Per una prospettiva politica di emancipazione

Nel libro Il lavoro delle donne nell’Italia contemporanea di Alessandra Pescarolo vi è una frase che ha attirato la mia attenzione per settimane. La riporto per intero: «Non c’è, dunque, niente di automatico nello sviluppo dell’autonomia economica delle donne, che dipende dall’incrocio fra le trasformazioni del contesto e la capacità di mobilitazione soggettiva e politica delle attrici e degli attori storici»1.

Leggendola e rileggendola il mio pensiero non era soltanto rivolto alla questione attualissima della disoccupazione, sia essa femminile, giovanile, ecc., ma più in generale alla sua perdurante persistenza. Non riuscivo infatti a smettere di riflettere sull’immagine dell’ incrocio indicata da Pescarolo come elemento figurale determinante dell’emancipazione economica. Il motivo della mia insistenza era dovuto dalla seguente riflessione deduttiva: se accetto il disegno concettuale dell’incrocio sono costretta ad ammettere un insidioso limite insito nella protesta sociale e nella proposta politica. Questa figura implica infatti che le due determinanti variabili storiche, rispettivamente le trasformazioni del contesto e la capacità di mobilitazione, siano concepite come condizioni necessarie all’emancipazione ma non di per sé sufficienti se non nell’indefinita contingenza di una loro presenza congiunta e/o congiunturale. Pertanto qualsiasi forma di mobilitazione, senza l’opportuno cambiamento del contesto, è destinata all’inconcludenza a meno che non si riesca a prospettare e a definire un nostro ruolo attivo proprio nelle trasformazioni del contesto.

Per questo penso alla possibilità di definire una prospettiva politica di emancipazione capace di incrementare i nostri punti di presa direzionali sulle dinamiche del nostro cambiamento storico. A tal fine sarà innanzitutto necessario attribuire un senso nuovo alla distinzione che solitamente operiamo tra spazio pubblico e spazio privato. Tale distinzione non intenderà demarcare l’impermeabilità o l’invalicabilità dei rispettivi confini ma evidenziare i due termini di una relazione fondamentale.

La qualità di vita di ogni singola dimensione privata dipende infatti dalla profondità della nostra discussione pubblica. Questo perché il nostro bene comune più che essere una meta ideale da raggiungere è un magma sotterraneo da far emergere. Il bene è comune non nel senso di un minimo comune denominatore, una sorta di uguale resto fortuito e successivo alla soddisfazione dei nostri singoli interessi privati, ma è comune nel senso che ci accomuna, che ci lega l’uno all’altro in una griglia relazionale da identificare. Perciò partecipare alla politica non significa scegliere da che parte stare, non significa limitarsi a una opzione di voto ma vuol dire interagire a monte nella definizione delle questioni politiche, vuol dire indagare per poter collaborare.

Ecco che allora la nostra emancipazione non potrà prescindere dal progetto intellettuale di un approfondimento individuale e interpersonale. Tale progetto non potrà che essere:
eccezionale perché spesso è proprio il nostro stile di vita a censurare il tempo della ricerca e della riflessione, che è invece essenziale per poter disinnescare preventivamente «l’uso supremo e più insidioso del potere [che] è quello di far sì che le persone non abbiano rimostranze, plasmando le loro percezioni, preferenze e cognizioni»2.
trasversale alle nostre occupazioni quotidiane e professionali perché in politica l’uguaglianza non si riferisce all’identità di uno status economico-sociale ma alla conquista di una assertività capace di astrarre dal proprio ruolo non per accantonarlo ma per ricomprenderlo alla luce di un contesto storico e contingente più ampio.
volto a migliorarsi e a migliorare perché la ragione senza desiderio di armonia dimentica la sua intrinseca contraddizione. La ragione infatti non può evidenziare senza nel contempo oscurare, argomentare senza tralasciare, trascurare o addirittura fuorviare.

Per di più, se davvero la società è «un insieme di individui i cui interessi economici e sociali sono inevitabilmente in conflitto o in concorrenza»3 sarà importante che ciascuno di noi scelga di assolvere il compito paradossale di affidarsi con diffidenza alla razionalità. Senza riflessione il lume della ragione si affievolisce, si spegne. Senza sensibilità del bene proprio quel lume ci abbaglia, ci acceca poiché impedisce di vedere e di mostrare alla ragione ciò che le manca. E la strada della nostra emancipazione sta proprio lì, nel mezzo, tra l’inconsapevolezza e la rivendicazione, tra la sottomissione e la prevaricazione, tra il disinteresse e la compiutezza non porosa del sapere.

L’emancipazione è il buon uso della ragione. Riconoscerne l’eccellenza perennemente in difetto è la vera chiave per diventare, ovunque, l’uno il collaboratore dell’altro.

 

Anna Castagna

 

NOTE:
1. A. Pescarolo, Il lavoro delle donne nell’Italia contemporanea, Viella 2019, p. 28
2. Citazione riportata in Anne Stevens, Donne, potere, politica, Il Mulino 2009, pp. 35-36 di S. Lukes, Il potere. Una visione radicale, Milano, Vita e Pensiero, 2007
3. A. Stevens, op. cit., p. 104

[Photo credit pixabay]

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Due parole sulla disuguaglianza: intervista a Michele Alacevich e Anna Soci

Intervistiamo i professori dell’Università di Bologna Michele Alacevich – Storia economica e Storia del pensiero economico – e Anna Soci – Economia politica – che con piacevole chiarezza e grandissima capacità di sintesi ci offrono spunti di riflessione davvero preziosi intorno ad alcune grandi questioni della nostra storia umana. Mi riferisco in primis alla disuguaglianza economica e alle sue implicazioni o per esempio al rapporto tra tecnologia e lavoro come a quello della democrazia. Un assaggio veloce ma oggi più che mai necessario. Ringraziando moltissimo entrambi gli autori per la loro disponibilità auguro a tutti buona lettura!

 
Anna Castagna – Il vostro recente libro Breve storia della disuguaglianza (Laterza, 2019) ha sicuramente il merito di riuscire a «introdurre il lettore non esperto all’importante dibattito sulla disuguaglianza»1. Di fronte alla «crisi sociale, economica e politica»2 che stiamo vivendo qual è in sintesi il ruolo fondamentale giocato dalla disuguaglianza economica?

Michele Alacevich e Anna Soci – La disuguaglianza economica ho un ruolo davvero fondamentale tra le cause di questa larga crisi che soprattutto i Paesi occidentali stanno vivendo. Si potrebbe dire che la disuguaglianza economica è “la madre di tutte le disuguaglianze”. Da un lato, infatti, risulta nociva per la crescita economica stessa, contribuendo così ad accentuarla ancora di più, in assenza di politiche redistributive da prevedere e concordare. Inoltre, genera una diffusa crisi sociale, nel modo in cui restringe le opportunità per la vasta categoria delle persone a basso reddito: opportunità di accedere a una istruzione qualificata, a una sanità di buon livello per tutti, a una vita dignitosa, sotto i suoi molteplici aspetti. Né è meno nociva dal punto di vista politico, ampliando il rischio di un progressivo distacco da comportamenti di cittadinanza attiva, e dalle istituzioni da cui ci si sente abbandonati.

 

A. C. – Oggi riuscire a trovare una occupazione lavorativa sufficientemente soddisfacente sembra essere una impresa ardua e difficile. Quanto la conoscenza dei fenomeni sociali, economici e politici del passato può contribuire alla formazione di una forma mentis incline a proposte di cambiamento attivo e direttivo delle strutture produttive e organizzative del mercato del lavoro piuttosto che a risposte di adattamento passivo e auto-selettivo?

