Due docce fredde: le Environmental Humanities sulla propria pelle

Il vapore mi avvolge, l’acqua scroscia e scivola calda sulle spalle, portandosi via le tensioni e lo stress. Finalmente, un momento solo mio, penso, chiudendo le porte a vetri e assaporando la ritrovata intimità col mio corpo. So già in cosa mi imbatterò, una volta uscita dalla scatola magica: la consueta nebbia che ha riempito tutta la stanza, appannando perfino lo specchio. Più che un bagno di casa sembrerà una sauna. Ma il bollente piacere di questi venti minuti non me lo può togliere nessuno.

Curiosità sull’H20
L’impronta idrica è la misura della quantità di acqua consumata per produrre ciascuno dei beni che utilizziamo e ciascuno dei servizi di cui fruiamo. Può essere calcolata per un individuo, un processo o un prodotto, ma anche per un’intera nazione. Solo il 2,5% dell’acqua esistente sul pianeta è acqua dolce. Di questa, circa il 70% è racchiusa nei ghiacciai. Per ogni minuto di doccia si utilizzano circa 15 litri d’acqua. In cinque minuti di doccia si consumano circa 0.2 mc di gas metano, uno tra i più potenti gas a effetto serra.

Il profumo dello shampoo fra i capelli, il bagnoschiuma sulla pelle che porta via ogni impurità. Assieme allo sporco se ne vanno anche i pensieri: la mente smette di lavorare e i ragionamenti evaporano. Di tanto in tanto tornano a sprazzi, ma sono concatenazioni illogiche più che vere e proprie riflessioni. Massaggiando per bene il cuoio capelluto: Lucia ha un taglio davvero stupendo, dovrò domandarle da che parrucchiera va. Capelli – compagna di corso – università. Perché non mi hanno ancora caricato il voto di Anthropogenic impacts on the environment? Aspetto ancora qualche giorno e poi scrivo al prof. Università – corso di studi in Environmental Humanities – responsabilità ecologica. Chiudo l’acqua: per il tempo in cui applico il balsamo ce la posso fare a resistere.

Breve storia del lavarsi
Il diario medico di Luigi XIV fornisce un’interessante informazione: il Re Sole si fece un unico bagno nei propri sessantaquattro anni di vita. Per secoli infatti in Occidente ci si è affidati alla “pulizia secca”, ovvero all’attività di pulirsi senza acqua, nonché di spulciarsi e farsi spulciare. Le cose cambiano nell’Ottocento: nelle abitazioni borghesi inizia a comparire la sala da bagno, che muta radicalmente non solo il rapporto con il corpo ma anche quello con l’acqua. Sempre di più s’impone l’imperativo della pulizia personale, tanto che oggi la mania dell’igiene gode del più ampio plauso sociale, e un italiano arriva a consumare in media circa 200 litri di acqua al giorno, uno dei record peggiori d’Europa.

Dopo due minuti ho già freddo. Riapro subito l’acqua. Mi scaldo solo un attimo, poi la richiudo. Ho sempre considerato la mia abitudine di fare la doccia esageratamente calda come un guilty pleasure (piacere colpevole) da compensare con altri comportamenti sostenibili. Starò più attenta con la plastica, ma non potete togliermi anche questo. E infatti l’acqua non la richiudo: è davvero una tortura passare da questo bel calduccio rassicurante alla pelle d’oca.

Consumo d’acqua a Lingshui
Tra Settembre 2007 a Febbraio 2008 Andrea Enrico Pia ha svolto una ricerca etnografica a Lingshui, un villaggio situato nell’area rurale di Pechino. La Cina possiede un grave problema di siccità: quando Pia è arrivato a Lingshui, non pioveva da più di due anni. La comunità, composta da circa 500 individui, ha dovuto trovare il modo di adattarsi. L’antropologo ha indagato la percezione di questo cambiamento attraverso il metodo etnografico, intervistando gli abitanti del luogo. Da questa analisi, rispetto all’igiene personale sono emersi i seguenti dati: “In inverno è esclusa la possibilità di un lavaggio completo del corpo. In estate una pompa permette di lavarsi completamente.” La frequenza del lavaggio invece è: “Ogni mattina, viso e mani. I capelli vengono lavati ogni dieci giorni.” Quantità: “Per mani, viso e capelli un solo catino di acqua calda”.

