo che assumiamo. A quello che proviamo quando ne assaporiamo il gusto. Alla sensazione avuta quando soddisfiamo la voglia di questo piuttosto che di quest’altro alimento. A ciò che sta dietro i nostri bisogni e i nostri desideri.

Parlare di cibo significa essere capaci di investire il cibo-oggetto, mercificato e consumato in modo automatico e consapevole, con il suo valore esistenziale. L’alimentazione meccanica lascia così spazio ad un’alimentazione consapevole e vissuta nella misura in cui il corpo abbandona la sua funzione di contenitore-svuota-emozioni.

Non si tratta pertanto unicamente di sapere che cosa mangiamo, quanto più perché lo assumiamo. Ascoltandoci, e attraversando quel vuoto attraverso una nuova cultura ed etica della cura che, inevitabilmente, si intreccia con il valore simbolico che ciascuno di noi attribuisce al cibo.

 

Sara Roggi

 

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Dentro il paradosso: quando il barbiere si rade da sé

Se è vero che per natura – come ci dice Aristotele – l’ uomo ama conoscere, ama anche – e ciò è confermato dai quiz televisivi come dalle riviste di enigmistica – che lo si provochi nella conoscenza. Questo fanno enigmi e paradossi che l’uomo per secoli si è divertito a costruire e a cercare di risolvere. Ma, al di là della nostra contingente soddisfazione nel risolverlo o della frustrazione nel non riuscirci, qual è il valore conoscitivo del paradosso, cosa ci dice cioè sul modo di pensare dell’uomo e sulla scienza che egli elabora?

La storia dei paradossi corre parallela alla storia dell’uomo che si ingegna nel superarli: la sfida che essi gettano all’uomo costituisce l’altra faccia della loro debolezza. Per essere più espliciti: una contraddizione indica di cambiare strada – di lì proprio non si passa –, il paradosso invece invita a cambiare modo di percorrere la stessa per evitare un ostacolo imprevisto, magari essendo più consapevoli dei propri mezzi e di certi limiti. Così ad esempio il paradosso del barbiere, che ci chiede: chi rade il barbiere, posto che il barbiere rade solo chi non si rade da sé? Esso ha portato a riflettere sui limiti dell’autoriferimento in logica e in matematica spingendoci ad elaborare soluzioni che evitino questo tipo di difficoltà.

In generale il paradosso così inteso è il sintomo che dobbiamo fare un check-up tecnico, cioè tornare ad analizzare gli strumenti base che utilizziamo nel pensiero, per assicurarci che non li stiamo usando in modo scorretto. Se il paradosso, fatte queste verifiche, regge, allora ciò è indice che stiamo sfiorando il limite del pensiero o del linguaggio.

Quanto detto vale per i cosiddetti paradossi logici o sintattici, esistono però anche i paradossi semantici o pragmatici, come quello celebre e antichissimo del mentitore, che nella formulazione più breve recita: «Questa proposizione è falsa», oppure la battuta di Georg Carlin che si chiede: «Se uno cerca di fallire e ci riesce, cosa ha fatto?». Questo tipo di paradossalità è legata al rapporto parola-mondo e richiede per funzionare di essere inserita almeno con la fantasia in un contesto concreto. Sicché i paradossi del primo caso nascono in forma logico-matematica e vengono poi tradotti, quando è possibile, in forma narrativa, questi secondi invece nascono dal concreto e non è possibile, salvo forzature, trasporli in un contesto logico.

Con il paradosso pragmatico si fa evidente un altro lato di quella fascinazione umana verso il paradosso che cercavamo di indicare all’inizio dell’articolo, e non per nulla esso è usato da maestri della comunicazione, comici e letterati: Wilde, Nietzsche, Chesterton – e la lista potrebbe indefinitamente estendersi –p furono tutti amanti e grandi frequentatori dell’uso retorico del paradosso.

