Travel is my therapy.

Sono felice. Quando lo dico, la gente mi guarda sconvolta.

Francesca è la perfetta sintesi di tutto ciò per cui noi de La Chiave di Sophia lavoriamo da quasi un anno.
E’ cambiamento, coraggio, viaggio, ricerca, scelte, infinite possibilità di essere.
E’ riuscita a fare ciò che tutti vorremmo: non relegare le proprie passioni e la proprie indole in una piccola sezione del cv “hobby ed interessi”. Ma prenderle e farne un lavoro.
Quanti di voi hanno scritto in questo piccolo e dimenticato riquadro del curriculum “ Viaggiare”’? Tutti.

Ecco, Francesca Di Pietro.

Noi ci presentiamo a te così: “ Di sogni non si vive, ci dissero tempo fa. Di insoddisfazione si muore, avemmo la prontezza di rispondere”.
Tu quando hai avuto questa prontezza?
Credo che come in tutte le cose, si prende coraggio quando davanti a se nn si vede scelta. Io anni fa ho vissuto un momento molto buio, sia lavorativo che personale, tutto quello in cui credevo si è sbriciolato, o meglio non è andato come avrei voluto e come ho sempre creduto che andasse, in quel momento ho capito, che forse se la vita prende una piega diversa, dovremmo seguire il flusso invece di incaponirci per cambiarla. Così ho colto un’opportunità e ho lasciato il lavoro, da lì ho iniziato a viaggiare, senza sapere cosa avrei fatto una volta finiti i soldi, e come sempre mi accade in viaggio, ho avuto un illuminazione.

Hai studiato psicologia. Perché? Le motivazioni di questa scelta di Francesca a 18 anni e le motivazioni di Francesca adesso, nel 2015.
Perché ho studiato psicologia?? Oddio ora mi dirai anche tu “perchè avevo qualcosa da risolvere”, beh ci mancherebbe, tutti i ragazzini di 18 anni hanno qualcosa da risolvere. Con il senno di poi, io ero una ragazza più sensibile del comune e diciamo che quasi nessuno se ne era accorto, così al liceo mi sono chiusa in molti libri e pensieri filosofici, questo mi ha avvicinato alla psicologia come “scienza” e arte. Poi nn so perché, mi ero fissata che avrei lavorato nelle risorse umane, volevo fare la manager con il tailleur e i tacchi alti, così ho sempre avuto le idee chiare: laurea, master, altro master, corsi di specializzazioni come se nn ci fosse un domani, ma poi mega- frustrazioni al lavoro.
La psicologia è la mia passione, ho un dono, o forse una sfiga, di leggere molto bene i comportamenti umani, li leggo, ma non li curo, questo sia chiaro. Gli uomini sono la cosa più bella che Dio abbia mai creato, negli ultimi anni sono solo diventata più curiosa e ho ampliato il mio interesse fuori dalle aziende … nel mondo.

Chi era Francesca prima di diventare psicologa?
Intendi prima dei 23 anni?? Oddio questa è personale… Diciamo che sono cresciuta molto da sola, assorbendo paure e pregiudizi come una spugna, ho sofferto molto dell’essere rossa e riccia in una città del sud dove venivi etichettata per molto poco. Ho avuto un’ educazione molto rigida che non mi ha permesso di fare quello che faceva il mio gruppo di pari, mi piaceva studiare, l’università è stata una liberazione, venire a Roma una grande decisione anche se non molto facile. Ho misurato la mia forza ogni giorno di più, capendo sulla mia pelle di cosa ero capace, ma direi che non si è fermato alla laurea, spero non si fermi mai.

Chi era Francesca prima di diventare travel blogger?
Una ragazza che ha sempre viaggiato tantissimo, grazie innanzitutto ai miei genitori e che poi ha scoperto il suo modo di viaggiare, che era molto, molto diverso dalle persone che le stavano attorno. Ho scoperto di essere brava ad organizzare i viaggi e mi sono accorta che tutti i miei amici mi scrivevano prima di partire, così per ottimizzare tempo, ho messo tutto sul web, ma solo dopo anni ho capito cosa era un travel blog.

