Lettera alla vita

«Vedere il mondo, attraversare i pericoli, guardare oltre
i muri, avvicinarsi, trovarsi l’un l’altro e sentirsi»
(slogan rivista Life).

Cara Vita,
a sedici anni affrontai la mia prima interrogazione di filosofia. Ero molto teso, non ho mai avuto una gran memoria, dopotutto. Il prof. M. mi  guardava di sfuggita. Mi agitavo sulla sedia pronto ad essere inchiodato  dalle sue domande: per quanto il suo atteggiamento fosse in qualche modo affabile, lo temevo. 

“Lei cosa pensa di Platone?” 

Il mio cervello non recepì immediatamente la domanda, tant’è che involontariamente mi uscì un flebile: “Eh?”. Il professor M. mi guardava senza cambiare espressione. Ripeté, esortandomi: “Lei cosa ne pensa di  Platone?” La mia mente era pura entropia: era davvero la mia personale opinione ad essere richiesta? La risposta fu tanto timida quanto sincera: “Non sono molto d’accordo”. Il prof. M. incalzò: “Bene. E perché non sei  d’accordo?” 

Presi sei e mezzo, ma quel giorno cara Vita ho capito che tu, come la Filosofia, non sei fatta di soli dati fissati sulla pagina di un manuale: sei piuttosto un velo mutevole in perenne movimento, difficile e allo stesso tempo importante da interpretare. D’altronde i più recenti studi fisici sulla materia, come le più antiche intuizioni filosofiche e mistiche dell’Oriente1 supportano questa ‘traduzione’: ogni minuscola trama del tuo tessuto cela i paradossi e le incongruenze contro i quali noi sbattiamo la testa ogni giorno. Tuttavia credo non ti si debba riconoscere alcuna volontà malefica – come il Fuoco eracliteo che crea e distrugge – ma solo la difficoltà di  districare le tue trame e diventare protagonisti del tuo fluire. Sei l’unità e la completezza: cos’altro potresti fare se non esserci perché noi ci siamo

La chiave per un buon rapporto con te risiede nello sforzo – mentale e  corporeo – di creare e mettere in atto il senso di ciò che si manifesta. Lo Streben – lo chiamerebbe Fichte nella propria dottrina morale – di un Io2 che ‘sbatte’ contro i limiti di se stesso, forzandoli e creando così il proprio Mondo. Perché noi siamo, fino a un certo punto, il nostro Mondo. Causa l’ignoranza della realtà fuori da noi e l’esser sommersi dai ripetitivi accadimenti quotidiani – tratti che contraddistinguono in modo particolare questa nostra epoca – spesso dimentichiamo che siamo noi a dover creare il senso e il fine; noi che dobbiamo tracciare il sentiero che si dipana di fronte a noi. 

“Scegliere la Vita, momento per momento” è l’atto che ci permette di farci strada nel gioco del Mondo. Se mai decidessimo di non osare nei tuoi confronti, o Vita, non saremmo diversi da un uomo che vede fuggir via la donna che ama senza farsi nemmeno notare. Scivoleresti via anche tu, un po’ alla volta, con la medesima nonchalance di un parigino; a noi resterebbe solo il rimpianto di non aver assaggiato il tuo latte. I tuoi frutti sono per chi vuole trovarli non per chi li attende: dopotutto cosa c’è di più soddisfacente dell’orgoglio che ci lega ad un obiettivo raggiunto, ad una scelta difficile di cui ci siamo resi partigiani, finanche un fallimento di cui siamo gli unici responsabili? 

«Un bravo allievo si concentra sull’emissione della Vita» ed è caparbio (A. Astolfi, Lezioni di musica). In quanto parte delle trame del Mondo, l’uomo è mutevole con esso e mette in atto le variazioni che lo fecondano (il Mondo). Siamo fatti della stessa materia delle stelle, dopotutto: noi siamo parte di ciò che ci circonda. Guai a pensare che la Vita non ci riguardi: guai ad alzare le spalle di fronte agli eventi che invocano la nostra attuale presenza. 