M. A. & A. S. – Spesso, non capire le cause di un problema ci porta a dare risposte o immaginare soluzioni irrealistiche o sbagliate — soprattutto perché non risolvono il problema. La disuguaglianza è un problema sociale, non è l’effetto di pigrizia, o di qualcuno che ha fatto scelte sbagliate e si è andato a ficcare in un guaio. Inoltre, è un problema con delle radici, che noi cerchiamo di spiegare, che sono sia di natura intellettuale sia di natura politico-economica. In altre parole, la disuguaglianza delle nostre società, così come l’ideologia che la giustifica, hanno una storia. Conoscerla serve a capire le forme che ha preso, le ragioni per cui in tanti la ritengono un dato di fatto, quasi fosse uno stato di natura, e anche i modi in cui possiamo mitigarla e gli argomenti che possiamo sviluppare in un dibattito democratico civile e informato.

 

Anna Castagna – Nel capitolo intitolato Disuguaglianza e globalizzazione viene riportata la seguente frase di James Galbraith: «il fattore determinante della disuguaglianza economica è la composizione strutturale dell’economia stessa»3. Sulla base di questa affermazione quale collocazione interpretativa è possibile attribuire all’emarginazione economica che segna inesorabilmente la vita di molte persone?

Michele Alacevich e Anna Soci – Galbraith sottolinea alcuni elementi strutturali delle nostre economie che spiegano molto della disuguaglianza che esiste nelle nostre società. Molti studiosi insistono sul fatto che lo sviluppo tecnologico corre a una velocità tale che gli individui non riescono ad assorbire l’istruzione necessaria a operare ad alti livelli con le nuove tecnologie. Rimanendo indietro, si accettano lavori meno qualificati (nel senso che ci viene richiesta una qualificazione, o un’istruzione, di medio livello, o di basso, o di bassissimo livello, o nullo) e così finiamo nella situazione di essere pagati poco per lavori a bassa qualificazione.
Galbraith non nega che le trasformazioni tecnologiche abbiamo un ruolo importante nella nuova geografia sociale ed economica della disuguaglianza. Però nota anche che tutto questo rimanere indietro non lo nota: quanti laureati fanno lavori che non hanno bisogno di una laurea? Galbraith dunque dice qualcosa di leggermente diverso: ci sarà anche questa corsa tra tecnologia, che si aggiorna a ritmi vorticosi, e istruzione, che si costruisce e si aggiorna più lentamente. Ma molte di queste dinamiche hanno a che fare con questioni tutto sommato più semplici: se sei un operaio in una regione che si sta deindustrializzando, non puoi “aggiornarti” o fare nuova formazione. Molto peggio, sei tagliato fuori. Le regioni geografiche sono facili da vedere, ma ci sono spazi identificabili nella nostra struttura economica e sociale che magari non sono geograficamente localizzabili ma sono abitati da individui in carne e ossa — spazi, in altre parole, frantumati nel contesto delle nostre città e regioni—che includono persone che strutturalmente non riescono più a crescere con il resto dell’economia. Così rimangono indietro, prime vittime della crescente disuguaglianza.

 

A. C. – Immaginando per un momento la stasi e la saturazione del complesso fenomeno della Globalizzazione, con il raggiungimento di un equilibrio economico globale accettabile, quanto l’attuale interesse tecnologico per l’automatismo e la robotica potrebbe, dal vostro punto di vista, tradursi in un tentativo accelerato di riduzione del costo del lavoro? In un quadro di ottimizzazione dei processi produttivi e organizzativi, la problematicità sociale, ora connessa alla disuguaglianza economica, potrebbe ripresentarsi in una forma storica diversa?

M. A. & A. S. – La robotica è la vera nemica del mondo del lavoro, citando Milanovic, uno dei più profondi conoscitori del tema della disuguaglianza economica, e indubbiamente questo sviluppo accelerato del suo utilizzo avrà sempre maggiore impatto su occupazione e salari. Il dibattito sul rapporto tra progresso tecnico e occupazione è antico e mai risolto e fondamentalmente si gioca sui diversi scenari ipotizzabili nel breve oppure nel lungo periodo. Già nel 1817 Ricardo ne parlava diffusamente nel capitolo 31, intitolato appunto On machinery, del suo fondamentale contributo On The Principles of Political Economy and Taxation, affermando che aveva mutato opinione e che si era poi convinto «that the substitution of machinery for human labour, is often very injurious to the interests of the class of labourers» aggiungendo tuttavia che «If a landlord, or a capitalist, expends his revenue in the manner of an ancient baron, in the support of a great number of retainers, or menial servants, he will give employment to much more labour, than if he expended it on fine clothes, or costly furniture; on carriages, on horses, or in the purchase of any other luxuries». In altri termini, la risposta alla domanda “quale sarà l’effetto dell’automazione sul lavoro umano” – sostituendo lo Stato moderno al proprietario terriero e al capitalista ricardiani – è: dipende. Dipende da quali strade si apriranno per impiegare l’offerta di lavoro ridondante, ovvero, da quali obiettivi sociali ci porremo.
Da un punto di vista di vista sicuramente più elitario, ma non meno affascinante, Keynes – nel suo famosissimo Economic possibilities for our grandchildren (1931) – affrontava il problema nell’ottica del lungo periodo, sottolineando come, in un mondo che la tecnologia avrebbe liberato dagli affanni del lavoro e dalle costrizioni quotidiane, il genere umano avrebbe potuto finalmente pensare alle cose importanti della vita, tempo libero e cultura in primo luogo.
Quanto alla problematicità sociale, il mondo non ne sarà mai privo. La disuguaglianza è di certo un elemento di forte problematicità sociale, che sicuramente si intensificherà se il dualismo robotica/lavoro umano dovesse permanere e acuirsi. 

 

Anna Castagna – Aristotele (384/83a.C.-322/21a.C.) nella sua riflessione politica individuava alcune forme di governo degenerate. Oggi come allora si teme per la correttezza delle modalità di convivenza collettiva. Non solo, come argomentato, «la disuguaglianza economica mina – almeno potenzialmente – la democrazia»4 ma anche il nostro stesso stile di vita frenetico potrebbe, verosimilmente, compromettere l’effettività qualitativa di una sostanziale collaborazione democratica. A vostro avviso quanto potrebbe essere importante o fattibile tentare di trovare un sano equilibrio tra la partecipazione economica e l’approfondimento personale e interpersonale del nostro contesto socio-politico?

Michele Alacevich e Anna Soci – Questa è una domanda enormemente importante, ma è impossibile rispondere. La disuguaglianza economica mina la democrazia, è vero. Però provate, come esperimento mentale, a costruire una società egualitaria; considerando dunque non solo i mille imprevisti che vanno di traverso al “grande pianificatore centrale”, ma anche le diverse preferenze e i diversi desideri, tutti legittimi, che caratterizzano gli individui. Vedrete che o inizierete a eliminare chi non crede nel vostro esperimento (mentale) o inizierete ad accettare qualche compromesso, cioè ad accettare qualche grado di disuguaglianza in nome della convivenza. Bene, qual è il giusto livello di compromesso?
Questo è solo un punto di partenza, perché non siamo neppure d’accordo con chi dice che, in base a questo esempio, il grande conflitto è tra uguaglianza e libertà. Non è vero, perché la disuguaglianza porta mancanza di libertà. Disuguaglianza e illibertà vanno mano nella mano come care amiche. Il problema è, come al solito, più complesso, e non si risolve con uno schema, ma con un processo continuo di deliberazione informata.
Quindi permetteteci di puntare in una direzione diversa dalla vostra domanda: guardiamo alla qualità e salute dei corpi intermedi? Quei soggetti sociali che intermediano le diverse istanze, i diversi desideri, le diverse esigenze, ed esistono perché mediano il conflitto sociale in forme negoziali. O guardiamo a come ci informiamo? L’indipendenza e qualità dei media in Italia?

