Libri selezionati per voi: dicembre 2017!

Dicembre è arrivato e con lui il conto alla rovescia per il Natale. Il periodo più magico e più luccicante dell’anno sta iniziando; d’altro canto le pubblicità in tv, gli addobbi lungo le vie del centro, i richiami dei centri commerciali non fanno altro che ricordarcelo. Non lasciamoci sopraffare dalla frenesia della corsa ai regali, ma cerchiamo di vivere questo mese con tutta la serenità che gli si addice, meglio se con un libro in mano tra una pausa e l’altra!

Ecco a voi tanti consigli di lettura, che possono essere anche un suggerimento per le vostre idee regalo. Sì, a Natale quest’anno prendetevela comoda e regalate un libro… leggere piace a tutti!

 

ROMANZI CONTEMPORANEI

piccoli-equivoci-senza-importanza-la-chiave-di-sophiaPiccoli equivoci senza importanza – Antonio Tabucchi

Si tratta di undici racconti, poco più di un centinaio di pagine. Si ha l’impressione di leggere dei ritratti postmoderni, con personaggi dubbiosi, timorosi e nostalgici. Ogni personaggio, di estrazione sociale, età e cultura differenti, viene colto dall’equivoco e dal casuale. Ciò che non avrebbe dovuto rappresentare più di un imprevisto diviene, invece, fonte di turbamento e di sconcerto. Voilà: le storie diventano racconti esistenziali solcati da salti temporali che confondono memorie e vissuto.

la-figlia-della-fortuna-la-chiave-di-sophiaLa figlia della fortuna – Isabel Allende

Nel paese natio dell’autrice una neonata, sul far dei primi decenni dell’Ottocento, viene abbandonata sulla soglia di casa di tre fratelli inglesi, i Sommers, i quali decidono di prendersene cura. Questi impartiscono alla trovatella Eliza un’educazione rigida, la quale non riesce tuttavia a sopprimerne l’animo sentimentale e passionale. La giovane, rifiutando il futuro prescelto per ogni damigella di buona famiglia, intraprende un viaggio alla ricerca dell’amato passando da una parte dell’America all’altra.

UN CLASSICO

teresa-neera-la-chiave-di-sophiaTeresa – Neera (1886)

Teresa è una giovane donna di fine Ottocento, una ragazza vivace, solare, ma allo stesso tempo segnata dalle convenzioni sociali, che la spingono a vivere con devozione e senso del dovere il ruolo che ricopre all’interno del nucleo familiare. La sua esistenza prosegue tranquilla, scandita da un ritmo stagionale, tipico del mondo rurale, fino a quando non conosce la luce e la passione del vero amore. Purtroppo però le sue ambizioni si scontreranno con ciò che il padre ha immaginato per lei, dando vita ad una serie di contrasti fisici ed interiori. Un romanzo ricco di spunti riflessivi, consigliato a tutte le donne che, con grande coraggio, sanno rispettare le proprie origini, senza tuttavia rinunciare ai più profondi, intimi desideri.

SAGGISTICA

la-democrazia-in-trenta-lezioni-la-chiave-di-sophiaLa democrazia in trenta lezioni – Giovanni Sartori

Si tratta di un saggio di trenta brevi lezioni, da circa tre pagine ciascuna, volte a fornire delle risposte ad alcune tra le più impellenti domande politiche e filosofico-politiche dell’uomo contemporaneo. Con il suo consueto linguaggio cristallino ma non semplificatore, Sartori approfondisce interrogativi come la natura della democrazia, le condizioni che la rendono possibile, le sue debolezze, il perché si deve preferire un sistema democratico, la sua potenziale esportabilità e molti altri ancora.

