Cocaina e capitalismo

Esiste ormai un’ampia letteratura a dimostrazione del fatto che la cocaina sia uno dei principali business mondiali. Tuttavia alcuni dettagli sembrano sfuggire riguardo il perché sia proprio la cocaina ad essere diffusa e utilizzata praticamente in ogni strato sociale e ad ogni latitudine. Proprio questi dettagli suggeriscono però che a partire dalle sostanze di cui ci serviamo, possiamo capire meglio il tipo di società in cui viviamo.

Un abile studioso, nonché sperimentatore in prima persona della cocaina, è stato Sigmund Freud, che ci ha lasciato un breve ma preciso resoconto di cosa la sia cocaina e di come interagisca con le capacità psico-fisiche di chi la utilizza.

Nelle sue varie prove Freud ci riporta che a seguito dell’assunzione della sostanza si prova «un aumento dell’autocontrollo e ci si sente più vigorosi e dotati di un’aumentata capacità di lavoro», effetti dati dalla «scomparsa di quegli elementi che in uno stato di benessere generale sono responsabili della depressione»1. Questo comporta la possibilità che «un protratto e intenso lavoro, mentale e fisico che sia, può essere compiuto senza che appaia alcuna sensazione di stanchezza» e che «il bisogno di cibo e di sonno […] fosse completamente eliminato»2.

Supportato anche dagli esempi di sfruttamento minerario delle popolazioni amazzoniche da parte degli occidentali in epoca moderna attraverso la cocaina, Freud ne mostra l’apporto al corpo e alla mente di chi la usa un surplus energetico notevole. L’aspetto interessante di queste osservazioni, comunque risapute, sta nel fatto che questi progressi fisici che la cocaina comporta si sposano benissimo con il modello sociale che da qualche secolo viviamo, quello capitalistico, appunto. Le prestanza fisica e l’assenza della sensazione di fatica comportano infatti la possibilità di un lavoro più duraturo nel corso delle ore e più stabile nei suoi obiettivi. In questo modo, nel caso ad esempio del lavoro fisico, è possibile portare carichi che normalmente non si porterebbero, non sentire il peso del sonno o della variazione di umore, velocizzare gli spostamenti, garantendo una prestazione lavorativa assolutamente razionale ed ergonomica. Lo stesso vale per i lavori meno manuali, che vedono un incremento della concentrazione e un perseguimento assiduo dell’obiettivo da raggiungere.

I fondamentali scopi capitalistici come l’accumulo e l’utilizzo delle risorse e la minimizzazione di tempi ed energie sprecate per il lavoro, sono dunque garantite e massimizzate dal cocainomane al lavoro (come già era stato intuito presso le popolazioni sudamericane da cui la coca proviene). Il modo in cui iniziò ad essere utilizzata allora, per razionalizzare il lavoro in miniera, e il modo in cui viene usata oggi, suggeriscono anzi che la cocaina assume senso solo all’interno della logica del lavoro.

Ma di riflesso, anche la dimensione extra-lavorativa è investita dal potere di tale sostanza o quantomeno dall’atteggiamento cocainomane (alta concentrazione nell’obiettivo, massimizzazione della capacità fisica, ecc). Non è un caso che anche nei luoghi del divertimento e nei momenti di svago questa sostanza sia usata per gli stessi motivi. Se buona parte della vita è assorbita dal lavoro e da richieste di prestazioni sempre più elevate, cioè da contesti in cui deve vigere al meglio la logica razionale e di efficienza, si sentirà in modo maggiore la necessità che il tempo restante venga effettivamente e sicuramente ben speso nelle attività ricreative. Questa garanzia, o concentrazione nell’obiettivo opposto a quello lavorativo, ribalta semplicemente lo scopo ma non la logica: come si cerca l’efficienza nel lavoro, si cerca l’efficienza dell’obiettivo ‘svago’. Che viene, sempre grazie alla cocaina, intensificato al limite per trarne il massimo del vantaggio, del godimento, dell’estraneazione, della prestazione. Lo scopo, in entrambi i casi, è sempre ‘il massimo’.

L’economia, che giustamente persegue l’obiettivo di massima capacità di raccolta e sfruttamento di risorse ed energie, si trova conforme negli scopi e nelle capacità che la cocaina offre. Per questo, e non per caso, è proprio questa sostanza a divenire il perfetto alter ego del nostro tempo. Solo per questo è vero che, come ricorda Roberto Saviano, «nessun business è così dinamico, così innovativo, così fedele allo spirito del libero mercato come quello della cocaina»3.

Non si tratta di insinuare una vena complottista nel confine tra mercato capitalistico e mercato illegale, alludendo a un qualche patto che uomini facoltosi instaurano con trafficanti di ogni specie. Questo aspetto, pur esistente, è forse la parte meno interessante e curiosa dell’intero processo. Si tratta invece di capire che cocaina e capitalismo condividono la stessa anima e sono due imprescindibili facce della stessa medaglia perché identico è il loro intento una volta inquadrato da un punto di vista più profondo.

Per questo sempre Freud, sia da sperimentatore che da acuto scienziato, poteva dire che per il bene umano è conveniente sia moderare e controllare l’uso della coca, sia ammorbidire i limiti, le regole e le prestazioni che la società industriale del ‘900 stava già formando e in cui oggi ci vede completamente immersi.

Luca Mauceri

NOTE:
1. S. Freud, Coca e cocaina, trad. it. di Aldo Durante, Newton Compton, 1996, p. 35.
2. Ibidem.
3. In questo Articolo di Repubblica 

[Immagine tratta da Google Immagini]

Il pendolo di Schopenhauer: l’attesa

<p>OLYMPUS DIGITAL CAMERA</p>

«La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra dolore e noia, passando attraverso l’intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia»1.

Arthur Schopenhauer ritiene che sia un pendolo a giostrare la nostra vita e l’attesa dell’oscillazione che ne scandisce il tempo è ciò che ci è concesso per sperare. Di questo tempo nel mezzo, dell’attesa che impregna ogni attimo parlerà questo promemoria filosofico.

Siamo indiscutibilmente proiettati verso il futuro. Siamo in perenne attesa che qualcosa accada per andare avanti e magari qualcosa possa migliorare.

Aspettiamo una svolta per l’Italia, una politica più trasparente e che si rivolga in primis sempre al bene dei suoi cittadini, ma intanto con il sarcasmo di Crozza ci consoliamo e ridiamo della sua corruzione. Ci crogioliamo nel tempo in attesa di una democrazia più vera e concreta, se mai sarà possibile.

C’è chi aspetta una casa dopo che il terremoto gli ha rubato la sua. Le macerie che sono rimaste non sono solo che briciole di quel tetto pieno di ricordi che era una volta. E il freddo e il gelo che non dà tregua in quelle zone non fa che peggiorare la situazione e sperare però che torni il prima possibile il sole o uno squarcio di primavera. Si attendono aiuti e volontari perché possa tornare un po’ di normalità dopo tante scosse che non hanno travolto solo la terra.

Si attende una proposta di lavoro, o almeno si cerca un posto. La disoccupazione è solo uno stato di passaggio dal non fare al fare che non dovrebbe farsi attendere troppo. Se sei giovane c’è chi dice che di tempo ce n’è sempre e bisogna fare esperienza per trovare un lavoro stabile, ma non si vive di sole esperienze se manca il sostegno economico dietro a queste. La voglia di imparare e l’impegno dovrebbero essere ripagate come giusto meritano e non essere sottopagate o peggio, sfruttate.