 

A. C. – Si è soliti affermare che il tempo è denaro. Oggi in una prospettiva di work-life balance quanto la promozione di un tempo libero più orizzontale potrebbe dare impulso e spazio a maggiori, nuove e non, attività o settori? Potrebbe la diversificazione economica essere la chiave di una equilibrata suddivisione sociale?

M. A. & A. S. – La diversificazione economica, di per sé, può andare in una direzione o nella direzione opposta in termini di equilibrio tra “vita” e “lavoro”. E neppure le nuove tecnologie offrono soluzioni univoche e sicure. Il telelavoro da casa, per esempio, è stato fondamentale per affrontare l’emergenza pandemica e spesso è utilissimo per conciliare le esigenze di vita e lavoro di tante persone, pensiamo a un genitore single. Detto questo, aiuta a preservare il tempo libero? Aiuta a migliorare la qualità della vita? Abbiamo i nostri dubbi. Diciamo che spesso aiuta a vivere, che è molto, ma è un’altra cosa.

 

A. C. – Un’ultima domanda: dalla lettura del vostro libro mi sembra di capire che in realtà non si possa parlare e discutere di economia senza anche presupporre, esprimere e progettare una determinata e definibile visione valoriale. Quanto potrebbe essere auspicabile un’attività congiunta tra Economisti e Filosofi per la formulazione di soluzioni davvero efficaci alla drammaticità economica e sociale della nostra contemporaneità?

M. A. & A. S. – Rispondiamo alle due domande congiuntamente perché toccano lo stesso tema di fondo, che potremmo chiamare il rapporto tra scienza ed etica. E’ ben noto che nel 1932 Lionel Robbins – professore alla London School of Economics nonchè uno dei maggiori esponenti della teoria marginalista, ovvero la teoria ortodossa ancora largamente dominante in economia – pubblicò un libro destinato a segnare un salto evolutivo strutturale nel genoma dell’Economia: An Essay on the Nature and Significance of Economic Science. Là, Robbins la definì: a value-free science. Tradotto, l’etica non doveva interferire. Non è questa la sede per confrontarci con le molte radici di questo paradigma, ma di sicuro possiamo confermare che, fuori da piccole nicchie esterne al corpus principale della scienza economica consolidata, l’affermazione di Robbins è tutt’ora largamente condivisa. Ciò in parte risponde alla seconda domanda perché noi riteniamo che una visione valoriale nell’ambito della nostra professione sia importante e che assolutamente si debba perseguire una collaborazione tra studiosi di ambiti limitrofi (e forse anche lontani) ma diversi, in una ottica di ampia interdisciplinarietà. Riteniamo che questo tema sia largamente condiviso, ma che possa essere ben diverso da quello cui si accennava più oltre, nel senso che una cosa è avere gerarchie di importanza, almeno nel senso di rilevanza sociale, e altro è avere la scala valoriale dentro il ventaglio di strumenti da usare per essere scienziati (anche sociali). Ritornando così alla vostra prima domanda, la maggiore difficoltà che la scienza economica ha incontrato nel definire quale livello di disuguaglianza non sia “intollerabile” dal punto di vista sia sociale che economico è stata… l’opinabilità! Prendiamo come esempio eclatante l’indice di disuguaglianza di Atkinson, uno dei maggiori studiosi di disuguaglianza.  Nel 1970 Anthony Atkinson – dopo cinquant’anni dalle intuizioni, cadute nell’oblio, di Hugh Dalton, grande precursore degli studi sul rapporto tra distribuzione del reddito e benessere economico– rianimò la questione normativa elaborando un indice che misura la perdita di benessere per la collettività causata dalla disuguaglianza. Questo indice dipende crucialmente da un parametro che indica l’avversione della società alla disuguaglianza e, dunque, va ben oltre il concetto stesso di misura, parola piena di oggettività scientifica. Ma chi può dare un contenuto numerico a questo indice? Nessuno. Il successo di questo indice? Un quasi oblio, niente di più che un prezioso frammento per gli studiosi.

 
Anna Castagna
 
NOTE:
1. Ivi, p. XIX
2. Ivi, p. 120
3. Ivi, p. 86 – Citazione dal testo di J.K. Galbraith, Inequality and Instability: A Study of the World Economy Just before the Great Crisis, Oxford University Press, Oxford 2012, p. 48
4. Ivi, p. 104
5. Ivi, p. 143
6. Ivi, p. 119
 
 
[Immagine tratta dalla copertina del libro, photo credits Laterza]
 
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“L’uomo flessibile”: ansia esistenziale tra capitale e smart working

Ciascuno di noi è a conoscenza non solo delle conseguenze drammatiche ma anche delle svolte, dei cambiamenti e dei fenomeni nuovi che la pandemia, che ci accompagna ormai da più di un anno, ha portato con sé. E, qualsiasi sia il posto che attualmente occupa nella società, ognuno si è reso conto di quanto l’emergenza sanitaria abbia modificato profondamente dinamiche sociali e lavorative che sembravano più che consolidate.

L’avvento dello smart working ha permesso a milioni di lavoratori di continuare a svolgere le loro mansioni da casa, senza particolari rischi per la salute e con la possibilità, soprattutto per coloro che sono genitori, di gestire la famiglia; dal canto delle aziende, lo smart working ha consentito comunque di mantenere una certa produttività, limitando i danni da totale chiusura.

E se è giusto considerare gli aspetti positivi di un evento, è altresì auspicabile riflettere sulle difficoltà e le contraddizioni che inevitabilmente lo accompagnano, tanto più quando esso rimarca alcune impronte su un percorso già segnato. Infatti, il lavoro a distanza si inserisce perfettamente nel più grande insieme del lavoro flessibile – e flessibilità è uno dei termini che abbiamo sentito più spesso negli ultimi tempi: quando il lavoro stabile, tradizionalmente individuato in quello dell’operaio, ha iniziato a deludere le aspirazioni di molti impiegati, ecco che il Capitale si adegua alla voglia di evasione dalla routine fordista, tramutando la catena di montaggio in un “flusso di informazioni”.

In questi termini si articola, tra gli altri, il pensiero di Mark Fisher, una delle menti più interessanti della contemporaneità che, nel suo illuminante Realismo Capitalista (2018), spiega come lavoro e vita siano diventati inseparabili: «il sistema nervoso viene ristrutturato allo stesso modo della produzione e della distribuzione. Per funzionare, in quanto elemento della produzione just in time, devi saper reagire agli eventi imprevisti e imparare a vivere in condizioni di instabilità assoluta (o «precarietà», come da orribile neologismo)»1.

