L’invenzione della madre – Marco Peano

Il cancro. Questo sconosciuto che vorremmo rimanesse tale per tutta la nostra esistenza. Il cancro, non ho paura di chiamarlo col suo nome.

il cancro. Lo scrivo a chiare lettere. Lo leggo con gli occhi sbarrati, con occhi attenti e furiosi. Non sono più colmi di quelle lacrime che mi ha portato. Non sono più spaventati i miei occhi. Io so chi è, io conosco questo mostro.
Lo conosco da vicino, l’ho visto assalire la persona che amavo di più al mondo. L’ho visto invadere la mia vita. L’ho visto annientare. L’ho visto creare distruggendo. L’ho visto nascere per poi uccidere.

la-chiave-di-sophia_filosofia_linvenzione-della-madre_vizio-di-leggere_marco-peano

Un ossimoro insopportabile quando cerca di accingersi alla vita, specialmente se si tratta di quella delle persone a cui vogliamo bene. Una battaglia. Una sfida che sembra già persa. Un mondo che sembra già crollato. Un gioco di carte piegate all’indietro. Un filo tagliato.

“L’invenzione della madre”, di Marco Peano è un romanzo che racconta come madre e figlio siano uniti per la vita; proprio per la vita intera, sì, e anche per quella destinata a finire in un tempo più breve della felicità stessa.
Malattia. Amore. Due parole contrastanti, due parole che si escludono a vicenda. Due parole che quando coesistono rendono l’essere umani una piaga indelebile.

Mattia ha ventisei anni ed una vita normale. Una famiglia, una fidanzata, un futuro da costruirsi tassello per tassello. Questo almeno finché al suo mosaico non viene tolto un pezzo, per la precisione quello che tiene in vita la madre, una donna che ha portato con sé il cancro per dieci anni, un’anima destinata a lasciare tutto ciò che ama e che odia. Una persona a cui non rimane grande possibilità di scelta, un essere a cui il destino non ha chiesto cosa volesse fare della sua esistenza. La vicinanza tra malattia e scadere inesorabile del tempo rende il rapporto tra madre e figlio ancora più intenso che nella vita quotidiana: una madre che non è più in grado di proteggere, un figlio che non riesce ad accettare un tragico destino.

Chi riesce ad accettare una definitività alla vita? Chi accetta un limite entro cui vivere chi ama?

Un libro che parla di amore spassionato ed appassionato al tempo stesso. Un libro che parla di un destino ineluttabile che ci piomba addosso e dell’enorme capacità che riusciamo a ricavare da noi stessi per affrontarlo. Un libro che è empatia e realtà al tempo stesso. Un libro che insegna a chi non sa cosa significhi e ricorda a chi ha già combattuto contro situazioni così familiari.
Capita raramente che ci si chieda se valga la pena continuare la propria esistenza allo stesso modo; ad un certo punto qualcosa scava dentro di noi arrivando di colpo. Ad un certo punto il battito del nostro cuore si ferma per poi accelerare senza smettere mai. Ad un certo punto la vita smette di lasciarci imparare autonomamente ed inizia ad insegnarci.
Non c’è prontezza, non c’è capacità di essere migliori degli altri, non si sa mai come essere giusti o sbagliati in questo destino che ci chiede sempre di più rispetto a ciò che pensavamo ci presentasse.
Chemioterapia, radioterapia, cure palliative, metastasi, male incurabile. Le parole di cui prima conoscevi un mero significante, iniziano a farsi strada nei più profondi significati. Cosa vuol dire resistere alla malattia? Conviverci, senza avere mai la percezione di esserne capaci.
Viverla, senza lasciare che ci abiti.

E’ quando il tempo manca che non avvertiamo più il terreno sotto ai nostri piedi. E’ quando l’attimo fugge velocemente che non riusciamo più ad afferrarlo. E’ quando la cima sembra troppo alta che vorremmo scalare come dei robot per raggiungerla. Vivere il distacco e aumentare la vicinanza. Soffrire senza che la persona amata se ne accorga e raccontarle che va tutto bene. Essere forte, nonostante vorresti soltanto piangere di rabbia. Sorriderle, perché vale di più la serenità che può rimanerle di un nostro solo attimo di sfogo.
Lo spegnimento di una vita può darti la sensazione che le luci non sono mai state accese; Marco Peano racconta di un protagonista terrorizzato dall’idea di scoprirsi come non si è mai visto, se dovesse perdere una parte di sé. Un ragazzo che lascia la voglia di vivere a sua giovinezza cercando di ricordare ogni cosa e di portarla con sé per quando non ci sarà più.
Sei consapevole del fatto che non sentirai più certi odori, quelli odori così familiari. Che non ascolterai ancora una volta quella voce. Che non potrai litigare con lei di nuovo. Che non potrai riabbracciarla appena torni a casa. Che non aspetterai un momento più opportuno di altri per dirle che le vuoi bene.
Un bene che ti sembra di non aver mai provato. Un bene che ti sembra non poter conservare più dentro di te.