Se sei una mamma o un papà anche tu hai aspettato con pazienza per nove mesi qualcosa di meraviglioso, che poi è arrivato e ti ha sconvolto la vita. Meritava, non è vero?

L’importante è il viaggio e non la meta, qualcuno diceva, e aveva ragione: siamo bloccati nel tempo che passa, un attimo prima era ora, e qualche secondo dopo è passato. L’unico modo per sopravvivere a questo è lasciare che gli eventi ci attraversino, rimanendo però saldi e presenti per viverli.

In fondo è una vita che aspettiamo qualcosa e la risposta forse è molto semplice: speriamo sempre in un futuro che sia migliore.

Al prossimo promemoria filosofico

Azzurra Gianotto

NOTE:

1.Aforisma tratto dall’opera “Il mondo come volontà e rappresentazione” 

[Immagine tratta dall’opera L’attesa di Baron Daniele (Google immagini)]

La mia generazione: abbiamo fallito, avanti il prossimo

Quando ho visto Matrix per la prima volta ero seduto in un cinema, in una giornata assolata di maggio come tante, eravamo seduti sui gradini del cinema perché eravamo arrivati in ritardo e nel buio non eravamo riusciti a trovare dei posti a causa della sala gremita. Avevo 14 anni e stavo seduto accanto alla ragazza più affascinante che avessi visto, uno di quegli “amori” tipicamente adolescenziali. Non sapevo che in quel film di fantascienza si sarebbero coagulati tanti significati e tante questioni che avrebbero poi influito sulla mia generazione. Era il 1999. Era un film strano che parlava di volontà, destino, amore, senso della vita, il tutto coagulato in un blockbuster ben confezionato in pieno stile hollywoodiano.
Qualche anno dopo rimasi colpito, deluso, ma comunque attento per i riferimenti cristologici inseriti in Matrix 2 e 3 e ancora ripenso alla frase che descrive un messia cieco, un simbolo per tutti quelli come lui, patetico, in attesa che qualcuno gli dia il colpo di grazia.

In fondo ripensandoci era proprio un film adolescenziale, senza usare il termine in maniera dispregiativa, anzi, era una enorme storia in salsa cinematografica della Volontà di Potenza di Nietzsche che ha profondamente attraversato la mia generazione, una generazione sorta all’alba della decadenza dell’Occidente e della sua crescita: gli anni ’90 hanno rappresentato il preludio di un declino. La volontà di potenza ci mette un attimo a trasformarsi in volontà di impotenza, indolenza e ozio.

Penso che la mia generazione abbia delle grandi responsabilità per quanto è accaduto, sta accadendo e accadrà: siamo stati incapaci di dar vita a grandi prese di posizione generazionali, ma anche di dare alle cose una nostra inclinazione, seppur non all’insegna di rotture nette; siamo caduti preda di una anestetizzazione tecnologica, imbambolati da Mediaset e figli del berlusconismo, a prescindere che fossimo pro o contro.

Che fossimo pro o contro siamo pur sempre cresciuti all’ombra della figura di Berlusconi, una figura paradigmatica perché come i nostri genitori la sua generazione si è dimostrata quella dei moderni Crono e come tali non hanno che potuto divorare i propri figli. Gli anni di governo personalistico e finalizzato alla produzione di leggi ad personam più che di leggi per lo sviluppo non ci ha messo al riparo dalla crisi ed anzi hanno catalizzato quanto di peggio ha finito poi per abbattersi sul nostro Paese.

In un’ ottica marxiana i boomers (le generazioni che hanno vissuto la prosperosa epoca del boom economico) hanno fatto quello che i capitalisti fanno con i mezzi di produzione, hanno cioè fagocitato diritti in modo ipertrofico finendo per privare i propri figli e le generazioni future delle medesime opportunità, lo stesso dicasi per quanto riguarda gli impatti ambientali.

Lungi da me tuttavia indicare il male, additare le generazioni passate e sgravare così noi tutti da un onere di responsabilità al quale eravamo chiamati a dare una risposta, perché se le generazioni che ci hanno preceduto non sono state virtuose noi abbiamo peccato di una ignavia ben peggiore, ci siamo infatti ben guardati dal rompere gli schemi e ci siamo invece trincerati nel consumismo e nella moda.
La nostra risposta ai cambiamenti del mondo è stata quella di comprarci l’ultimo Ipad, di tirare per le lunghe lo studio e continuare a farci foraggiare dai nostri genitori. Se da un lato l’aiuto è servito a sostenerci in questi tempi difficili, dall’altro ha avuto l’effetto di renderci apatici e poco inclini a rompere gli schemi costituiti. Siamo stati come gli animali da allevamento, come un animale domestico che non esce mai di casa e come tali non abbiamo mai saputo elaborare una visione del mondo che ci permettesse di crescere al di fuori della pesante ombra dei nostri genitori.
Siamo dei novelli Benjamin Button: privi di progettualità a lungo e medio termine, finiamo per vivere una vita all’incontrario. Se la fine degli studi universitari un tempo significava l’accesso all’età adulta, è qui che il processo si inverte, assistiamo così alla devoluzione, un regresso inquietante quanto diffuso, un perenne rifiuto di confrontarsi con il mondo e prendere in mano il proprio destino.

Spesso vedo ragazzi di ormai quasi trent’anni farsi foto in discoteca che normalmente si era soliti farsi fare quando si avevano quindici o sedici anni, ma al posto di provare vergogna per l’immaturità manifesta tali foto sono invece oggetto di orgogliosa ostentazione. In un mondo dove conta sempre meno essere ciò che si è e conta invece apparire per ciò che la società ha presunto che dovremmo essere.

La mia generazione è fatta di cani di Pavlov, ma a differenza del celebre cane noi siamo restii a imparare dall’esperienza. Più subiamo la nostra impotenza e la vessazione di chi non ha alcuna tutela lavorativa e quindi nessuna dignità umana, più continuiamo ad abbeveraci dalla fonte che sta anche all’origine di tutti i nostri mali. Anziché ribellarci o quanto meno rifuggire gli stimoli negativi, nel migliore dei casi finiamo per chinare il capo diventando gregari e subalterni delle generazioni che ci hanno preceduto, nella vana speranza che prima o poi tocchi anche a noi, come se la nostra mente non avesse registrato che all’alba del nuovo millennio l’aspettativa di vita è tale che è molto più probabile che saremo noi a perire di stenti prima della dipartita di chi oggi regge le leve del potere.

Ci hanno detto che il lavoro doveva essere flessibile, ci hanno fatto imparare le lingue e tantissime competenze diverse, ci hanno raggirato usando accattivanti termini anglosassoni come long life learning o learning by doing, ma mi chiedo quanti dei grandi ideologi di questo modo di pensare, quanti professori che ci hanno proposto questo modello di vita e quanti funzionari che hanno stilato protocolli amministrativi che deliberavano in tal senso si sono sottoposti allo stesso trattamento. Quanti di loro hanno veramente provato ad assaggiare la ricetta che avevano preparato per noi e per i loro figli? Penso ben pochi visto che la pubblica amministrazione è piena di gente che non parla nemmeno l’inglese e che per anni non ha fatto altro che ripetere sempre e solo la stessa mansione, senza mai aggiornare le proprie competenze, tanto che se si rimettessero oggi sul mercato del lavoro a stento troverebbero posto come posteggiatori di auto o lavapiatti in un ristorante. Non bisogna però fare di tutta l’erba un fascio e nella Pubblica Amministrazione ci sono ancora tante persone che si aggiornano e combattono ogni giorno per garantire servizi migliori ai cittadini: perché non siamo stati capaci di allearci con loro?