La prima, ovvia conseguenza di questo stato di completa incertezza è lo sviluppo di un malessere di tipo ansioso nel migliore dei casi, di depressione e sindrome bipolare nelle situazioni di più profonda fragilità. La “leggerezza” del nuovo mondo del lavoro, infatti, segue la stessa dinamica di alti e bassi tipici del Capitale, condizionando la psiche della popolazione: dall’euforia del guadagno e dalla speranza di far carriera nei momenti di espansione, si cade nella cupa disperazione dei periodi di contrazione e crisi economica.
Lo psicologo britannico Oliver James sviluppa questa intuizione nel libro Il capitalista egoista sostenendo, sulla base di studi e dati degli ultimi decenni, che le condizioni di morbilità psichiatrica siano aumentate esponenzialmente proprio nei paesi con politiche neo-liberali, a causa dell’effetto “montagna russa” del sistema economico vigente.

Un ulteriore aspetto da considerare è quello che riguarda la dimensione del controllo. Lavorando da casa in smart working, infatti, è molto complesso per il datore di lavoro supervisionare l’operato e la produzione del suo dipendente, rischiando che egli utilizzi parte del suo tempo pagato per questioni personali (cosa mal vista quand’anche questo comportamento non infici la produttività, anzi in alcuni casi l’aumenti); in questo senso il controllo periodico è stato soppiantato da un monitoraggio capillare e continuo che comporta, come sosteneva il filosofo francese Michel Foucault, una vera e propria «interiorizzazione del controllo e autosorveglianza» che, oltre a incrementare l’ansia generalizzata, comporta «una strana forma di confessionalismo maoista in salsa postmoderna-capitalista, nella quale ai lavoratori viene chiesto di impegnarsi in una costante autodenigrazione simbolica»2, quindi di lavorare se non di più, in maniera più smart.

Quello che è richiesto al lavoratore in smart working, in sintesi, non è più solo un impegno produttivo, ma addirittura emotivo, tale per cui egli diventa tutt’uno con la sua professione e tutto il suo tempo, in maniera conscia o inconscia, diventa dominio del Capitale. Il solo modo per uscire da questa condizione di minorità, come suggerito da Fisher, è quello di leggere i disturbi psichici correnti e sempre più diffusi non come condizioni mediche personali da curare singolarmente, ma come sintomo di un problema sociale e di un antagonismo reale che vanno assolutamente ripoliticizzati e, quindi, risolti in pubblica piazza, svelando ciò che veramente li causa, ossia il Capitale. È un compito assolutamente difficile ma necessario, se è vero ancora che sarebbe sempre meglio lavorare per vivere e non vivere per lavorare.

 

Vittoria Schiano di Zenise

 

NOTE:
1- M. Fisher, Realismo Capitalista, Produzioni Nero, Roma 2018, p.79.

2- Ivi. p.108.
[Immagine di copertina proveniente da Pixabay]

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Dei giovani e della voglia

Qualche settimana fa, sull’Huffington post, è uscita un’intervista a Vittorino Andreoli1, noto psichiatra e scrittore, nella quale esorta i giovani ad imparare il sacrificio. Nello specifico Andreoli parla di impegno, responsabilità e che «non guardino se possono avere il posto fisso e la macchina: devono porsi come protagonisti del futuro».
Non è la prima volta che leggo o ascolto discorsi simili, ci sono decine e decine di servizi giornalistici sul trinomio giovani-lavoro-futuro, ci sono diversi video su YouTube che propongono inchieste e interviste direttamente a datori di lavoro stanchi di non poter contare sull’assunzione di giovani perché inaffidabili, rei – a detta loro – di chiedere a quanto ammonta il compenso mensile, quand’è il riposo settimanale o per quante ore dovrebbero lavorare.

Dopo questa prima breve raccolta di “chiacchiere” incominciamo con il premettere alcune cose: il tasso di disoccupazione in Italia è uno dei più alti d’Europa2 mentre la percentuale degli inattivi – ovvero i giovani dai 25 anni in su che non stanno cercando lavoro e non stanno nemmeno affrontando un percorso di studi – è del 34,2%3.
Ad ogni modo i soli numeri non sono sufficienti ad affrontare le problematiche che si celano nel substrato sociale, la statistica non può spiegare ad esempio il concetto di sfiducia, di crisi, di insicurezza e incertezza; non racconta il contesto culturale ed economico nel quale la generazione nata tra il 1985 e il 2000 è cresciuta – e si ritrova – e non si preoccupa nemmeno di raffrontarlo con quello vissuto dalle generazioni precedenti. Ma del resto non lo fa nessuno poiché sono tutti impegnati a dire come i giovani dovrebbero comportarsi in situazioni di difficoltà mai conosciute prima.

Analizziamo assieme ciò che normalmente viene ignorato.
Per coerenza prendiamo in esame tre generazioni, oltre alla già citata ‘85-’00 troviamo quella dei loro genitori: la generazione nata all’incirca tra il 1965 e i primi anni ‘80, e quella dei loro nonni (o potenziali nonni per non offendere nessuno): nata tra il 1940 e il 1965.
Il contesto socio-economico vissuto dalla ‘generazione nonni’ e dalla ‘generazione genitori’ è quello di un’Italia uscita dalla guerra e, dopo alcuni necessari anni di assestamento, di un’Italia in forte crescita. Al miracolo economico degli anni ‘50-’60, è susseguita una breve fase di ristagno dopo la quale c’è stata una nuova ripresa economica, quella dei mitici anni ‘80 le cui felici conseguenze si sono affievolite durante il decennio successivo.

Eccettuando brevi periodi quindi, è facile capire che i nostri nonni e i nostri genitori hanno vissuto in un Paese che si stava fortemente sviluppando.

L’emigrazione dal sud verso le città industrializzate del nord, vivere all’interno di case spesso fatiscenti e prive delle più elementari norme igieniche ed altri sacrifici certamente da non sottovalutare, furono ripagati in pochi anni con l’ottenimento del posto fisso, di una casa e con la possibilità di costruire una famiglia.
La sofferenza, la gavetta, il classico “stringere denti e cintura”, era il prezzo da pagare per una concretezza più che sicura.

Guardandoci attorno possiamo tranquillamente affermare che la generazione giovani potrà, dopo qualche anno di sacrificio, contare sulle stesse sicurezze godute dalle due generazioni precedenti?
È quello che si richiede ai giovani d’oggi: pazienza, sacrificio, altra pazienza e ancora sacrificio.
Il problema è tutto qui: con la crisi economica scoppiata ufficialmente nel 2008 ma derivante da anni di stagnazione, e lungi dall’aver esaurito il suo potere con danni collaterali annessi, chiedere ai giovani di sacrificarsi equivale a chiedere loro un vero e proprio atto di fede; un salto nel buio verso un futuro molto incerto, privo – o quasi del tutto privo – dei benefici a cui siamo abituati a protendere: casa, lavoro, famiglia, pensione.
Se qualche anno fa la domanda che circolava di più tra i giovani era: “avrò un lavoro a tempo indeterminato?” ora la domanda è: “avrò un lavoro?”.

Personalmente non cerco alibi, c’è chi letteralmente cerca in tutti i modi di scansare le fatiche, ma non è una caratteristica peculiare dei giovani contemporanei, anzi è trasversale, diversamente le pagine di Storia non menzionerebbero bande e organizzazioni criminali dedite al guadagno facile con il minimo sforzo.
Esistono poi occupazioni certamente dignitose ma che hanno perso l’attrattiva occupazionale. Purtroppo l’artigianato, un settore molto vasto e variegato, un tempo fiore all’occhiello dell’italianità, oggi è finanziariamente disincentivato, le ore di lavoro non sono adeguatamente pagate – nonostante sia questa una caratteristica dipinta dai datori di lavoro come altamente pretenziosa, sebbene debba essere la normalità – e inefficaci per chi vorrebbe sistemarsi o abbandonare il tetto di mamma e papà.

