Scarlett O’Hara e l’elogio del qui ed ora

Via col vento, il celebre romanzo¹ datato 1936 di Margaret Mitchell, è un classico della letteratura statunitense ma anche uno dei film più celebri della storia del cinema. Uscito nel 1939 per la regia di Victor Fleming, il lungometraggio vinse ben otto statuette agli Oscar e fece epoca.
Di quelle quasi quattro ore di film, agli spettatori sono rimaste scolpite nella memoria alcune celebri massime.

Francamente me ne infischio” ma soprattutto “Domani è un altro giorno“, rispettivamente pronunciate (almeno nel libro) da Rhett Butler e da Scarlett O’Hara, la controversa e indimenticabile protagonista.
La vicenda si svolge negli anni ’60 del 1800, negli Stati Uniti d’America, in Georgia, tra la piantagione di Tara, con la sua terra rossa e il suo cotone tanto candido quanto colpevole, e Atlanta, città nascente, viva, il cuore del Sud. Sono gli anni della guerra civile tra nordisti e sudisti.

Scarlett è una tipica ragazza del Sud, figlia di un proprietario di piantagione, che passa le giornate tra frivolezze e corteggiamenti. È molto amata da suo padre, Gerald, nato in Irlanda, ma anche da sua madre Helen, di origini francesi, una vera signora, compassionevole, elegante e impeccabile. Scarlett somiglia al padre: sanguigna, irascibile, capricciosa ed egocentrica. Sa di essere dotata di un fascino allegro e spensierato, ma è anche terribilmente antipatica — è proprio questo dettaglio a fare di lei un personaggio reale, a tutto tondo, perfetto da sviluppare. Scarlett pensa sempre al suo tornaconto, non fa nulla per dissimulare il suo egoismo e la sua brama di ricchezza — e in questo, per l’epoca, è anticonformista.
La guerra, tuttavia, la cambierà profondamente: gli inganni di un amore adolescenziale e idealizzato verranno svelati; avrà dei figli e dei mariti, farà la fame e imparerà a combattere per la sua vita e quella dei suoi cari. Vedrà la morte in faccia, imparerà a colpire per non essere colpita. E imparerà anche, faticosamente e fastidiosamente (almeno per noi lettori), ad amare, accettando compromessi e facendo a suo modo ammenda.

Ma perché, oggi, Via col vento andrebbe (ri)letto?
Perché è uno straordinario elogio del qui ed ora.
Scarlett riesce a superare momenti disumani e indicibili: la guerra, i lutti, la perdita dell’amore, la fame, le illusioni infrante. Passa attraverso tutto dicendo a se stessa che a quelle tragedie penserà domani, perché domani è un altro giorno, che non le appartiene ancora, che non ricade sotto la sua responsabilità — di fatto, non ricadrà mai sotto la sua responsabilità, se è vero che tutti noi siamo solo in questo istante.
Rimandare è la forza di Scarlett: le permette di respirare, di vivere l’attualità.

In questo senso, rimandare è un grande atto di coraggio: Scarlett si scinde per proteggersi e preservarsi. In realtà, la sua persona è divisa in tre parti: c’è la ragazzina vanesia e spensierata, quella pre-guerra civile. E, all’estremo opposto temporale, c’è una Scarlett del futuro, alla quale quella del presente delega tutte le incombenze peggiori.
Nel mezzo, c’è la Scarlett che posticipa, che rimanda un dolore perché è troppo da sopportare. Grazie a quel “domani” Scarlett riesce a sciogliere nodi interiori, si libera dalle oppressioni e dalle angosce, mettendo ciò che le accade in prospettiva. Il suo gesto è un delegare, ma non ad altri: Scarlett porta da sola i suoi fardelli, e anzi, riesce a caricarsi anche di quelli degli altri proprio perché sa alleggerire se stessa adagiandosi su quel leitmotiv, “Domani è un altro giorno“.