Siamo stata la generazione che ha potuto studiare fino ai gradi più alti della formazione, ci hanno viziati dicendo che eravamo tutti speciali, ma se siamo tutti speciali vuol dire che non lo è nessuno e così il nostro grado di istruzione crescente ha finito con l’unico scopo di far crollare la retribuzione salariale di coloro che potevano essere impiegati nel lavoro cognitivo.

Abbiamo ostinatamente voluto credere alle promesse dei nostri genitori circa il fatto che il mondo fosse un posto facile dove vivere, che eravamo unici e irripetibili e che strabilianti opportunità ci avrebbero atteso, chiusi sotto una amorevole campana di vetro che ci ha tenuti al riparo dal mondo. Abbiamo rimandato un confronto con la realtà destinato ad essere devastante, quella ovattata campana non era altro che una bolla paranoica di mediocrità. Non siamo stati meglio di coloro che si sono affrettati a votare Berlusconi perché persuasi che avrebbe davvero creato – già il termine mi cagiona ilarità – un milione di posti di lavoro, abbiamo preferito credere che creare le nostre opportunità con un po’ di fatica e di sudore. Abbiamo voluto far finta che ci fossero risposte semplici a domande complesse.

In politica e nel lavoro ci siamo relegati noi stessi al margine, ogni volta che abbiamo chinato il capo e ci siamo fatti imboccare, tutte le volte che non abbiamo provato noi stessi a mostrare che le cose potevano essere diverse nascondendoci dietro a una presunta italianità della raccomandazione, ogni volta che non abbiamo anteposto il merito al nostro interesse abbiamo replicato la mediocrità dei nostri padri e delle nostre madri che facendoci trovare sempre la pappa pronta non hanno fatto altro che crescerci deboli e fragili, ma anche supponenti perché mai posti di fronte ai nostri stessi limiti. Così si è costituita la generazione dove tutti siamo speciali, tutti siamo qualcuno, abbiamo tutti vite interessanti e fantastiche, mentre viviamo una condizione miserabile contronatura perché costretti a restare presso i nostri genitori senza la possibilità di svilupparci diventando ciò che siamo come adulti e perché no anche nella senilità.

L’ultimo grande demerito è che non abbiamo saputo restare uniti, ci siamo fatti investire dalle ideologie già precostituite dai nostri padri finendo per farci molto più la guerra tra di noi che provare a imporre una nuova visione delle cose, noi che siamo nati alla fine delle grandi ideologie, dove la religione è più mite nella rigidità, dove il muro di Berlino è caduto, dove se da un lato ci hanno accusati di non credere in niente avevamo invece l’opportunità di credere in tutto con uno sguardo nuovo e invece non abbiamo fatto altro che suonare uno spartito datoci da altri e danzato su quelle stesse note.

Non abbiamo fatto tesoro delle parole di Michael Young che ci ha provato a dire:

«I giovani devono combattere il potere degli anziani invece di allearsi con loro per ricevere favori».

Spero solo che le generazioni che stanno crescendo oggi e che verranno domani imparino dai nostri errori e non ce ne abbiano troppo a male per il mondo che ci apprestiamo a consegnare loro.

Matteo Montagner

[Immagine tratta da Google Immagini]

Delle scuse che ci diciamo per non cercarci mai

Eccomi, volevi vedermi?

Sì: ho un problema.

Che problema? Mi sembri in forma; cioè non hai l’aria di un fiore appena sbocciato ma mi stupirebbe il contrario. A guardar bene, hai preso qualche chilo ma non t’abbattere: un po’ di palestra e va via tutto.

Non ti ci mettere, non ho voglia di scherzare. Se t’ho detto che ho un problema, ho un problema.

Lapalissiano. Che hai?

Mi vedi veramente ingrassato? Non la dovevo comprare ‘sta camicia: ha un taglio troppo particolare e cade male, sembra che io abbia la pancia. O forse sono ingrassato veramente? Perché fai quella faccia?

Scherzavo: non sei ingrassato, idiota. Questo problema tanto urgente, allora? Me lo dici cos’hai o aspetto la notifica?

Ah sì: è che ho questo problema che mi assilla. Non riesco più a comporre.

Ah sì?

Sì non so cosa fare, le ho provate tutte: ho provato a comporre di notte, di giorno; a digiuno, a stomaco pieno; l’altra settimana son stato via, sono andato in un posto bellissimo, lontano da tutto e da tutti per allontanarmi dai rumori: a proposito, t’ho postato le foto dell’albergo sul diario ma non hai commentato.

Lontano da tutti proprio, eh?

Come dici?

Niente, fa’ nulla. Allora: hai pensato alla causa di questo blocco?

Ma sì, ti dico che ho provato di tutto: è l’ispirazione che mi manca.

Ti ricordi?

Cosa?

Non ti ricordi: questo è il punto.

Ma di cosa non mi ricordo?

Eh no, non ti ricordi, se hai bisogno di chiedere; un tempo ti sarebbe venuto in mente senza chiedere.

È che sono incasinato ultimamente, son sempre di fretta, in una mano l’agenda e nell’altra il telefono. E poi le prove, le lezioni, i concerti. Praticamente penso nei ritagli di tempo, mi sorprendo a pensare mentre sono sul treno, mentre sono in fila per comprare il pane. A proposito: devo comprare il pane.

Stronzate.

Che dici?

Che sono stronzate, sono tutte scuse: la verità è che sei distratto. Tu e la maggior parte delle persone che ti scivolano attorno e ti fanno la cortesia di non travolgerti mentre “ti soprendi a pensare”. Non vai fino in fondo.

La fai facile tu: ho mille cose da fare. E poi non capisci: tu hai sempre il naso in quella cavolo di biblioteca, con un libro ti svegli e con un altro ti addormenti. A che ti serve, poi, un giorno me lo dovrai spiegare. Io devo lavorare, non posso perder tempo a lambiccarmi il cervello come voi.

E infatti stai lavorando bene, eh? E guarda che quei libri qualcosa da dire ce l’hanno, altrimenti nessuno li leggerebbe più.

Ah sì: infatti è pieno così di lettori di Agostino!

Infatti è pieno così di gente serena, che sa almeno di dover cercare, verso dove andare, in che direzione affannarsi per procedere.

Senti non ho bisogno della paternale da filosofo proprio adesso. Non so se l’hai dimenticato, ma ho un problema, io.

No, non l’ho dimenticato. Infatti t’ho portato una cosa.

Cos’è? Un pezzo di carta?

Sì, tutto Agostino in un biglietto non ci stava.