Siamo davanti ad una situazione resa ancor più difficile da una pandemia di portata mondiale, che ha paralizzato diversi settori dell’economia, come già accennato, in precedenza non propriamente floridi e i cui effetti, con tutti gli scongiuri del caso, non si sono ancora del tutto conclusi.
Dipingere il tutto come la classica scarsa voglia di lavorare dei giovani, la vedo come una prospettiva poco edificante. Ci sono milioni di giovani che emigrano, proprio come nel passato, con la differenza di ritrovarsi spesso ad essere precari altrove; altrettanti milioni si ritrovano a dover cambiare lavoro ogni due o tre anni ricominciando sempre daccapo, trentenni trattati da diciottenni sia umanamente che economicamente.

Piangersi addosso non risolverà ovviamente il problema, questa è l’unica critica costruttiva che posso accettare dalle generazioni che ci hanno contribuito a far nascere e proliferare la situazione di crisi attuale. Per tutto il resto credo serva riscoprire la gigantesca virtù del rispetto.

 

Alessandro Basso

 

NOTE:
1- Qui potete leggere l’intervista.

2- La notizia è riportata tra gli altri dall’Ansa: qui.
3- Secondo dati Istat consultabili qui.

[Immagine tratta da pixabay]

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Un robot si aggira per l’Europa: la nuova dialettica servo-padrone

Delle migliaia di concetti introdotti da Hegel nella sua Fenomenologia dello Spirito, la dialettica servo-padrone (Herrschaft und Knechtschaft) è tra quelle che ha avuto maggior successo tra i pensatori successivi, tanto che sono in molti a collegarla a uno dei filosofi che l’ha riutilizzato con maggiore incisività, Karl Marx. Spogliando il rapporto tra signore e schiavo di ogni aspetto morale o trascendentale, sorvolando sul ruolo della paura della morte e della coscienza religiosa nel modello originale, Marx rielabora il pensiero hegeliano in modo che definisca le origini e le dinamiche della lotta di classe, presentandola come un rapporto dialettico non solo logico ma necessario.

Riassumendo il paradigma di Marx, si hanno un Padrone e un Servo: il Padrone fornisce sostentamento al Servo, che però rinuncia alla propria libertà per compiere determinati lavori. Il ribaltamento (logico-dialettico, ma anche storico) dei ruoli avviene al momento in cui il Servo realizza che il lavoro da lui compiuto è assolutamente necessario al Padrone, che però non è in grado di compierlo in prima persona: se prima il Servo pensava di dipendere dal Padrone per la propria vita, si accorge che è invece quest’ultimo a dipendere da lui. La consapevolezza porta alla ribellione, il Servo usa le proprie competenze per spodestare il Padrone e prendere il suo posto, così che i due invertano i ruoli. Al momento in cui l’ex-Servo ora Padrone dimentica come compiere i lavori che affida all’ex-Padrone ora Servo, il processo ricomincia.

Marx aveva pensato questa alternanza dialettica come potenzialmente infinita, proprio in quanto descrivente rapporti tra classi sociali diverse nel corso delle epoche ma sostanzialmente analoghe; il primo punto fermo era comprensibilmente una relazione-scontro tra esseri umani in carne ed ossa. I progressi della tecnica e dell’informatica, invece, paiono aver aperto un terreno anche filosoficamente inesplorato nell’ambito della dialettica servo-padrone, una prospettiva introdotta dall’irrompere sulla scena della possibilità reale dello sviluppo di un’intelligenza artificiale quasi umana.

Non è certo un caso che la cultura popolare, dalla letteratura fantascientifica di Isaac Asimov alla saga cinematografica di Terminator, dagli incubi televisivi di Black Mirror agli orrori su tela di H.R. Giger, abbiano visto nell’evoluzione del rapporto tra umani creatori e macchine intelligenti ma “schiave” le premesse di un conflitto “di classe” con ingredienti al contempo antichi e inediti. Quel che accomuna i replicanti di Blade Runner a Skynet, o l’HAL 9000 di 2001: Odissea nello spazio all’Ultron dei fumetti Marvel, o ancora i pistoleri-robot di Westworld al V’ger di Stark Trek, è proprio la prosecuzione dello scontro dialettico, che vede la bassa manovalanza cibernetica ribellarsi a un’intelligenza umana ormai percepita come inferiore e ingiustamente predominante. Appare quindi emblematico che la parola robot derivi proprio dal ceco robota, “lavoro pesante”.

Con buona pace di Asimov e delle sue tre leggi della robotica, la prospettiva di una prossima ribellione della macchina ha preso piede come ansia collettiva, che si riflette nei dilemmi etici legati ai robot usati in chirurgia, ai droni da guerra, alle auto a guida autonoma, ai software di selezione del personale. Le reali prospettive, non solo di una guerra tra uomini e macchine in stile Matrix ma semplicemente della creazione di un sistema software che possieda coscienza oltre che intelligenza, sono però fattualmente scarsissime. L’elemento più spaventoso, e più ignorato, è invece la fase preliminare al conflitto di classe all’interno del processo dialettico: la delega del lavoro.

Nella visione di Hegel e Marx, il Padrone diventa dipendente dal Servo perché non è più in grado di fare ciò che a lui delega, rinunciando a tutta la propria inventiva e alle proprie capacità per vivere di rendita sul lavoro altrui. Prima ancora che pensare a cyborg assassini o software senzienti, sarebbe forse il caso di preoccuparsi del fatto che, dati alla mano, la stragrande maggioranza della popolazione mondiale non sia più capace di scrivere correttamente nella propria lingua senza l’ausilio di un correttore automatico, non sappia fare anche semplici operazioni matematiche senza ricorrere a una calcolatrice, non riesca a orientarsi neanche all’interno del proprio quartiere senza un navigatore satellitare.

È più che probabile che l’intelligenza artificiale non si traduca mai in una coscienza artificiale, che le macchine non diventino mai senzienti, che le capacità di apprendimento e di adattabilità non si evolvano in autodeterminazione, che i miliardi di sinapsi sintetiche non lavorino mai tutte assieme per elaborare il pensiero “Io”. Anche in assenza di un Robot-Schiavo vero e proprio, però, l’Uomo-Padrone ha già cominciato da tempo a delegare a terzi una parte sempre più consistente delle proprie capacità, e l’assenza di una controparte reale e attiva che possa avviare lo scontro storico-dialettico non è affatto positiva: il conflitto, quantomeno, avrebbe il merito di riaffidare ora all’una, ora all’altra parte quelle capacità che, nella versione “in solitaria” della dialettica servo-padrone, rischiano di andare semplicemente perdute.

 

Giacomo Mininni

 

[Photo credit Franck V. via Unsplash]

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L’Italia è una Repubblica fondata sulla raccomandazione

«In Italia non si può ottenere nulla per via legale, nemmeno le cose legali. Anche queste si hanno per via illecita: favore, raccomandazione, pressione, ricatto, eccetera».
Giuseppe Prezzolini, Codice della vita italiana, 1921.