È così che Scarlett riesce a vivere il più intensamente possibile, quando serve, anche negli attimi più bui: sentendo nitidamente i suoi stessi passi mentre vaga confusa e in preda al panico per Atlanta ormai quasi caduta in mano ai nordisti. Vive l’attimo anche di fronte alla morte: giovanissimi soldati (in alcuni casi praticamente bambini) mutilati e straziati. Incendi, carne umana che brucia. Violenza infernale. Il suo mondo che si sgretola, per non tornare mai più. Via col vento descrive la fine di quella cultura tipicamente sudista, l’attaccamento inconcepibile e paternalistico dei ricchi proprietari terrieri nei confronti dei loro indispensabili schiavi. L’amore per una cultura classica, di stampo greco, l’esaltazione di ideali ormai obsoleti. Ma è solo armata di quel “domani” che Scarlett può superare la fine di un’epoca, del suo mondo, di una guerra senza senso e senza vergogna.

Ecco l’importante lezione che possiamo apprendere da questo classico: imparare a stare nel qui ed ora, nell’attimo presente. Dando spazio e rilevanza solo a ciò che conta adesso. Senza perdere il senno e il sonno per ciò che potrebbe accadere né struggersi per ciò che è stato.
E finché abbiamo un domani, abbiamo ancora tanta, tanta forza, di vivere l’oggi.

 

Francesca Plesnizer

 

NOTE:
1 Consiglio la recente traduzione edita da Neri Pozza, che ha saputo svecchiare con grazia e ridare vita alle parole della Mitchell.

[Photo credit unsplash]

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Dalla letteratura alla filosofia: intervista a Adone Brandalise

Cultura,  letteratura e filosofia, tre parole che in un periodo di pandemia, come quello che stiamo vivendo, si fanno spazio con difficoltà tra le molte esigenze quotidiane. La necessità umana di riflessione sul reale, ci spinge tuttavia ad interrogarci su questo momento storico e a chiederci che valore possano avere queste entità, quale sia il legame tra filosofia e letteratura e quale compito spetti all’intellettuale nel mondo odierno.

Ne abbiamo parlato con Adone Brandalise, filosofo, studioso e professore di Teoria della Letteratura presso l’Università degli Studi di Padova, che ha gentilmente ed esaustivamente risposto ad alcune nostre domande, abbandonando le etichette e i pregiudizi che spesso abbiamo quando si parla di questi temi. Oggi più che mai c’è bisogno di libertà, afferma il prof. Brandalise, e forse proprio la Cultura, in particolare la Poesia, ci permettono di sognare e attraverso l’immaginazione di avvicinarci a questa esigenza.

L’intervista al professor Brandalise prosegue nel numero 14 della rivista cartacea La Chiave di Sophia (in uscita a fine febbraio 2021), con alcune considerazioni e riflessioni riguardanti il tema della complessità. Buona lettura!

 

Quale ruolo può avere la letteratura oggi, in un mondo in cui il linguaggio prediletto è quello tecnico-scientifico e non quello evocativo, che crea sensazioni o emozioni diverse e permette di connettere realtà e mondi possibili? Quale ruolo può avere invece il poeta, o più in generale l’uomo di cultura?

Credo non convenga cedere senza riserve alla suggestione di uno schema anche eccessivamente collaudato che vede opporsi irrimediabilmente l’orizzonte del linguaggio poeticamente ricco con quello disincantato ed anaffettivo della scienza. Ai livelli più elevati e quindi necessari dell’esperienza culturale le diverse forme della creatività intellettuale si mostrano, al di là dei diversi apparati in cui si fissa la loro dimensione istituzionale, assai più affini e interagenti di quanto le ideologie, scientiste come umanistiche, propendono ad affermare.

Esiste una classe di pratiche del pensiero che esercitano, per così dire, radialmente la loro utilità, proprio perché non deterministicamente votate a servire a uno scopo prefissato, ma per questo capaci di produrre concretissimi effetti complessivi.

Viene quindi da chiedersi se i processi che stanno così rapidamente ridefinendo la fisionomia di un mondo che si è tentati di ritenere tendenzialmente post-umano, non siano destinati a decidere la complessiva qualità dei loro esiti proprio in ragione della rilevanza che sarà accordata a questa modalità, più spregiudicata e flessibile, della pratica intellettuale.

 

Secondo lei la filosofia cosa è? Cosa significa “fare filosofia”?