Terrore. Perché l’acqua diventa tiepida? Sposto la manopola ancora più a sinistra: sicuramente in giro per casa sarà stato aperto un altro rubinetto. Invece no: l’acqua diventa sempre più fredda, facendomi irrigidire e iniziare a tremare. Ho ancora il balsamo fra i capelli. Come diavolo faccio se si è bloccata la caldaia? Dal Paradiso all’Inferno. Ma l’Inferno almeno era caldo.

Resilienza
Nell’Enciclopedia Treccani, il termine resilienza è definito in ecologia come “la velocità con cui una comunità (o un sistema ecologico) ritorna al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che l’ha allontanata da quello stato”. Vi è un significato anche psicologico: “la capacità di reagire a traumi e difficoltà, recuperando l’equilibrio psicologico attraverso la mobilitazione delle risorse interiori e la riorganizzazione in chiave positiva della struttura della personalità”.

Mentre scappo dalla doccia, immergendomi nel vapore fuoriuscito dal box quando l’acqua era ancora bollente, un pensiero mi immobilizza: e se in futuro dovessi fare la doccia fredda sempre? Questa consapevolezza mi si rovescia addosso come il peggior catino di acqua gelida. Da parecchio tempo ormai sono conscia della gravità della crisi ecologica e della possibilità, non più tanto remota, che la società per come la conosciamo oggi possa collassare da un giorno all’altro. Nonostante ciò, e nonostante da due anni io sia iscritta a una Laurea magistrale in cui si trattano nel dettaglio proprio questi argomenti, ho continuato imperterrita con il mio capriccio della doccia bollente. Potrei cominciare ad abituarmi pian piano all’acqua sempre più tiepida, in modo da essere preparata quando arriverà il momento. Ma ne ho davvero il coraggio?
Due docce fredde in uno stesso giorno serviranno pure a qualcosa…

 

Petra Codato

 

NOTE:
A. E. Pia, Dieci anni, nove siccità. La costruzione sociale del rischio in un villaggio rurale cinese in Percezioni di rischio, a cura di Gianluca Ligi, CLEUP sc, Padova, 2017.
Sul consumo di acqua: https://www.focus.it/ambiente/ecologia/22032010-1549-222-sai-quanta-acqua-consumi; https://www.statista.com/chart/19591/average-consumption-of-tap-water-per-person-in-the-eu/

Sulla storia del lavarsi: https://www.repubblica.it/salute/2018/05/16/news/che_bella_la_scoperta_dell_acqua_calda-266678902/
Sulla resilienza: https://www.treccani.it/enciclopedia/resilienza 

[Photo credit Pixabay]

banner-riviste-2022-feb

Le nature della Natura: un termine tanto usato quanto sconosciuto

«Natura è forse la parola più complessa nel linguaggio» scrive Raymond Williams nel suo Parole chiave – Un vocabolario di cultura e società, pubblicato nel 1976. Eppure, viene subito da pensare, “natura” è anche uno dei lemmi più usati nel linguaggio quotidiano: “scoprire la propria vera natura”, “stare a contatto con la natura”, “essere una forza della natura”, sono espressioni che utilizziamo molto spesso, senza quasi pensarci. L’ambiguità e la diffusione del termine si amplificano l’un l’altra, in un circolo virtuoso… o vizioso?
In tempi di crisi ecologica, la parola “natura” è sulle bocche di tutti con una frequenza ancora maggiore, presente nei discorsi di ambientalisti, opinionisti, critici, e in generale della cittadinanza tutta.
Spesso, però, chi la usa non è pienamente consapevole del significato che le sta attribuendo, e non si pone nemmeno troppi problemi in proposito. Ma qual è la vera essenza di questo termine tanto usato quanto sconosciuto?