Elegante e spiritoso, problematico e sfuggente il paradosso ha conquistato tanto i letterati quanto i matematici. Alcuni ne spiegano il successo sostenendo che è la struttura stessa della realtà ad essere paradossale, secondo altri invece esso si riduce a nulla più che ad un uso errato del linguaggio, un gioco di parole. Rimane nondimeno del tutto intatto il mistero del suo fascino sull’animale razionale che è l’uomo.

Francesco Fanti Rovetta

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Il valzer esistenzialista del tempo

«Che cos’è il tempo? Se non me lo chiedi lo so; ma se invece mi chiedi che cosa sia […], non so rispondere»1.

Molti conoscono il dilemma di S. Agostino sulla natura del tempo, ma qual è il tentativo di risposta fornitoci dalla musica? Per scoprirlo ci addentreremo in quella branca della filosofia chiamata estetica, nella quale l’uomo, con un misto di stupore e autocompiacimento, si pone domande sul prodotto della sua stessa arte.

Ora, se crediamo che il pensiero filosofico si sia limitato a riflettere su forme artistiche composte di parole e linguaggio, come la poesia e il teatro, ci sbagliamo di grosso. La velleità intellettuale dei filosofi si è spinta ben oltre, sino al tentativo di descrivere la musica, forse la più evanescente tra le forme artistiche.

Priva di una parvenza visibile o tangibile e priva di un testo, la musica pura, quella strumentale, si presenta a noi come un flusso di stimoli sonori difficilmente descrivibili dalle parole e dai concetti del linguaggio. Essa ci scorre addosso e rimane in un certo senso impalpabile e indescrivibile, come la natura stessa del tempo. Ed è proprio il tempo quell’elemento che sta alla base di ogni composizione musicale. Non c’è infatti musica priva di ritmo. È questo che rende possibile l’esistenza di una melodia, ovvero di una successione di suoni scanditi, per l’appunto, dallo scorrere degli istanti. Se infatti il ritmo di tamburo potrà sussistere senza melodia, non è data la possibilità a nessuna melodia di prescindere dal ritmo o, almeno, da una cadenza temporale. Le note si incasellano quindi all’interno di un arco di tempo, così come le immagini della pittura e le forme della scultura si inscrivono in uno spazio visibile o tangibile. È proprio nella natura delle note che troviamo lo scorrere all’interno del tempo, l’avere pertanto una durata, un inizio e una fine.

Ritorniamo però al dilemma di S. Agostino. È dunque possibile che la difficoltà di spiegare la natura della musica derivi da quella di spiegarne il suo elemento essenziale? D’altra parte, dalla problematicità di descrivere il tempo deriverebbe quella di spiegare l’uomo, essere caratterizzato anch’esso, come la musica, da una natura temporale, ovvero da un inizio e una fine? E ancora, ascoltiamo la musica per comprendere noi stessi? È forse questo l’obbiettivo dell’arte dei suoni?

Secondo la filosofa francese Gisèle Brelet le cose stanno all’incirca così. La musica non solo ci aiuterebbe a scoprire la nostra natura, ma anche a godere di questa nostra essenza temporale. Nella musica, l’angoscia legata allo scorrere degli attimi lascerebbe il posto al piacere legato ad un impulso ritmico capace di coinvolgerci a tal punto da farci muovere passi di danza.

Musica come terapia esistenziale?

La posizione della filosofa francese è all’incirca questa. Forse è un po’ esagerato pensare che la musica possa portarci a sconfiggere la paura della morte o, ancor peggio, della vecchiaia. Eppure, anche se non vogliamo credere ad una visione così radicale, non possiamo non soffermarci a pensare al potere di questa forma artistica. E se già ci eravamo stupiti per il fatto che essa potesse suscitare emozioni talmente forti da consolarci nei momenti di tristezza, farci ballare in quelli di gioia, incitarci durante gli sforzi fisici, tanto da farci dimenticare la stanchezza, ora scopriamo persino che essa è capace di filosofare. Certamente non si tratta di ragionamenti deduttivi, ma di quelle profonde intuizioni che solo l’arte può essere in grado di porgerci. Ed ecco che l’intuizione del tempo ci viene indicata dalla musica, la quale, almeno per la durata di un brano, ci fa vivere attivamente il cadenzare temporale e non più subirne gli effetti angosciosamente. Il ritmo sonoro dà forma al flusso dei secondi, così come le parole erano riuscite a dar forma al flusso delle sensazioni.

