Adolescenti che sfidano la morte

Una sfida tra adolescenti conclusasi tragicamente. L’ennesimo, triste e drammatico, fatto di cronaca avvenuto alla stazione ferroviaria di Parabiago lo scorso martedì – al confine fra le province di Milano e Varese – nel quale Abderrahman El Essaidi, giovane ragazzo di quindici anni, ha perso la vita per raccogliere un accendino che, dalle prime testimonianze, sembra sia stato gettato sui binari del treno da un amico tredicenne che imprudentemente lo voleva sfidare a recuperarlo in rischiose condizioni.

Sfidarsi a sfidare la morte sui binari del treno. Un gesto questo, che come altri – purtroppo ormai quotidiani – ci rivela una crisi esistenziale giovanile che si erge come un disperato e sofferente richiamo alla comunità degli adulti, interpellati a ritrovare il proprio ruolo educativo. Un compito che ha l’obiettivo di ascoltare attivamente il grido che emerge più o meno consapevolmente, più o meno esplicitamente, dalle esistenze lacerate degli adolescenti di oggi, uomini e donne del vicino domani, che testimoniano con questi gesti, solo in apparenza indecifrabili, la fatica nel trovare il senso della propria vita.

Il significato della vita si sviluppa a partire da una dialettica fondamentale, il rapporto con il senso del limite. In particolare il senso del limite per eccellenza, quello estremo per la condizione umana: la morte. Spingersi oltre il proprio limite, costituiva il peccato per eccellenza nella cultura greca. “Conosci te stesso e nulla di troppo” stava scritto sul frontone del tempio di Apollo a Delfi. Quel “nulla di troppo” indicava la hybris (dal greco ὕβρις), la tracotanza e ammoniva circa il superamento indebito del proprio limite personale. Radicalizzando, si può parlare di quel limite caratterizzato dall’orizzonte inaggirabile della morte, di quella finitezza che, paradossalmente, dà senso e valore alla vita. E’ proprio alla luce della transitorietà dell’esistenza, della sua temporaneità, che possiamo inondare di senso ogni giorno e ogni ora che viviamo. Mentre, perdere la percezione del limite, persino quella del limite ultimo, implica rendere banale la morte stessa e conseguentemente misconoscere il valore intrinseco della vita. Eppure, la morte e la vita si sorreggono in una danza esistenziale a due, l’una non può fare a meno dell’altra. La vita acquista il proprio senso solo nel momento in cui ci si rende consapevoli che c’è una data di scadenza per portare a termine i propri compiti terreni, ai quali ciascuno è chiamato. Un impegno reale, una responsabilità verso qualcosa o qualcuno: un’opera da realizzare, un altro essere umano da incontrare e amare, un una causa da servire, come per esempio un ideale civile, politico, oppure Dio. Compiti che si configurano come appelli unici e irripetibili che la vita pone a ciascuno nella sua unica e irripetibile situazione esistenziale. Il vuoto esistenziale che abita molti adolescenti di oggi li induce a sfidare la morte forse e paradossalmente proprio per sentirsi vivi. In quest’ebbrezza tragica di approssimarsi alla morte, tuttavia viene meno la consapevolezza che tale sfida non ha vincenti ma solo vinti. Sfidare la morte implica il rischio di restarne inghiottiti, senza alcuna possibilità di rimedio.

È fondamentale ascoltare attentamente i giovani, aiutarli a riconoscere la propria responsabilità unica e irripetibile dinanzi alla loro unica vita, poiché solo così potranno dare risposta al desiderio profondo che li abita, che alberga in ogni uomo, quello di dare un senso concreto alla propria vita. Ecco che la mission educativa degli adulti consiste dunque nel recuperare e testimoniare il senso del mistero della vita, indissolubilmente legato a quello della morte che ne costituisce il limite e la condizione di significato. Quel senso del mistero dal quale emerge la categoria del sacro, che si lega a tutto quanto non è spiegabile razionalmente e che porta con sé il rispetto originario per la vita. A partire da questo, ai giovani va spiegato che la vita pone domande e si attende risposte concrete, ogni giorno e ogni ora, nella concreta, unica e irripetibile situazione storica nella quale ci si trova a vivere. L’esistenza si configura infatti come possibilità di progettare, di mettere a frutto tutto il proprio potenziale umano per realizzare dei valori, che divengono delle mete da raggiungere, dunque delle concrete opportunità di inondare di senso le proprie giornate. Ridestare gli adolescenti dal torpore esistenziale con parole ed esempi educativi che li aiutino realmente a recuperare il senso della propria vita, permetterà di ridurre fenomeni tragici e mortali, fonte di indicibile, ma evitabile, sofferenza. Di fatto, è proprio dove dilaga il vuoto esistenziale, dove la volontà di significato viene frustrata, dove manca un senso, una direzione concreta, che gli esseri umani tendono a fare cose senza senso, come per esempio sfidare la morte.