Per molto tempo abbiamo ascoltato slogan tesi alla narrazione di un Paese che si sta rialzando, che riparte, ma è possibile che riparta qualcosa che forse non è partito? In Italia a parità di titolo di studio e capacità chi proviene da una famiglia agiata avrà certamente più successo di colui che proviene da un ambiente più umile. Abbiamo costruito una Repubblica fondata su quella che forse è una delle più belle Costituzioni mai realizzate, ha scritto e detto qualcuno, ma che corre il rischio di restare lettera morta di fronte a semplici fatti quotidiani: è più facile che il figlio di un notaio segua le orme del genitore che quello di un operaio riesca a dirigere la fabbrica dove suo padre ha lavorato. La mobilità sociale risulta ancora bloccata, i discendenti delle famiglie più abbienti restano ai vertici a prescindere dalle loro effettive competenze, mentre i pronipoti delle classi popolari restano in basso.

Secondo la visione marxista della società dalle contraddizioni emerge necessariamente un conflitto, uno scontro sociale che conduce necessariamente a un ribaltamento dello status quo, ma l’Italia è la plastica concretizzazione che ad alcune condizioni le cose contrapposte non generano movimento. In Italia prevale il lamento dinnanzi a tutto quello che non funziona e il lamento non è altro però che un altro volto dell’apatia. Vi sono indignazione e lamento sui social media e poi piazze vuote e tutti i lunedì si va a lavorare a testa bassa davanti ai capi, magari pure incompetenti e raccomandati, però bisogna pur portare la pagnotta a casa e quindi zitti e avanti ventre a terra.
Siamo diventati o siamo sempre stati una società dinastica in cui conta soprattutto di chi sei figlio e non quale sia il talento che possiedi o la voglia che hai di imparare.

Dalla constatazione della impossibilità di garantirsi un futuro migliore sorge la bassa natalità, i bassi tassi di frequentazione dell’Università, settore in cui siamo un fanalino di coda, e tutta una serie di fenomeni sociali che alcuni fini analisti tendono a spiegare sbrigativamente dicendo che è colpa delle persone che han scarsa voglia di mettersi in gioco, che non è la disoccupazione il problema, la precarietà, le scarse prospettive per il futuro, no, sono le persone non “positive” il problema.

«L’uomo superiore coltiva la virtù, l’uomo inferiore coltiva il benessere materiale. L’uomo superiore coltiva la giustizia, l’uomo inferiore coltiva la speranza di ricevere dei favori»1.
Confucio

I privilegiati tendono a mantenere lo status per i loro discendenti e a occupare posti in prima fila. Per questo molti rinunciano a investire su di sé nella convinzione che le cose non possano cambiare. La stessa tristezza e la sofferenza vengono spesso spiegate come un fenomeno di origine mentale, stuoli di motivatori invitano ad assumere un atteggiamento mentale “positivo” come se la determinazione delle condizioni oggettive delle persone dipendesse in qualche modo dal loro stato mentale. La persona in stato di sofferenza sarebbe in qualche modo affetta da una percezione scorretta della realtà che la conduce progressivamente ad essere la causa dei suoi stessi mali. Ancora una volta non sono le condizioni in cui la persona è inserita che determinano il suo stato d’animo, non è il contesto in cui la persona è immersa ad essere il problema, è la persona non “positiva” il problema.

Per spezzare questa vuota retorica del “pensare positivo” viene in nostro soccorso una lunga tradizione di materialismo tedesco che trova uno dei suoi più alti compimenti in Karl Marx, erede della cultura dialettica di matrice hegeliana, il quale ben comprende che lo stato di sofferenza delle persone è spesso dato non da fattori endogeni, ma esogeni. Se perdo il lavoro ho ragione di essere triste? Se il mio lavoro non mi consente di realizzare i miei “bisogni” (un concetto che in Marx è fondamentale) ho ragione di essere triste? Quante donne in Italia sono costrette a scegliere tra la carriera e una vita famigliare appagante?

Questo mondo ha risposto alle legittime aspirazioni di vita delle persone col motto:
“La crisi non esiste, siete voi la crisi!”
Il capitalismo contemporaneo ha raggiunto i suoi massimi livelli, diventando l’unica alternativa possibile e immaginabile, ha sovrastato a tal punto ogni altra cultura sociale e di massa tanto da diventare parte integrante degli animi delle persone espellendo sistematicamente tutto ciò che viene percepito come fragile, fallibile, imperfetto, inefficiente e in sostanza umano.
Il nostro mondo contemporaneo dalla fabbrica novecentesca al moderno incubatore di servizi ha progressivamente consolidato la propria egemonia culturale al punto che chi fallisce, chi si lamenta, chi è dissonante di fronte a un sistema efficientistico e ben oliato è in qualche modo colpevole, colpevole di non voler stare al gioco a cui giocano tutti, colpevole di non essere abbastanza motivato, intraprendente, desideroso di mettersi al servizio del Capitale per produrre valore.
Concetti come libertà, diritti, esistenza autentica sono ancora applicabili ad un mondo così? Provate ogni tanto a guardare con occhio critico gli alveari di cemento dove ci rechiamo ogni giorno a fare quello che “dobbiamo” e chiedetevi se davvero la realtà che stiamo vivendo oggi sia poi così diversa da quella che racconta George Orwell in 1984, e se non lo avete ancora letto forse è proprio il caso di farlo prima che sia troppo tardi.

 

Matteo Montagner

 

NOTE
1. Tratto da a A. Manocchio, Il manuale degli aforismi, Passerino Editore, 2017.

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Riscoprire la figura dell’artigiano

Secondo Anassagora di Clazòmene l’uomo è il più sapiente dei viventi perché ha le mani. Questo gli ha permesso di impiegare le cose della natura arrivando a trasformarla, producendo utensili che manipolassero agevolmente il mondo per piegarlo alle sue volontà, e allontanandosi in tal modo dalla condizione meramente animale. Il processo di trasformazione condotto intenzionalmente e diretto a risorse materiali o simboliche, ha permesso la nascita di quell’attività, rivolta a fini individuali o collettivi, che è il lavoro. L’organizzazione del lavoro ha subito nel corso dei secoli una serie di variazioni, catturando l’attenzione di filosofi, sociologi ed economisti specialmente a partire dall’avvento delle nuove forze produttive con la Rivoluzione industriale. Di fronte agli odierni rischi della precarizzazione del lavoro, Richard Sennett nel suo The Craftsman (L’uomo artigiano, 2013) ha analizzato le caratteristiche che conferiscono dignità allo spirito dell’animal laborans, ovvero dell’animale umano che lavora.

Per Sennett, al di là delle potenzialità intellettive di ognuno, la capacità di fare bene un lavoro è distribuita con bastevole equità tra gli uomini. L’ottenimento di una maestria tecnica si dà con un dialogo tra pensiero e pratica, instaurando dunque una relazione tra la propria testa e la propria abilità manuale, sprigionando così un’esperienza integrale. L’attività pragmatica – più volte messa al bando nella storia d’Occidente – viene descritta come una realtà di fondamentale importanza per l’interazione tra l’uomo e la natura oltreché tra l’uomo e la società. Tale attività caratterizza la figura dell’artigiano, così descritto dall’autore: «L’artigiano rappresenta in ciascuno di noi il desiderio di fare bene una cosa, concretamente, per se stessa». Questa semplice definizione si accompagna alla necessità di contatto con ciò che è tangibile, con le cose toccate con le mani durante la giornata. Tra le serie problematiche in grado di infettare l’aspirazione dell’artigiano, vi sono quelle legate all’ambiente socio-politico in cui egli opera. «Sul campo»spiega Sennett – «la realtà è che le persone che aspirano a essere bravi artigiani sono depresse e vengono ignorate o mal comprese dalle istituzioni sociali. Questo malessere è aggravato dal fatto che ben poche istituzioni si propongono come fine di produrre lavoratori felici».