Chi è Francesca?
Quanto tempo hai?? È una persona complessa, piena di contraddizioni, molto fisica e di contatto, ma anche molto distante. Non amo le formalità, mi piacciono i rapporti veri e soprattutto molto intensi, non amo il conflitto, mi fa soffrire tanto, per questo a volte lo evito, sono sincera. Credo che nella vita tutto quello che dipende solo da te lo puoi raggiungere se lotti, il problema sono quando entrano in ballo altre persone. Ho visto cambiare la gente introno a me, il contesto intorno a me, ed è molto difficile condividere quello che penso e quello che faccio. Il web mi ha dato tanto, in molti ambiti, non solo lavorativo, ma anche umano, le persone che al momento mi sono più vicine e che amo di più (esclusi pochi) li ho incontrati sul web, ad iniziare dai miei soci.

Quanto ti sei sentita giudicata nelle tue scelte e come hai reagito?
Ma la psicologa tra i due chi è? Una domanda a caso… Purtroppo mi sono sentita giudicata, non dalla mia famiglia, che invece mi ha appoggiato senza mai titubare, ma da una persona che ritenevo il centro del mio cuore, dalla mia “persona” per citare una serie tanto amata da noi trentenni, lei non mi ha capito, ha visto la realtà con i suoi occhi senza mai mettersi dal mio punto di vista, questo mi ha ferito nel profondo e mi ha allontanato da lei per sempre. La sua assenza ha lasciato un vuoto che ancora non riesco a colmare, ma la vita va avanti e come ho fatto in altri ambiti, ho “spezzettato” il mio bene dividendolo con altre persone.

Quanto ti giudichi?
Il mio super IO è sempre stato più grande del Monte Bianco, ma onestamente credo che negli ultimi anni, ho imparato a giudicarmi di meno, ad essere più buona con me stessa. Io chiedo sempre il massimo da me, io combatto sempre, fino alla fine, ma se poi fallisco, pazienza, per me l’importante è provarci, la staticità rappresenta la morte!

Quante Francesca convivono dentro di te?
Beh almeno 2, anche se sto cercando di integrarle. Diciamo che c’è quella “sensibile” e diciamolo pure, “vulnerabile” che non so integrare con l’altra, o meglio a volte esce troppo l’una o troppo l’altra e questo spaventa.

Di tutti i momenti della tua vita, ci parli di quello in cui hai sentito realmente la libertà di poter essere ciò che volevi?
Ogni momento dopo il 17 giugno del 2011, giorno in cui ho lasciato l’azienda, sono rinata! È stata la decisione migliore della mia vita.

La tua paura più grande quando sei in giro per il mondo?
Mi credi se ti dico che non ho paure? Per un periodo, avevo paura che chi era a casa potesse dimenticarmi, e a dire il vero è successo, ma poi ho pensato che è anche una mia scelta se vivo così. Le relazioni sono incastri, chi si incastra con me non mi dimentica e onestamente ho potuto notare che le persone che amo e che mi amano, hanno trovato strategie per rimanere sempre in contatto anche quando sono in viaggio.

La tua paura più grande quando sei sul tuo divano?
La noia. Ho paura di annoiarmi , specialmente a Roma, dove, esclusi i miei amici, non trovo più molti stimoli. Ho sempre amato questa città, ma ora la vedo ferma, si fanno le stesse cose che si facevano nel 2004, solo che io non sono più la stessa. Sto seriamente pensando di trasferirmi, mi serve solo un motivo scatenante… o una scusa 😉

Il tuo rapporto con famiglia e amici prima, durante e dopo i tuoi viaggi?
Io vivo da sola da 16 anni, o sono a Roma o a Lima faccio sempre la stessa cosa, chiamo i miei tutti i giorni, cerco di non farli preoccupare. Con i miei amici, dipende, alcuni come ti dicevo, li ho persi quando ho deciso di intraprendere questa vita, con gli altri non cambia niente. Io non sono una che telefona, o una da smancerie, preferisco i messaggi concisi e puntuali. Quindi mi sento praticamente con la stessa frequenza con cui mi sento a Roma, forse li vedo un po’ meno, ma dopo tutto, anche loro hanno delle vite molto complesse. Non esiste più la simbiosi adolescenziale, della serie “tutto insieme-sempre insieme”, ma in fondo non siamo più adolescenti no?