Non mi avventuro a proporre definizioni, ma solo provo a evidenziare quanto mi suggerisce il contatto con ciò che avverto come filosofia e che mi si presenta come una disposizione del pensiero e del linguaggio non ostile al prodursi della verità come evento, in cui il sapere si mostra animato da un movimento che lo sospinge ma anche lo supera. Ciò appare quando il pensiero e le parole del filosofo non si riducono alla registrazione di un’opinione o alla compiuta architettura di una esposizione dottrinale, perché in essi si apre un effettivo presente in cui il confronto con il reale va oltre l’istanza conoscitiva che vorrebbe fissarlo in una rappresentazione della “realtà”. La filosofia quindi come pratica del pensiero che non rinuncia a perseguire quanto gli esiti del suo procedere gli indicano come sviluppo necessario in omaggio a limiti che ne caratterizzino un presunto oggetto, dato come un presupposto e come fonte di una legalità disciplinare. Ciò che, a mio avviso, la rende utilmente capace di dialogare con i diversi saperi quando questi, con un moto che è di per sé stesso filosofico, mettono in questione il rapporto tra i propri fondamenti e le proprie prassi.

 

Non sempre ci ricordiamo che la filosofia non si misura in termini di scrittura soltanto con il saggio; la filosofia può essere epistolare (pensiamo per esempio a Seneca) o teatrale (ricordiamo tra gli altri Camus) ed essere veicolata anche tramite il romanzo (tra gli altri citerei Sartre). Lei,professor Brandalise, ritiene che ci siano autori della letteratura che possano essere considerati, per la loro visione di mondo e il modo di tradurla, dei filosofi?

Se ben ricordo Mallarmé sosteneva che là dove vi era sforzo stilistico vi era versification, ovvero linguaggio poetico. Anche limitandoci allo scenario della modernità possiamo riconoscere che quello stesso pensiero che rende tale la filosofia si può manifestare al di fuori di quanto corrisponde ad una identificazione tecnico-disciplinare di questa. In tal modo esso per un verso si può sviluppare secondo sue forme dotate di una propria logica e d’altro lato e contemporaneamente interrogare la filosofia ed esserne interrogato.

Proprio per questo sono soprattutto autori che non si riducono a decorare artisticamente precostituiti contenuti “filosofici”, ma che implicano per propria intima necessità effetti di pensiero nelle loro elaborazioni che divengono luoghi rilevanti e a volte inaggirabili per la filosofia. E ciò riguarda  la poesia, la narrativa ma anche il cinema ( penso a questo proposito alla riflessione deleuziana) o le arti visive e performative.

 

In base alle recenti misure governative nell’ambito del contenimento della pandemia, le librerie sono tra gli esercizi rimasti aperti anche all’interno delle cosiddette “zone rosse” in un’ottica in cui il libro viene considerato un bene essenziale. Professor Brandalise, come giudica questa decisione? In che modo ritiene che la letteratura possa essere un valido aiuto in un periodo così difficile come quello di una pandemia globale, quale quella che stiamo vivendo?

Si sarebbe tentati di applaudire senza riserve. Eppure considerando, per dire così, con una formula assai semplificatrice, il posto che la complessiva organizzazione sociale, quello che  un tempo si poteva chiamare – supponendo ottimisticamente con ciò di avvicinarsi ad una comprensione “forte” delle cose – il “sistema”, tende a destinare a quanto di vitale si apre nella pratica della lettura, si potrebbe sospettare di trovarci di fronte ad una sorta di flebile risarcimento simbolico, a uno di quegli omaggi che “il vizio rende alla virtù”, come proponeva La Rochefoucauld, così definendo l’ipocrisia. 

Comunque la letteratura – e il suo cuore poetico in particolare – possono rendere percepibile l’intreccio di tempi che si concentra nel nostro presente, e così avvicinarci ad una libertà paradossalmente non immaginaria proprio perché affidata alla “materia di cui sono fatti i sogni”, se, come non  smettono di suggerirci antiche filiere simboliche, sognare “sapientemente” è il vero modo di essere desti, così da poter guardare ai nostri incubi senza sottostare al loro fascino.