JUNIOR

il-merlo-e-il-pappagallo-la-chiave-di-sophiaIl merlo e il pappagallo – Antonie Schneider, Jozef Wilkon

C’era una volta un merlo nero che appollaiato nel suo comodo e caldo nido.. non riusciva a cantare. Il povero merlo non riusciva a fare amicizia con gli uccelli del vicinato, finché un giorno conobbe un bellissimo uccello colorato.. Grazie all’amico pappagallo, il merlo riuscì a prendere fiducia in se stesso, imparando ad apprezzare anche il mondo che lo circonda. Una storia per tutti i bambini della scuola primaria!

coccodrilli-a-colazione-la-chiave-di-sophiaCoccodrilli a colazione – Emanuela Nava

Eugenia e Chariza sono amici di penna. Lei abita in Italia, ha 9 anni e adora i pasticcini. Lui ha 14 anni, vive in Zimbabwe, mangia i coccodrilli e ha la faccia nera come un budino al cioccolato. Chariza è il principe nero di Eugenia, anche se non conosce la storia di Cappuccetto Rosso. Chariza promette che se Eugenia lo sposerà le racconterà una storia diversa ogni sera, una per ogni animale che conosce! Questo libro è la raccolta delle divertenti e tenere lettere che Eugenia e Chariza si inviano da un continente all’altro. Se avete 8 anni tuffatevi in questa storia di vera amicizia che unisce profondamente due bambini tanto lontani.. Sono sicura che vi piacerà!

Sonia Cominassi, Anna Tieppo, Federica Bonisiol

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“La filosofia consiste nei fatti”: parola di Lucio Anneo Seneca

 

Anche oggi, come ogni anno, le pagine dei maggiori social network si sono riempite di notizie, articoli, commenti relativi alla seconda delle prove con cui i maturandi sono chiamati a confrontarsi al termine del quinto anno. La maggior parte delle parole dedicate alla prova di traduzione dal latino o dal greco antico viene spesa a proposito della difficoltà linguistica del testo somministrato. Non mancano mai indagini pseudo-statistiche sulla veridicità di previsioni e vaticini.

Soprattutto quest’anno però non è il caso di soffermarsi tanto sulle asperità o sulla linearità del latino di Seneca, quanto più sul senso di parole la cui misura risiede nella loro propria lapidarietà: la filosofia è un’indagine, una ricerca che si traduce nella prassi con cui l’essere umano abita il mondo. La speculazione attorno alle domande che custodiscono il fine ultimo dell’esistenza umana, i discorsi attorno a concetti come essere, bene, virtù, significato, senso (ma la serie potrebbe continuare ad libitum) sono in fondo una messa in forma dello stesso umano che li pratica. Ciò che la filosofia offre all’umano è una scansione ragionata della propria vita, cioè un’esistenza secondo ragione: essa permette alla persona umana di solcare il mare della vita, le cui acque non sono prive di insidie, confortati dal legno d’una barca piccioletta1 e al tempo stesso mirabile. Le parole di Seneca sembrano dunque accadere opportunamente, indicando la via verso una forma di vita consapevole: agli studenti che hanno dovuto tradurle, dicono che la loro maturità consisterà nel saper adottare una postura critica e autentica nei confronti del mondo; a chi ha già lasciato la scuola secondaria da qualche tempo, invece, ricorda che la conoscenza del mondo e del suo senso non può essere raggiunta se non vivendo in esso, ordinatamente, ovverosia secondo ragione.

Vi lasciamo a questo punto al testo di Seneca, tratto dalla lettera XVI delle Epistulae morales ad Lucilium: immergiamoci in quelle parole così significative che ci provengono da oltre due millenni di distanza, scritte da un grande mentore al suo amico. Per un momento diventiamo anche noi Lucilio.