Parlaci di te, qualsiasi cosa ti venga da dire, come fosse un vero e proprio flusso di coscienza per due minuti…da adesso:
Oddio, mi sembra di aver già parlato tanto di me, e poi nn mi dite che sono egocentrica, sei tu che mi hai chiesto tutte queste cose. Che dirti, sono complicata, nn facile da gestire, devo avere il controllo di “molte” situazioni, ma sentirmi protetta. Mi piacciono i cani e i bimbi piccoli, quando sono degli altri, spero sempre che qualcuno guardi oltre quello che sono diventata sul web. Vorrei un’assistente o una tata 2.0,  insomma qualcuno che mi aiuti. Sono felice, quando lo dico la gente mi guarda sconvolta, è come se le persone avessero timore a dirlo, o forse siamo tutti superstiziosi. Le cose brutte della mia vita, mi hanno aiutato a capire quanto sono fortunata; sono felice che il mio lavoro ispiri altra gente, mi fa bene al cuore.

Nel tuo zaino puoi mettere solo 5 “qualcosa”, tra pensieri, emozioni, parole, oggetti, persone. Qualsiasi cosa, ma solo 5. Cosa metteresti?
Lo stupore, la passione, la fiducia, i tappi per le orecchie e il passaporto.

Dove possono contattarti i nostri lettori?
Beh ho 3 siti quindi direi che basta digitare il mio nome su google. Ad ogni modo ovunque mi contattino, li rassicuro che rispondo sempre e solo io. www.viaggiaredasoli.net   www.chetiporto.it   www.francescadipietro.com

Grazie mille per questo viaggio assieme Francesca.

Donatella Di Lieto

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“Di tutte le storie che sono state scritte ne manca una: la tua”.

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che la vita è una, che ogni giorno è l’ultimo, che tutto cambia, che il successo o la fortuna non si misurano in banca ma derivano dall’apprezzare ogni più piccola gioia, che ciò che per te è sacrosanto e giusto, è assurdo e sbagliato un metro più in là

 Era un venerdi mattina milanese. Di dicembre. Di quelli che appena ti suona la sveglia vorresti solo posporla, almeno fino a maggio. Almeno. Si, dormo ancora un po’, tanto è solo un corso.

E invece.

Il corso di Storytelling non è stato un corso. O almeno non solo quello. È stato scavarsi dentro, ricordi, incontenibili sorrisi, lacrime represse, il cervello e il cuore finalmente a cinema assieme. A vedere il mio film. La mia storia.

Il momento preciso in cui capisci che vivere significa essere chi si vuol essere e non chi gli altri vogliono che tu sia te lo ricordi per sempre.    Ti trapassa da parte a parte.

A me è successo durante le due giornate di “un corso di formazione, come tanti”. Perché ho scritto chi e cosa sono stata, e vedendo la mia vita tutta nero su bianco, ho capito chi sono e chi voglio essere.

Il Mio capitolo inizia proprio dalle parole con cui ho concluso il corso: “Donatella era una bambina timida ed insicura. Che alle feste di carnevale aveva freddo. Diceva sempre si ed era educatissima.  Poi un giorno…”. Ma le 18.30 sono arrivate, il corso è finito, e qualche vita, forse, è iniziata.

Tutto questo è stato possibile grazie ad una persona che  ha reso un corso di formazione, un corso di emozione: Francesca Marchegiano.

-Cominciamo così: c’era una volta una bambina di nome Francesca che…

…che era arrivata sulla Terra così come ogni eroe entra nella sua storia: con un dono da condividere e una ferita da sanare, e che partì per scoprire quali fossero entrambi.

-Continuiamo così: un giorno Francesca capì cosa avrebbe voluto fare da grande e…

Decise di mettersi in proprio alla soglia dei 40 anni, in una nazione dove la crisi regnava sovrana, senza contatti e dovendo inventarsi un lavoro che prima non c’era. Così si mise a studiare e studiare, passò giorni e notti a esplorarsi dentro e cercare di conoscere il fuori, arrivò a pensare: “Và che ho sbagliato tutto?” ma, arrivata a quel punto della storia, decise che piuttosto sarebbe morta provandoci, ma mai avrebbe abbandonato il suo sogno. E in quel momento davanti a lei si aprì un campo di fiori, da attraversare.

-Se ti chiedessi di spiegare cosa è lo storytelling in 10 parole?

Insieme di conoscenze e strategie per costruire racconti ingaggianti (ne manca una, aggiungo: olè!).

-Quando e come hai capito che questa sarebbe stata la tua strada?

Durante un Master in Orientamento e Outplacement, seguito perché già pensavo di supportare le persone nello scegliere strade di qualità rispetto ai propri talenti e alla propria natura, stimolandoli attraverso percorsi di narrazione autobiografica, attraverso la scrittura. Dovendo imparare a farlo per gli altri, l’ho fatto su di me, e lì ho capito chi ero e quale strada non tanto dovevo scegliere (perché non c’era), ma dovevo inventare.