 

Anna Tieppo

 

[Photo credit adonebrandalise.it]

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Scoprire e ritrarre: il soggetto esposto e problematizzato

Di recente ho letto il romanzo Il ritratto di Ilaria Bernardini, uscito a gennaio di quest’anno per Mondadori. Un’opera notevole, che scava all’interno dei personaggi e trasporta il lettore nei loro mondi, passati e presenti, nelle loro paure e nei loro desideri. Un romanzo che narra soprattutto il desiderio di essere visti, scoperti, riconosciuti – tramite un ritratto, appunto.
La protagonista è Valeria, scrittrice di mezza età legata, da ben venticinque anni, a un uomo sposato, Martìn, ricco imprenditore. Quando la radio informa Valeria che il suo grande amore è finito in coma e si trova a casa sua a Londra, con moglie e figli, la scrittrice fa l’impensabile. Per stargli vicina chiede a sua moglie, Isla, famosa pittrice, di farle un ritratto. Un’occasione pericolosa, piena di tensione, che le permette di incontrare la donna con la quale ha segretamente condiviso un uomo per tutti quegli anni. Isla sa di lei? Come si comporterà? Il romanzo, però, non è incentrato solo su questo torbido intrigo.
Il ritratto che la moglie fa all’amante porta a galla la vera Valeria, piena di contraddizioni, rea d’aver commesso atti vergognosi ma anche pieni d’amore.

Valeria ha un passato lastricato di dolore, lutto, abbandono. A cinquantacinque anni avverte e assiste al cambiamento del suo corpo, che cerca di curare con l’esercizio fisico e che fatica a vedere riflesso nello specchio. La sua vita l’ha data quasi tutta a Martìn e alla scrittura. E adesso, tesa nella paura di perdere per sempre quell’amore, Valeria esplora inconsapevolmente il suo bisogno d’essere guardata.
Isla la ritrae su tela osservandola attentamente e scrupolosamente durante alcune intense sessioni giornaliere. Guardandola, ella dà corpo e consistenza a Valeria, convalida in qualche modo la sua presenza nella sua vita e in quella dei suoi figli, persino in quella del marito, in stato comatoso al piano di sopra. Isla si accorge che Valeria, immobile e seduta, nell’atto di posare, si mostra per quella che è, mostra le sue tante sfaccettature pur restando ferma e credendo (più che altro sperando) di essere imperscrutabile. Ma l’artista coglie sempre il vero nocciolo della personalità di chi ritrae, la svela, per trasferirla sulla tela. È un processo non solo artistico, ma anche psicologico, persino spirituale. Un processo totalizzante, sfinente sia per chi dipinge che per il soggetto che viene ritratto.

Il filosofo Jean-Luc Nancy, nel suo Ego sum (Bompiani, 2008) parla della scelta di Cartesio di pubblicare anonimamente il suo Discorso sul metodo. Cartesio mostra al pubblico la sua filosofia come fosse un quadro dall’autore sconosciuto e resta dissimulato dietro a esso in ascolto, per capire che ne diranno gli altri. Cartesio si fa voyeur esponendo il suo pensiero e Nancy ci ricorda che il voyeur è sempre un esibizionista. Anche Valeria si esibisce, ne ha bisogno; è lei stessa a pensare che «a vent’anni voleva essere invisibile. Ora voleva essere vista». Giunta alla mezza età, arriva il momento per lei di mettersi in mostra: a Isla, per farsi ritrarre, ma anche e soprattutto a se stessa, per scoprirsi e (ri)darsi un senso, proprio attraverso gli occhi della sua antagonista. In questo caso Isla non è solo la ritrattista ma è anche la sua spettatrice più importante. Anche se potrebbe sembrare che la pericolosa scelta di Valeria di recarsi in quella casa sia legata solo al suo desiderio di stare vicina a Martìn, in realtà leggendo il romanzo emerge potentemente la sua volontà di esporsi per concretizzarsi e rispondere a tante domande che, nella sua vita, sono sempre rimaste senza risposta, almeno fino a quel momento.