Lode, dunque, a chi riesce a scegliere il sentiero della propria vita, perché proprio da te, o Vita, non avrà altro che questa grande possibilità per plasmarti. La grandiosità del proprio vissuto richiede fatica e prontezza di spirito: la Vita si dice sia una guerra; ciò che non si dice è che è una guerra contro noi stessi per non rimanere inermi. La sostanza del nostro vivere sta nelle scelte di senso, nelle conseguenti divaricazioni delle nostre strade e negli incontri/scontri con gli altri.

«Non volevo vivere con quella che non era una vita, a
meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo
vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di
essa […]» (H.D. Thoreau, Vita nel bosco, 1854).

 

Matteo Astolfi

 

NOTE
1. J.R. Oppenheimer, N. Bohr e W. Heisenberg sono tre esempi di rinomati fisici che citarono in tal senso la vicinanza tra la fisica e il filosofico-orientale.
2. G. Fichte, Fondamenti sull’intera dottrina della scienza, Bompiani 2003.

[Photo credit Aziz Acharki via Unsplash]

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Libri selezionati per voi: maggio 2018!

Puntuali come la primavera che ha dato nuova vita alle nostre campagne, ecco le nostre proposte di lettura per il mese di maggio. Se il caldo inaspettato dell’ultimo periodo vi fa fremere per la gita della domenica o addirittura per le vacanze estive, noi vi consigliamo di darvi alla lettura perché con una storia nei pensieri l’attesa sarà indubbiamente più lieta!

 

ROMANZI CONTEMPORANEI

chiave-di-sophia-auto-da-feAuto da fé – Elias Canetti

Si tratta del primo ed unico romanzo mai scritto dal Premio Nobel per la Letteratura Canetti. Anno 1935. Bandito dai nazisti, venne riscoperto e apprezzato solo negli anni Sessanta. Nelle due parti in cui si compone troviamo il sinologo Peter Kien che vive in una condizione di isolamento e di apparente sicurezza con miriadi di libri a formare una vera e propria fortezza. Ha così in odio la vita che solo la convinzione di essere un “carattere” lo sostiene. Ma un “carattere” è anche la sua governante Therese, la cui bassezza è rigorosa. Nell’essere agli antipodi, sono accumunati dal rifiuto di ammettere l’esistenza di qualcos’altro nel mondo.

chiave di sophia il-mondo-nuovo-ritorno-al-mondo-nuovo-libro-79433Il mondo nuovo – Aldous Huxley

Uno dei più famosi romanzi distopici esistenti, il libro più bello ed inquietante uscito dalla penna di Huxley che anticipa temi quali l’eugenetica, lo sviluppo delle tecnologie di riproduzione ed il controllo mentale. Ambientato nell’anno di Ford 632, corrispondente all’anno 2540 della nostra era, il romanzo descrive una società strettamente classista il cui motto è “Comunità, Identità, Stabilità” e dove la vita è un’esistenza in serie. Una società tecnologicamente avanzata, priva di povertà e guerra, che ha però sacrificato in un’ironia negativa ciò che rende umano l’umano.

 

UN CLASSICO

chiave-di-sophia-svevo-senilitaSenilità – Italo Svevo (1898)

La figura dell’inetto, sempre al centro del linguaggio sveviano, ritorna in un classico poco conosciuto che, all’epoca della pubblicazione, suscitò non pochi malumori. Emilio Brentani, alter-ego di Zeno Cosini,  è un giovane impiegato di una compagnia assicurativa, incapace di vivere un’esistenza piena, adagiato su una quotidianità mediocre e grigia. La scoperta di una relazione avventurosa sembra poter salvare il “giovane impiegatuccio”, ma ben presto si scopre vecchio dentro, privato dell’energia vitale e della forza di sperimentare il vero amore. Un romanzo dall’acuta caratterizzazione psicologica, focalizzato sul protagonista e sulle menzogne che egli si crea per non dover affrontare le difficoltà del reale. Consigliato a tutti coloro che amano lo sguardo introspettivo, ricco di auto-critica e auto-ironia, nei confronti di un presente e di una condizione a volte poco soddisfacente.