-In che modo lo storytelling è applicabile al mondo dei bambini?

I bambini INSEGNANO lo storytelling, vivono perennemente in Neverland e ricordano a noi, adulti che cerchiamo di stare dritti e seri, quanto la narrazione sia innata, nutriente, indispensabile, guaritrice, salvifica e creatrice.

-Siamo tutti storyteller inconsapevoli?

Assolutamente sì! Dove c’è una persona, lì c’è uno storyteller. Solo che è talmente naturale questo modo di essere, che è inconsapevole come il battito del cuore o il respiro. Il mio compito è risvegliare questa consapevolezza, in modo che tutti possano valorizzare la loro identità, orientarsi nella vita, promuovere ciò che fanno e realizzare i loro obiettivi.

-Al corso hai anche parlato dello storytelling utilizzato per scopi terapeutici, ad esempio negli hospice. E’ qualcosa che mi ha colpito molto, potresti spiegarci meglio in cosa consiste?

Già da tempo si parla di Medicina Narrativa, anche in Italia, ed è la possibilità di far esprimere (narrare) i propri vissuti ai pazienti, e spiegare o affiancare i pazienti in percorsi di cura con un approccio narrativo, da parte del personale medico. La mia esperienza è consistita nell’introdurre lo storytelling autobiografico nelle cure palliative per pazienti terminali, per far sì che, raccontando e “rileggendo” la propria storia, ciascuno di loro potesse accorgersi del disegno unico e speciale che la propria esistenza aveva avuto, così da darle un senso e poterla chiudere con più serenità.

-La serenità che trasmetti come si concilia con la tua indole da esploratrice “Into the wild”?

Si capisce che non sei mai stata in macchina con me… lì la mia serenità scompare e mi trasformo in Hulk! A parte gli scherzi, ho avuto il grandissimo privilegio di avere quelli che io chiamo “Maestri di vetro”. Li ho incontrati nei primi lavori che ho fatto dopo l’Università, erano ospiti di comunità per schizofrenici cronici e malati d’aids terminali. Loro mi hanno insegnato tutto quello che importa sapere: che la vita è una, che ogni giorno è l’ultimo, che tutto cambia, che il successo o la fortuna non si misurano in banca ma derivano dall’apprezzare ogni più piccola gioia, che ciò che per te è sacrosanto e giusto, è assurdo e sbagliato un metro più in là… e anche di questo bisogna saper farne un valore.

– Ci spiegheresti in pochissime parole “Il viaggio dell’eroe”?

Il Viaggio dell’Eroe è un format narrativo, sul quale sono state costruite tutte le più grandi storie del mondo, della mitologia, delle religioni ma anche del cinema e della letteratura. Parla dell’Uomo e dell’arco di cambiamento e possibile) evoluzione che ciascuno di noi fa nella vita, e nella singola giornata. Insegna che nulla di importante accade nelle proprie zone di comfort, ma è solo mettendosi in viaggio (reale o metaforico), incontrando aiutanti e ostacoli, che abbiamo la possibilità di scoprire il nostro reale sé, il tesoro interiore, e riportarlo al punto di partenza, affinché tutti possano beneficiarne, oltre a noi.

-Ora a che punto del cerchio ti trovi?

Ognuno di noi ha tanti cerchi del Viaggio attivi, contemporaneamente. Uno per il lavoro, uno per l’amore, uno per la salute… davvero tanti. Rispetto allo storytelling, per un punto di vista sono alla fase del tesoro, perché ho chiaro cosa devo fare di ciò che so e ho imparato in questi anni, cosa devo fare per me E per gli altri. Ma qui comincia un nuovo Viaggio.. che sarà ricco di ostacoli, conflitti, prove da superare e fate pronte a darmi un aiuto, ma solo quando aderirò così totalmente al viaggio, da non prevedere la possibilità di arrendermi e tornare indietro.

-Se dovessi scegliere tra “ C’era una volta” e “E vissero felici e contenti”?

Sono molto proiettata verso il futuro, quindi starei sull'”e vissero”. “E vissero” mi basta, “felici e contenti” per l’eternità mi sembra un incubo…aggiungiamo anche “nostalgici, disperati, folli, sognatori”… tutto quanto cirende meravigliosamente tridimensionali!