Ci ritroviamo così a godere attivamente di ciò che non avremmo mai pensato: il nostro scorrere.

Giulia Gaggero

Contemporaneamente agli studi di Filosofia presso l’Università Statale di Milano porto avanti la mia passione per la musica diplomandomi in violino presso il Conservatorio G. Verdi di Milano. Incuriosita poi dalla metodologia scientifica e dalle tematiche di filosofia della mente, decido di iscrivermi al Master in Cognitive Science dell’Università di Trento. Attualmente interessata alle neuroscienze della musica e alle tematiche di neuroestetica, sto svolgendo un tirocinio presso il centro di ricerca MIB (Music in the Brain) dell’università di Aarhus (Danimarca).

NOTE:
1. Agostino, Confessiones, Libro XI

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I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo

Aspetta, rileggila, anzi, te la riscrivo, per esserne sicuro: i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo. Prima di andare avanti, se ti sei confuso con questo giro di parole, già ti dico che se ne parlerà a Sarmede, con i migliori esperti di linguaggio e illustrazione, in un Simposio inedito e illuminante: 9 e 10 dicembre, segnati la data.

Non sarà un’interrogazione di italiano, ma vediamo di arrivarci preparati e scomponiamo questo mondo di cui parla Wittgenstein, facciamolo a pezzi per capirci qualcosa un po’ per volta.

Per “limiti del mio linguaggio” immagino un concetto di cui poter solo ipotizzare un significato, un qualcosa che posso capire se i miei limiti lo consentono e che posso apprezzare nella misura in cui le mie facoltà di linguaggio permettono. Il linguaggio infatti non è un qualcosa di dato e definitivo, una certificazione che tutti raggiungono solo grazie all’età o a un corso di formazione come la comunione, la patente, la maturità. È piuttosto qualcosa di malleabile, una possibilità che ci viene attribuita alla nascita, anzi, prima, quando comunichiamo scalciando sgarbatamente. Da lì si sviluppa un linguaggio, una trasmissione di significati, contenuti, idee, relazioni, sentimenti. Prendi quel bambino in pancia che scalcia e te lo ritrovi poco dopo a tirarti la maglia al supermercato per un Kinder. Poi ti scappa di casa guidando la (tua) macchina per uscire con gli amici, senza nemmeno un grazie, ovviamente. Tutte forme di linguaggio, forme che si fanno via via più sofisticate e si plasmano in relazione al messaggio che dobbiamo comunicare, alla nostra abilità, alla nostra sete di sapere. Il linguaggio si definisce secondo contorni specifici, limiti tratteggiati, pronti a restringersi, se inariditi; o a espandersi, se esercitati a dovere.

Dopo “i limiti del mio linguaggio” troviamo il verbo “sono”, copula, che forma un predicato nominale. Un po’ di analisi logica è doverosa: parliamo di linguaggio (e dei nostri limiti…).

Arriviamo al nome del predicato: i limiti del mio mondo. Guardati attorno, guarda la lista di contatti dei tuoi profili, osserva le barriere che non esistono più. Ti sembra che il mondo sia ai tuoi piedi, a distanza di un tocco sullo schermo. No, non quel mondo, non il mondo delle cose che ti circondano; qui si parla del mondo mentale, del tuo mondo di pensieri, del dialogo interiore che ogni giorno fai con te stesso, guardandoti costantemente allo specchio, troppo spesso a luce spenta. Wittgenstein parla di quel mondo, del mondo delle possibilità e delle connessioni che riusciamo a innescare e dei pensieri che effettivamente riusciamo a produrre.