«Grande è questa potenza della memoria, troppo grande, Dio mio, un santuario vasto, infinito. Chi giunse mai al suo fondo? E tuttavia è una facoltà del mio spirito, connessa alla mia natura. In realtà io non riesco a comprendere tutto ciò che sono. Dunque lo spirito sarebbe troppo angusto per comprendere se stesso? E dove sarebbe quanto di se stesso non comprende? Fuori di se stesso anziché in se stesso? No. Come mai allora non lo comprende? Ciò mi riempie di gran meraviglia, lo sbigottimento mi afferra. Eppure gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell’Oceano, le orbite degli astri, mentre trascurano se stessi».1

E che significa?

Scoprilo tu, se non ti sei già dimenticato anche di te.

Emanuele Lepore

NOTE
Agostino, Confessioni, X, 8.15

31 Dicembre: speranza, nostalgia o indifferenza?

Spesso durante l’anno si usa sempre l’acceleratore e difficilmente si pensa di rallentare men che meno di fermarsi. Anche solo un attimo, un istante per pensare a sé o agli altri con calma, anzi pensandoci davvero e non frettolosamente.

Poi d’improvviso arriva la fine dell’anno e, volenti o nolenti, ci si ritrova anche solo inconsciamente a fare un bilancio di ciò che è stato, pensando a ciò che sarà o potrà essere nel nuovo. Come se il passaggio dal 31 all’1 comportasse cambiamenti davvero significativi! Eppure noi siamo convinti di questo: ciò che è stato fino al 31 non sarà più dall’1 in poi. Tutto si trasformerà magicamente, in meglio o peggio non è dato sapere, quello che basta è essere convinti che un cambiamento ci sarà automaticamente.

È qualcosa che, se ci si fermasse un solo secondo a pensare, è fuori da ogni logica eppure appartiene all’essere umano da sempre. Forse è propria della sfera della speranza che ci guida e ci spinge ogni giorno dell’anno ma che noi sappiamo riconoscere solo il 31 Dicembre.

La speranza che qualcosa succeda, come se tutto quello che abbiamo fatto durante l’anno non fosse già quel ‘qualcosa’ che noi stessi abbiamo fatto succedere con sacrificio o facilità, con piacere o meno. Una speranza ingabbiata dalle reti che la società ci impone durante l’anno e che noi accettiamo inconsapevolmente o meno  perché assorti dai mille pensieri che abbiamo e che ci costruiamo.

Ecco che allora dobbiamo capire cosa davvero ci faccia stare bene, se l’annebbiamento mentale che ci portiamo dietro tutto l’anno con solo la sincerità con cui il 31 Dicembre si rivolge a noi, oppure il rallentare i nostri ritmi, privilegiando le pause, per pensare e riflettere su ciò che ci rende felici davvero, arrivando al 31 Dicembre solo per stappare una bottiglia, senza aspettarsi troppo o troppo poco dall’anno nuovo, ma consapevoli già di tutto quello che è stato, capaci di dire all’amico 31 ‘Sì, lo so già!’.

Sforzarsi di preferire la seconda opzione non è cosa naturale è facile da ottenere, ne sono consapevole, però il riuscirci dimostrerebbe il nostro voler vivere non nella speranza che ‘qualcosa’, non si sa cosa, accada ma nel presente per viverlo appieno, giorno dopo giorno e non solo il 31 Dicembre che altro non è se un giorno qualunque.

Il mio augurio per voi lettori è quello di trovare il vostro ritmo naturale che non sia dettato dagli altri ma che sia davvero solo vostro, affinché possiate arrivare al 31 Dicembre 2016 consapevoli di tutto quello che è stato e capaci di prevedere con cognizione di causa quello che sarà il giorno dopo.

Valeria Genova

Solitudine affollata

Sentirsi soli pur avendo un sacco di persone attorno. A chi non è mai successo? Tutti noi siamo inclini al rapporto umano e all’interazione, necessitiamo di costruirci una sorta di cerchio attorno che possa garantirci un’apparente serenità. Non che sia sbagliato, anche perché è forse inevitabile. Può anzi risultare un sistema efficace per darci la forza di andare avanti in questo mondo controcorrente. Ogni sistema, però ha un suo difetto, una falla che rischia di far crollare tutto il castello di carte costruito fino a quel momento.

Nel caso del sistema di rapporti che erigiamo, puntiamo ad una posizione pacifista. Nessun conflitto, nessuno squilibrio che possa danneggiarci e la nostra mini-società procede di pari passo in una quiete imperturbabile. Il principio fin qui può dunque risultare assai azzeccato e conveniente per tutti. Tutti, tranne noi. L’ inconscio sentimento di autodifesa generato da questo metodo rischia infatti di isolare la nostra persona. Isolare sentimentalmente sia chiaro, ben lontano dall’isolamento sociale. Infatti, obbedendo ai canoni della società, al super-io freudiano, ci limitiamo e appunto rinchiudiamo il nostro spirito, il nostro io in una bolla sociale ma sterile sotto qualsiasi altro punto di vista. “Bolla” e “isolare” sono i termini appropriati in questo caso, dato che, si prenda come semplice esempio l’isolazionismo storico applicato dagli USA dopo la Grande Guerra, o ancora, in fisica l’esempio di un sistema isolato, possiamo notare come una proiezione di questo fenomeno sia dannoso spiritualmente se applicato all’animo umano. La società o qualsiasi altro ente non si preoccupa di questo nostro aspetto, non se ne cura e mai lo farà. Sta a noi l’arduo compito dell’autodeterminazione spirituale che, se posta in secondo piano rispetto al super-io, morirà in se stessa, nella staticità data dall’attesa di un nostro intervento. Ne conseguirà dunque un’esistenza sterile, meccanica e banale, paragonabile ad una lista di attività da svolgere. È come decidere di pianificarsi l’intera vita nello stesso modo in cui pianifichiamo la giornata, abbandonandoci alla regola, all’ordine esistenziale che ci porta al non vivere.

L’uomo di oggi, o meglio, il ragazzo, assoggettato alle norme scolastiche prima e lavorative poi, cresce in un ambiente povero di emozioni e povero di soggettivazione della vita. Non si sta parlando della creazione di un modello da seguire, di un’alienazione dell’essere umano convertito in un semplice esecutore, ma bensì di un uomo ignorante, ingannato ogni giorno sempre più da una realtà oggettiva che oggettiva non dev’essere. La scuola, gli studi e addirittura i rapporti che ne conseguono fanno tutti parte di una cerchia di decisioni involontarie e convenienti che pietrificano la capacità d’espressione e di giudizio umano.

Un sistema del genere, in cui la massa è sovrana nella sua collettività e nel suo successo di continuo reclutamento di individui, si ha la creazione di minoranze di pensiero e la loro inevitabile sottomissione. L’infelicità umana che si viene a creare da questo gioco perverso è generata dall’infelicità inconscia del singolo che, per convenienza ha difatti barattato un po’ della sua felicità per un po’ di sicurezza (Sigmund Freud), sopprimendo la sua unicità nella teoria di Hobbes homo homini lupus, secondo la quale ogni uomo per natura sarebbe incline ai suoi istinti naturali, alle sue pulsioni più animalesche ma per gli altri uomini, per convenienza ed equilibrio decide di frenare questi istinti fondando le basi per la costruzione di una società. Questo è il riflesso della condizione umana, proiettata su di uno specchio, appannato appositamente da noi stessi che temiamo l’orrore della verità data dalla realtà delle cose che confondiamo con la sola apparenza.