– Francesca in una citazione:

La mia preferita di questo periodo è: “Tutte le cose sono connesse le une alle altre, e sacra è la loro connessione”. È di Marco Aurelio, ogni volta sono scioccata di quanto avesse già detto tutto lui.

-Francesca in una sola parola:

Libera.

– Francesca in uno sbaglio:

Come, solo uno??? Ma ne ho fatti un sacco, altrimenti non sarei potuta cadere in ginocchio e trovare pepite d’oro proprio lì dov’ero.

-Francesca è stata, è, sarà…?

Una persona uguale a tutte le altre, che sta scrivendo (nel viverla) la sua storia, cercando di avere più pagine belle possibili, e di far tesoro di quelle che si sono strappate.

 -Dove possono contattarti i nostri lettori?

www.francescamarchegiano.com lì ci sono anche i link ai social o la mia mail.

Grazie mille Francesca, o come ti firmi tu… Fra.

Donatella Di Lieto

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Ps. Un ringraziamento a  Ninja Academy che si è affidata a Francesca per un corso che ancor prima di cambiare il mio modo di lavorare, ha cambiato il mio modo di essere.

 

Linkedin: meglio non esserci che esserci male.

 

Non c’è mai una seconda occasione per fare una buona prima impressione.

Secondo l’articolo “How Many Seconds to a First Impression” dell’Association for Psychological Science Impression, ci vuole solo 1/10 di secondo perché qualcuno possa prendere una decisione su di te.

Provate a chiudere gli occhi. Riapriteli. 1/10 di secondo è già passato da 3 secondi.

A differenza di altri social network, Linkedin merita un’attenzione ed una cura particolari. Vi state vendendo. E qui l’abito e la vetrina fanno drammaticamente il monaco.

Vediamo come farlo al meglio, partendo da regole semplici e di base.

1) Inserite una foto che sia professionale e coerente con il vostro settore lavorativo. Bandite foto con la birra in mano a meno che non siate il CEO dell’Heineken o in costume a meno che non siate Kate Moss. Se fate i copywriters io eviterei la posa da avvocato d’affari anni ’90 con braccia conserte, e se fate l’avvocato d’affari anni ’90 io eviterei l’autoritratto multicolor in stile Andy Warhol.

2) Scrivete una headline impattante.  Occhio a non inventare posizioni in inglese. Come lo spagnolo non si parla aggiungendo la “s” finale ad ogni parola, così il disoccupato da 10 anni non si chiama “Senior Future Hunter Specialist”.

3) Aggiornate continuamente le vostre esperienze: ho contatti che sono diventati dirigenti nell’azienda B, ma il cui profilo è rimasto fermo a stagista, portacaffè e zerbino umano nell’azienda A, fallita, ovviamente.

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4) Inserite la vostra formazione. Sarà pure un mondo crudele, ma chi viene da Harvard si dice abbia una preparazione diversa da chi viene dall’ Università telematica “Tarallucci e vino”. Ma pare sia solo una leggenda metropolitana ed un ingiusto pregiudizio discriminatorio. Il buon senso vi porterà a fare una cernita degli step del vostro percorso formativo. Di errori nella vita ne abbiamo fatti tutti. Alcuni vanno semplicemente ed elegantemente omessi.

5) Inserite le vostre competenze. Non inventate. Meglio 3 competenze vere e riconosciute da altri collegamenti che 26 senza alcuna conferma. Il “voglio fare l’austronauta ” ha fatto il suo tempo.

6) Incrementate il vostro network. Non rimanete con 15 collegamenti per 6 mesi. A meno che non siate sociopatici. E sociopatici in un social network è una contraddizione in termini. Oppure la vostra qualifica lavorativa è “Asceta Specialist”. E questo è un altro discorso che affrontare adesso mi sembra alquanto pretenzioso.

7) Anche se affetti dalla sindrome della crisi del settimo giorno, mese, anno  di matrimonio, anche se farvi l’amante è di vitale importanza per il vostro squilibrio psicofisico, anche se Linkedin è l’unico social network in cui potete comparire ufficialmente in quanto giustificato agli occhi della vostra compagna da “esigenze lavorative”, il mio ultimo consiglio è: non flirtate. Non potete neanche immaginare da donna i brividi di squallore che percorrono tutta la colonna vertebrale quando ci arriva un messaggio privato del tipo “E quindi oltre che bella sei anche brava”. E lo stesso vale per voi, donne. Anni di femminismo buttati via in un “invio” al primo playmobil impomatato con cravatta regimental. Per queste cose qui utilizzate i vostri finti profili facebook o twitter, tipo “Primula nera” o “Passero solitario”.