«La filosofia non è un’arte che cerca il favore popolare e non è fatta per essere ostentata; non consiste nelle parole, ma nei fatti. Di essa non ci si vale per far trascorrere piacevolmente le giornate, per eliminare il disgusto che viene dall’ozio: educa e forma l’animo, regola la vita, governa le azioni, mostra ciò che si deve o non si deve fare, siede al timone e dirige la rotta attraverso i pericoli di un mare agitato. Senza di lei nessuno può vivere tranquillo e sicuro; in ogni momento si presentano innumerevoli circostanze che esigono una direttiva, e questa bisogna cercarla nella filosofia.
Qualcuno dirà: “A che mi giova la filosofia, se esiste il fato? A che, se c’è un dio che ci governa? Ache, se il caso detta legge? Non si possono mutare gli eventi prestabiliti, né difendersi contro quelli incerti, ma o un dio è padrone delle mie decisioni e ha stabilito che cosa devo fare, o la sorte non mi concede nessuna decisione”.
Qualunque di queste forze esista, anche se esistono tutte, caro Lucilio, bisogna dedicarsi alla filosofia: sia che il destino ci vincoli con la sua legge inesorabile, sia che un dio, arbitro dell’universo, abbia disposto ogni cosa, sia che il caso sospinga e muova disordinatamente le vicende umane, deve proteggerci la filosofia. Ci esorterà a obbedire di buon grado a dio, e con fierezze alla sorte; ci insegnerà a seguire la volontà di dio, a sopportare il caso2».

Emanuele Lepore

NOTE:
1. L’espressione è dantesca: cfr. Paradiso, Canto II.
2. Riportiamo qui la traduzione di Caterina Barone, riportata dall’edizione che delle Lettere a Lucilio offre la Garzanti, Milano 2011.

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

 

La scomparsa di Majorana

Non sempre i narratori inventano storie di personaggi inesistenti: è possibile raccontare la storia di un personaggio reale inventando i dettagli; si può naturalmente affidarsi a una documentazione precisa per tracciare la biografia di un personaggio reale: i rapporti tra invenzione e realtà si declinano in modi diversi, che si determinano volta per volta con le rispettive regole. Leonardo Sciascia (1921-1989), nel suo breve romanzo (ma già la definizione di genere sarebbe da discutere) La scomparsa di Majorana (1975) sceglie una via ancora diversa: ricostruisce, a partire da precisi documenti, un fatto realmente avvenuto, e alterna liberamente il racconto a pagine di riflessione. Al centro dell’opera non ci sono tanto la vicenda o i personaggi, quanto il costruirsi stesso del racconto, i molti interrogativi suggeriti dai documenti e ai quali l’autore cerca di dare risposta.

Ettore Majorana era un brillante fisico nucleare siciliano, che nel 1938, a poco più di trent’anni, lasciò un biglietto nel quale sembra alludere all’intenzione di suicidarsi; poi si imbarcò su un traghetto in servizio tra Palermo e Napoli e durante il viaggio scomparve nel nulla. Forse si uccise gettandosi in mare (fu la conclusione della polizia, che abbandonò presto le indagini), forse arrivò a destinazione; ma non si poté trovare né il corpo né qualunque altra sua traccia.
Questo mistero è il centro dell’opera, l’oggetto su cui l’autore vuole indagare; e Sciascia – dopo aver raccontato i fatti – cerca di delineare la personalità del protagonista, in cerca di indizi. Conosciamo così il curriculum di studi di Majorana e la sua frequentazione dell’istituto di fisica di Roma diretto da Enrico Fermi; ma anche il suo carattere difficile: uno scienziato di straordinario talento, ma disinteressato a far conoscere i risultati della sua ricerca, come se cercasse di trattenersi.
Nel 1933 Majorana trascorre un lungo periodo di studio in Germania, dove conosce importanti studiosi come Werner Heisembeg; sono gli anni in cui prende piede il nazismo, al quale accenna in alcune delle sue lettere alla famiglia.
Tornato in Italia, il protagonista si ritira per qualche tempo, abbandonando l’istituto di fisica e forse continuando le ricerche per proprio conto. Solo quattro anni dopo viene chiamato a insegnare fisica teorica a Napoli “per chiara fama” (è un artificio per evitare che vincesse un concorso i cui risultati erano già definiti in partenza); ma insegna solo per un breve periodo, fino al momento della scomparsa. image