 

SAGGISTICA

chiave-di-sophia-sono-puri-i-loro-sogni_bussolaSono puri i loro sogni – Matteo Bussola

Una lettera semplice e diretta scritta da Matteo Bussola, padre di tre bambine, diretta agli altri suoi “colleghi” genitori. La sua testimonianza ed esperienza personale fanno luce sui cambiamenti e i disagi tipici di questo tempo per quanto riguarda il sistema educativo e chi ne è coinvolto. Alunni, insegnanti, genitori. Una triade che fin dal primo giorno di scuola porta una buona dose di difficoltà da affrontare con una consapevolezza nuova e con uno spirito da costruire secondo valori e priorità da riscoprire.

 

JUNIOR

chiave-di-sophia-da-mary-taglio-e-piegaDa Mary taglio e piega – Eoin Colfer

Il rapporto delle ragazze con i loro capelli non è sempre roseo. La povera Mary ce li ha un po’ ricci, un po’ lisci, un po’ neri, un po’ marroni. Così decide di prendere provvedimenti, trasformandosi nella parrucchiera di se stessa. Vi lascio immaginare i malanni che farà! Se siete curiosi non perdetevi questo libricino adatto tanto alle femminucce quanto ai maschietti, di sei e sette anni circa. Il piccolo formato del libro lo rende ideale per essere tenuto in mano proprio dai lettori più piccoli. Inoltre, questo libro è un testo ad alta leggibilità: lo possono leggere tutti i bambini, anche quelli che con la lettura hanno qualche difficoltà!

 

Sonia Cominassi, Anna Tieppo, Alvise Gasparini, Federica Bonisiol

 

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Lettera alla sig.na Regine Olsen: anche i filosofi hanno un’anima

[Poche volte, nella vita, capitano fortune come questa. Questa lettera, da me trovata (chiusa in un cassetto di uno scrittoio, comprato per puro diletto in Nørregade, in quel di København) e tradotta dall’originale danese, è la minuta della famosa, e tragica, “Lettera del 1849” a Regine, da Kierkegaard spedita, ma alla quale non ricevette mai risposta.]

Allo stimatissimo signor X:
la lettera acclusa è mia per la Vs. compagna di vita.
Decidete Voi se consegnargliela o meno.
Io non cerco, in modo alcuno, di potarVela via: intendo solo narrarle ciò che fummo, perché lei si senta libera di ricordare il bene, e il male, di quello che fu la nostra storia.
Ho l’onore di professarmi Vostro devotissimo
S.A.K.

 
Mia Regine,

il cuore, è come una casa subacquea ove vi sono molte stanze: giù nel fondo, poi, vi sono camere piccole, ma accoglienti, dove si può stare tranquillamente seduti, mentre fuori il mare tempestoso; in alcune di esse possiamo udire in lontananza il rumore del mondo (non angosciosamente assordante, ma sempre più fievole e quieto… sai perché? Perché gli abitanti di queste stanze sono coloro che s’amano).
Ma da lungo tempo oramai, cara amica, non abiti più queste segrete magioni: io e te siamo separati, lontani nello spazio infinito del tempo, nella piccola circoscrizione dello spazio: non è poi così immensa Copenaghen!

Ti scrivo ora, perché finalmente voglio che ti sia chiaro perché la nostra storia è finita.
Da quando ti conobbi, ho sempre cercato di vivere artisticamente: volli farmi simile a te, cercando di ritrovare una sensibilità prontissima a cogliere ogni cosa fosse interessante nella tua vita: avevi il dono, cara amica, di saper presentare come arte (non la chiamerò poesia, perché tu con le parole non eri brava come con i suoni e con le immagini: eri erotica in ogni tuo gesto, come solo una ragazza della tua età può essere) qualsiasi cosa tu vivessi: era questo che mi aveva fatto innamorare di te, era questo che mi allontanava terribilmente da te.
La tua arte, amica mia era il ‘di più’ che solo tu potevi donarmi, perché tutta la tua esistenza (bisogna dirlo!) era impostata sul godimento artistico: e un po’ di quel piacere eri riuscita a passarlo a me… il punto è che io non potevo vivere così in eterno, perché io non sono così, e pur di piacere a te, violentavo me stesso. Dolce tortura, ma pur sempre tortura!
Da quando ti ho conosciuta, ho cercato per settimane, ovunque, la tua figura: sapevo che, attorno a te, girava un uomo di grande valore, e io di lui avevo paura perché egli ti era vicino, come uno spettro in una città morta: cosa avesse lui più di me, l’arguzia, l’aspetto… io non l’ho mai capito. Eppure, piccola Regine, ho avuto la fortuna di conquistarti, perché l’amore che io potevo offrirti (e lo sai) era perfetto e totale; il suo, era solo desiderio (anche tu lo desideravi? Immagino di sì, perché è difficile convivere col desiderio!) mentre la mia, era devozione.