Per provare a rispondere, facciamo riferimento proprio all’interpretazione che propone Williams nel
suo saggio. Innanzitutto, è bene specificare come non esista un significato di “natura”, ma piuttosto ce ne siano molteplici. Limitandosi a considerarne l’utilizzo all’interno del panorama linguistico occidentale, Williams individua tre principali aree semantiche per il termine “natura”. Analizziamole una per volta.

In primo luogo, “natura” è la qualità essenziale di qualcosa. Quando parliamo della “natura umana”, o della “natura dell’amore”, ci stiamo riferendo proprio a questa accezione, che a sua volta si rifà all’etimologia della parola stessa. “Natura”, infatti, deriva dal verbo latino nascor (nascere). In questo senso, essa corrisponde alla caratteristica che contraddistingue una cosa nel momento della sua nascita (una qualità innata, appunto) e che la accompagna per il resto dell’esistenza. Tale significato sta alla base di quella che viene definita dagli accademici come “la grande divisione” tra natura e cultura.
Se “natura” corrisponde a ciò che è innato, e dunque immutabile, “cultura” rappresenta il suo opposto, ossia quanto viene sviluppato e acquisito artificialmente, ed è perciò soggetto a mutamento. Questa divisione sta alla radice dell’opposizione, che soltanto negli ultimi anni ha iniziato a vacillare, tra scienze della natura e discipline umanistiche, con tutte le implicazioni epistemologiche – di conoscenza – che ne conseguono.

“Natura” è, in seconda battuta, la forza intrinseca presente in tutte le cose. La parola spesso si fregia, in questa nuova accezione, della N maiuscola. Qui “Natura” corrisponde infatti a una causa prima, un soffio vitale che anima dall’interno tutte le cose. Questa concezione vitalista porta a una nuova e differente divisione: non più tra natura e cultura, bensì tra ciò che è vivente e ciò che non lo è. Mentre la vita è di per sé attiva e dinamica, il mondo minerale e in generale inorganico potrebbe apparire a prima vista inerte. L’ecologia in quanto scienza, però, ci porta sempre più prove a dimostrazione del contrario: tutti gli elementi di un ecosistema sono interconnessi, e gli esseri viventi non lo sarebbero affatto senza ciò che etichettiamo come “non vivente”. Secondo alcune teorie, la Terra tutta potrebbe corrispondere a un immenso organismo vivente.

Infine, “natura” comprende l’intero mondo materiale. Vi sono però due diverse varianti di questa terza definizione, che divergono sulla base dell’inclusione o meno dell’essere umano. Se come specie non ci consideriamo inclusi nel mondo naturale si crea, di nuovo, una frattura tra ciò che è naturale e ciò che è artificiale. Questa è forse l’accezione più comune del termine dato che, al suono della parola “natura”, la maggior parte di noi associa un bosco verdeggiante, uccellini che cantano soavi e nessun essere umano nei paraggi. Tale concezione sta anche alla base di quell’imperativo ambientalista per cui è necessario, vista la crisi ecologica attuale, “proteggere la natura” e “salvare il pianeta”. Il conservazionismo, infatti, è la politica più comune che discende da questa visione, per cui la natura è vista come qualcosa da proteggere dall’azione distruttiva dell’Uomo. Quando invece, nella seconda variante, anche l’essere umano è incluso nella definizione, emergono altre domande: se siamo parte della natura, anche tutto ciò che facciamo, incluso il destabilizzare le dinamiche ecologiche, è naturale?

Ha senso dunque porre dei limiti al nostro vivere insostenibile? Una prima risposta a quest’ultima domanda è: sì, ha senso, se vogliamo che la nostra specie non venga espulsa dal gioco della vita. Detto ciò, si potrebbe andare avanti per l’eternità a discutere delle varie questioni qui solamente accennate. Chiara risulta però la necessità di adoperare il concetto di “natura” con più consapevolezza, dal momento che da esso discendono le più svariate, e fra loro talvolta contraddittorie, politiche del nostro tempo.