 

Alessandro Tonon

 

[Credits Albert Laurence su Unsplash.com]

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Scimmie clonate in Cina: si riapre il dibattito etico-scientifico

La rivista Cell dell’Istituto cinese delle scienze a Shanghai ha annunciato la nascita di due esemplari di macaco clonati con la stessa tecnica utilizzata nel 1996 per “creare” la pecora Dolly.

Zhong Zhong e Hua Hua, questi i nomi delle due scimmiette, sono stati originati tramite la tecnica del trasferimento nucleare che consiste nel trapiantare il nucleo di una cellula dell’individuo da clonare in una cellula uovo non fecondata e precedentemente privata del suo nucleo. 

La nascita dei macachi arriva a 19 anni dalla prima clonazione di un primate, la femmina di macaco Tetra, creata nei laboratori dell’Oregon National Primate Research Center grazie ad una tecnica che prevede la scissione dell’embrione ai primissimi stadi dello sviluppo, imitando sostanzialmente il processo naturale all’origine dei gemelli identici (monozigoti). 

A differenza di quanto accaduto con altri mammiferi, nelle scimmie i tentativi di clonazione attraverso la tecnica del trasferimento nucleare sono tutti falliti poiché nei nuclei delle cellule differenziate di tali esemplari sono presenti dei geni cosiddetti “spenti” che impediscono all’embrione di svilupparsi. Gli scienziati cinesi sono riusciti per la prima volta a riattivarli grazie all’utilizzo di “interruttori” molecolari creati ad hoc, incorporati successivamente al trasferimento del nucleo. L’esito positivo del processo di clonazione è stato poi ulteriormente incrementato prelevando il nucleo da cellule fetali invece che da cellule adulte (come era avvenuto per la pecora Dolly)1.

Quanto incidono questi due piccoli di macaco sul futuro dell’umanità, che impatto avrà la loro nascita sull’evoluzione della ricerca scientifica?

Studiare la crescita di questi due macachi sarà utile, promettono gli scienziati, per conoscere l’impatto delle malattie anche sull’uomo e aprire nuove prospettive per la cura di molte patologie umane gravi come le malattie del sistema nervoso (Alzheimer, Parkinson, Ictus), ma si tratta anche di un’operazione scientifica che può suscitare importanti problemi etici, proprio perché le scimmie sono una specie geneticamente molto simile a noi umani: a seconda della specie, hanno tra il 93% e il 99% di DNA identico al nostro.

Molti in questi giorni hanno congetturato scenari fantascientifici paventando la possibilità teorica di un utilizzo snaturato di queste nuove conoscenze. La venuta al mondo di Zhong Zhong e Hua Hua ha riportato alla luce questioni riguardanti quanto in là possa spingersi la scienza nell’esplorare e nello sperimentare prima di sconfinare nell’aberrazione.

La clonazione dei due macachi da inevitabilmente dato origine ad un dibattito etico relativo alla possibilità che questa tecnica venga in un prossimo futuro trasferita sull’uomo: ma a quale scopo? A cosa servirebbe creare un clone umano?

Secondo alcuni ricercatori, allo stato attuale delle conoscenze, probabilmente avremmo gli strumenti per tentare di clonare l’uomo, ma questo non significa  che sia automaticamente una via praticabile. Nelle clonazioni più semplici, come quelle dei roditori, si ottiene un successo dopo decine di esperimenti, senza contare che spesso gli animali nascono con deficit neurologici, malformazioni o altre patologie. Per portare a termine la clonazione delle due scimmie i ricercatori cinesi hanno dovuto fare tantissimi tentativi. Si può ipotizzare che per clonare l’uomo sarebbe necessario l’impiego di centinaia di ovuli, tra l’altro difficilmente reperibili senza mettere in pericolo la salute delle donne donatrici. Inoltre, rimane ingente il rischio che i bambini clonati nascano con problemi neurologici e una serie disfunzioni fisiche. Oltre a ciò, deve essere chiaro che il genoma può essere clonato, ma l’individuo stesso ovvero il fenotipo, no. Le caratteristiche che costituiscono l’individuo che non siano rigorosamente anatomiche e fisiologiche non sono determinate con precisione dal genotipo, quindi, la condizione di copia rispetto ad un altro individuo potrebbe essere una grave minaccia per l’identità psichica di soggetti pensanti e coscienti.