Mettiamo assieme il tutto, rileggiamo ancora, tutto d’un fiato: i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo. Cosa significa tutto ciò? Ogni cosa che riusciamo a tradurre effettivamente in linguaggio andrà a costruire quel mondo mentale di cui ci nutriamo e che costantemente costruiamo. Se riusciamo a pensare e a cogliere un’idea tramite linguaggio, questa potrà trovare spazio tra i nostri pensieri e andare ad annidarsi tra le nostre convinzioni, a costruire quel sistema di valori che ci indica ogni giorno la retta via, dal bagno di casa all’ufficio in cui lavoriamo o sui banchi di scuola. Valori, credenze, pensieri, idee, morale: tutto viene filtrato dal linguaggio e dal livello di sofisticatezza che riusciamo a raggiungere. Più saremo cultori della forma e di come veicolare parole, contenuti e intenzioni, tanto più riusciremo ad allenare quell’organo per cui a poco servirebbero tutte le ore in palestra ad allenare il resto del corpo.

Se non ti è bastato, o se Wittgenstein ha suscitato in te quell’irresistibile e insaziabile sete di sapere e di miglioramento, se ne parlerà a Sarmede, durante il primo Simposio d’illustrazione del 9 e 10 dicembre, organizzato dalla celeberrima Scuola Internazionale di Illustrazione e dalla  Fondazione Stepan Zavrel Perché parlarne tramite una scuola di illustrazione? Il cervello elabora linguaggi strutturati, li codifica e decodifica, ma alla fine ne possiamo percepire soltanto un’immagine. Ogni linguaggio analitico viene tradotto in immagine nel nostro cervello. Un’immagine fotografata senza filtro Bellezza, ma che rappresenta la cruda realtà del nostro livello di educazione al linguaggio.

 

Giacomo Dall’Ava

 

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Quando a fare politica erano i poeti

Se scorriamo le pur esigue notizie biografiche di molte grandi personalità antiche (filosofi, poeti, soldati, condottieri, ecc.) non sarà difficile imbattersi in espressioni tipo: «fu poeta e abile condottiero», «fu politico e scrisse molte opere poetiche e filosofiche», «diede le leggi alla città». Leggiamo queste parole nelle biografie di Sofocle, Parmenide, Empedocle e molti altri.

Oggi ci può sembrare strano che un politico o un militare riesca ad essere anche poeta. Non solo perché le faccende di un’occupazione non siano compatibili con quelle dell’altra, ma perché ci figuriamo in modo molto diverso la vita, la mente, la quotidianità di un politico da quelle di un poeta. E anzi, vediamo che nel corso della storia questi tipi di personalità sono andati non solo diversificandosi sempre di più, ma anche in qualche modo a scontrarsi: il poeta si occupa delle cose astratte, della letteratura, della scrittura, di qualcosa che comunque è considerato un po’ eccentrico se non superfluo; il politico deve pensare alle cosiddette cose concrete della vita dei cittadini.

Come mai invece una volta le figure potevano coincidere o comunque non erano pensate antiteticamente come oggi?

Ci sono diversi esempi nel corso della storia che non solo valorizzano la poesia, ma le attribuiscono il più alto ruolo nelle forme d’espressione umane. Una buona risposta in questo senso la si è avuta da pensatori del Romanticismo, del Risorgimento, e da personalità che all’inizio del novecento hanno non solo pensato, ma sperimentato sulla pelle il senso della vita vissuta al limite tra una politica cruda e un linguaggio come quello poetico in cui soltanto trovavano le speranze personali e pubbliche future. Saltano alla mente, in questo caso, i nomi di Heidegger, Jünger, Hofmannsthal.

Proprio quest’ultimo ad esempio, ritornando alle radici del linguaggio (ricordiamo a riguardo anche la breve e intensissima Lettera di Lord Chandos) ritrova l’antica e originaria connessione di linguaggio ed etica.

Una lingua, per Hofmannsthal, è «qualcosa di completamente diverso da un mezzo naturale per farsi capire»[1]. Essa è il luogo di incontro atto a «formare una comunità»[2] e proprio in questo intreccio attraverso la lingua si può «partecipare alla proprietà nazionale, essere ricompresi in ciò che rappresenta la nazione e che si realizza compiutamente nella perfetta bellezza della lingua»[3]. Colui che più pienamente si trova in questo crocevia è il poeta: il poeta ha a che fare più di tutti con il linguaggio. Nomina le cose nel modo più appropriato per giungere alla loro essenza e in questo senso gestisce e domina la cose nel linguaggio, il quale mostra le cose nel loro essere in relazione le une con le altre. Così il poeta è autore e guida gli altri, con cui condivide il linguaggio, attraverso l’essere delle cose.