«Il soggetto esposto» scrive Nancy in Ego sum «mette contemporaneamente in gioco il guadagno della sua sostanza e la perdita della sua identità». Posando per quel ritratto Valeria perde la sua identità di amante, non solo a livello fittizio in quanto non può e non deve confessare a Isla chi in realtà è, ma anche a un livello personale e profondo. Valeria è sempre e solo stata un’amante e una scrittrice di successo? No, è stata ed è tante altre persone, tanti altri volti che si susseguono uno dopo l’altro mentre posa immobile, acquistando, forse per la prima volta, la sua vera sostanza.
Ma pure Isla è lì per scoprire qualcosa: come afferma Nancy, «l’autore nascosto dietro il quadro […] è lì per vedere». Vedere Valeria, l’altra donna, e attraverso lei vedere anche Martìn, la loro vita insieme e quella di lui con la sua amante. E, in ultima analisi, vedere più chiaramente anche se stessa.
Il ritratto è un romanzo estremamente filosofico e labirintico, strutturato come un puzzle capace di allenare non solo la mente ma anche e soprattutto il cuore, problematizzando il concetto stesso di identità e di accettazione di sé. Un po’ come una seduta psicoanalitica, anche per lo stesso lettore.

 

Francesca Plesnizer

 

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L’uomo etico di Philip Roth: scelta e predestinazione

Philip Roth è morto più di due anni fa, lasciando un vuoto che può essere colmato solo dalla lettura e dalla rilettura delle sue opere. Tra queste spicca Pastorale americana, uscito nel 1997, primo romanzo della Trilogia di Zuckerman. È infatti l’alter ego letterario di Roth, lo scrittore Nathan Zuckerman, a narrare la storia del protagonista di Pastorale americana, Seymour Levov detto lo Svedese per via dei capelli biondi e dei tratti nordici.

Lo Svedese era stato, per Zuckerman e non solo, un mito: l’aureo ragazzo perfetto ammirato da tutti, il giocatore di basket acclamato, affascinante e svedese nell’aspetto e nei modi. La fortuna aveva continuato a sorridergli anche dopo il liceo: Levov aveva preso con successo le redini della fabbrica di guanti di suo padre e sposato una reginetta di bellezza. I due avevano avuto una figlia, Merry, che sarebbe diventata la ragione della sua rovina.

Nel corso di tutto il romanzo lo Svedese si domanda che cosa ha sbagliato con sua figlia. Cosa ha fatto per farla diventare la terrorista che a sedici anni ha costruito una bomba e fatto saltare in aria un piccolo ufficio postale nel New Jersey, alle 6 del mattino, ammazzando un uomo che si trovava lì a imbucare delle lettere?

Di primo acchito lo Svedese può ricordare l’uomo etico descritto dal filosofo danese Søren Kierkegaard: marito e padre modello, dedito al lavoro e ai doveri morali, sempre attento a inseguire la scelta più eticamente corretta. Ma scavando a fondo si scopre che invece egli, in un’occasione che si rivelerà la più fondamentale, è stato incapace di scegliere. Scrive Kierkegaard all’inizio di Aut-aut, che vi sono individui «alla cui personalità manca l’energia per poter dire con pathos: o questo, o quello». Quel vigore è proprio ciò che manca allo Svedese quando Merry inizia a inveire contro i politici guerrafondai che inneggiano alla guerra in Vietnam alla televisione, quando comincia a crescere in lei il seme del terrorismo. È qui che assistiamo alla mancata scelta dello Svedese, la più fatale: egli non s’impone, non impedisce a sua figlia di commettere errori, anzi l’ascolta, parla con lei, cerca di farla ragionare, la rispetta. Ma la battaglia contro la guerra in Vietnam non è la battaglia di Merry, è solo una copertura: lei lotta contro suo padre, contro la sua essenza, la sua “svedesità”. Combatte la pastorale americana fatta di perbenismo, che nasconde un marcio che in fondo non ha nulla di eccezionale, quel marcio che, secondo Roth, conduce a ciò che di disdicevole e ipocrita c’è nella vita di tutti noi.

Ma cos’ha la loro vita che non va? Cosa diavolo c’è di meno riprovevole della vita dei Levov?