In questo senso la scienza che sembra non avere limitazioni teoriche deve assolutamente imporsi dei limiti di fronte al reale e di fronte alla possibile attuazione di pratiche inedite conseguenti al progresso scientifico-tecnologico.

Le nuove possibilità di manipolazione della vita umana e animale sollevano interrogativi legati alla consapevolezza che non tutto ciò che è scientificamente e tecnologicamente possibile sia eticamente lecito.

Per quanto possano essere interessanti ed affascinanti gli scenari che vanno delineandosi con il progresso della tecnoscienza vi sono anche molti rischi non sempre prevedibili che possono comportare danni irreversibili e inquietudine per la vita dell’uomo, nonché per quella sulla terra.

Una scienza responsabile e guidata da principi etici estremamente solidi è l’unica arma che abbiamo per regolamentare la ricerca ed evitare che la corsa verso il progresso sia così veloce da perderne il controllo.

 

Silvia Pennisi

 

NOTE
1. La pecora Dolly venne soppressa nel 2003 in quanto presentava disturbi da invecchiamento precoce, tipici di ovini anziani. Infatti, i geni della sua cellula non si erano tutti riprogrammati, alcuni avevano conservato la memoria di una cellula somatica adulta.

 

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L’inquietudine, la stanchezza che ci culla

La pioggia batte sul vetro della stanza e il sole pallido di una giornata fredda riesce a stento a incorniciare il grigiore del cielo di gennaio. Se riuscissi a isolare completamente dagli altri rumori della casa il suono delle gocce che si infrangono sulla superficie cristallina del vetro, potrei forse comporre il ritmo di una canzone. Un suono che rappresenta il ripetersi costante di una quotidianità fatta di giornate che sembrano tutte identiche, nessuna rivelazione, nessuna illuminazione. Ogni mattina le domande rimangono lì, le risposte sono lontane e c’è solo la coscienza di non poterle mai raggiungere. Qual è il vostro rapporto con la realtà che vi circonda da quando vi svegliate a quando andate a dormire? Ho pensato che forse sono proprio quelle domande a muovere ogni mio sentire e che rappresentano in parte ciò che sono. Ho fatto spesso fatica ad accettarle e a volte convivere con loro ha creato un peso e una fatica che quasi non facevano respirare, procurandomi una vertigine interiore difficile da decifrare. In qualsiasi momento del giorno o della notte loro sono lì, si modificano negli anni, restando però pur sempre una certezza, una traccia indelebile del tuo essere. Si finge, si dissimula, ci si copre di un’immagine “altra”, perché in fondo basta un sorriso per far contento chi mi circonda, mi sono sempre detta. Oggi senza presunzione riesco a intravedere le sfumature che si celano dietro al sorriso di un volto, perché ad ogni ruga che compone l’espressione appartiene un’ intensità diversa del vivere.

‘Idealista’, ‘sognatore’ o il più delle volte ‘illuso’, ti hanno cercato di definire in mille modi diversi, ma tu hai sempre provato una necessità impellente di dire la tua, cercando di farlo in punta di piedi, senza fare troppo rumore, non accontantendoti mai delle certezze che ti venivano offerte e riconsiderando i tuoi stessi desideri a distanza di anni. Spesso questo movimento che parte dal pensiero e attraversa tutto il corpo, questo cercare incessante sembra quasi una ‘rincorsa’ infinita. Tante volte avresti voluto che quella sensazione di incertezza ti abbandonasse per un po’, perché sentivi solo peso e stanchezza. Sono ciò che comunemente definiamo ‘punti fermi’ a garantire una certa stabilità psicologica, ma proprio quando sentivi di averne bisogno realizzavi che non ti bastavano quasi mai, ti stavano troppo stretti, rendendoti vuoto, spento e inautentico. Oggi si guarda l’inquietudine come qualcosa da cui fuggire, una condizione interiore di cui aver paura. È proprio quel bisogno di ridefinire costantemente ciò che si è, invece, che conduce a un’apertura oltre i limiti dei sentieri noti. Forse anche tu ti sei spesso scontrato con chi crede invece che questa ricerca sia futile, perché le risposte ci sono già tutte, o chi invece non ha mai neanche sperimentato il tamburellare incessante di quelle domande. La poetessa Szymborska in C’è chi tratteggia una personalità che tutti abbiamo conosciuto almeno una volta nella vita: 