 

Petra Codato

 
[Photo credit pixabay]

lot-sopra_banner-abbonamento2021

Cronache dall’era (post)ideologica

Poche parole hanno un significato così vago e dai contorni così sfumati come quello di ideologia. Da un lato, tale caratteristica potrebbe apparire normale per un termine che nasce, di fatto, verso la fine del Settecento in ambiente illuministico e attraversa i secoli mutando il suo statuto: esso passa dall’indicare, letteralmente, lo studio della storia delle idee, a essere caricato dispregiativamente di un senso antifilosofico e antiscientifico. Con l’avvento del marxismo, la nostra parola ideologia si orienta a indicare l’insieme di dottrine etiche, religiose, politiche e filosofiche adoperate dalla classe borghese per esercitare il dominio sui rapporti di produzione e regolarne le dinamiche. Nel Novecento, poi, diventa senso comune utilizzare ideologia per indicare le grandi visioni del mondo contrapposte, nonché per riferirsi a ciò che i complessi apparati propagandistici dei regimi totalitari tentavano di inculcare nelle popolazioni loro sottomesse.

Oggi, se parliamo di ideologia, pur volendo indicare in maniera neutrale e generica un insieme di valori e credenze appartenenti a un determinato gruppo sociale o politico, sottintendiamo, inevitabilmente, un giudizio negativo nei confronti dell’argomento che stiamo trattando. Questo è, in parte, dovuto a un residuo inconscio che il termine in questione porta con sé; d’altro canto non manca la presunzione di definire dispregiativamente ideologico un atteggiamento da cui ci siamo assicurati di essere a debita distanza: serpeggia, infatti, tra pensatori e gente comune, la percezione e l’idea di essere, finalmente, in un’epoca che si potrebbe definire post-ideologica. Pare che con l’avvento della post-modernità, ci si sia liberati dalle catene delle grandi narrazioni, dai macigni delle complesse impalcature di pensiero e che tutta la fluidità dell’identità relativista scorra come un fiume in piena, diramandosi in effluenti di molteplici visioni che spiegano parti della realtà in cui viviamo oggi.

Con una certa dose di kinismo1, per dirla alla Sloterdijk2, siamo convinti di agire in maniera composta e distaccata a ciò che ancora si propone sotto forma di pensiero ideologico, spesso facendoci beffe di coloro i quali ci appaiono come ingenui e creduloni. Lo stesso Sloterdijk, però, ci fa notare come oltre ad essere soggetti kinici, siamo soprattutto soggetti cinici: sappiamo benissimo, in realtà, che l’ideologia (o le ideologie?) non sono assolutamente sorpassate, che in realtà siamo immersi fino al collo in qualcosa che ci governa e ci manipola, e nonostante ciò, lasciamo a questo qualcosa le redini, quasi rassegnatamente.
Se consideriamo il punto di vista di un altro grande pensatore contemporaneo, Slavoj Žižek, che ha fatto della critica all’ideologia uno dei suoi vessilli filosofici, potremmo persino arrivare ad ammettere che non accettiamo l’ideologia perché ne siamo semplicemente sopraffatti, ma viviamo costantemente in essa poiché è il solo modo, per noi, di vedere e interpretare la realtà. Tutto intorno a noi è ideologico, poiché tutto il nostro mondo risponde a una necessità di simbolizzazione e l’entrata nell’Ordine Simbolico presume un prezzo da pagare.