Così si conclude il romanzo. Una chiusura che è apertura, poiché apre al domandare.

Quali sono le colpe dello Svedese? È un buonista che non vuole nuocere a nessuno e per questo non si schiera mai. Levov pare tutto apparenza, ma la sua profondità celata rompe gli argini alla fine del romanzo. Roth riesce nell’impresa di rendere monumentale un uomo comune: lo fa scavando in lui, alla scoperta delle sue stonature, delle sue debolezze, dei suoi atti non “svedesiani”. Il presunto uomo etico kierkegaardiano aveva perso le staffe, in passato, con la piccola Merry, arrivando a prendere in giro la sua balbuzie. E per porre rimedio a questo suo errore, egli aveva dato un bacio sulle labbra a Merry, di ritorno da una giornata padre-figlia. Un bacio innocente e paterno, su questo non v’è dubbio, che assecondava la normale cotta edipica che la bimba aveva per il suo papà. La piccola gli aveva chiesto di baciarla come avrebbe baciato la sua mamma e lui l’aveva accontentata – per poi tormentarsi, anni dopo, domandandosi se era stato quello a creare in Merry una crepa che aveva fatto penetrare il male.

Leggendo Pastorale americana ci si domanda di continuo, in un dolce supplizio che tiene incollati alla pagina, se la colpa sia dello Svedese.
No, non è mai stata colpa sua. Forse nel suo destino risuona un’eco di predestinazione di matrice luterana per cui nessuna opera può graziare chi Dio ha deciso di non salvare.
Oppure sì, la colpa è sempre stata sua, perché Merry andava aiutata in modo diverso. Bisognava redarguirla, recuperarla, richiamarla a se stessa, cose che lo Svedese non ha mai saputo fare proprio per paura di sbagliare.
Roth ci fa compiere un esercizio di scomodità e ci fa comprendere che l’uomo resta un interrogativo aperto, un dubbio che si mangia iperbolicamente tutto, mentre viene sospinto (o si spinge) da un evento all’altro.

 

Francesca Plesnizer

 

[Photo credit unsplash.com]

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La filosofia pratica che Camilleri ci lascia in eredità

Ora dimmi di te. Lettera a Matilda (Bompiani, 2018) è un irrinunciabile testamento, un monumento culturale, un’ode delicata e feroce scritta da un uomo, Andrea Camilleri, ormai al crepuscolo della sua vita.

Gli abbiamo detto addio da poco, ma egli resta, grazie a opere come questa e alla sua lucida intelligenza, abbarbicato alle nostre menti.

Questo memoir è una lettera per la sua piccola pronipote Matilda con cui non potrà dialogare, visti i suoi 93 anni. Un racconto scritto “alla cieca” per un duplice motivo: Camilleri quando scrive è ormai non vedente, costretto a dettare i suoi pensieri. Ma è cieco anche poiché non potrà vedere oltre quell’arco che si protende verso il futuro, non saprà come sarà l’Italia, il mondo in cui Matilda vivrà. Non sa se ci sarà ancora un’Europa, ma si augura che i giovani potranno ricostruirla su nuove fondamenta perché essi «hanno in loro la capacità […] di ridare alla politica la sua etica perduta, […] hanno la possibilità di far risorgere il nostro paese non solo economicamente, ma infondendo la forza trascinante di un ideale nuovo».

Camilleri racconta momenti della sua vita personale e della storia collettiva che lo hanno formato. Nel farlo sottolinea quali sono, a suo avviso, i principi per i quali valga la pena stare al mondo, offrendoci uno spaccato della sua saggezza pratica fatta di consigli preziosi che possono guidarci ogni giorno.

C’è prima di tutto il libero pensiero e il libero arbitrio. Da scrittore, Camilleri non si è mai piegato ai gusti del pubblico, anche se il suo celebre commissario è adorato in tutto il mondo. Da studente, da dipendente, da dirigente Rai, da insegnante e da essere umano, mai si è rassegnato a fare ciò che gli altri avrebbero voluto, pure se questo lo ha spesso condannato a situazioni spiacevoli – anche perché, lo confessa lui stesso, «non ho mai avuto un carattere facile».

