Aleppo sta morendo

<p>Syrians leave a rebel-held area of Aleppo towards the government-held side on December 13, 2016 during an operation by Syrian government forces to retake the embattled city.<br />
UN chief Ban Ki-moon expressed alarm over reports of atrocities against civilians Monday, as the battle for Aleppo entered its final phase with Syrian government forces on the verge of retaking rebel-held areas of the city.</p>
<p> / AFP / KARAM AL-MASRI        (Photo credit should read KARAM AL-MASRI/AFP/Getty Images)</p>

11 dicembre 2016:
«Aleppo viene liberata», è l’annuncio di Sergej Lavrov – Ministro degli Esteri russo – e dei comandi militari delle forze lealiste siriane.

«Questo potrebbe essere il mio ultimo messaggio», è l’incipit dei tweet o i video postati sui social network da parte degli abitanti.

La città può dirsi pressoché sotto il controllo di Assad, sebbene la caduta di Aleppo non possa dirsi ancora completata in quanto alcuni quartieri sono in mano ai ribelli. Il successo delle forze pro-regime sta spingendo ad un’evacuazione forzata di gran parte della popolazione della zona Est. Le tregue umanitarie sono spesso disattese da entrambe le parti. Le Nazioni Unite lanciano l’allarme: «Si sta consumando un’autentica crisi umanitaria». Sarebbero 100.000 le persone senza cibo e medicinali. Le parole di Bashar al-Assad lasciano poco spazio alla libera interpretazione: «Vittoria, ma non è la fine della guerra». Le forze pro-regime continuano così a commettere violenze contro i civili, con il supporto più o meno velato da parte di Russia e Iran.

Aleppo è stata liberata, ma i suoi abitanti possono dirsi liberi? Possono dirsi liberi i vari Eichmann – lealisti siriani – che stanno commettendo atrocità e torture sui civili? Possono definirsi liberi i ribelli che stanno mettendo in primo piano il fine senza curarsi dei mezzi per raggiungerlo? Possono definirsi liberi coloro che banalmente definiamo “i civili”?

«Qual è l’area entro cui si lascia o si dovrebbe lasciare al soggetto di fare o di essere ciò che è capace di fare o di essere, senza interferenza da parte di altre persone? […] Che cosa, o chi, è la fonte del controllo o dell’ingerenza che può indurre qualcuno a fare, o ad essere, questo invece di quello?»1

È la distinzione tra l’idea di libertà come assenza di impedimento e/o di costrizione, e la libertà come autonomia, come autodeterminazione da sé. Probabilmente dare una definizione del termine “Libertà” è indispensabile.

In accordo con Berlin «La libertà […] non è l’azione in se stessa, ma piuttosto la libertà dell’azione […]. Libertà è avere la facoltà di agire, non l’azione in sé; è la possibilità dell’azione e non necessariamente quella realizzazione dinamica di essa […]».

Il limite della libertà esercitata dal governo non era tanto determinato dalla sua forma quanto, piuttosto, il grado della sua intrusione nelle scelte individuali. Bashar al-Assad è un intruso? Un dittatore?

In questi anni non ha concesso nulla alla realtà naturale, plurale e partecipativa della società. Definì, piuttosto, un’area intrisa di negazione, esclusione, dominazione, discriminazione, ingiustizia. Il risultato fu l’innalzarsi della richiesta di democratizzazione, attraverso cui tutti i popoli possono ottenere i propri diritti e la libertà di svilupparsi.

La democrazia, tuttavia, per essere reale, esige il rispetto delle libertà personali, libertà di espressione e di discussione, libertà di associazione e di riunione. L’elezione non significa nulla se non comporta la libertà di scelta. La libertà non rappresenta un semplice accessorio, è un valore da perseguire. Esige, pertanto, delle garanzie affinché ciascuno abbia riconosciuto il diritto di realizzare se stesso in modo proprio. Furono proprio quelle garanzie che vennero meno nel governo di Assad. Le stesse garanzie che mancheranno nei mesi che seguiranno.