Secondo Žižek, inoltre, la modalità ironica che utilizziamo per prendere le distanze dalla dinamica ideologica, non solo è già contemplata e accettata in questa stessa dinamica (quindi è ideologia anch’essa!), ma contribuisce ad avvilupparci ancora di più nel gomitolo ideologico, rendendo non solo vano, ma addirittura dannoso il nostro tentativo di fuga.
In questa prospettiva viene da chiedersi: si potrà mai uscire dall’ideologia e vedere le cose come realmente sono? Se vogliamo fidarci della risposta dello stesso Žižek, alquanto pessimisticamente, dovremmo affermare che non è per niente facile o scontato cambiare prospettiva. Uscire dall’ideologia significa anche essere disposti ad abbandonare il nostro terribile quanto rassicurante orizzonte di senso e fronteggiare quello che Žižek, sulla scia di Lacan3, individua come il Reale delle cose, ossia quel nocciolo angosciante e terrificante che si cela dietro la fantasia inconscia della nostra realtà quotidiana.
La passione per il Reale è un atto eroico e, in quanto tale, comporta il rischio di ricevere una sferzata mortale: quanto coraggio abbiamo per imbarcarci nell’impresa e quanto non-senso siamo in grado di sopportare?

 

Vittoria Schiano di Zenise

 

NOTE:
1- Con questo termine si vuole indicare l’insieme di comportamenti che mirano a canzonare l’autorità, rispondendo ai suoi dettami con sarcasmo e ironia; il kinismo vero e proprio affonda le sue radici nell’omonima scuola filosofica dell’antica Grecia, il cui capostipite fu Antistene.
2- Peter Loterdijk è un filosofo tedesco contemporaneo, autore della “Critica della Ragion Cinica”, uno dei saggi filosofici che ha riscosso il maggior successo mondiale, a partire dal secondo dopoguerra.
3- Jacques Lacan è stato un filosofo e psicoanalista francese, che contribuì allo sviluppo della psicoanalisi con le sue teorie sul godimento, il linguaggio e i tre Ordini secondo cui sarebbe strutturata la realtà umana. DI difficile interpretazione, dato il suo stile ermetico e oscuro, è ancora molto controverso, benché goda di importanti interpreti, tra i quali spunta, per l’appunto, anche Slavoj Žižek

[Photo credit pixabay]

copertina-abbonamento-2020-ultima

Il Seicento, secolo dei dotti e dei geroglifici

Che secolo è stato, il Seicento? La domanda nasce dal fatto che delle epoche successive serbiamo un sunto mentale sufficientemente nitido e condiviso: il Settecento, si sa, fu regno dei Lumi, l’Ottocento industriale e globalizzante partorì l’ebbrezza del capitalismo, mentre del Novecento cominciato solido e terminato fluido conosciamo oramai ogni più recondito anfratto, denudato come l’abbiamo di tutti i suoi drammi e delle sue esaltazioni. Ma del Seicento, che cosa ci rimane?

A questo secolo «astruso e inabissato»1 è dedicato I geroglifici di Sir Thomas Browne (Adelphi 2018), la tesi di laurea con cui Roberto Calasso si congedò nel 1965 da una fugace e mai troppo sentimentale sortita accademica. Un manoscritto rimasto a lungo inedito, e ora riproposto da Adelphi con l’aggiunta di un saggio deuteroscopico buono a corroborare il luogo comune secondo cui «il nostro secolo e il Seicento siano [epoche] affini»2, separate soltanto dallo squarcio purulento della modernità.

Ad accomunare il pre- e il post-moderno sarebbe soprattutto la tensione ibridizzante di natura e cultura, di arte e scienza: «proprio quegli elementi che [la modernità] vorrà tenere separati con ogni cura»3. Se il Seicento è così lontano dal nostro immaginario – lo è molto di più, ad esempio, del Medioevo – è proprio per via dell’occultamento che l’illuminismo esercitò su quell’epoca anfibia, «fertile al tempo stesso di scienza ed empietà»4, come ebbe a dire uno dei suoi più eminenti rappresentanti, Gottfried Wihelm von Leibniz. «Stolidità e illuminazione vi si alternano, e non è possibile districare l’una dall’altra»5.

È Calasso a ricordare come «la forza del dimenticare [abbia] operato potentemente sulla cultura del Seicento», a lungo sommersa e approdata ai giorni nostri sotto forma di relitto esotico e indecifrabile. Eppure, questa zona franca della storia in cui «il più alto e il più basso si mescolano e si confondono»6, fu per antonomasia il «secolo dei dotti»7, dei “pansofisti” capaci di passare con disinvoltura da un ordine delle cose all’altro, per fare germinare la propria vastissima intelligenza su ogni campo del sapere possibile e immaginabile.