 

Alvise Gasparini

Lavoro ergo sum…?!

Le istanze portate avanti dal “diverso” nell’ambito sociale esigono una presa di posizione decisa da parte dei ceti al potere, al fine di non veder rimessa in discussione la globalità istituzionale da essi stabilita.

Il “diverso” pone delle questioni alle quali si deve, che lo si voglia o meno, fornire una risposta; infatti trascurarne i comportamenti e le reazioni equivarrebbe a lasciar crescere a poco a poco dentro il corpo statale un’insoddisfazione crescente, una specie di infezione interna che potrebbe produrre delle corrosioni pericolose.

Meglio quindi porsi positivamente o negativamente nei confronti del “diverso”, ma comunque occuparsene dimostrando di riuscire a far fronte alle proprie responsabilità e allo stesso tempo fingendo un interessamento ed un’apertura mentale considerevole.

Su come la società cerca di prevenire ed eventualmente bloccare il “diverso” Deleuze sottolinea in particolar modo l’oppressione e la repressione esercitate sull’individuo e di contro la forza enorme e il pesante sforzo che all’individuo si richiede per non essere del tutto privato delle sue caratteristiche.

Nello sforzo che l’uomo attua, sostiene Deleuze, egli manifesta la propria volontà ma anche la propria superiorità, l’ostacolo diviene il tramite che pur non volendolo sviluppa la facoltà degli individui.

Di rilievo è il confronto compiuto da Deleuze tra questa teoria nietzscheana e la vita stessa di Nietzsche.

Il potere non ha alcun vantaggio, in situazioni di questo genere, a lasciar sfuggire al proprio controllo degli elementi potenzialmente pericolosi; il rischio di venire accusati di chiusura o di disinteressamento è troppo grande. Ecco allora che l’unica cosa utile da attuarsi nell’immediato è proprio venire incontro, far fronte in qualche modo alle esigenze del “diverso”, facendogli perdere molta della sua carica e d’altro canto non consentendogli di assumersi una sorta di vittimismo, che gli potrebbe far acquisire delle simpatie o almeno una parziale attenzione da parte di altri membri del corpo sociale.

Nel far fronte quindi al “diverso” la società borghese può scegliere a grandi linee tra due possibilità di intervento: “integrazione” ed “emarginazione”. La prima consiste nel tentativo di inglobare nel proprio ambito quanto pare generare critica e deviazione, la seconda consiste nel prendere in esame e considerare nelle radici più profonde la diversità per concludere poi che sia consentito al sociale un estraniare da sé il diverso.

Qualora il potere riesca a sviluppare in pieno una di queste possibilità o entrambe, rivela nella pratica la propria forza e sicurezza; esso palesa, non più solo a livello teorico, la capacità di riuscire a regolamentare oppure ad allontanare senza timore di reazioni l’altro.

L’”integrazione” nel sociale si verifica per i “diversi” in condizione di incoscienza oppure in condizione di abbastanza acuta consapevolezza.

Quando si parla di integrazione il riferimento non può che essere ad uno degli strumenti principali con cui nel sociale si attua la regolamentazione: il lavoro.

In proposito significative sono le affermazioni di Nietzsche:

Il bisogno ci costringe al lavoro, col cui ricavato il bisogno viene acquietato; il continuo ridestarsi dei bisogni ci abitua al lavoro. […]. E’ l’abitudine al lavoro in genere, che ora si fa valere come un nuovo, ulteriore bisogno.”.

Nell’esaltazione del “lavoro”, negli instancabili discorsi sulla “benedizione del lavoro” vedo la stessa riposta intenzione che si nasconde nella lode delle azioni impersonali di comune utilità: la paura, cioè, di ogni realtà individuale. […] il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce ad impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidità, del desiderio di indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità d’energia nervosa e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’amare, all’odiare; esso si pone sempre sott’occhio un piccolo obiettivo e procura lievi e regolari appagamenti.

Altri riferimenti di Nietzsche al lavoro sono contenuti in

La gaia scienza:

Esistono però uomini rari che preferiscono morire piuttosto che mettersi a fare un lavoro senza piacere di lavorare.

Lavoro degli schiavi! Lavoro dei liberi! Il primo è ogni lavoro che non viene fatto per noi stessi e che non ha in sé alcun appagamento.

Frammenti postumi (1887-1888):

“Eccesso di lavoro, curiosità e simpatia – i nostri vizi moderni.”

Umano, troppo umano I:

[…] ognuno desidera (prescindendo da ragioni politiche) l’abolizione della schiavitù e aborre nel modo più assoluto del ridurre gli uomini in questa condizione: mentre ognuno deve dirsi che sotto tutti i rispetti gli schiavi vivono più sicuri e felici del moderno operaio, e che il lavoro dello schiavo è molto poco lavoro in confronto a quello del “lavoratore”.”.

E’ possibile confrontare il discorso di Nietzsche con quello, fondato su un’analisi economica, di Marx in particolare per quanto riguarda l’automazione.

L’automazione pare essere il grande catalizzatore della società industriale che opera un mutamento qualitativo nella base materiale e che agendo sul processo sociale esprime infatti la trasformazione o meglio la trasmutazione della forza lavoro, la quale, separata dall’individuo, diventa un oggetto produttore indipendente e quindi un soggetto autonomo.

A proposito di automazione Nietzsche scrive:

La macchina insegna, attraverso se stessa, l’ingranarsi di folle umane in azioni in cui ognuno ha una sola cosa da fare: essa dà il modello dell’organizzazione di partito e della condotta di guerra. Non insegna invece la sovranità individuale: fa di molti una sola macchina, e di ogni individuo uno strumento per un solo fine. Il suo effetto più generale è di insegnare l’utilità della centralizzazione.”.

Essere senza lavoro equivale ad essere emarginati dalla comunità sociale e basti pensare a molte leggi promosse da svariati stati che associano in maniera netta integrazione sociale allo status lavorativo che si rivela niente di più che modo di omogeneizzare e disinnescare la carica innovativa del “diverso”. Il lavoro è la misura della nostra integrazione e a questo punto al di là degli stranieri alla ricerca di una speranza si potrebbe guardare a tante giovani donne e giovani uomini che oggi versano senza lavoro, possono dirsi davvero parte di una comunità? O dobbiamo invece ritenerli più liberi di ripensare un sistema  economico che sembra non stare più in piedi?

Oltre ai flussi migratori crescenti e alla crescente disoccupazione giovanile la società è chiamata a dare una risposta ai “diversi” o forse è affidato ai “diversi” il compito di portare una ventata di innovazione nel sistema sociale stesso, chi prevarrà?

 

Matteo Montagner

[immagine tratta da Google Immagini]

L’Io del ricercatore: il soggetto di fronte ad un lavoro di ricerca

A chi non è mai capitato di non sentirsi soddisfatto di ciò che scrive?

Quanti, nel rileggere delle righe scritte di proprio pugno, hanno avuto la consapevolezza di non aver detto esattamente quello che sentiva la necessità di esprimere?

Talvolta una parola di troppo. Un punto.

Un punto che, tuttavia, sembra fare la differenza.

Il soggetto si spacca. Diviso in due.