C’è chi meglio degli altri realizza la sua vita.
È tutto in ordine dentro e attorno a lui.
Per ogni cosa ha metodi e risposte.
È lesto a indovinare il chi il come il dove e a quale scopo.
Appone il timbro a verità assolute,
getta i fatti superflui nel tritadocumenti,
e le persone ignote dentro appositi schedari.
Pensa quel tanto che serve,
non un attimo in più, perché dietro quell’attimo sta in agguato il dubbio.
E quando è licenziato dalla vita,
lascia la postazione dalla porta prescritta.
A volte un po’ lo invidio
per fortuna mi passa
1.

Perfettamente integrato nel sistema e nella vita che conduce, il più delle volte è talmente sicuro di se stesso che appare estremamente invincibile, così intoccabile che niente può scalfirlo. È proprio questa corazza, la presunzione del non dover essere fragile, dell’apparire sempre ‘tutto d’un pezzo’, è ciò che spesso mi ha allontanato da persone così. Senza che razionalmente me ne rendessi conto, inevitabilmente finivo per perderle. Chi crede di aver in mano la ‘verità’, chi ancora prima di aprirsi all’interiorità dell’altro, confronta, disprezza e giudica. Un’armonia interiore soltanto apparente e ostentata, con la presunzione di riuscire a controllare ogni accadimento fuori e dentro di sé. Questo elogio è soprattutto per loro, perché la dimensione umana è ciò che più si allontana dall’ordine e ciò che si cela dietro a un apparente equilibrio è il più delle volte un baratro interiore, un vuoto nascosto che non si vuole riempire. L’inquietudine esistenziale forse non si può comprendere, ma non si può reprimere, perché è quel movimento che rivela il limite della dimensione umana e la costante spinta dell’uomo verso il suo superamento, l’apertura alla Trascendenza.

Greta Esposito

NOTE:
W. Szymborska, C’è chi, tratto dalla raccolta postuma “Basta così”, 2012

[Immagine tratta da Google Immagini]

“Sensorium Dei”: viaggio nei limiti del tempo di Michele Pastrello

A volte riteniamo il piccolo e grande schermo lontani dal mondo della filosofia, anzi troppo spesso non ci ricordiamo che l’arte della regia fa parte dell’immenso campo della cultura e che è proprio una delle migliori strategie per poterla veicolare, attraverso immagini, musiche, parole…permettendo a chi le guarda e ascolta di ricevere messaggi diretti o sottili, nascosti con maestria dietro a scene realizzate ad hoc.

Oggi abbiamo avuto l’onore di ospitare un regista emergente che ci presenta il suo ultimo lavoro “Sensorium Dei” che riprende il concetto di spazio/tempo di Newton.

Michele Pastrello, regista emergente veneto: come ti sei avvicinato all’arte della regia e come la definiresti?

La prima parte della tua è una domanda che mi è già stata posta, alla quale non ho saputo mai dare una risposta precisa. Fin da bambino amavo, mentre mi divertivo con i giocattoli, immaginare storie e mi ricordo che chiudevo un occhio e con l’altro aperto mi abbassavo a livello dei giochi. E allontanavo od avvicinavo lo sguardo. Qui in qualche modo incubavo in via inconsapevole la regia. Poi maturando mi sono avvicinato al cinema. Ed ho cominciato a chiedermi: come mai alcune scene di film mi fanno venire i brividi sulla pelle? Perché brividi ne provavo ed il primo che ricordo era nel finale del director’s cut di Blade Runner. Ho cominciato a vedere quindi certe scene per me importanti di un film non solo dal punto di vista irrazionale, ma anche da quello pratico: dove ha messo la mdp il regista? Che luce ha scelto? Ecco, l’arte stessa è stata la mia palestra e c’era un tempo da ragazzo che riuscivo a guardarmi 3 film al giorno per medio-lunghi periodi.
Sulla seconda parte della tua domanda, proprio per quello che ti ho appena detto, mi sento di riportare una frase che lessi tempo fa: “fare il regista non è tanto dirigere qualcuno, ma dirigere se stessi.” E’ una questione di consapevolezza.