Questi sono i termini del mistero. L’autore ha a disposizione solo degli indizi, può solo formulare delle ipotesi impossibili da dimostrare, ma non si sottrae alla necessità di dare un senso a questa storia: a suo parere Majorana sarebbe scomparso perché aveva intuito le spaventose possibilità dell’energia nucleare in campo bellico (come è noto lo scoppio della guerra diede impulso a queste ricerche, tanto che Hiroshima e Nagasaki vennero distrutte pochi anni dopo). È il tema della responsabilità degli scienziati verso gli uomini: è giusto, è sempre necessario portare a termine una ricerca, quando questa potrebbe avere conseguenze gravissime? Una discussione molto sentita nei primi anni Settanta, quando l’autore scrive il suo libro.
Una tesi forte, che – l’autore lo sa bene – non può essere dimostrata. Nel suggestivo finale, Sciascia allude a questo scacco: dopo aver visitato un convento nel quale si dice che Majorana visse per anni, “sulla soglia, salutandoci, il certosino domanda: Ho dato risposta a tutti i vostri quesiti? (…) Ne abbiamo posti pochi, lui ne ha indovinati molti ed elusi. Ma rispondiamo di sì. Ed è vero”.

Ma il vero senso nel racconto sta nell’indagine, nella ricerca di qualunque possibile indizio. La ricostruzione dei fatti passa attraverso l’analisi del linguaggio dei verbali di polizia, oppure attraverso suggestioni letterarie (Proust, Stendhal e molti altri autori) che forniscono quadri di riferimento, modelli di interpretazione.
E il linguaggio dell’opera risulta denso, severo, lucido, con quel gusto razionalista di stampo illuministico che caratterizza l’autore; dappertutto si avverte l’omaggio all’opera capostipite di questo genere di racconto: la Storia della colonna infame di Manzoni.
Un lavoro lontano dall’oggettività di una ricostruzione storica, e che al tempo stesso rinuncia alle facili scappatoie dell’invenzione; e che si rivela un’indagine sulle possibilità conoscitive della letteratura.

LEONARDO SCIASCIA, La scomparsa di Majorana, Milano, Adelphi, 2004.

Giuliano Galletti

[immagini tratte da: ritratto di Majorana
http://it.blastingnews.com/cronaca/2015/02/photo/photogallery-la-scomparsa-di-majorana-non-e-piu-in-mistero-era-in-venezuela-174829.html ]

copertina
Scansione della prima edizione del romanzo.

Pierluigi e Ettore Erizzo, Il regalo del Mandrogno

Ci occupiamo oggi di un romanzo poco noto, pressoché estraneo al percorso della letteratura italiana del secondo Novecento. Un romanzo dalla storia editoriale anomala: pubblicato nel 1947, poi nel 1964, alla fine degli anni Settanta e infine nel 2002 (questa edizione è tuttora in commercio), ma sempre da piccoli editori locali. Il regalo del Mandrogno è opera di due fratelli, Pierluigi (1884-1962) e Ettore (1895-1979) Erizzo: due avvocati piemontesi (ma di origine nobile veneziana) che lo scrissero per passatempo mentre la guerra ostacolava la loro attività professionale.