I giganti di quest’epoca incestuosa e meticcia di fisica e di metafisica furono il sopracitato Leibniz, il gesuita Athanasius Kircher e, appunto, l’inclassificabile Sir Thomas Browne, che per i suoi contemporanei fu «un grande antiquario, un medico illustre e, soprattutto, un wit»8, naturalista eclettico ed eccentrico. Calasso precisa che fu quest’ultimo a introdurre per primo il saggio come genere letterario e modalità di trasmissione della conoscenza, e fu sempre Browne a inventare parole come electricity e computer. Ci troviamo infatti nella fase embrionale di quell’immane mutazione storica che dal linguaggio analogico avrebbe condotto al digitale, dal reale più tellurico alla sua più astratta rappresentazione.

Una transizione di tale portata storica, ancor oggi tutta da misurare, ebbe convenzionalmente inizio quando Leibniz venne invitato in Cina per tradurre i tetragrammi dell’I Ching, il Libro dei Mutamenti. In quelle linee unite e spezzate, un tempo emblemi dell’arte divinatoria, il matematico di Lipsia lesse il primo esempio storico di numerazione binaria, di informazione linguistica sotto forma di bit. Kircher, dal canto suo, divenne esperto di alfabeti a valenza pittorica e di scritture analogiche come gli ideogrammi cinesi e i geroglifici egiziani, che per primo provò a decifrare. Anche Browne prese parte a quella che fu definita “rinascenza geroglifica”, un ritorno d’interesse delirante ed estenuato per la scrittura egizia che proprio nel Seicento raggiunse il suo acme.

In quell’epoca di “misticismo sperimentale”, infatti, andava maturando la convinzione che tutto fosse artificiale, essendo la natura stessa arte di Dio. «I primi microscopisti, ai quali apparivano regioni segrete e fino allora invisibili della natura, incontravano legioni di minuscoli automi»9, organismi cellulari che si pensava essere manovrati da un’intelligenza immateriale e superiore. L’alchimia, altra Ars Regia che nel Seicento accarezzò lo zenit, nacque proprio per rendere visibili le forze occulte della “Natura Artificiale”, mentre si pensava che la lingua geroglifica fosse il viatico espressivo più adatto a descriverle.

Dal momento che i geroglifici rappresentano le cose così come sono, e dunque «significano la loro forma»10, Kircher e Browne s’erano persuasi che essi fossero il corrispondente più approssimato alla conoscenza divina: «come gli dèi sdegnano le proposizioni e contemplano immagini, così i geroglifici si offrono immediatamente alla contemplazione, saltando la mediazione del linguaggio articolato»11. La natura parla dunque una lingua analogica, immediata, non discorsiva, che impone se stessa istantaneamente e senza ambiguità. Una lingua necessariamente muta, poiché «non si dà traduzione fonetica di quelle immagini, che si offrono solamente alla contemplazione silenziosa»12.

La rinascenza seicentesca dei geroglifici rappresentò così il momento di massima vitalità del pensiero analogico e, al tempo stesso, l’inizio della sua decadenza. Oggi diguazziamo nel guado del grande fiume digitale, attorno a noi continua senza sosta la proliferazione cieca dell’immagine, e perciò la sua più completa svalutazione. Il trionfo del polo sostitutivo su quello connettivo – etichette mai dome con cui Calasso va chiamando ormai da decenni il digitale e l’analogico – è tale che bastano due segni soltanto, lo zero e l’uno, per rendere conto della realtà in tutta la sua estensione. Il «delicato equilibrio tra occulto e manifesto»13 è tutto lì, nel potere spropositato e inesorabile della sostituzione digitale. Con buona pace dei pansofisti seicenteschi e della loro ossessione analogica per i geroglifici.