Forse tu non eri pronta a cotanto sentimento? La storia parlerà per noi.

Regine… non ti chiamo ‘mia’ perché non lo sei mai stata (e io ho pagato duramente la felicità che l’idea di possederti mi dava un tempo)… e tuttavia, come posso non dire ‘mia’, dato che tu fosti per me ‘mia’ seduttrice, ‘mia’ assassina, origine della ‘mia’ sventura, ‘mia’ tomba… già. Ti chiamo ‘mia’, e parlando di me, mi chiamo ‘tuo’; tuo tormento vorrei essere, ricordarti con la mia oscura presenza, quello che fummo assieme come in un eterno incubo di morte… ma perché perseguitarti, quando – se mai in vita fui felice, fu quando tu m’ingannavi?
Ma davvero poi il tuo corpo poteva così manifestamente mentire? E la tua mente, il luccichio dei tuoi occhi, erano davvero falsi come io ora credo?

Regine mia, non c’è proprio nessuna speranza, davvero nessuna? Il tuo amore non si ridesterà mai più? Io lo so che, nonostante tutto e tutti, tu mi hai amato, benché non sappia dire donde mi venga questa certezza.
Sono pronto ad aspettare a lungo; aspetterò, aspetterò fino a che non sarai sazia degli altri uomini, e quando il tuo amore per me risorgerà dalla tomba: allora, e solo allora, riuscirò ad amarti come sempre, e ti renderò grazie come un tempo, Regine, quando, poggiato al tuo seno, ascoltavo il dolce e regolare moto del tuo respiro, e ti ringraziavo per esser con me.
Non potrai essere così crudele e spietata verso di me in eterno, mia Regine: giungerà il giorno del tuo perdono o del tuo ravvedimento… non ricordo neppure chi dei due distrusse la nostra storia.
No Regine, chi abbia lasciato chi ora non conta.

Sei stata crudele con me, al pari di come io lo fu con te, è vero.
In realtà, tu non lo sai, io ho taciuto il mio dolore e le poche cattiverie dette su di te non hanno che la consistenza dell’aria: solo Dio sa cosa ho sofferto (e voglia il Signore che nemmeno ora io te le racconti)! Mia Regine io ti devo molto… e ora che non sei più mia, ti offro una seconda volta ciò che posso e oso e conviene che ti offra: me stesso.
Sì, ti dono questo cuore che già in passato fu tuo, e lo faccio per iscritto, per non stupirti e non sconvolgerti. Forse la mia personalità ha fatto su di te un’impressione troppo forte, in passato: ciò non deve accadere una seconda volta, e se tu dovessi accettare la mia mano tesa, dovrebbe essere per vero amore, non per impressione.
Mia Regine, prima di dirmi di no!, ti prego, rifletti seriamente (per amore di Dio nei cieli) se puoi, o meno, parlarne con me con serenità, e in tal caso se preferisci farlo per lettera o direttamente a voce. Se invece tu, dopo accurata riflessione, decidessi comunque di non darmi più alcuna risposta, se la tua risposta al mio amore fosse ‘no’, ricorda almeno – per amor del cielo – che per te, e solo per te, ho fatto, e rifarei mill’altre volte, questo passo.

In ogni caso resto,
quale sono stato dall’inizio fino a questo momento,
sinceramente il tuo devotissimo
S.A.K.