Il percorso adattivo a cui il lavoratore è stato costretto nelle diverse società, infatti, si rispecchia sia nell’imperativo morale che consta nel servire il bene della comunità, sia nell’appello alla competitività: ambedue fallimentari, basti pensare all’ideale marxista o al capitalismo occidentale nelle modalità in cui lo conosciamo oggi, dove il lavoro precario costituisce uno strumento di controllo politico-sociale. La soluzione, specifica Sennett, può darsi attraverso la promozione di una cooperazione tra persone, coinvolgendo anche i superiori all’interno delle aziende.

Il processo lavorativo del buon artigiano non deve inoltre farsi scoraggiare o, nella peggiore delle possibilità, annullare dall’intervento delle macchine: la macchina tende a destituire la capacità operativa artigianale, arrivando a generare quello che Michelstaedter definiva come un «istupidimento delle mani». In aggiunta, competere con la macchina significa prefiggere una radicale sconfitta. «Una macchina, come qualsiasi modello, deve proporre anziché imporre, e l’umanità deve certamente sottrarsi al comando di imitare la perfezione. Contro la pretesa di perfezione, possiamo affermare invece la nostra individualità, che è ciò che conferisce un carattere distintivo al lavoro che svolgiamo. Per realizzare tale impronta personale nel lavoro tecnico, sono necessarie la modestia e una certa consapevolezza delle nostre inadeguatezze».

La manualità si associa a pratiche semplici o complesse, dall’afferramento o la prensione fino alla resistenza o l’ambiguità; i bravi artigiani dimostrano grande pazienza di fronte ad un’attività che, per la difficoltà della sua attuazione e per le limitazioni umane, può risultare frustrante: ciò denota il fenomeno della resistenza. Inoltre, nel complesso operativo dell’attività di lavoro, non si deve eludere il criterio del momentaneo spaesamento (o ambiguità), fondato su una progettazione – si pensi all’esempio dell’urbanistica – che può non produrre risultati immediatamente chiari e distinti, lasciando varchi immaginativi. In vista della resistenza e dell’ambiguità, l’animal laborans sviluppa un affinamento della personale espressività, integrando l’uso dell’inventiva: «L’unità tra mente e corpo che è propria dell’artigiano si ritrova nel linguaggio espressivo che guida l’agire fisico». Un agire che deve sempre tenere presente il riconoscimento di mezzi e fini. Se l’etica post factum è quella di chi si pone l’interrogativo etico soltanto dopo aver fabbricato un oggetto, quella del bravo artigiano consisterà invece in un’interrogazione continua, che dura per tutto l’arco della produzione.

La proposta di Sennett, nella sua complessiva semplicità, può offrire un interessante approccio alla tematica del lavoro, pur lasciando aperte alcune perplessità. Quel che è rilevante sta nell’adozione di una logica alternativa a quella dominante, contro la neutralizzazione della reciproca influenza tra la testa e le mani, contro la prevaricazione della quantità (sistema fordista) sulla qualità, a favore di una riscoperta delle abilità tecniche dell’uomo. A riprova, per dirla con Heidegger, che «più in alto della realtà si trova la possibilità».

 

Enrico Nadai

Enrico Nadai nasce a Conegliano il 26 maggio 1996 ed è residente a Farra di Soligo (Treviso). Frequenta la facoltà di Filosofia a Padova. Accanto all’attività di cantante ha iniziato a collaborare dal 2014 con alcune testate giornalistiche come L’intellettuale dissidente e Oltre la Linea.

[Photo credit: Alex Jones via Unsplash.com]

L’altra faccia della medaglia: giovani e fuga dall’Italia

Siamo sempre di più: la cosiddetta ‘fuga di cervelli’ sembra non arrestarsi, anzi peggiorare. Articoli di quotidiani, dossier speciali, trasmissioni televisive dedicate ai giovani italiani che se ne vanno dipingono l’Italia del brain drain, quella che esporta più laureati di quanti ne attiri. L’ultimo riferimento all’esodo viene dal Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che a gennaio 2018, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico all’Università “La Sapienza” di Roma, ha ricordato che «il numero di laureati sta crescendo ma è ancora troppo basso e ancora troppi giovani lasciano il nostro Paese per migliori opportunità all’estero»1. Secondo l’ultimo studio di Confindustria, sono 624 mila gli Italiani che dal 2008 al 2016 hanno spostato la loro residenza all’estero, in tutte le fasce di età2. Lo spostamento dei giovani in particolare costa all’Italia circa un punto di PIL all’anno, secondo lo studio citato.

Ma stanno veramente così le cose? In occasione di una conferenza sul fenomeno migratorio, una persona di nazionalità italiana, nel condividere con il pubblico la sua storia personale di migrazione intra-europea, disse di aver lasciato l’Italia per ambizione, per inseguire un sogno, quello di partecipare ad un progetto di respiro internazionale.

La verità è quella del brain drain potrebbe essere solo una faccia della medaglia. L’altra parte della storia è fatta di curiosità, voglia di mettersi in gioco, e perché no, ambizione. La curiosità di scoprire a fondo realtà nuove, la voglia di mettersi in gioco, integrandosi in ambienti diversi, l’ambizione di seguire un sogno più grande di se stessi o in un settore più rinomato all’estero: non sono caratteristiche legate alla nazionalità che portiamo, ma alle nostre personalità. Queste caratteristiche ci avrebbero portato a spostarci in un paese diverso da quello di nascita, anche se fossimo nati inglesi, scandinavi, olandesi o tedeschi. Reinventarsi in una realtà diversa e straniera è un processo così radicale e totalizzante, che non può essere compiuto se alla necessità pura e semplice, non si affianca almeno una di queste caratteristiche.

L’interpretazione corretta di questi dati ci dovrebbe spiegare che ci sono tanti motivi per cui una persona decide di trasferirsi in un altro paese. Immaginiamoci una bilancia: da una parte la necessità e dall’altra le altre motivazioni menzionate in precedenza. Nella scelta di ognuno di noi entrambe hanno un valore, anche se diverso. Ci saranno persone per cui la necessità ha un peso maggiore, così come ci sono persone per cui curiosità, sfida o ambizione hanno il sopravvento nella decisione finale. Per altre, magari, è più una questione di “moda”. Qualsiasi sia la motivazione predominante, non è intellettualmente onesto interpretare delle statistiche appiattendole solo su una singola variabile. Soprattutto quando su queste interpretazioni, si forma l’opinione pubblica nazionale, ed a sua volta quella estera3.

Sembra pensarla alla stessa maniera anche PagellaPolitica, il nuovo partner di Facebook Italia nella lotta alle fake news4, che ha verificato i dati dello studio di Confindustria. Secondo PagellaPolitica5 ci sono almeno tre considerazioni da tenere a mente. Innanzitutto, non tutti gli italiani emigrati hanno lo stesso titolo di studio. Ci sono italiani con titolo di studio superiore come concittadini laureati o dottori di ricerca: questo implica che il calcolo sulla spesa di formazione fatta dallo studio in questione possa solo essere un’approssimazione al rialzo. In secondo luogo, in economie che si definiscano avanzate, è normale che i giovani si spostino in Paesi diversi da quello di origine, con alcuni tra i maggiori Paesi europei che arrivano a numeri più elevati di quelli italiani6. Infine, un numero non irrisorio di italiani torna in Italia, spostando nuovamente la propria residenza dall’estero all’Italia (22 mila nel 20157).