Ci sono poi gli ideali di tolleranza e rispetto. Emblematico è il ricordo di ciò che gli insegnò Orazio Costa, suo professore di regia all’Accademia nazionale d’arte drammatica di Roma, ma anche suo maestro di vita. Al termine del colloquio iniziale, Costa disse al giovane Camilleri che non condivideva le sue idee, tuttavia lo scelse per il corso di regia spiegando che: «Non condividere le idee di una persona, quando esse sono acute e intelligenti, non significa affatto rifiutarle».

Camilleri ci insegna anche qualcosa sulla verità, mettendoci di fronte a un fatto disarmante: non è tanto l’aspetto morale della verità a renderla cruciale, quanto il suo aspetto pratico. Essa rende facile districarsi da situazioni spinose: possiamo uscire da esse affermando ciò che pensiamo, senza fronzoli o edulcorazioni. Magari essere sinceri comporterà una perdita, di un amico o di un lavoro, tuttavia essa resta un punto fermo oltre al quale non si può andare. Le bugie invece, ne portano con sé altre e si dipanano all’infinito.

Lo scrittore di Porto Empedocle ci mostra anche che lo straniero, l’altro, siamo noi allo specchio. Ci narra un episodio risalente ai primi anni duemila: durante una vacanza a Vienna Camilleri ebbe un’emorragia interna molto grave e si ritrovò solo, per la strada, in attesa della moglie e della figlia andate a cercare aiuto. Era imbrattato di sangue, terrorizzato, ma nessun civile austriaco lo aiutò: egli suscitava ribrezzo e apprensione. Solo un arabo, un modesto venditore ambulante, lo soccorse facendolo sedere, tamponandogli il sangue e portandogli un panno intriso d’acqua ghiacciata. Non volle la ricompensa in denaro che Camilleri gli porse, perché, gli disse in italiano: “Io solo amico”.

Il maestro ci parla di amicizia, di dignità, della rabbia che esplode quando questa viene calpestata arbitrariamente, come fa la mafia – mette i brividi il ricordo di una strage a cui assistette. Camilleri ci propone una sua filosofia pratica degna di quella delle scuole elleniche, capace di aiutarci a vivere meglio. Ci ricorda i simboli della nostra cultura, che vengono dalla Grecia antica, dalla bellezza di leggere senza censure, dall’ebrezza di poter fare quello che ci va, sbagliando e imparando dagli errori.

Chiniamo il capo e ringraziamo per le verità belle e semplici come teoremi matematici che Camilleri è stato in grado di trasmetterci, sentendoci un po’ tutti suoi “nipoti”.

 

Francesca Plesnizer

 

[immagine tratta da Google Immagini]

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Le “Lezioni americane” di Calvino sono la porta alla contemporaneità

Il XXI secolo è sinonimo di complessità: negli ultimi vent’anni, infatti, la realtà si sta palesando attraverso molteplici aspetti e sfumature e la velocità d’esecuzione dei processi in atto è maggiore rispetto al passato. Basti pensare alla globalizzazione, che ha portato radicali cambiamenti e nuovi rapporti di forza, a livello economico, culturale e sociale, all’interno dei singoli stati nazionali. Una trasformazione che oggi la politica come le grandi corporazioni economiche fanno fatica a gestire. Per questo occorre essere sempre più lesti di fronte alle opportunità che ci vengono offerte e d’altro canto sempre più flessibili alle problematiche vigenti: dal riscaldamento globale fino al disgregamento delle strutture sociali. È come se ci trovassimo nella più moderna stazione ferroviaria della storia, con infiniti treni in partenza, uno dietro l’altro: perderne alcuni può essere fatale come ugualmente prenderne altri.

Calvino ne era consapevole, quando scrisse le Lezioni Americane. Sei proposte per il nuovo millennio. Con lungimiranza ci offrì una sintetica, e non per questo banale, sintesi di quello che sarebbe avvenuto. Siamo nel 1985, in vista del ciclo di sei lezioni che Calvino fu invitato a tenere all’Università di Harvard, peraltro il primo italiano a partecipare come professore estero dalla fondazione della scuola americana. All’invito non seguì la presenza dello scrittore a causa della sua improvvisa morte; per questo l’opera rimase incompiuta, mancante del capitolo sulla Coerenza.