David Casagrande

[Immagine tratta da Google Immagini]

DI NOTE E RIVOLUZIONI (Ma anche di notte, rivoluzioni)

<p>Cage for bird</p>

Caro Lettore,

sono qui seduto alla mia scrivania e, mentre  scrivo queste poche parole, la notte ronza delle prime zanzare veneziane; le dita battono sulla tastiera del computer, perché voglio raccontarti una storia nella quale sono inciampato.
È la storia di molti uomini, di molti tracciati umani che si intrecciano in una matassa narrativa forte, a maglie serrate, dal ritmo incalzante. Volutamente sgraziata: è un balzo; e nessuno dà garanzie riguardo all’eventuale schianto.
Quando mi è stata urlata, suonata per la prima volta, un retrogusto amaro ha tradito i cantastorie che si nascondevano dentro le casse del pc: si chiamano Wu Ming.
Ma anche “Q”, “Altai”, “L’ Armata dei sonnambuli” e in altri modi ancora: ogni loro opera è un frammento della identità che si sono cuciti, nel corso degli anni.
Secondo alcuni sono scrittori nati per metà nella terra del Sol levante, per metà nella città di Bologna; secondo altri sono dissidenti cinesi, figli segreti di Mao ma questa ipotesi è la meno accreditata: si sa, quel tipo lì, i bambini, li avrebbe fagocitati in un sol boccone.
Che siano bolognesi o cinesi, in effetti, poco importa ai fini della nostra storia.
Sono scrittori e, come tutti coloro i quali si votano alla scrittura, hanno il vizio di raccontare storie: è viscerale, istintuale; poi interviene la ragione a dare la misura.
Si chiamano “Wu Ming”; ma anche “Wu Ming Contingent”: ed è in questa veste che mi hanno narrato la storia che io propongo a te, Lettore.
Perché?
Innanzitutto perché so che vivi tutta la giornata nella speranza di ascoltare buona musica e buone storie. E meticcia, ibrida, mescolata è questa storia: è un peana a denti stretti prima della battaglia, è un monito nei confronti chi già sgomita per avere un posto in prima fila, per poter filmare lo spettacolo e postarlo  sul social network più trafficato battendo gli altri sul tempo.
Perché ho deciso di proporti questa storia?
Perché voglio indicarti una strada poco battuta, una strada irta di ostacoli da superare: il cammino richiederà tutta la tua determinazione.
Voglio che tu rompa le catene dell’ illusione collettiva che tiene noi tutti prigionieri. E forse l’ambizione avrà la meglio su di me, ma tentare è un dovere morale.
Anche per mezzo dell’ ascolto di un album meticcio, ibrido, mescolato.
E meticcio, ibrido, mescolato è il modo in cui decido di scriverti, questa volta.
Perché?
Perché sento la tua fame di autenticità ed io, nel momento in cui ho accettato di raccontarti la musica della mia vita, ho deliberatamente sacrificato ogni possibilità di finzione nei tuoi confronti.
Ho già scritto abbastanza, forse troppo.
Ora sta a te: ascolta, rifletti, rispondimi.


Ti saluto con affetto,

Musicalmente tuo Emanuele

Emanuele Lepore

Caro Babbo Natale…

Era stata una di quelle giornate fredde ma che regalano il sole per qualche ora. Un sole che fa fatica a scaldare, ma che ci prova lo stesso perché non incontra nessuna nuvola nel cielo. Una di quelle giornate in cui puoi vedere nitidamente le montagne innevate dalla finestra. Una di quelle giornate in cui appena esci inizia a pizzicarti il naso, le guance ti si colorano subito di rosso e le mani ti si ghiacciano all’istante. Una di quelle giornate in cui ti senti quasi obbligata a fermarti in pasticceria a prenderti una cioccolata calda per scaldarti, magari anche con un po’ di panna. Era stata una perfetta giornata di Dicembre.