Queste considerazioni ci restituiscono un’immagine differente e forse più realistica dei 624 mila italiani, evidenziati dai giornali. La necessità è una faccia della medaglia, quella che fa più rumore, perché porta a decisioni che sono frutto della mancanza di viabili alternative. Ma non è l’unica. Per quanto minoritaria, l’altra faccia vale ugualmente la pena di essere presa in considerazione, raccontata e ascoltata, perché come ha detto di recente il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, «quando c’è qualcosa di positivo che riguarda l’Italia, bisogna avere il coraggio di raccontarlo»8. Il rischio è quello di favorire altrimenti il circolo vizioso della profezia che si auto-adempie9.

 

Francesca Capano

 

NOTE
1. Padoan, la disoccupazione cala, ma ancora troppi giovani lasciano l’Italia, Corriere della Sera, 18 gennaio 2018.
2. Confindustria Centro Studi, Scenari Economici, dicembre 2017, N. 31,
3. Francesca Capano, L’intreccio tra Dinamiche Interne e Rappresentazioni Esterne, settembre 2017, La Chiave di Sophia.
4. Facebook farà il fact checking anche in Italia, con Pagella Politica, Il Sole 24 Ore, 30 gennaio 2018
5. Quanto costa allo Stato e alle famiglie italiane la fuga dei cervelli. Una stima, gennaio 2018, Pagella Politica.
6. L’affermazione non è tuttavia sostanziata da dati o riferimenti a Paesi europei specifici.
7. Fonte: Istat.
8. Il video dell’intervento alla pagina Facebook del Presidente del Consiglio.
9. In sociologia, la profezia che si auto-adempie è una previsione che si avvera solamente perché ritenuta reale (la previsione genera l’evento che a sua volta verifica la previsione stessa).

 

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Unconscious bias, ovvero quando la discriminazione è inconscia

Il 2 gennaio 2018 in Islanda è entrata in vigore la legge sulla parità di salario tra uomini e donne. La legge, che era stata approvata nel 2017, impone ai datori di lavoro di assicurare condizioni eque, incluse quelle retributive, a parità di incarichi e qualifiche1. Al di là dell’ovvia importanza della legge, decisamente all’avanguardia rispetto al resto del mondo, vale la pena di sottolineare un altro elemento interessante su cui la legge fa luce. Obbligando i datori di lavoro a fare particolare attenzione ad una parità a trecentosessanta gradi, si porta in primo piano quella che potremmo definire “discriminazione di genere involontaria”, ovvero inconscia. Sotto la categoria di discriminazione inconscia si possono raggruppare tutti quegli atteggiamenti che, essendo profondamente radicati nelle nostre abitudini, riteniamo normali ma che in realtà hanno un’origine discriminatoria. Su queste attitudini mentali, che ci accompagnano nella vita di tutti i giorni, spesso basiamo i nostri comportamenti e formiamo le nostre percezioni, soprattutto senza rendercene conto.

Per discutere della discriminazione di genere involontaria, dobbiamo prima di tutto escludere la discriminazione volontaria. Immaginiamo un gruppo di riferimento costituito da uomini e donne convinti della necessità di avere eguaglianza di genere non solo a parole, ma anche nei fatti. In sostanza, immaginiamo che la discriminazione volontaria, ovvero quella frutto di una decisione attiva di discriminare un genere, non esista.

Il luogo più banale da cui partire per un esempio di discriminazione inconscia è la casa. All’interno del gruppo di riferimento, siamo sicuramente tutti d’accordo che il mantenimento della casa è responsabilità di ciascuno dei componenti del nucleo familiare – così è stabilito anche dalla legge2. Si potrebbe dunque pensare che la questione si risolva facilmente accordando una divisione equa dei compiti domestici. Ma è realmente così che si raggiunge una vera parità? La risposta ce la fornisce il concetto di carico mentale, elaborato in fumetto dalla blogger francese Emma3. Con i suoi disegni, Emma spiega perché condividere le faccende domestiche non è sufficiente. Alla divisione dei compiti domestici si arriva grazie ad un lavoro mentale e organizzativo pregresso: facendo il punto della situazione su cosa c’è da fare, la donna si prende carico più o meno inconsciamente della responsabilità dell’organizzazione del lavoro attorno nucleo familiare. Al contrario, è proprio il senso di responsabilità, in primis, che va diviso equamente. Ne segue che l’idea stessa che un compagno/marito “aiuti” in casa è discriminatoria, perché implica una mancanza di responsabilità da parte dell’uomo nei confronti del lavoro domestico, a cui contribuisce, invece, aiutando il responsabile di quel lavoro (la donna).

Non c’è da meravigliarsi se una tale struttura mentale venga involontariamente trasferita anche in altri campi, come quello lavorativo. Per facilitare la comprensione, ricorriamo alle statistiche, che ci dicono che nonostante le ragazze tendano ad essere più brave nello studio, i vertici delle società rimangono per la maggioranza ricoperti da uomini. Un tale controsenso indica che c’è qualcosa che storpia il processo di crescita professionale e che non viene raccolto come dato obiettivo dalle statistiche. Il carico mentale domestico può avere un certo peso nel limitare lo sviluppo della carriera, per il semplice motivo che il tempo dedicato, per esempio, alla casa, è tempo che non può essere occupato per qualsiasi tipo di arricchimento personale. Più subdolo della disparità salariale e di una mancata promozione, c’è l’atteggiamento di chi (uomo o donna) più o meno inconsciamente respinge opinioni e idee di colleghe senza una ragione obiettiva: un concetto ha una forza comunicativa maggiore quando presentato da un uomo rispetto ad una donna. Secondo Robin Lakoff (1973)4 è una complessa questione di sintassi, registro e vocabolario. Di conseguenza, se un lavoratore uomo può facilmente trasmettere le sue idee, una lavoratrice dovrà, per esempio, ripetere lo stesso concetto due, tre, quattro volte, essere sicura di essere stata ascoltata, e non solo sentita, fare attenzione che non venga snobbata senza giustificazioni plausibili e accertarsi che, una volta accettato, le venga riconosciuto il merito. Questi atteggiamenti inconsci diventano poi percezioni distorte della realtà, che giustificano salari minori e qualifiche inferiori. Anche in ambito lavorativo, come in quello domestico, le donne si trovano a svolgere due lavori: il lavoro per cui si è assunte, ed un lavoro parallelo ed invisibile, fatto di gomiti alti, occhi aperti e orecchie vigili. Un lavoro necessario non tanto per farsi notare, quanto per assicurarsi di non farsi scavalcare.

La discriminazione di genere non solo esiste, ma ha anche due facce: un conscia ed una inconscia. E per liberarsi di quella inconscia, la strada è ancora più lunga e tortuosa. Ricordiamocelo tutti e tutte il prossimo otto marzo, e come suggerisce il The Guardian, «non essere “femminista” solo a parole o nei tuoi post su Facebook, dimostralo nella vita quotidiana»5.

 

Francesca Capano

 

NOTE
1. Islanda: la parità di salario tra uomo e donna è legge, 2 gennaio 2018.
2. Art. 24, Legge del 19 maggio 1975, n. 151.
3. Ma cara, perché non me lo hai chiesto?, 24 maggio 2017.
4. R. Lakoff, Language and Women’s Place, Cambridge University Press, 1973. Disponibile a questo link.
5. Men, you want to treat women better? Here’s a list to start with, The Guardian, 16 ottobre 2017.

 

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