In conclusione, starà a voi creare una vetrina coerente con ciò che vendete. Anche se non siete esperti di social network, il buon senso vi guiderà. Lo stesso buon senso che vi porterà a non includere tra i premi e riconoscimenti il primo posto vinto nella scuola di sci di Ovindoli a 5 anni.

Insomma, Linkedin non è un Facebook per adulti. E’ una roba seria.
E come in tutte le robe serie, meglio non esserci che esserci male.

Donatella Di Lieto

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Il curioso caso di Benjamin Button

Cosa accomuna la nostra generazione a Brad Pitt? A parte, è ovvio, le sue ville, il numero di figli adottati e non, e una dea accanto?

Uno strano fenomeno legato all’età.

Ci si laurea a 22/23 anni, ma si è troppo giovani e con troppa poca esperienza per un contratto di lavoro. Allora si cominciano a vendere arti superiori, inferiori, nonne e argenteria per frequentare master (meglio noto come ponte per il mondo del lavoro), corsi di specializzazioni, ed ottenere titoli abilitativi per almeno tre generazioni.

Si comincia ad accettare ogni forma di collaborazione lavorativa. Purché non sia retribuita. Stage trimestrale, stage semestrale, stage annuale prorogabile, non prorogabile, prorogabile ma a condizione di portare il caffè saltellando su un piede solo, stage alla fine del quale “ci sarà una forte probabilità di inserimento”, stage alla fine del quale c’è semplicemente la fine.

Ci si ritrova a 26/27 anni con un curriculum pieno di date, nomi, strane parole inglesi indicanti il nulla, per alcune posizioni troppo “senior”, e per altre ancora troppo “junior”. Coordinateve.

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Nella disperazione ci si comincia a buttare sui concorsi pubblici. E qui, il delirio anagrafico. A 27 anni si può comodamente rientrare nella categoria dei “giovani tirocinanti”. A 30 sei troppo vecchia per quel tipo di qualifica. A 35 rientri tra “giovani laureati”. Roba che in Svezia a 35 anni sei già nonna.

Ma quanti anni abbiamo? Mi sento una punta confusa. In 10 anni siamo ringiovaniti ed invecchiati almeno 24 volte.

L’unica certezza è che abbiamo lavorato. Senza essere mai stati assunti.

Benjamin Button te dico levate.

Donatella Di Lieto

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La maschera di Pantalone

L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale.

Nel dibattito sui diritti dei lavoratori dipendenti che si ripete in Italia da diversi anni, questo aspetto viene volutamente posto in subordine. Eppure la chiave di comprensione del problema sta proprio tra le maglie delle norme, nei dettagli (eh già, là dove anche il diavolo mostra le corna). Il controverso articolo 18 dello statuto dei lavoratori, per esempio, prevede il reintegro nel posto di lavoro qualora un tribunale abbia accertato che il dipendente sia stato licenziato senza una giusta causa. Questa norma, quindi, non impedisce affatto di licenziare, ma di sicuro impedisce il licenziamento di un dipendente che fa attività sindacale. E’ tutto qua, ma è quello che non viene mai detto. E’ ciò che sta dietro le quinte. Il sindacato dice che senza l’articolo 18 si potranno licenziare le donne perché donne, gli omosessuali perché omosessuali e così via. I riformatori e gli imprenditori sostengono invece che così si potranno licenziare i fannulloni. Nessuna delle due argomentazioni è esatta: senza articolo 18 si potranno licenziare i rappresentanti sindacali dei lavoratori. Punto.