 

Alessio Giacometti

 

NOTE:
1. R. Calasso, I geroglifici di Sir Thomas Browne, Adelphi, Milano 2018.
2. Ivi p. 23
3. Ivi p. 114
4. Ivi p. 41
5-6. Ivi p. 63
7. Ivi p. 182
8. Ivi p. 14
9. Ivi p. 49
10. Ivi p. 76
11. Ivi p. 79
12. Ivi p. 130
13. Ivi p. 146

[Immagine tratta da archivio personale dell’autore, dettaglio di stampa planisfero del XVII secolo]

banner 2019

Leggere il passato altro non è che il saper legger l’oggi

Il nostro stare-nel-mondo oggi è determinato dall’ansia dell’essere adeguati di fronte alle persone o di essere sempre all’altezza in specifiche situazioni. Le nostre energie sono rivolte al soddisfacimento di desideri che quotidianamente si delineano nuovi nei nostri orizzonti. Il nostro essere è totalmente pervaso da un’attenzione che potremo definire “presentistica”: ciò che conta è il fare esperienza, il vivere appieno il qui ed ora.

Da questo punto di vista, una rubrica dal titolo “Leggendo il passato”, inutile dirlo, potrebbe apparire decisamente fuori moda! Che cosa vuol dire, allora, leggere il passato? Perché farlo? Perché ci dovrebbe interessare? Il passato è passato! Ebbene, attraverso i vari articoli che mensilmente ci impegneremo a proporre alla vostra lettura, vorremo dimostrare il contrario. Vorremo dimostrare che il passato non è morto, che esso non è un semplice presupposto sterile del vivere presente e quotidiano. Il passato è vivo, e costantemente ci parla più di quanto ci possa sembrare.

La nostra convinzione è che il passato, in qualsiasi declinazione esso si presenti (passato personale, della propria famiglia, del contesto locale di appartenenza, della propria Nazione, o addirittura inteso in maniera generale come storia del mondo intero), giunge inevitabilmente a influenzare il nostro presente, il nostro modo di disporci nella storia, e il nostro modo di guardare al futuro. Questo nostro pensiero non nasce dalla presa d’atto di un rapporto causa-effetto per il quale l’oggi è frutto inevitabile di ciò che è stato ieri. La storia, infatti, se considerata come mero procedimento produttivo attraverso il quale con determinati materiali si ottiene il dovuto risultato, vedrebbe attenuate le sue effettive potenzialità. La storia per noi è piuttosto un processo creativo, in quanto i suoi autori sono gli individui, che si mettono in gioco apportando al suo interno cesure, cambiamenti e innovazioni.

Il titolo “Leggendo il passato” vuole dunque mettere in luce le riflessioni e gli stati d’animo che sono sorti in noi in noi durante lo studio di personaggi, eventi e tematiche appartenenti alla “storia passata”. Il nostro obiettivo è quello di rivelarne l’attualità, di condividere spunti e piste di lavoro che questi ci hanno suscitato. Il passato che vorremo prendere in considerazione vuole essere il più ampio e variegato possibile: non vogliamo dedicarci alla storia tout court, ma desideriamo allargare la nostra riflessione anche alla filosofia, alla sociologia, alla pedagogia, all’antropologia, alla politica, ecc. Inoltre, la rubrica “Leggendo il passato”, come suggerisce il suo stesso nome, vuole rimandare di volta in volta ad un testo preciso, al fine di stimolare la curiosità nei confronti di un eventuale approfondimento dei temi trattati.

Da una molteplicità di date cui solitamente riduciamo lo studio della Storia, intendiamo dunque ridar vita ad una Storia dell’esperienza umana, fatta di veri racconti degli uomini, dei loro modi di affrontare la vita, dei loro errori ma anche delle loro grandi conquiste. La storia può anche oggi rispondere alle nostre necessità e alle nostre domande: leggere il passato altro non è che il saper legger l’oggi, il nostro presente.

Federica Bonisiol

[immagini tratte da Google Immagini]