Quando scriviamo, quando ad esempio ci cimentiamo in un lavoro di ricerca, non sempre è facile raggiungere un punto di vista sufficientemente oggettivo.

Ciò è evidente fin dal momento in cui scegliamo una questione particolare, una problematica a noi cara poiché legata al nostro vissuto.

Tutto acquista un senso sempre più concreto nel corso dello sviluppo delle nostre ricerche, mettendo a confronto testi diversi, entrando in interazione con i nostri autori, mettendo anche al centro delle persone che sono direttamente toccate dalla problematica trattata, incarnandola in un vissuto.

A tale proposito, il sociologo Daniel Bizeul sostiene che il ricercatore, nel suo caso particolare il sociologo, è tributario della sua esperienza del mondo.

Riuscire ad analizzare una questione da un punto di vista oggettivo, infatti, non significa spogliare la ricerca di ogni tratto personale.

Il compito del pensatore è di porre al centro l’umano, esattamente laddove questo si mette a nudo nelle sue infinite contraddizioni e punti più oscuri.

Il sociologo, nell’articolo “Le double “je” du sociologue[1]”, continua sostenendo che la risoluzione di alcuni enigmi teorici può avere luogo unicamente nel momento in cui prendiamo consapevolezza di una serie di elementi che l’ordinario e il quotidiano ci forniscono, che sono dunque sotto i nostri occhi ma che, tuttavia, spesso sembrano sfuggirci.

L’Io si sdoppia, dunque. Profondamente incarnato nel reale da un lato, deve in seguito riuscire a estrapolare una teoria in grado di spiegare, in modo obiettivo, quello stesso vissuto. Il suo discorso deve allora sdoppiarsi, in altre parole, deve fare in modo che anche il pensiero stesso, nella sua purezza e teoricità, risulti intriso di esperienza e dialogo, perdite e silenzi.

Ogni momento di questo percorso lascia una sorta di traccia in lui, una traccia che rappresenta un segno, un’indicazione verso la giusta strada da seguire per meglio spiegare la problematica in cui ci siamo imbattuti.

Per questo, il soggetto non può avere uno sguardo al cento per cento neutro rispetto a ciò che scrive: egli sarà sempre inspiegabilmente immerso in un modo cui appartiene e dal quale sarà difficile distaccarsi.

Tuttavia, ciò che è necessario mettere in luce, è che per fare in modo che un lavoro di ricerca, in qualsiasi campo esso sia fatto, abbia sia una certa coerenza sia un’efficacia, lo scrittore deve essere in grado di prendere le distanze dalla sua posizione personale, nascondendosi e rendendosi invisibile.

Come egli sostiene al termine dell’articolo:

“La nostra attività professionale implica il senso del dramma umano”. “I principi di metodo ai quali ci riferiamo, le procedure di cui facciamo uso al fine di fare esistere i mondi degli altri, non sono nulla senza la conoscenza di sé, impregnata dell’esperienza sociale.”

 

[1] D. BIZEUL, Le double “je” du sociologue (trad. it. “Il doppio “Io” del sociologo”), articolo tratto da Des sociologues sans qualités?, La Découverte, 2011.

Sara Roggi

[Immagini tratte da Google Images]

Siate più Smart siate più schiavi

In treno un tale di una certa età chiede a un’altra persona più giovane nascosta dietro un computer “Mi scusi posso farle una domanda? Qual è l’ultimo libro che ha letto?”, l’interlocutore imbarazzato risponde un titolo che non ho capito e specifica che si tratta di un libro sulla cultura indiana. Il tale che ha fatto la domanda risponde sul pezzo e cerca di intavolare una conversazione, ma l’altro lo interrompe bruscamente dicendo con tono secco “Mi scusi devo lavorare!” e torna a nascondersi dietro al monitor del computer dove io che lo vedo so che sta facendo di tutto meno che lavorare tra Facebook e simili. Il tale delle domande si ricompone in silenzio e questa volta volge lo sguardo verso di me che intanto me ne sto qui a scrivere questo stato, fingendomi indaffarato col tablet. mentre intanto ogni tanto alzo lo sguardo e lo ritrovo lì con sguardo interrogativo e io sono sempre più in imbarazzo cercando di schivare la domanda. Perché nell’era in cui siamo tutti connessi abbiamo così paura di parlare con uno sconosciuto? I nostri dispositivi tecnologici ci hanno promesso “amici” come se piovessero dall’alto, ma ci hanno forse resi deficienti quando si tratta di parlare semplicemente con il prossimo? Una cosa è certa: sia io che il mio vicino forse ci stiamo perdendo una grande occasione di uscire arricchiti da una conversazione che non abbiamo il coraggio di sostenere, e di sicuro i nostri nonni non avrebbero invece perso l’occasione di far due parole con questo curioso signore che in fondo vuole solo parlare di qualche buona lettura…

In “Il Capitale” Marx ci parla di due fenomeni che possono tornarci utili per analizzare la situazione perché risulta evidente come abbiamo accolto nella nostra vita le nuove tecnologie in modo del tutto acritico e perseguendo un’idea diffusa nell’ascesa industriale di radice ottocentesca secondo cui progresso, etimologicamente pro gradius, abbia sempre e solo una accezione positiva.

I bisogni indotti: Marx descrive il fenomeno secondo cui vi sarebbero insiti nella natura umana due tendenze composte dai bisogni naturali che apparterrebbero alla sfera strutturale degli individui e i bisogni indotti che apparterrebbero agli aspetti sovrastrutturali. Per semplificare potremmo definire le due categorie come la distinzione sussitente tra Natura e Cultura, questa seconda categoria concepita all’interno del sistema capitalistico ridurrebbe l’individuo a consumatore in cui instillare bisogni eteronomi rispetto alla sua stessa natura. Se osserviamo la penetrazione delle nuove tecnologie nella nostra vita quotidiana non possiamo che notare questa tendenza, le nuove tecnologie si sono fatte strada negli ambienti di lavoro, nelle nostre case e nelle nostre tasche, all’interno della retorica delle cose “smart” e di quanto esse sarebbero straordinariamente fighe, ci hanno promesso di risparmiare tempo, che tutto sarebbe stato migliore e più fast, ma dietro a queste promesse non è forse vero che i ritmi di lavoro sono in realtà aumentati e che ci siamo esposti a un bombardamento cognitivo a discapito della nostra serenità e pagando un caro prezzo in termini di carico di stress? Pensate all’effetto della reperibilità permanente, siamo sempre raggiungibili, una connettività permanente che diventa simile a una droga quando si manifesta nella dimensione della dipendenza e dell’ansia quando vediamo le tacchette della nostra batteria scendere inesorabilmente verso lo 0% sugli schermi dei nostri dispositivi.