I tuoi lavori hanno tutti un richiamo alla filosofia, fanno riflettere e ci portano in una dimensione altra grazie alla tua capacità di rappresentare concetti astratti: cosa c’è dietro alle tue scelte tematiche?

Premettendo che io non sono un filosofo, tuttavia sì, affronto dinamiche esistenziali che sconfinano nella filosofia. In tal senso mi colpì una frase di Antiseri “In filosofia non tutto è arbitrario, ma niente è certo”, che di fatto rispecchia la più comunemente detta condizione umana. Cosa c’è dietro di preciso non lo so. Certamente un mio personale Dolore, ci ho messo la maiuscola apposta. Passeggia con me, dorme con me, mangia accanto a me. Non so darci un nome, ma non è un dolore fisico od un lutto, che so. Ed è molto grande, non in senso di profondità, ma in senso di ampiezza. Presto molta attenzione al mondo attorno a me e che incontro e, in genere, mi ritengo una persona abbastanza ricettiva: vedo che questo Dolore, che molto spesso è il frutto dei nostri perduti, dei nostri compromessi, della paura delle nostre domande, è ben presente in molte persone. Molti di noi, però, non lo notano, ne sono portatori (in)sani. Io credo di toccare le corde scoperte di persone così, più o meno in ricerca; corde emotive scoperte, che possono vibrare al “soffio digitale” di un’immagine e di un suono.

Sergei Ejzenstein, regista e teorico russo, attraverso il suo “montaggio delle attrazioni”, proponeva di arrivare al “concetto tradotto in immagine”, operazione che gli fece sperare di riuscire a portare sullo schermo addirittura “Il Capitale” di Karl Marx. Il cinema, dunque, potrebbe essere, secondo te, il veicolo per la “discesa” del pensiero sulla materia?

Certamente il concetto di Ejzenstein è un po’ l’embrione di quello che noi creativi del video ora facciamo. Un po’ come quando i Lumiere, inventori del cinema, non si erano resi conto che non era una solo “giostra”, finché qualcuno non ha detto: e se utilizzassimo il mezzo per raccontare delle storie? Narrazione,  immagini e suono, al di là di tutte le innovazioni tecnologiche, restano alla base dell’ipnosi umana e della trasformazione del pensiero.

Tu potresti essere un esempio da citare per l’ottima capacità di fusione tra pensiero e rappresentazione concreta: cosa ti differenzia da altri emergenti registi e cosa ti spinge a lavorare su progetti così pregni di filosofia?

Cosa mi differenzia da altri colleghi non lo so, magari ce ne sono altri che fanno cose simili alle mie ed anche più riuscite, ma io personalmente non ne conosco. Cosa mi spinge a fare questo, beh, in parte ti ho risposto con la domanda precendente, ma c’è anche un altro aspetto. In Italia, per quel che ne so io, le produzioni video per la rete sono colme di satira, gag comiche, oppure di qualche video sdolcinato dal facile click. La video arte fa più fatica, in quanto concettuale. Io cerco di portare in micro-movie molto brevi pillole di riflessione filosofica, esistenziale, perché sento che, in fondo, anche di questo c’è bisogno, non si può sempre passarci sopra con una risata. Il buon numero di play di Dekstop e Awakenings (i miei lavori precedenti) lo dimostra.

Sensorium Dei - Michele Pastrello

Newton individua il Dio Artista e il Dio Ingegnere e parla di “Sensorium Dei” per definire lo spazio-tempo e tu utilizzi proprio questa definizione come titolo del tuo ultimo lavoro: quale nesso c’è?