Aleppo è stata liberata, ma i suoi abitanti?

Jessica Genova

Lo sguardo dell’arte come strumento di analisi e problematizzazione dell’attualità

L’arte anticipa i cambiamenti, comunica con la coscienza collettiva, apre gli occhi, scuote. Chiama alla partecipazione, muove le masse e fa parlare, nel bene e nel male. Se diventiamo consapevoli e se impariamo a distinguere il discorso sul contenuto da quello sulla forma, essa diventa un’indispensabile chiave di lettura della realtà.

Viviamo un momento storico in cui parlare d’arte e cultura sembra superfluo: il terrorismo, l’instabilità dell’Europa, la situazione complessa del Medio Oriente, ecc. Dopo una lunga incertezza su come scrivere questo articolo – qualsiasi cosa sembrava fuori luogo – ho pensato che è proprio in un momento di disorientamento e insicurezza come quello attuale che si deve parlare di cultura.

In particolare in questi giorni, la situazione politica della Turchia è al centro dell’attenzione internazionale, il tentativo di colpo di Stato e le successive misure attuate dal presidente Recep Tayyip Erdoğan hanno aperto un dibattito sul reale valore della democrazia di cui il governo turco si fa promotore.

In questo contesto può l’arte aprire un discorso di approfondimento sull’attualità? Può trovare una sua finalità nel cercare di spiegare il reale e di dare una prospettiva differente?

La libertà d’espressione ci dà la misura dello stato di salute della democrazia di un paese, ed è proprio in terreno artistico che vanno cercati i primi segnali di una società malata, di un autoritarismo crescente, di un’atrofizzazione dei valori collettivi.

In particolare l’arte pubblica, che irrompe nelle strade, è un potente strumento di consolidamento del sentimento collettivo, ma anche di critica. L’arte si fa politica nel vero senso del termine, entra nella polis e si rivolge direttamente ad essa.

Penso quindi all’opera degli artisti attivisti Pixel Helper che nel maggio scorso ha fatto scandalo a Berlino: il volto del presidente turco Erdoğan accostato a quello di Hitler, entrambi proiettati sulla parete dell’ambasciata turca. Un messaggio forte, estremo, di critica non solo nei confronti della politica turca ma anche contro l’atteggiamento condiscendente di quella tedesca nel sostenerla.

Arte come sguardo all'attualità - La chiave di Sophia

Il gruppo di artisti ha spiegato la sua azione con queste parole:

«A scuola gli insegnanti ci hanno sempre avvisato del pericolo di quel piccolo uomo con i baffetti che, prima, giunse al potere democraticamente, poi iniziò ad arrestare gli oppositori, poi cambiò la Costituzione per perseguitare le minoranze religiose. A quei tempi, tutti gli stati confinanti hanno continuato a trattare con questo signore, perché, pensavano, con certi demagoghi si possono fare affari. Vabbè… per fortuna qualcosa del genere oggi non succederebbe mai. PER FORTUNA! Oggi abbiamo tutti imparato dalla storia, e con i despoti NESSUNO fa più accordi…»

Per quanto radicale il messaggio è chiaro, immediato: “Gente prestate attenzione, la storia può ripetersi”.

E considerando i fatti attuali quest’opera acquista un senso più lucido, l’arte ha la capacità predittiva dell’intuito ed è per questo motivo che è utile ascoltare quello che ha da dirci.

Nel 2007 l’artista Ferhat Özgür con la sua sua opera I Love You 301 espone per le strade di Istanbul l’articolo 301 del codice penale turco, che prevede l’incarcerazione per chiunque offenda pubblicamente lo Stato e i suoi organi. Ad oggi sono passati nove anni e sorge il dubbio che Özgür possa ripetere un’azione del genere.