Alla stessa maniera il politico, stando nel mezzo delle cose, le conosce e conoscendole sa gestirle nella misura che è a loro propria. Il suo fare non è come le altre occupazioni: lui può osservarle dall’alto e connetterle per il bene comune.

In questo modo ci appare chiaro come la cura per il linguaggio e la cura per ciò che ci circonda ed è perciò comune, non sono atteggiamenti diversi. Certamente, divenendo la politica mera contabilità o amministrazione, non è più possibile che venga accostata a qualcosa come la poesia, che pure si ritrova decisamente cambiata nei suoi scopi, nei suoi metodi e nei suoi destinatari rispetto ai tempi antichi in cui andava definendosi: probabilmente nessun militare oggi scriverebbe versi su ciò che vive alla maniera di Tirteo, che cantava i fiumi di sangue e l’«orrore che la vista non sopporta»[4] e in cui si trovava e che hanno comunque definito l’esistenza e l’identità della sua Sparta. Così come nessun politico si sentirebbe molto ispirato dalle forme di vita che le città odierne ospitano. Poesia e politica sembrano dunque aver perso le loro origini.

Ma la sua testimonianza e in qualche modo la sua sensibilità sono state preziose per il suo tempo e per il nostro e anche grazie al suo esempio capiamo cosa significhi far parte di una comunità più ampia e servirsi della potenza del linguaggio per crearne un’opera fedele alla realtà in cui viveva. Allo stesso modo altre numerose personalità di un tempo sentivano in modo univoco la spinta a occuparsi della propria terra e quella di raccontarla.

La scissione di queste due figure evocate, il politico e il poeta, può suggerirci che forse siamo lontani oggi da quella fonte comune che è la sensibilità verso ciò che immediatamente ci è più vicino e che teneva insieme impegno sociale, come lo definiremmo oggi, e tensione artistica. Non spetta nemmeno a noi probabilmente decidere di riscoprire e riprendere quel modo di pensare e di agire. Ma se oggi la politica delude e il linguaggio non sembra mai all’altezza delle situazioni che viviamo, non escludiamo nemmeno che riferirsi a quel contesto possa costituire un mattoncino utile per una qualche casa futura.

Luca Mauceri

NOTE

[1] H. von Hofmannsthal, La rivoluzione conservatrice europea, Marsilio, Venezia, 2003, p. 55.
[2] Ibidem.
[3] Ivi, p. 60.
[4] Lirici greci dell’età arcaica, Rizzoli, Milano, 1994, p. 73.

Il linguaggio delle lacrime

Cresciamo e maturiamo con un’educazione fondata sull’essenzialità del linguaggio.

Il significato che ciascuna parola porta con sé costituisce una guida per esprimere ciò che ciascuno di noi sente. Le parole, quindi, possono riuscire a rappresentarci, a descriverci, a definire un particolare stato d’animo oppure un sentimento.

Tuttavia, nel corso di questi ultimi anni, una domanda mi è sorta spontanea, dovendo fare i conti con l’espressione di quella che era la mia sofferenza: in che modo il linguaggio riesce a decifrare ciò che viviamo, seppelliamo e ci portiamo dentro, quando tratteniamo i ricordi in una cassaforte di cui abbiamo perso il codice? Come dare parola all’impronunciabile? Perché le parole non sono sufficienti?

L’uso di un codice linguistico preciso e di riferimento talvolta non permette di far emergere ciò che è rimasto sepolto tra le pieghe dell’anima. Questo perché, per riuscire a nominare e a definire ciò che sentiamo, è necessario affrontare ciò che si è vissuto e trascurato, sollevando quel velo che rassicura ma che al tempo stesso nasconde frammenti di un passato, non permettendoci di vedere e di ricordare chi siamo stati e che cosa, all’improvviso, è andato in frantumi.