Calvino volle esporre delle lezioni sulla leggerezza, la rapidità, l’esattezza, la velocità e la molteplicità nei riguardi nel futuro prossimo, partendo da famosi frammenti letterari. In seguito, come completamento dell’opera, volle racchiudere gli auspici per il nuovo millennio in nome della coerenza. Come a dire: vi insegno cosa avverrà ma anche come prestarvi al nuovo mondo.
Le due lezioni che credo rappresentino al meglio la nostra vita alla luce del nuovo millennio sono quelle sulla Rapidità e Molteplicità.

«Nella vita pratica il tempo è una ricchezza di cui siamo avari; in letteratura, il tempo è una ricchezza di cui disporre con agio e distacco»1.

Così scrive Calvino nella lezione sulla rapidità: ci vuole far riflettere sul rapporto che intercorre tra la velocità fisica e la velocità mentale, cioè tra tempo reale e tempo immaginario. Tutto, «in un’epoca in cui altri media velocissimi e di estesissimo raggio trionfano, e rischiano d’appiattire ogni comunicazione»2, sembra scivolarci tutto dalle mani, mostrando la nostra incapacità di poter comprendere veramente ciò che accade. E, forse, ebbe ragione Umberto Eco quando scrisse che «la cultura [e saggezza potremmo aggiungere] è la capacità di filtrare le informazioni»3. Nell’ ottica di Calvino, quella si identifica con la capacità di porre un giusto equilibrio tra il tempo reale e il tempo della mente. Infatti, continua Calvino, «il secolo della motorizzazione ha imposto la velocità come un valore misurabile […] ma la velocità mentale non può essere misurata e non permette confronti o gare»4.

È però importante fare molta attenzione: lo scrittore dà immenso valore alla velocità, come fece a sua volta per la leggerezza nella prima lezione dell’opera. Le sue conferenze, infatti, non vogliono in nessun modo screditare i dettami contemporanei, in quanto li reputa, per l’appunto, fondamentali. L’insegnamento non si ferma, dunque, alla critica o alla divisione di concetti, bensì mira alla consapevolezza dell’uomo contemporaneo in riferimento al rapporto tra sé e il mondo.

Sulla molteplicità, invece, Calvino scrive:

«La letteratura vive solo se si pone degli obiettivi smisurati […]. Da quando la scienza diffida dalle spiegazioni generali e dalle soluzioni che non siano settoriali e specialistiche, la grande sfida per la letteratura è il saper tessere insieme i diversi saperi e i diversi codici in una visione plurima»5.

Questo è il rapporto che dobbiamo avere nei confronti della molteplicità del mondo: «tessere insieme i diversi saperi»; in altre parole, saper convivere con innumerevoli e differenti esperienze, spesso in contrasto tra loro. Utile in tal senso può risultare l’intervento di Giorgio Colli – filologo e filosofo italiano – che scrisse che «il mondo moderno è una molteplicità frantumata»e con esso dobbiamo confrontarci.       

In conclusione, Calvino cerca di instaurare un nesso forte tra il libro, la persona e il mondo: «il self di chi scrive […] è ciascuno di noi come combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letteratura e d’immaginazione»7.  Ogni vita è, dunque, un’enciclopedia che deve misurarsi con altre biblioteche immaginative e pratiche: gli altri. La realtà, dopotutto, è in noi e per noi. Saremo in grado di preservarla?

 

Simone Pederzolli

 

NOTE
1. I. Calvino, Lezioni Americane, Milano, Mondadori, 1985, p. 53.

2. Ivi, p. 57.
3. U. Eco, cit. da una lezione tenutasi all’Università di Pisa il 16 settembre del 2004.
4. I. Calvino, op. cit., p. 61.
5. Ivi, p. 112.
6. G. Colli, Presentazione, in B. Spinoza, Etica, Torino, Bollati Boringhieri, 1992, p. 89.
7. I. Calvino, op. cit., p. 121.

[Photo credit XVIIIZZ via Unsplash]

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