A chi fa filosofia (non c’è niente di più pratico della filosofia) interessa capire soprattutto ciò che accade dietro le quinte, anche a rischio di perdersi lo spettacolo sul palcoscenico. Ne vale la pena? Vale la pena fare la fila e pagare il biglietto per osservare la polvere negli angoli del teatro più delle luci stroboscopiche del palcoscenico? Sì, quasi sempre, ed in particolar modo quando lo show lo conosciamo a memoria. E infatti capita che anche a teatro ci si annoi e che volentieri si distolga lo sguardo dai costumi degli attori per sbirciare dietro la tenda. Fuor di metafora, nel caso dei diritti dei lavoratori, sul palco ci va la politica, gli attori cambiano nome nel corso delle legislature, ma il copione suggerisce sempre di ridimensionare i diritti per essere più competitivi sui mercati globali, agevolare assunzioni, pagare i debiti, far girare finalmente i soldi. I cattivi, nella rappresentazione cui stiamo assistendo, sono impersonati da sindacalisti anziani e rancorosi, la cui natura maligna mal si cela entro un sottobosco di privilegi. Dietro le quinte, alla cabina di regia, vediamo però che non ci sono i mercati, cioè i protagonisti dello scambio, ma solo una parte dell’economia, quella parte che al mercato rionale per esempio sta dietro al banco e che ci vende il prosciutto. E’ quella che bleffa mettendo il ditino sulla bilancia e magari sorniona ti dice: che faccio, lascio? Quella parte lì, quella che vuole vendere a prezzo competitivo per guadagnare più del banco vicino. E’ la stessa parte del mercato che qualche anno fa, alla faccia di Rocco Siffredi, ci raccontava che “piccolo è bello”, che il Nordest ha la giusta formula dell’economia (lavorare a testa bassa tutto il giorno) e che bisogna essere più flessibili per essere competitivi, mettendo in scena la legge Biagi col suo confuso quanto inutile coro di contratti a termine. E’ la stessa parte del mercato che a dispetto della Silicon Valley e della sua capitale Cupertino, non assumeva (e non assume!) laureati, perché chi studia nasconde una natura superba e malvagia. Allora come ora è infatti sempre molto meglio prendere in azienda il ragioniere del paese, l’amico della zia, quello che serve a messa come chierichetto, l’analfabeta del villaggio, ecc. ecc.

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Chi non si limita a studiare filosofia solo per l’esame, ma la indossa come abito quotidiano, non può tifare per gli attori buoni o per quelli cattivi (che tra l’altro spesso si scambiano i ruoli), ma farebbe bene a svelare a tutti ciò che ben si vede dietro le quinte: un regista Pantalone della commedia dell’arte, con tanto di culone e maschera dal naso fallico. Sì, proprio lui, quello che indossa un vestito di ombre nascondendo i suoi veri obiettivi. Dopo l’operazione di scendere nella caverna, Platone ci insegna che occorre pur risalire e raccontare quel che si è visto, anche se la luce brucia gli occhi ed anche se faceva comodo pensare che esistessero davvero i buoni e i cattivi della commedia. L’abolizione dell’art. 18 toglie dignità al lavoratore e al concetto stesso di lavoro, ma pare anche realistico che ciò consentirebbe alle aziende di abbassare gli stipendi e quindi (forse) di assumere di più. Oppure, e meglio ancora, l’abrogazione darebbe alla Banca Centrale la scusa necessaria per prestarci dei soldi e rimandare di un pochino la caduta. Sono risposte diverse, provvisorie e tutte importanti, ma ai filosofi tocca formulare sempre nuove domande.

Per esempio: è vero che senza articolo 18, più che licenziare, si elimineranno di fatto i sindacati e dunque si ridurranno gli stipendi? Così facendo si ostacola la produzione cinese, ma domani la contrazione del mercato interno ci farà concorrere alla pari anche con il mercato vietnamita? E dopo domani, nuovi provvedimenti di tal fatta permetteranno di reggere l’urto dei competitors pakistani, indiani, africani? I paesi col più alto tenore di vita al mondo (Olanda, Norvegia, Danimarca, Svezia ecc.) hanno mai fatto operazioni di questo tipo? Qualora non avessero fatto operazioni di questo tipo, come mai riescono ancora a vivere in un benessere diffuso? L’istituto della schiavitù in Europa consentirebbe ai nostri produttori di vincere finalmente la sfida della globalizzazione? E’ possibile per un popolo di sessanta milioni di individui produrre beni e servizi a minor costo di nazioni che superano il miliardo di abitanti? Si può realizzare benessere eliminando politica e sindacato, ma tenendoci imprenditori e dirigenti laureati coi corsi di youtube, quando va bene, e alla Bocconi quando va male? Gli imprenditori dei Paesi emergenti e dal Pil elevato, come Cina e Brasile, agiscono in regime di libero mercato o sottostanno a rigidissime norme di import/export imposte dai loro rispettivi Stati?

Come la storia della filosofia suggerisce, le domande chiariscono molto più delle risposte. Anche quando sono retoriche.