E’ un romanzo di crescita interiore, un romanzo che parla di amore, quello vero e più puro, quello con la “A” maiuscola.
In un vortice di emozioni, non c’è spazio per la razionalità. In un vortice di paura non c’è spazio per aspettare che passi. In un concentrato di ricordi, cerchi di afferrare la vita che hai paura di dimenticare perdendone un pezzo fondamentale. L’invenzione della madre racconta di un cambiamento di posizione: è uno spostamento tra genitore e figlio, in cui le garanzie di sicurezza le assume il secondo, per la prima volta. Un romanzo che racconta coraggio, un romanzo che racconta forza estrema.

La forza che trovi dentro per affrontare te stesso e chi ami di più. La forza che non eri consapevole di avere. Stupendoti, crescerai, diventando conscio di non voler più fermare gli attimi per un’eternità, ma ringraziando l’enorme possibilità che quel destino tanto crudele – nonostante tutto – ti abbia dato l’occasione di vivere.

“La malattia è il lato notturno della vita, una cittadinanza più onerosa. Tutti quelli che nascono hanno una doppia cittadinanza, nel regno della salute e in quello della malattia. Preferiremmo tutti servirci soltanto del passaporto buono, ma prima o poi ognuno viene costretto, almeno per un certo periodo, a riconoscersi cittadino di quell’altro paese”.

Susan Sontag

Cecilia Coletta

[Immagini tratte da Google Immagini]

Selezionati per voi – Gennaio 2015

Iniziare un anno è come iniziare un nuovo libro. Leggerai sempre qualcosa di nuovo, che ti è estraneo. Rileggerai qualcosa che hai già vissuto. Sognerai un racconto migliore, pagina dopo pagina. Odierai il finale peggiore, perché non ti sentirai in grado di sperare.

Ma arriverai ad essere la somma di te stesso ad un qualcosa in più. Non importa quanto la ritroverai in te o negli altri, diventerà parte del tuo io.
Per un nuovo viaggio, per un nuovo anno, per un nuovo libro.

La relazione – Andrea Camilleri
Per iniziare all’insegna dell’alta tensione. Per iniziare con domande su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Per iniziare con l’idea di giustizia e la concretezza di corruzione.
Uscita prevista: 2 gennaio.

Una più uno – Jojo Moyes
Per iniziare con l’amore che arriva tra i soggetti meno scontati. Per iniziare con le (a)tipiche tematiche familiari. Per iniziare con le difficoltà di una madre sola ed i suoi sacrifici. Per iniziare con la solitudine che accomuna.
Per iniziare con un’Autrice che stupisce, con semplicità e chiarezza.
Uscita prevista: 2 gennaio.

Numero zero – Umberto Eco
Per iniziare con un grande tra i grandi. Per iniziare con una lettura calata negli anni ’90 che ci racconta la “macchina del fango” e ci parla di alcuni misteri del nostro paese. Per iniziare con una lettura che lascia tante domande e concede risposte schiette, quasi crude. Attesissimo, pronto ad evocare misteri come Gladio, la P2, la morte di Papa Luciani, il terrorismo rosso ed altro ancora. Per iniziare guardandosi un po’ indietro, non senza ricongiungerlo al nostro tempo.
Uscita prevista: 9 gennaio.

Cecilia Coletta

Le festività natalizie stanno per concludersi dopo aver lasciato molti di noi sazi ed appagati. Gennaio allora non diventa solo l’inizio di un nuovo anno tutto da vivere, ma anche l’occasione per andare al cinema e godersi i primi giorni del 2015 insieme a storie interessanti, capaci di farci riflettere su molti argomenti.