Le lacrime, come le definisce Eugenio Borgna1, sono un’esperienza interiore e testimoniano la presenza di una vita interiore, e di una vita cicatrice, che non si spegneranno mai. Esse, tuttavia, sono dei segni, non delle espressioni; dei segni indicanti «delle esperienze psicologiche e umane radicate in orizzonti dialogici di senso», come le definisce bene lo stesso autore.

In Frammenti di un discorso amoroso, Roland Barthes parlando delle lacrime scrive che «piangendo si vuole impressionare qualcuno, fare pressione su di lui». Questo qualcuno, però, non è riferito unicamente a un possibile altro, quanto più a un Io autoreferenziale il quale, piangendo, dimostra a se stesso che il proprio dolore non è illusione, ma concreto, visibile.

A tale proposito, lo stesso Barthes si chiede: «Cosa sono mai le parole? Una lacrima sola dice assai di più».

Quando la parola si blocca, allora il corpo cerca di esprimersi altrimenti.

Le lacrime diventano così uno dei mezzi espressivi di un’emozione che deve essere detta in un linguaggio altro. Un linguaggio che è impastato di nostalgia e di assenza, di dolore e tristezza, ma anche di gioia e di luce.

La lacrima è dono, un dono che ci viene offerto. Molto belle sono le parole utilizzate da Jean Loup Cahrvet, e riprese da Borgna, a tale riguardo:

«Le lacrime si offrono al nostro viso, come al nostro intelletto o al nostro cuore, la loro evidenza ne rende inutile la definizione, dalla quale le protegge la loro inintelligibilità. La loro chiara trasparenza evita loro una descrizione. […] Esse parlano verso un altrove che è già oltre la loro esistenza»2.

Quell’indicibile che ci abita ha bisogno del corpo per non soffocare. Il silenzio, talvolta, inaridisce, facendo morire la vita interiore.

La lacrima, toccando nel profondo, sfiora, sussurra il non-detto. Essa rappresenta un segno di vita, di un qualcosa che vuole, in un modo o nell’altro, essere detto, pronunciato, sfiorato. Anche solo toccando la superficie di quello che poi è un malessere profondo e devastante.

Le lacrime, scrive lo psichiatra Eugenio Borgia, così come il sorriso, sono forme di vita, ovvero forme di espressione emozionale che costruiscono ponti capaci di annullare le distanze tra gli atteggiamenti normali e quelli psicopatologici. Questi “ponti” ci aiuterebbero così a ritrovare «isole di straziata normalità nella sofferenza psichica, e schegge di sofferenza psichica nella normalità»3.

Il pianto aiuterebbe così ad incanalare un’energia repressa e messa al bando dalla coscienza, attraverso una forma espressiva che, in fin dei conti, ci accomuna, costituendo una sorta  di nuovo linguaggio capace di nominare la sofferenza interiore di ciascuno.

 Sara Roggi

NOTE:
1. Borgna E., La dignità ferita, p. 194-95, Feltrinelli Editore, Milano, 2013.
2. Ibidem, p. 197.
3. Ibidem, p. 206.

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Ciò di cui non si può parlare