 Massimo Bordin

Massimo Bordin è docente di Storia e Filosofia presso il Liceo Scientifico di Conegliano Veneto (TV) dal 2007. Dopo essersi laureato in filosofia con Antonio Santucci alla statale di Bologna nel 1996 ha maturato una significativa esperienza come segretario della Funzione Pubblica Cgil a Belluno. Prima dell’abilitazione all’insegnamento ha esercitato il lavoro di pubblicista presso alcuni quotidiani e periodici locali. Attualmente accompagna all’attività di insegnante le ricerche di macroeconomia, analisi finanziaria e studio delle strategie.

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Filosofia, rivoluzione generazionale e futuro

Capita a tutti, soprattutto ai giovani, di pensare di avere il mondo in pugno, e a volte è anche vero. Ma nell’attimo stesso in cui uno è convinto che tutto vada per il meglio, ci sono leggi statistiche che lavorano alle sue spalle, pronte a fregarlo.

Charles Bukowski,

Che ne è stato della mia generazione? Che ne è stato degli ultimi Filosofi? Ultimi detentori del senso critico ci siete ancora?

In un’ ottica marxiana i boomers (le generazioni che hanno vissuto la prosperosa epoca del boom economico) hanno fatto quello che i capitalisti fanno con i mezzi di produzione, hanno cioè fagocitato diritti in modo ipertrofico finendo per privare i propri figli e le generazioni future delle medesime opportunità, lo stesso dicasi per quanto riguarda gli impatti ambientali. Read more

Grazie Vasco…e famose ‘na risata!

L’uomo sensuale ride spesso dove non c’è niente da ridere. Qualunque cosa lo stimoli, vien fuori il suo benessere intimo. Goethe

Ieri ero in macchina. In uno dei tanti viaggi per portare il mio curriculum in giro. Un po’ abbattuta, per la verità. Si perché, masochisticamente, mi “dilettavo” nell’immaginare il mio curriculum finire nel cestino appena dopo essermi chiusa la porta alle spalle; o, se magari mi andava di lusso, essere piazzato sopra un catasto di altri curricula lasciati in un angolo della scrivania ad arricchirsi di polvere e ingiallirsi. Ero in macchina, in uno dei tanti viaggi a vuoto per portare il mio curriculum in giro, mentre mi chiedevo perché sono stata così testarda da aver voluto studiare a tutti i santissimi costi Psicologia, quando mamma, papà, parenti, amici (e chi più ne ha più ne metta) me lo sconsigliavano – anche con un certo ardore. Ero in macchina a pensare alla mia dannata condizione di giovane –e non poi così tanto- laureata in cerca di lavoro che mi pare così simile alla condizione di chi si trova a cercare, assetato, l’acqua nel deserto. Insomma, diciamocelo, il mio umore non era proprio alle stelle, l’avevate capito anche voi. Ma non è questo il punto. Il punto è che mentre mi lasciavo un po’ naufragare nel mare dello sconforto in radio passa una canzone. E che c’è di strano, penserete voi. Se ascolti la radio qualche canzone te la dovresti aspettare, altrimenti la tieni spenta quella benedetta radio. Si ok, lo so. Ma quella canzone lì, in quel preciso momento, beh, mi ha cambiato la giornata. Read more

Delirio di onnipotenza: tra lavoro e riuscita sociale

Volere è potere.

Quante volte queste tre parole si sono articolate nella nostra mente dandoci la spinta giusta per agire ed affermarci? In quanti casi abbiamo creduto fino in fondo che ogni volta che vogliamo qualcosa, allora possiamo anche ottenerla?

Dai, le capacità le hai, perché non ci provi? Devi solo volerlo!

Siamo continuamente martellati e assillati da una volontà individualistica che ci mantiene intrappolati in un dover essere costante. È questo il clima predominante della società contemporanea. Read more

Lavoro e società liquida

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Queste sono le parole che l’art.4 della nostra Costituzione pronuncia in materia di lavoro e che hanno rappresentato il punto di partenza della mia riflessione.

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La Filosofia come meraviglia

Non è poi così strano domandarci che fine abbiano fatto i filosofi, un tempo persone molto ammirate, che studiavano e ricercavano i massimi sistemi e che tutti i liceali, sebbene le riforme della scuola ne riducano i contenuti,  studiano.

Chi sono i filosofi dei nostri giorni?

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