L’alienazione: in “ Il Capitale” di Marx vi è un capitolo emblematico: Le macchine. Un capitolo la cui profeticità risulta sconvolgente se pensiamo che esso è legato alla macchinazione industriale dell’Ottocento la cui pervasività nella vita era legata alla prossimità della macchina nelle fabbriche. Eppure già qualcosa allora nelle viscere degli uomini si muoveva, forse memori del racconto del Golem della cultura ebraica, una creatura generata da conoscenze esoteriche derivanti dalla Cabala all’interno della cultura ebraica, una creatura naturalmente portata a essere al servizio dell’uomo, ma destinata alla fine a ribellarsi a quest’ultimo cagionando vicende nefaste. Non a caso negli anni dell’industrializzazione si fece strada il Luddismo, un movimento di protesta operaia che si rifaceva a un mitologico operaio Ned Ludd il quale avrebbe distrutto un telaio meccanico in segno di protesta finalizzato alla riaffermazione della dignità dei lavoratori salariati rispetto all’introduzione di nuove macchine. L’alienazione è quel fenomeno che sorge nell’interazione delle macchine e dove la dimensione umana diventa funzionale alla macchina e non viceversa, dove gli uomini sono soggiogati dalle macchine e in funzione di esse. Scrive Marx a riguardo:

“Con la messa in valore del mondo delle cose cresce in rapporto diretto la svalutazione del mondo degli uomini. Il lavoro non produce soltanto merci; esso produce se stesso e il lavoratore come una merce, precisamente nella proporzione in cui esso produce merci in genere. Questo fatto non esprime nient’altro che questo: che l’oggetto, prodotto dal lavoro, prodotto suo, sorge di fronte al lavoro come un ente estraneo, come una potenza indipendente dal producente”.

Ho visto persone più attente a prendersi cura del proprio Smart Phone, con le sue app, i suoi aggiornamenti e i suoi ultimi giochi che assomigliano più a delle catene di Sant’Antonio che a una esperienza ludica, che pronte a prendersi cura di un essere vivente, di un cane, di un gatto e perfino dei propri simili.

Ci sono famiglie che si ritrovano a cena intorno allo stesso tavolo dove l’unico suono che si ode è il ticchettio delle dita sui monitor di cellulari e tablet, e quante volte ci ritroviamo a stare insieme fisicamente senza esserlo davvero? Nell’epoca in cui tutti siamo più connessi nei nostri iperurani digitali siamo tutti più disconnessi dalla nostra prossimità tanto che diventa sensato chiedersi se non siano più reali i nostri avatar digitali, le nostre vite digitali di quanto non lo sia la realtà stessa che stiamo vivendo.

Fotografiamo quello che abbiamo nel piatto, fotografiamo i nostri figli, fotografiamo i nostri luoghi, fotografiamo e postiamo, come se le cose che mangiamo, le esperienze che facciamo non fossero sufficientemente reali così come sono, come se il loro statuto ontologico fosse deficitario al punto da necessitare un rafforzamento all’interno della condivisione. Le cose esistono solo se le vedono in tanti e così facendo perdiamo il qui e ora, la realtà di quelle esperienze che nessun dispositivo potrà mai campionare così come sono, demandando tutto a un mondo di illusorio dove “bisogna esserci” perché è solo nella rete, nella socializzazione esasperata che le cose si affermano.

Siamo tutti connessi e tutti infinitamente più soli, più insicuri, più fragili. In molti casi lo sappiamo, sappiamo che forse dovremmo avere più coraggio di vivere il presente al posto di affidarci a un limbo fatto a suon di chat, condivisioni e tweet eppure continuiamo a ingannarci scientemente perché questa è la legge del tutti e nessuno, della dimensione collettiva che è diventata prima di tutto la prigione della nostra stessa esistenza.

La tecnologia e i suoi araldi ci hanno promesso benessere e libertà, noi ci siamo caduti in pieno. E a questo punto bisognerebbe chiedersi se non siano le macchine i veri soggetti e se non siano esse a usare in qualche misura noi. E’ questa la dittatura delle cose.

Scrive Calvino in “Le Città Invisibili”:

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Cosa dite cari lettori? Sì, in effetti anche io che vi sto scrivendo in fondo mentre vi scrivo sono soggetto alla stessa contraddizione di chi assomiglia a un cartello stradale che in effetti non va nella direzione che indica o forse, nel nostro caso, va perfino nella direzione opposta. Perché in effetti vi sto scrivendo attraverso un tablet, mi state leggendo su una piattaforma online chiamata La Chiave di Sophia che nasce proprio come uno strumento online che comunica tanto con Facebook quanto con Twitter.

Vi risponderò ironicamente che in realtà è tutta una strategia, non è forse Hegel che conia la definizione di “Critica immanente” e forse il nostro riscatto e la nostra liberazione non può che passare proprio attraverso gli stessi strumenti che ci hanno messi in catene…per quanto immateriali e digitali…pur sempre catene…

Matteo Montagner

[immagini tratte da Google Immagini]

Travel is my therapy.

Sono felice. Quando lo dico, la gente mi guarda sconvolta.

Francesca è la perfetta sintesi di tutto ciò per cui noi de La Chiave di Sophia lavoriamo da quasi un anno.
E’ cambiamento, coraggio, viaggio, ricerca, scelte, infinite possibilità di essere.
E’ riuscita a fare ciò che tutti vorremmo: non relegare le proprie passioni e la proprie indole in una piccola sezione del cv “hobby ed interessi”. Ma prenderle e farne un lavoro.
Quanti di voi hanno scritto in questo piccolo e dimenticato riquadro del curriculum “ Viaggiare”’? Tutti.

Ecco, Francesca Di Pietro.

Noi ci presentiamo a te così: “ Di sogni non si vive, ci dissero tempo fa. Di insoddisfazione si muore, avemmo la prontezza di rispondere”.
Tu quando hai avuto questa prontezza?
Credo che come in tutte le cose, si prende coraggio quando davanti a se nn si vede scelta. Io anni fa ho vissuto un momento molto buio, sia lavorativo che personale, tutto quello in cui credevo si è sbriciolato, o meglio non è andato come avrei voluto e come ho sempre creduto che andasse, in quel momento ho capito, che forse se la vita prende una piega diversa, dovremmo seguire il flusso invece di incaponirci per cambiarla. Così ho colto un’opportunità e ho lasciato il lavoro, da lì ho iniziato a viaggiare, senza sapere cosa avrei fatto una volta finiti i soldi, e come sempre mi accade in viaggio, ho avuto un illuminazione.

Hai studiato psicologia. Perché? Le motivazioni di questa scelta di Francesca a 18 anni e le motivazioni di Francesca adesso, nel 2015.
Perché ho studiato psicologia?? Oddio ora mi dirai anche tu “perchè avevo qualcosa da risolvere”, beh ci mancherebbe, tutti i ragazzini di 18 anni hanno qualcosa da risolvere. Con il senno di poi, io ero una ragazza più sensibile del comune e diciamo che quasi nessuno se ne era accorto, così al liceo mi sono chiusa in molti libri e pensieri filosofici, questo mi ha avvicinato alla psicologia come “scienza” e arte. Poi nn so perché, mi ero fissata che avrei lavorato nelle risorse umane, volevo fare la manager con il tailleur e i tacchi alti, così ho sempre avuto le idee chiare: laurea, master, altro master, corsi di specializzazioni come se nn ci fosse un domani, ma poi mega- frustrazioni al lavoro.
La psicologia è la mia passione, ho un dono, o forse una sfiga, di leggere molto bene i comportamenti umani, li leggo, ma non li curo, questo sia chiaro. Gli uomini sono la cosa più bella che Dio abbia mai creato, negli ultimi anni sono solo diventata più curiosa e ho ampliato il mio interesse fuori dalle aziende … nel mondo.