Era uscita subito dopo pranzo, Laura. Lei e il suo pancione per le vie della città. Le luci, gli addobbi, gli odori, le musiche. Non sapeva spiegare perché, ma il Natale le aveva sempre messo una gran allegria addosso. Avere le persone amate riunite attorno a un tavolo, i preparativi, la ricerca del regalo perfetto. Il Natale era il suo periodo magico. Laura e il suo pancione si erano lasciati travolgere dal Natale per quasi tutto il pomeriggio. Laura e il suo pancione. Erano sempre in due. Da quando era rimasta incinta non si era sentita mai sola. Neanche dopo aver ricevuto la notizia.

Era stata una splendida giornata. Degna di Dicembre. Degna del Natale. Pensava Laura quella sera, accoccolata sul divano vicino al marito che dormiva, lasciandole una mano sulla pancia. Tra qualche anno, in una giornata così, aiuterà Giulio a scrivere la letterina per Babbo Natale. Lo aiuterà a posarla tra i rami dell’albero. Lo guarderà rimanere incredulo e stupito la mattina dopo nel non trovarla più. E si era ricordata di quando era bambina lei. Dell’emozione nello scrivere la lettera con i suoi desideri e della speranza tutta infantile che si realizzassero. Perché scrivere la letterina a Babbo Natale non è solo fare una lista delle cose che si vogliono; è consegnare i propri sogni, i propri desideri, le proprie speranze a qualcuno e credere che si possano avverare, senza dubbi, senza paure.

È ricordando questo che Laura, quella sera, nonostante i suoi trent’anni, si trova a scrivere la sua letterina.

Caro Babbo Natale,

questo 25 Dicembre sotto l’albero vorrei trovare:

  • Un contenitore in cui mettere tutte le mie paure. Paura per la salute di Giulio. Paura di non essere una mamma adeguata. Paura dell’accoglienza che il mio bambino riceverà dalla società e dal mondo.
  • Un vaso in cui trovare tutta la forza di cui necessiterò per aiutarlo a sfruttare appieno tutte le sue potenzialità, a raggiungere i suoi grandi traguardi, a conquistare la sua identità. La forza di non arrendermi mai, ma di provarci e di amarlo nonostante tutto, nonostante il senso di impotenza che forse spesso mi assalirà. La forza di vederlo cadere e rialzarsi, senza proteggerlo troppo.
  • Un mondo pronto per il diverso. Un mondo che non si dichiari aperto alle differenze e alla diversità solo a parole e che poi nella quotidianità risulti esserne distante.
  • Un futuro in cui mio figlio riuscirà a realizzare le sue aspirazioni, la sua autonomia, la sua vita. Che possa studiare, avere una famiglia, avere un lavoro: avere quello che desidera.
  • Un manuale d’istruzioni per essere dei buoni genitori. Per insegnare a Giulio a guardare oltre i commenti e le azioni in cui si imbatterà e per insegnargli a trattare gli altri con rispetto e dignità.
  • Un libro in cui trovare le risposte a tutte le domande che mi farà ingenuamente e a cui, a me, mancheranno le parole per rispondere.

Caro Babbo Natale, quest’anno e per i prossimi della mia vita voglio che solo che il bambino che sta per nascere e a cui hanno già diagnosticato la Sindrome di Down, il mio bambino rida, canti, salti, balli. Come una futura mamma qualsiasi voglio solo che il mio bambino sia felice.

Giordana De Anna

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[Immagini tratte da Google Immagini]

Lettera a mia figlia

Anche l’uomo più sano e più sereno può risolversi per il suicidio, quando l’enormità dei dolori e della sventura che si avanza inevitabile sopraffà il terrore della morte Arthur Schopenhauer

“Cara Sofia,

questa volta il tuo papà forse ti deluderà, questa volta il tuo papà ti farà soffrire come non avrebbe mai voluto fare. Spero solo che, una volta lette queste poche righe, la delusione e la sofferenza lasceranno spazio a un po’ di comprensione.

Scusami bambina mia (perché per me, lo sai, sarai sempre la mia bambina), questa volta non ce l’ho più fatta a combattere, questa volta il male di vivere ha preso il sopravvento.

Negli ultimi dieci anni non sono stato più un uomo, negli ultimi dieci anni intorno a me era tutto buio. Sono precipitato in una prigione di tenebre da cui non sono più riuscito a fare ritorno. Read more