Potrei raccontarvi tutto, sapete? Potrei dirvi tutto ciò che mi passa per la mente senza freni o limiti di alcun tipo. Potreste considerarmi pazzo o egocentrico, un estroverso convinto o magari una persona molto sola. Stareste lì, comodi, a giudicarmi per quel che ho deciso di proferire, mettendomi in una condizione vulnerabile alle critiche. Non potete sapere, però, attraverso un primo approccio cosa mi ha spinto a tali confessioni, tra coraggio ed egoismo, come due poli completamente opposti che potrebbero etichettarmi in ugual misura e con le stesse probabilità. Potrei far parte di una categoria di persone oppure di un’altra, questo solo da un vostro sguardo per me infernale, citando Sartre. Vedete cari lettori come nel mio confrontarmi con voi, conoscenti e non, sembra che non riesca a liberarmi del peso e della paura del giudizio della gente, del vostro di giudizio. Dunque sono davvero così libero nel mio scrivere? Sono libero nel mio proferire e comunicare con voi o con qualsiasi altro passante? Molte cose non le posso dire, non sarebbero accettate e comprese e io stesso me ne domando il perché mentre stabilisco tutto ciò. Pare quasi che non ci sia permesso esprimerci su certi argomenti, i classici argomenti tabù, o magari in determinate situazioni e contesti. Pensate a quando avete avuto un diverbio con qualcuno e quell’imbarazzo che si è fatto inevitabilmente spazio nel vostro rapporto, quello stesso imbarazzo del momento ha così tanto potere su di voi e su chi lo sta provando con voi. Non se ne può parlare, ci fa schiavi costretti al mutismo e spesso lo rimaniamo per molto, troppo tempo. Si innalzano strutture di ragionamento in noi, dogmi del pensiero che ci assalgono e non ci fanno essere noi stessi. Arriviamo a comportarci diversamente mediante discorsi guidati e fin troppo prudenti, condizionati a tal punto da preferire il silenzio. «Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere», diceva Ludwig Wittgenstein, aprendoci ad un’immensità “inspiegata” e che spiegazione non vuole (forse). C’è qualcosa di “incredibile” che funge da sottofondo della nostra esistenza, una sorta di ente che ci accompagna, che attraversa le cose e le fa essere, le fa accadere o meno. Questo “incredibile” è innominato, un non detto che si sottrae alla conoscenza, un meraviglioso segreto che si cela nelle nostre azioni, nelle nostre parole che tentano invano di definirlo. È qui che ogni scrittore, ogni proferente esita, si interrompe, proprio come sta per accadere a me nel mio scrivere per voi. Ebbene per quanto io voglia catturare e dare un nome ad ogni singolo aspetto, sfatare ogni mistero e particolarità tra azioni, sensazioni e pensieri, io stesso mi ritrovo ad un gradino in meno di quello a cui ambisco. Mi scopro mancante nel mio esprimermi contro la fobia del silenzio, del nulla discorsivo, e mai saprò riempire quel vuoto che non vuole parole, non le odia, ma non ci va d’accordo, semplicemente non sono ciò che è destinato a combaciare con esso. Il non proferito che ci appare come vuoto esigente potrebbe non essere in linea con il nostro essere che non può non essere, lo teme e temendolo vuole essere a tutti i costi. È una questione di linguaggio. Parliamo linguaggi differenti e non lo accettiamo, non lo vogliamo riconoscere alzando il tono, non capendo magari qual è il momento di tacere, come quando due sguardi si incontrano e sanno già tutto, si capiscono, si odiano e si amano travolgendosi l’un l’altro, senza emettere suoni, senza pretendere nulla. Indefinibile, impossibile da racchiudere in una gabbia di parole, perché solo parole sarebbero e si riscoprirebbero incapaci, mancanti tanto quanto me, nel loro dire questo momento. Com’è vero che in tali sguardi non ve n’è bisogno, anche in un bacio bisogno non ve n’è affinché rimanga “solo” il bacio che vuol essere.

Alvise Gasparini

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Il clochard sporco e puzzolente

Il “clochard sporco e puzzolente” che “vive di espedienti”1 sembra una frase fatta apposta per descrivere un’immagine fumetto, come quelle contenute nei quaderni da colorare comprati da genitori spazientiti dai capricci, vittoriosi, dei figli. Quei quaderni dove ad ogni personaggio corrisponde un’etichetta, una didascalia che non lascia spazio ad altre interpretazioni o a profili alternativi.
In realtà “clochard sporco e puzzolente” fu pronunciata durante un’arringa tenuta dall’avvocato Luciano Di Pardo davanti alla Corte d’Assise di Varese, una realtà dove ad essere giudicati solitamente sono i casi giudiziari per i quali è previsto l’ergastolo o una detenzione superiore ai 24 anni. Un mondo, quindi, molto distante dagli ingenui (forse) colorami-tu consigliati per i bambini dai 2 ai 6 anni.