“Big Eyes”: Tim Burton è senza dubbio una garanzia quando si parla di cinema d’autore, capace di attirare in sala un gran numero di spettatori. Dopo una serie di clamorosi flop, il regista torna alla regia con un dramma ispirato ad una storia realmente accaduta che unisce pittura e cinema. Si parla di una coinvolgente frode artistica avvenuta alla fine degli Anni 50. Protagonisti assoluti: l’immenso Christoph Waltz e la bionda Amy Adams che danno un valore aggiunto ad una storia accattivante ed intrigante. USCITA PREVISTA: 1 GENNAIO.

“Hungry Hearts”: L’Italia che più ci piace vedere sul grande schermo è di sicuro quella diretta da Saverio Costanzo che finalmente riesce a portare nelle nostre sale il suo ultimo, acclamato lavoro, presentato ai festival di Venezia e Toronto. Una storia forte ed intensa dal respiro internazionale, per raccontare la vicenda di una maternità travagliata e del ruolo fondamentale che i genitori hanno nella crescita dei propri figli. Sofferenza e riflessione raccontate da un grande maestro. USCITA PREVISTA: 15 GENNAIO.

“Still Alice”: L’hanno già definito come il film che regalerà l’Oscar 2015 all’intramontabile Julianne Moore. Una storia che punta dritta al cuore e ai sentimenti, raccontando la perdita progressiva della memoria da parte di una stimata linguista universitaria che da un giorno all’altro si vedrà costretta a perdere tutte le certezze che credeva di aver conquistato nell’arco di una vita intera. Emozioni garantite e lacrime assicurate. USCITA PREVISTA: 22 GENNAIO.

Alvise Wollner

A Christmas Carol

images-4

Ci sono alcune cose che si ricordano nitidamente per tutta la vita. Non importa quanti anni passino, le ricordiamo perfettamente, come se fossero accadute soltanto ieri.

Avrò avuto pochi anni davvero, avrò avuto gli anni della spensieratezza, ed erano quegli anni in cui ci si riesce ad entusiasmare la mattina di Natale, quegli anni in cui i giochi sono preziosi oggetti di felicità, quegli anni in cui quando ti leggono un libro o ti raccontano una storia, questa ti edifica e ti accompagna – da qualche parte o soltanto dentro te stesso – per sempre.

Proprio in quegli anni apparentemente lontani, ricordo bene questo periodo di feste, ricordo che lo aspettavo per un motivo ben preciso: mio padre mi leggeva sempre una storia, un racconto che per me era il racconto dei racconti, era quello che mi faceva piangere e credere che il mondo fosse un bel posto, o che quantomeno la bontà esistesse in ognuno di noi.

“Il canto di Natale”, romanzo breve di Charles Dickens, uscito nel 1843, entra davvero nel cuore di tutti, e nel mio ci è entrato per darmi soltanto grandi insegnamenti di vita.

Ebenezer Scrooge; l’avaro in termini materiali e spirituali. Rappresenta chi nel Natale non ci crede più, rappresenta chi misura la vita in materialismo, rappresenta chi pensa di non aver più nulla da dare e vuole soltanto ricevere.
E’ un uomo che di sentimenti non ne ha, un uomo che ha scordato cosa sia un cuore, che tiene l’amore a distanza di sicurezza.
Eppure nella notte di Natale qualcosa lo sconvolge: gli appaiono tre spiriti. Quello del Natale passato, quello del Natale presente e quello del Natale futuro.
Certe immagini sconvolgono la sua durezza, davanti a certe situazioni si sceglie quasi sempre di cambiare prospettiva.
E’ il cambiamento, è come svegliarsi da un lungo sonno dopo tanto tempo, è come aver guardato dentro se stessi e volersi cancellare per diventare migliori.

Il romanzo di Dickens è il romanzo di Natale per tanti, troppi motivi. Perché a Natale vediamo chi è meno fortunato di noi, lo notiamo molto di più rispetto alla gran parte dell’anno. Penso al piccolo Tim, e ricordo quanto piangevo soltanto ad immaginarlo; emanava una felicità che chi ha tutto non è quasi più capace di trasmettere.
E’ il romanzo del “miracolo di Natale”: in questo periodo dell’anno si è capaci di cambiare, si è propensi a mettersi in discussione, è il momento di mettersi in dubbio ed è il momento di dire la verità.
Dickens, mettendo in risalto il divario tra classi sociali nella vecchia società inglese, regala un classico d’Autore, uno di quelli che non ti stancheresti mai di leggere.

Un classico che fa sognare i bambini, fa crescere gli adolescenti e fa riflettere gli adulti.