Chi era Francesca prima di diventare psicologa?
Intendi prima dei 23 anni?? Oddio questa è personale… Diciamo che sono cresciuta molto da sola, assorbendo paure e pregiudizi come una spugna, ho sofferto molto dell’essere rossa e riccia in una città del sud dove venivi etichettata per molto poco. Ho avuto un’ educazione molto rigida che non mi ha permesso di fare quello che faceva il mio gruppo di pari, mi piaceva studiare, l’università è stata una liberazione, venire a Roma una grande decisione anche se non molto facile. Ho misurato la mia forza ogni giorno di più, capendo sulla mia pelle di cosa ero capace, ma direi che non si è fermato alla laurea, spero non si fermi mai.

Chi era Francesca prima di diventare travel blogger?
Una ragazza che ha sempre viaggiato tantissimo, grazie innanzitutto ai miei genitori e che poi ha scoperto il suo modo di viaggiare, che era molto, molto diverso dalle persone che le stavano attorno. Ho scoperto di essere brava ad organizzare i viaggi e mi sono accorta che tutti i miei amici mi scrivevano prima di partire, così per ottimizzare tempo, ho messo tutto sul web, ma solo dopo anni ho capito cosa era un travel blog.

Chi è Francesca?
Quanto tempo hai?? È una persona complessa, piena di contraddizioni, molto fisica e di contatto, ma anche molto distante. Non amo le formalità, mi piacciono i rapporti veri e soprattutto molto intensi, non amo il conflitto, mi fa soffrire tanto, per questo a volte lo evito, sono sincera. Credo che nella vita tutto quello che dipende solo da te lo puoi raggiungere se lotti, il problema sono quando entrano in ballo altre persone. Ho visto cambiare la gente introno a me, il contesto intorno a me, ed è molto difficile condividere quello che penso e quello che faccio. Il web mi ha dato tanto, in molti ambiti, non solo lavorativo, ma anche umano, le persone che al momento mi sono più vicine e che amo di più (esclusi pochi) li ho incontrati sul web, ad iniziare dai miei soci.

Quanto ti sei sentita giudicata nelle tue scelte e come hai reagito?
Ma la psicologa tra i due chi è? Una domanda a caso… Purtroppo mi sono sentita giudicata, non dalla mia famiglia, che invece mi ha appoggiato senza mai titubare, ma da una persona che ritenevo il centro del mio cuore, dalla mia “persona” per citare una serie tanto amata da noi trentenni, lei non mi ha capito, ha visto la realtà con i suoi occhi senza mai mettersi dal mio punto di vista, questo mi ha ferito nel profondo e mi ha allontanato da lei per sempre. La sua assenza ha lasciato un vuoto che ancora non riesco a colmare, ma la vita va avanti e come ho fatto in altri ambiti, ho “spezzettato” il mio bene dividendolo con altre persone.

Quanto ti giudichi?
Il mio super IO è sempre stato più grande del Monte Bianco, ma onestamente credo che negli ultimi anni, ho imparato a giudicarmi di meno, ad essere più buona con me stessa. Io chiedo sempre il massimo da me, io combatto sempre, fino alla fine, ma se poi fallisco, pazienza, per me l’importante è provarci, la staticità rappresenta la morte!

Quante Francesca convivono dentro di te?
Beh almeno 2, anche se sto cercando di integrarle. Diciamo che c’è quella “sensibile” e diciamolo pure, “vulnerabile” che non so integrare con l’altra, o meglio a volte esce troppo l’una o troppo l’altra e questo spaventa.

Di tutti i momenti della tua vita, ci parli di quello in cui hai sentito realmente la libertà di poter essere ciò che volevi?
Ogni momento dopo il 17 giugno del 2011, giorno in cui ho lasciato l’azienda, sono rinata! È stata la decisione migliore della mia vita.

La tua paura più grande quando sei in giro per il mondo?
Mi credi se ti dico che non ho paure? Per un periodo, avevo paura che chi era a casa potesse dimenticarmi, e a dire il vero è successo, ma poi ho pensato che è anche una mia scelta se vivo così. Le relazioni sono incastri, chi si incastra con me non mi dimentica e onestamente ho potuto notare che le persone che amo e che mi amano, hanno trovato strategie per rimanere sempre in contatto anche quando sono in viaggio.

La tua paura più grande quando sei sul tuo divano?
La noia. Ho paura di annoiarmi , specialmente a Roma, dove, esclusi i miei amici, non trovo più molti stimoli. Ho sempre amato questa città, ma ora la vedo ferma, si fanno le stesse cose che si facevano nel 2004, solo che io non sono più la stessa. Sto seriamente pensando di trasferirmi, mi serve solo un motivo scatenante… o una scusa 😉

Il tuo rapporto con famiglia e amici prima, durante e dopo i tuoi viaggi?
Io vivo da sola da 16 anni, o sono a Roma o a Lima faccio sempre la stessa cosa, chiamo i miei tutti i giorni, cerco di non farli preoccupare. Con i miei amici, dipende, alcuni come ti dicevo, li ho persi quando ho deciso di intraprendere questa vita, con gli altri non cambia niente. Io non sono una che telefona, o una da smancerie, preferisco i messaggi concisi e puntuali. Quindi mi sento praticamente con la stessa frequenza con cui mi sento a Roma, forse li vedo un po’ meno, ma dopo tutto, anche loro hanno delle vite molto complesse. Non esiste più la simbiosi adolescenziale, della serie “tutto insieme-sempre insieme”, ma in fondo non siamo più adolescenti no?

Parlaci di te, qualsiasi cosa ti venga da dire, come fosse un vero e proprio flusso di coscienza per due minuti…da adesso:
Oddio, mi sembra di aver già parlato tanto di me, e poi nn mi dite che sono egocentrica, sei tu che mi hai chiesto tutte queste cose. Che dirti, sono complicata, nn facile da gestire, devo avere il controllo di “molte” situazioni, ma sentirmi protetta. Mi piacciono i cani e i bimbi piccoli, quando sono degli altri, spero sempre che qualcuno guardi oltre quello che sono diventata sul web. Vorrei un’assistente o una tata 2.0,  insomma qualcuno che mi aiuti. Sono felice, quando lo dico la gente mi guarda sconvolta, è come se le persone avessero timore a dirlo, o forse siamo tutti superstiziosi. Le cose brutte della mia vita, mi hanno aiutato a capire quanto sono fortunata; sono felice che il mio lavoro ispiri altra gente, mi fa bene al cuore.

Nel tuo zaino puoi mettere solo 5 “qualcosa”, tra pensieri, emozioni, parole, oggetti, persone. Qualsiasi cosa, ma solo 5. Cosa metteresti?
Lo stupore, la passione, la fiducia, i tappi per le orecchie e il passaporto.

Dove possono contattarti i nostri lettori?
Beh ho 3 siti quindi direi che basta digitare il mio nome su google. Ad ogni modo ovunque mi contattino, li rassicuro che rispondo sempre e solo io. www.viaggiaredasoli.net   www.chetiporto.it   www.francescadipietro.com

Grazie mille per questo viaggio assieme Francesca.

Donatella Di Lieto

[Le opinioni espresse sono a carattere strettamente personale/ Views are my own]

Visualizza il profilo di Donatella Di Lieto su LinkedIn

[Immagini tratte da Google Immagini]