In verità Newton parla di un Dio Ingegnere, che è il mondo e la natura stessi governato da leggi matematiche. La definizione Sensorium Dei la usò nel 1706 ma, da quel che ne so io, non è mai stata da lui ben delineata. La legava comunque ai suoi precedenti Principia, in cui già aveva espresso il concetto di tempo assoluto, letteralmente: Il tempo assoluto, vero, matematico, in sé e per sua natura senza relazione ad alcunché di esterno, scorre uniformemente, e con altro nome è chiamato durata; quello relativo, apparente e volgare, è una misura (accurata oppure approssimativa) sensibile ed esterna della durata per mezzo del moto, che comunemente viene impiegata al posto del vero tempo: tali sono l’ora, il giorno, il mese, l’anno. Nonostante sono cosciente che ciò è stato messo in discussione dalla scienza moderna, mi piaceva l’idea di un tempo assoluto divino (raffigurato da Eleonora Panizzo), che, in quanto Assoluto e “Scorrevole”, raffigura la trappola insidiosa e tormentata per la condizione umana.
Vedi, nel finale di un film molto significativo, Prometheus di Ridley Scott c’è un dialogo di Elizabeth, la protagonista, con l’androide (David). Elizabeth ha compreso che la razza umana è nata da un’entità aliena, la quale, una volta creato l’uomo ha poi cercato, invano, di eliminarlo. Capito ciò, ella desidera di partire per il mondo di questi alieni, ma David, l’androide le chiede:

David: Posso chiederle cosa spera di ottenere andando lì?

Elizabeth Shaw: Loro ci hanno creati e poi hanno cercato di ucciderci. Hanno cambiato idea. Ho bisogno di sapere perché.

David: La risposta è irrilevante. Cambia qualcosa sapere perché hanno cambiato idea?

Elizabeth Shaw: Sì. Sì che cambia.

David: Non riesco a capire.

Elizabeth Shaw: Be’, forse perché io sono un essere umano e tu sei un robot.

Ecco, Sensorium Dei mette in scena questa “follia” umana della ricerca, riflettendo su come questa ricerca non possa essere slegata dall’ineluttabilità del tempo e dalle costrizioni dello stesso.

Qual è il messaggio che vuoi trasmettere attraverso “Sensorium Dei”?

Messaggio diretto, nessuno. Messaggi indiretti? Io ho dato degli spunti, ho creato dei simbolismi, ho generato un tono narrativo. Noto che, attorno a ciò, chi lo vede riflette, e si riflette. Per me va più che bene. C’è anche chi mi ha scritto che non si capisce nulla, va bene anche questo.

Michele Pastrello - Eleonora Panizzo (Sensorium Dei)

Per presentarne l’uscita sui Social hai scritto “Cosa stai cercando? In quale tempo sei? Dov’è domani?”, domande che possono avere delle reali risposte o rimangono sospese?

Domande che rimangono sospese, come il protagonista di Sensorium Dei (Stefano Negrelli), in un futuro che non ci appartiene eppure sembra paradossalmente osservarci. Non ci sono riusciti eminenti filosofi scienziati, se non con ipotesi, non potrò dare risposte univoche e reali certamente io. Però mi capita, guardando alcune persone, osservandole, anche nella quotidianità più trita, con tutte le loro barriere, maschere, inquietudini, strappi di gioia, mi capita di vederle e chiedermi: che cosa stai cercando?

Michele Pastrello - Sensorium Dei

L’ossessionata ricerca dell’uomo di una libertà interiore non bene identificata e la voglia di capire un futuro che non gli appartiene contrasta con la concezione temporale, con l’assolutezza di un artificio, il tempo, creato dall’uomo con l’intento (vano) di potere controllare gli eventi della vita e la durata degli stessi.

Michele Pastrello con questo suo lavoro dimostra la capacità di rendere concreto, attraverso le immagini e la scelta delle musiche, un concetto che difficilmente viene reso palese, quello del tempo: vediamo Sensorium Dei e ci rendiamo conto di essere immersi in un a-tempo e in un a-spazio che ci inghiottono senza mai esserne consapevoli.

La forza di Sensorium Dei sta nel porci davanti ai nostri limiti, barriere da noi costruite paradossalmente per sentirci liberi, un contrasto che ci accompagna nel corso della nostra esistenza.

Questo il link per visionare Sensorium Dei

Questi i link per altri due lavori di Michele Pastrello:

Awakenings (coscienza dopo il sonno)

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Potete anche seguirlo sulla sua pagina Facebook ufficiale: Michele Pastrello

Valeria Genova