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Un’opera minore, certo, ma che nei decenni si è costruita un pubblico partecipe quanto appartato. E un romanzo di ampie dimensioni (oltre 800 pagine nell’ultima edizione), ben giustificate dalla trama: la storia di una famiglia della provincia alessandrina da Napoleone ai primi del Novecento.
La vicenda inizia con la morte, intorno al 1930, del vecchissimo Policleto Montecucco: un personaggio di rara antipatia, egoista e pieno di astio verso tutti i componenti della sua famiglia. Col suo testamento non si smentisce: sceglie infatti di lasciare ai figli solo la legittima, dividendo tutto il resto del patrimonio fra quattro persone apparentemente prive di rapporti tra loro: “è, più che lecito, giusto che il Testatore del suo peculio disponga a favore di quanti conservino in sé, sia pure per vie ascose, la miglior linfa della imporrita pianta”. Due nipoti di Montecucco, gli avvocati Polo e Alvise (evidenti alter ego degli autori, che raccontano la vicenda in una curiosa prima persona plurale) indagano su questi personaggi ricostruendo la storia di un ramo nascosto – eppure forte e vitale – di una famiglia ormai decaduta.
Tutto comincia il giorno della battaglia di Marengo (14 giugno 1800), quando nella tenuta dei Montecucco arriva un ufficiale napoleonico ferito, Isidoro Chénousset: un uomo forte, appassionato, dai rozzi lineamenti e dai capelli rossi. Lo accompagna il “mandrogno” del titolo: è questo un termine popolare locale che indica gli abitanti delle campagne di Alessandria. I mandrogni tornano spesso nel romanzo: carrettieri dalla vita zingaresca e un po’ ai margini della legge, impegnati in traffici non sempre chiari ma mossi da un forte senso dell’onore.
Di Chénousset si innamora perdutamente Rosina, moglie spenta e intristita di Giovacchino Montecucco: da questo breve amore nasce un figlio, Napoleone, destinato a trasmettere una discendenza irregolare (e il particolare aspetto fisico di Chénousset) a vari personaggi le cui vicende si intrecciano con quelle della famiglia “ufficiale”.
Il romanzo ha una struttura complessa, le parti raccontate in prima persona plurale fanno da cornice e intermezzo a tre “romanzi” , ognuno dedicato a un personaggio di una diversa generazione: l’infelice Rosina, suo figlio Napoleone, patriota e sacerdote, e Paoletta, figlia di Policleto obbligata dal padre a un matrimonio sbagliato. I tre romanzi appaiono intonati con l’epoca in cui si svolgono: una storia d’amore di stampo romantico (Rosina), una biografia in forma di romanzo storico (Napoleone), un dramma borghese (Paoletta). A unificare i fili della vicenda è l’ambiente: la tenuta del Cucco, con la sua atmosfera antiquata, i suoi oggetti polverosi che ricordano tanto le “buone cose di pessimo gusto” care a Gozzano, i rapporti sociali tra proprietari e contadini; e tutto intorno le pettegole città di provincia, l’affettuosa descrizione dei personaggi minori, la monotona vita borghese.
Ma a colpire il lettore è il semplice piacere di raccontare, con un linguaggio piano, elegante, discreto, un po’ agé e piacevolmente prolisso; con una costruzione impeccabile, un piglio narrativo ottocentesco e un abile uso dei luoghi comuni della narrativa. In fondo una storia del genere è un bell’esempio di un possibile romanzo italiano “popolare”, assente sia nella tradizione “alta” come nell’attuale letteratura di genere che di solito si limita a riproporre modelli elaborati in altri contesti. Qui ci si abbandona con piacere a una vicenda nella quale ci riconosciamo facilmente: per l’ambiente provinciale, per la presenza ingombrante della famiglia, per il contesto storico che bene o male ci è familiare; ci si fa accompagnare da una voce di narratore distaccato e insieme partecipe, sorridente e capace di ironia. E affezionato a ciò che narra: “ma se la verità è stata diversa da quella che noi abbiamo ricostruita, non ce ne importa assolutamente nulla. Per noi è così, anzitutto perché riteniamo che la nostra ricostruzione sia fedele, ma soprattutto perché, così com’è, a noi piace moltissimo”.

PIERLUIGI e ETTORE ERIZZO, Il regalo del mandrogno, Boves (CN) Araba Fenice Libri, 2002.

Giuliano Galletti

Luigi Meneghello, Fiori italiani

“Che cos’è un’educazione?” La domanda con cui si apre Fiori italiani (1976) potrebbe riassumere il tema che Luigi Meneghello (1922-2007) sviluppa in tutta la sua opera: la formazione e le esperienze di un giovane nell’epoca fascista e nel dopoguerra. In Libera nos a Malo (1963) interrogandosi sul ruolo dell’ambiente rurale vicentino e della vita di paese; in Pomo pero (1974) approfondendo l’esperienza del linguaggio (dialetto, italiano letterario e inglese compongono l’originale impasto linguistico di molte sue opere). E poi, tra altre opere, I piccoli maestri (1964) racconta la Resistenza e Il dispatrio (1993) il trapianto in Inghilterra, dove l’autore ha trascorso gran parte della sua vita insegnando letteratura italiana all’università di Reading.