Cecilia Coletta

Il semplice fatto che al Mondo esistano ventidue diverse versioni cinematografiche de “Il canto di Natale”, dovrebbe farci riflettere sull’importanza unica che questa storia ha avuto nel corso degli anni. Una fascinazione, iniziata già con gli albori dell’industria cinematografica e che si è poi protratta fino ai giorni nostri. Tra tutti questi adattamenti per il grande schermo, oggi abbiamo deciso di scegliere le tre versioni che nel corso degli anni ci sono sembrate più significative, vale a dire: il primo film ispirato alla storia, la versione cartoon realizzata dalla Disney ed infine l’ultimo adattamento in ordine cronologico, diretto da Robert Zemeckis.

Se si pensa che il romanzo breve di C. Dickens venne pubblicato nel 1843 e che l’invenzione del pre-cinema si ebbe solo nel 1895, il fatto che la prima versione cinematografica de “Il Canto di Natale” sia stata realizzata nel 1908, è un dato davvero significativo per capire il successo e l’impatto emotivo che la storia ebbe fin da subito su migliaia di lettori. Oggi purtroppo di questa prima pellicola sappiamo ben poco. Si tratta infatti di un brevissimo cortometraggio muto, realizzato e prodotto dalla Essanay Film Manufacturing Company, negli studi di Chicago. La pellicola era di una sola bobina, quindi estremamente breve, ma fu distribuita nelle sale a partire dal 9 Dicembre del 1908. Il dato interessante è che il nome del regista non è nemmeno menzionato, neppure alla fine dei tradizionali titoli di coda, mentre è esplicitato fin da subito che l’autore del racconto originario è Charles Dickens. Una curiosità interessante per farci capire come all’epoca la Letteratura avesse ancora una forte componente autoritaria rispetto al cinema. Nel 1910 venne realizzato un nuovo cortometraggio sullo stesso tema, ma anche in questo caso i registi non vennero accreditati nei titoli di coda.

Ben più fortunata invece la storia del rapporto tra il Canto di Natale e quelli che vengono comunemente definiti come cartoni animati. Dai Muppets alla Barbie, passando per i Puffi, ognuno di questi celebri personaggi ha avuto almeno una propria versione della storia dickensiana. La più celebre e fortunata resta però “Il Canto di Natale di Topolino”, diretto nel 1983 da Burny Mattinson. In questo adattamento Topolino interpreta il ruolo di Bob Cratchit e Paperon de’ Paperoni quello di Ebenezer Scrooge (“Scrooge McDuck” è infatti il suo nome originale). Molti altri personaggi Disney, in primo luogo dall’universo di Topolino, Robin Hood e Le avventure di Ichabod e Mr. Toad, vennero distribuiti poi per tutto il film. Questo fu il primo cortometraggio della serie Mickey Mouse prodotto in oltre 30 anni. Con l’eccezione delle riedizioni, Topolino non era apparso nelle sale cinematografiche dall’uscita del corto Topolino a pesca del 1953. Il film fu nominato per un Oscar al miglior cortometraggio d’animazione ai Premi del 1984, ma perse a favore di Sunday in New York. Era la prima nomination per un cortometraggio di Topolino da “Topolino e la foca” del 1948.

Una storia, quella tra Dickens e i cartoni animati che ebbe sempre molto successo rispetto alle versioni con gli attori in carne e ossa. Merito anche del tema pedagogico e della morale più adatta ad un pubblico di minori, tipici di questa storia. Concetto questo, sfruttato anche dal celebre regista Robert Zemeckis (“Forrest Gump”, “Flight”) per adattare “Il Canto di Natale” alla tecnica innovativa della performance capture già sperimentata dal regista nel precedente “The polar express”. Siamo nel 2009 e il film richiese un costo pari a 190 milioni di dollari, riuscendo però ad incassarne oltre 320 in tutto il Mondo. L’ennesima dimostrazione di come, anche a distanza di un secolo dal primo adattamento cinematografico, la storia di Dickens riesca sempre a conquistare generazioni di spettatori e soprattutto di lettori. Parlando di amore e generosità, ma soprattutto focalizzandosi sulla morale secondo la quale ognuno di noi può cambiare il suo animo e aprirsi agli altri se lo vuole, “Il canto di Natale” è un capolavoro che rimane ancora oggi un paradigma ideale per raccontare e descrivere l’affascinante rapporto tra la Letteratura ed il Cinema.

Alvise Wollner

[Immagini tratte da Google Immagini]