Il “clochard sporco e puzzolente” in un contesto maggiorenne assume dei contorni preoccupanti, se non addirittura allarmanti perché non rappresenta solamente un pregiudizio personale di un avvocato, al quale forse fin da piccolo son state raccontante storie di paura impersonate non dal solito uomo nero, bensì da senzatetto malvagi. A quanto pare il virgolettato nasconde molto di più. In primo luogo il termine francese “clochard”, accostato ai due aggettivi qualificativi seguenti, sembra essere stato utilizzato per avvolgere di una qualche solennità culturale  una affermazione, che senza il francesismo, sarebbe stata reputata non all’altezza di un’istituzione di Stato. Un bagaglio lessicale importante e un politically correct da invidiare, se non fosse che dietro a queste smancerie si intraveda un deserto sterminato di contenuti.
In secondo e ultimo luogo i termini “sporco” e “puzzolente”, in riferimento ad una persona, rimandano all’idea del contagio, al contesto delle malattie virali trasmesse attraverso il contatto o l’esalazione; in quest’ultimo caso tornano alla memoria gli antichi miasmi sui quali si basarono, nel corso della storia, fior fiore di teorie mediche.
Questa analisi linguistica, seppur frettolosa, pone subito in evidenza le radici di simili affermazioni, il sostrato culturale con il quale ci si pone ad osservare il mondo; un impianto cognitivo molto probabilmente accettato da certi ambienti votati all’ordine e a marginalizzare, molte volte inconsapevolmente, chi ordinato proprio non lo è. Il clochard per l’appunto.
A questo punto basterebbe dire che occorre porre al vaglio della critica i nostri pregiudizi, i nostri comportamenti, anche quelli che riteniamo compassionevoli e politicamente corretti, e la nostra visione del mondo. Però sarebbe la solita morale e non basta questa volta perché il “clochard sporco e puzzolente” ha un nome e un cognome, Giuseppe Uva. Non “vive di espedienti”, ma è un gruista. Non è un bambino, ma un uomo di 43 anni, quando nel giugno del 2008 morì all’ospedale di Circolo Varese dopo una notte passata in caserma.

Non voglio entrare nel merito dell’assoluzione dei due carabinieri e dei sei poliziotti accusati di omicidio preterintenzionale, anche se devo ammettere che di rabbia e indignazione ce n’è stata. Preferisco, a mal in cuore, rimanere nel campo del linguaggio che mi ha portato alla mente un rimando storico abbastanza noto: il Casellario politico centrale, l’ufficio nel quale venivano schedati le personalità considerate pericolose per la stabilità interna del Paese. Il numero di chi venne registrato salì vertiginosamente durante l’epoca fascista, nonostante questa pratica risalisse fin ai tempi di Crispi. Il lessico impiegato in questi prontuari ricorda sinistramente quello utilizzato dall’avvocato Luciano Di Pardo.

Ecco, liberiamoci  di questa eredità linguistica che nasconde altrettante recalcitranti eredità storiche.

Marco Donadon

[Aggiornamento 5.02/2017: Il processo di secondo grado si celebrerà su impulso della procura generale di Milano, che ha fatto ricorso con una impugnazione in cui ha attaccato duramente la sentenza della corte d’assise di Varese (presidente Vito Piglionica) che, in primo grado, ha assolto i 6 agenti di polizia e i 2 carabinieri imputati. In primo grado, la pm Daniela Borgonovo aveva chiesto l’assoluzione per tutti e per tutti reati.]

Note:
1. la frase incriminata recitava così: “Si è trattato di una spalmata gratuita di fango sull’onore di una famiglia, come si può pensare che una donna sposata possa tradire il marito per un clochard sporco e puzzolente?”. Come si può notare la frase esprime anche i termini di onore e tradimento, denotando una forte dose di maschilismo.

Bibliografia:
• per una lettura critica del virgolettato, una forte mano mi è stata data dal libro di David Forgacs, Margini d’Italia. L’esclusione sociale dall’unità a oggi, Roma-Bari, Laterza, 2015

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