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Aprire gli occhi sulla realtà sembra l’atto più radicale che l’arte possa compiere oggi, la prospettiva amplificata che gli artisti ci possono offrire è fondamentale, indifferentemente dalle nostre posizioni, perché spesso l’informazione non è sufficiente.

Non per forza l’arte deve essere sovversiva: spesso la realtà viene solo suggerita e il messaggio è altrettanto potente. Durante la 14° Biennale di Istanbul, conclusasi nel novembre 2015, l’installazione The Closet dell’artista Hale Tenger si presenta come una riflessione sul buio periodo di dittatura che seguì il colpo di Stato in Turchia nel 1980: tre stanze nelle quali vediamo un tavolo perfettamente apparecchiato, i libri di grammatica aperti sulla scrivania, sentiamo il profumo della cena, l’ambiente è ordinato e domestico. La radio accesa manda in onda la cronaca di una partita che viene interrotta puntualmente dal messaggio “terroristi arrestati, catturati, uccisi”. Ma la casa è completamente vuota e quello che si diffonde è un senso di inquietudine, perché qualcosa è successo in quella casa. È il 1980? È casa nostra? È adesso?

Attraverso l’arte ci viene offerto un prezioso strumento di lettura della realtà sociale e culturale che ci circonda. Poiché l’immagine è immediata ed è in grado di esprimere sentimenti collettivi attraverso un processo di empatia e condivisione, lo spettatore è portato a partecipare attraverso la riflessione e all’elaborazione del messaggio. Se l’artista crea l’opera, chi la percepisce la rende viva.

D’altronde noi in quanto pubblico dobbiamo pretendere che il messaggio dell’arte sia un’espressione di verità, non possiamo concederle il lusso di essere superficiale.

Prendiamo ad esempio l’artista Christo, che con le sue Floating Piers è rimasto al centro dell’attenzione mediatica per settimane, e che ha acceso i riflettori sulla partecipazione massiva all’opera d’arte. O più che altro, sul contemporaneo e viscerale bisogno umano – frutto di una lunga evoluzione – di esserci per esserci, e poi condividere la foto sui social. Milioni di foto, tutte uguali.

Christo ha detto di essere molto soddisfatto di aver permesso a tutti di vivere l’esperienza di camminare sulle acque del Lago d’Iseo e di vivere quell’istante come unico, ma non chiediamo ai 1,2 milioni di visitatori il senso di questa partecipazione, perché accalcati sopra le passerelle probabilmente era davvero difficile capirlo. E in fin dei conti ci ha detto davvero qualcosa quest’opera? O il suo significato è rimasto limitato nell’ambito dell’evento mondano?

In quanto spettatori dobbiamo essere curiosi, sempre, ma anche chiederci se l’occasione che l’opera d’arte ci offre di diventare partecipi di un progetto ci permette di condividere riflessioni e sentimenti profondi, complessi, archetipi culturali in cui riconoscere la nostra identità. L’arte ludica esiste e va benissimo, ma forse andrebbe ridimensionata l’attenzione che le rivolgiamo.

L’attentato di Nizza della settimana scorsa ha nuovamente fatto irrompere con prepotenza l’orrore nella nostra quotidianità. Per quanto si sia detto successivamente attraverso i media, credo che l’immagine del David di Michelangelo nero disteso in Piazza della Repubblica a Firenze sia riuscito ad esprimere più di mille parole.

Arte come sguardo all'attualità - La chiave di Sophia

Un’immagine che colpisce direttamente ognuno di noi con il suo messaggio di perdita e lutto, una messa in discussione della nostra civiltà che non ha identità politica nel suo manifestarsi fragile e decadente, nessuno ne è immune.

L’arte è un dibattito aperto e continuo, teniamone conto in quest’epoca di opinionisti, forse meriterebbe più spazio.

Claudia Carbonari

[Immagini tratte da Google Immagini]