In questa ricerca, Fiori italiani è il tassello dedicato alla scuola, e riassume la carriera scolastica di un ragazzo brillante, S. (l’iniziale sta per “studente” o “soggetto”: è l’alter ego dell’autore). Ma non aspettiamoci un racconto nostalgico, una collezione di ricordi: l’autore analizza, intreccia il racconto con la riflessione sul senso della sua esperienza; e soprattutto istituisce un confronto serrato tra il sé stesso che viene formato dalla scuola fascista e ciò che diventerà successivamente.
Il primo trauma che S. affronta uscendo dal paese è la lingua italiana, e soprattutto il suo uso mistificatorio; i libri di testo, col loro linguaggio artefatto, cercano infatti di sminuire la realtà e di proporre un mondo ideale modellato sugli ideali fascisti: “Il fatto è che per questo casello non passavano treni, neanche uno! Un racconto di ventiquattro pagine intitolato Casello ferroviario N.793 e non ci si trova la parola “treno”! Per quanto ne sapevamo noi, il termine giusto in italiano potrebbe anche essere truogolo”.
Al ginnasio e poi al liceo classico – col passaggio all’ambiente cittadino – si approfondisce una lingua “alta”, depositaria di un’idea di cultura e di tradizione: “Era parte dello statuto della cultura che essa venisse esposta come la Sindone, non trattata come un servizio pubblico. La cultura vive, splende e minaccia per conto suo: in senso stretto non c’entra con la gente”. Lo studente viene solo addestrato a esercitarsi su temi dati, a ripetere con eleganza le idee ricevute.
All’università (Padova, prima lettere poi filosofia) S. cerca un senso generale della sua cultura (senza possedere, vista l’educazione ricevuta, la capacità di compiere un’operazione così complessa), e cerca un ruolo “ufficiale” come intellettuale riconosciuto, attraverso strutture sostenute dal regime, come il GUF o i Littoriali.
Ma proprio qui – sono gli anni della guerra – avviene finalmente la svolta: S. – dopo tanti insegnanti – incontra un vero maestro, Antonio Giuriolo. È un intellettuale brillante, da sempre oppositore del regime, che sopravvive dando lezioni private e si circonda di giovani ai quali apre per la prima volta la mente: una figura maieutica, che non offre soluzioni ma pone domande, che mette i suoi “allievi” a contatto con idee nuove e li lascia liberi di decidere… È un’esperienza decisiva, un cambiamento di paradigma da cui deriverà il gruppo partigiano che Meneghello racconta nello splendido I piccoli maestri.
Fiori italiani si svolge tutto nell’interiorità del protagonista, segue con passione lo sviluppo di una consapevolezza; e lo fa con un linguaggio straordinariamente preciso, duttile, capace di rendere qualunque sfumatura con piccoli tocchi, rinunciando all’impasto linguistico tipico di altre opere dell’autore a favore di forme più lineari. L’autore si rivela uno straordinario ritrattista (“Quanto a Tapanez, certo parlava nel naso. Era piccolino, nervoso, arcigno, introverso, stridulo. Ma era tagliente quella vocetta; stringata la figuretta; e (ora lo so) onesta la sua concezione del proprio mestiere”), e ricorre molto all’ironia – sulla scuola come su sé stesso – e spesso al sarcasmo, specie quando analizza le forme più sfacciate di indottrinamento. Solo nell’ultimo capitolo, la rievocazione di Giuriolo, il tono cambia: e diventa alto, solenne, commosso e severo, passando dalla terza alla prima persona.
E siamo costretti a notare che quest’opera dice molto su noi, sulla nostra mentalità di italiani, sulla nostra scuola: per la lungimiranza dell’autore, ma forse – purtroppo – anche per l’immobilità della nostra cultura.

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Luigi Meneghello, Fiori italiani, Milano, Rizzoli, 2006 (nella collana “BUR – scrittori contemporanei”)

Giuliano Galletti

[immagini tratte da Google Immagini]