Sguardo alla Luna: polisemia del satellite terrestre

Citata sin dall’opera con cui si è soliti fare iniziare la Letteratura Italiana, cioè il Cantico delle Creature di San Francesco d’Assisi (1224), come «sorella» dell’uomo, in quanto creatura di Dio e parte della bellezza dell’Universo, la Luna ha sempre rivestito un ruolo singolare nella vita di tutti gli uomini di ogni tempo come punto di riferimento universale, simbolo di mistero, di imperturbabilità e di alterità, meta ultima verso cui evadere o interlocutrice amica, proiezione rovesciata della Terra, a una distanza siderale.

Testimone eterna e lontana del dramma umano, la Luna è presenza assidua nei Canti di Leopardi, dalla luce lunare delicata e pura in apertura dell’Ultimo canto di Saffo («verecondo raggio della cadente luna» vv.2-3), alla serena e dolce notte lunare in La sera del dì di festaqueta […] posa la luna» vv.2-3), dall’astro notturno con cui il poeta intrattiene un intimo colloquio rivolgendovisi con gli appellativi affettivi di «graziosa» e «diletta» alla Luna «silenziosa», «eterna peregrina», «giovinetta immortale» cui, in una notte silenziosa e deserta, simbolo del desolato scenario dell’esistenza, un pastore errante dell’Asia rivolge con ingenua semplicità continui interrogativi senza risposta, la protesta pacata e rassegnata di tutti gli uomini che aspirano a una condizione superiore, ideale ma solo vagheggiata, alla Luna, bella e dolce ma irraggiungibile («Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che, fai,/ silenziosa luna?»).

Una luna già carica di una sensibilità moderna, tutta novecentesca, tormentata ed esistenziale, quella di Leopardi, che ha un “fastidio che gli ingombra la mente” e a cui “la vita è male”, e che continua ad esempio nell’incipit dell’Assiuolo di Pascoli («Dov’era la luna? Ché il cielo/ notava in un’alba di perla,/ ed ergersi il mandorlo e il melo/ parevano a meglio vederla») in un’atmosfera da favola decadente un po’ sospesa e un po’ angosciosa scandita da un sinistro singulto di refrain, un «pianto di morte». E pianto di morte sarà quello rivolto da Alfonso Gatto a una «luna di pietà» che imbianca la guerra in Alla voce perduta. E a una luna di pietà si rivolgerà anche Ungaretti nel ricordare in Veglia la notte passata «vicino a/ un compagno massacrato/ con la sua bocca/ digrignata/ volta al plenilunio».

Se Montale predilige ambientazioni più assolate, tuttavia in Satura II contempla la Fine del ’68 proprio dalla luna, «il modesto pianeta che contiene filosofia, teologia, politica,/ pornografia, letteratura, scienze palesi o arcane» assumendo così un’ottica rovesciata, uno sguardo dal di fuori, la sua è una terra vista dalla luna. Quella luna dove già Ariosto nel canto XXXIV aveva mandato Orlando a recuperare il senno, perso per amore di Angelica, quella luna agli antipodi della terra, imperturbabile, dove si raccoglie tutto ciò che si perde nel mondo a causa della sconsideratezza umana. Quella luna ariostesca che affascina Calvino che ne fa un simbolo di leggerezza, intesa nell’accezione appunto tutta calviniana del termine, come saggezza, fermezza interiore, atarassia e al tempo stesso spiritosa e superiore irriverenza. E in questo dialettico gioco di specchi si inseriscono le riflessioni di Sergio Solmi sulla Luna del poeta francese Jules Laforgue, nelle cui Complaintes si ritrova l’influenza anche della celebre canzone popolare Au clair de la lune.

Una luna quindi non solo letteraria e scientifica ma anche popolare, una luna da canzonetta, una luna da romantica cartolina da cliché, una luna che è di tutti, una luna universale, una luna che «fa lume a tutti/dall’India al Perù/ dal Tevere al Mar Morto», una luna che «viaggia senza passaporto», come ci ricorda una filastrocca dalla disarmante attualità, La luna di Kiev di Gianni Rodari che con un clin d’œil al Cantico delle Creature e con quella leggerezza calviniana e quell’ingenuità propria degli antichi e dei fanciulli, cara a Leopardi e a Pascoli, si chiede se la luna di Kiev sarà la medesima di quella di Roma o soltanto sua sorella e lascia la parola alla luna stessa che replica «Ma son sempre quella!/ – la luna protesta- /non sono mica un berretto da notte sulla tua testa!» regalandoci un’immagine che, un po’ come quella della Signorina Felicita di Gozzano a cui la luna sopra un campanile sembrava «un punto sopra un “i” gigante», riesce ancora a strapparci un sorriso.

 

Rossella Farnese

 

[immagine tratta da Unsplash]

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Tre platonici e una gamba. Vero Amore™ e poliamore

In una celebre scena di Tre uomini e una gamba, veniva raccontata abbastanza fedelmente una parte della concezione dell’amore che compare nel Simposio platonico: ciascuno di noi è come la metà di una mela alla ricerca della sua altra metà, per potersi poi completare e conquistare la più perfetta felicità. Ancora oggi, la nostra società vive le conseguenze di questo settaggio: sicuramente, conosci almeno una persona convinta che il Vero Amore è quello monogamo, esclusivo e unico (magari esclusivamente tra un uomo e una donna). Amare significherebbe trovare finalmente “la persona giusta”: o stai in coppia o non stai davvero con qualcuno – anzi, nemmeno esisti fino in fondo, dato che resti incompiuto. Si definisce così non soltanto un Amore Ideale, ma anche un Ideale d’Amore.

Forse oggi Platone verrebbe per questo facilmente collocato – a torto o a ragione, non posso qui esprimermi – tra i sostenitori della mononormatività, un’estrema versione dell’amatonormatività: la convinzione – esplicita o implicita – che non solo esiste un unico modo di amare davvero, ma anche che – stringi stringi – le relazioni d’amore rappresentano il culmine dei rapporti umani, come se le altre non fossero Vere Relazioni. Questo perché le relazioni d’amore sono concepite secondo una rigida “scala mobile”, finalizzata al macro-obiettivo di accasarsi e riprodursi e strutturata secondo step ben precisi:

approccio → corteggiamento → coppia ufficiale → progetti comuni → fidanzamento → convivenza → matrimonio → figli → acquisto di beni famigliari (→ Felicità).

 I “mononormativi”  difendono la clausola per cui tutto ciò deve essere fatto esclusivamente con un’unica persona: la propria “dolce metà”1.

A questo punto, Aristotele potrebbe forse candidarsi a diventare l’idolo filosofico dell’insieme di creator, attivisti e influencer che sta cercando di far aprire gli occhi sul fatto che amare si dice e – soprattutto – si fa in molti modi: non esiste un solo modo di stare insieme. Niente Vero Amore. È questa l’idea fondamentale di chi per esempio difende le ragioni e – prima ancora – l’esistenza del poliamore: uno stile relazionale per cui è possibile – con il desiderio e il consenso di tutte le persone coinvolte – avere più relazioni sentimentali e sessuali (o romantiche, asessuali, ecc.) in contemporanea e alla luce del sole. Si può insomma amare più di una persona, non solo nelle proprie fantasie, ma nella propria vita quotidiana: per esempio, si può convivere anche con più di un partner.

Quali che siano le tue preferenze e tradizioni amorose di riferimento, il poliamore va preso sul serio, anche in chiave strettamente filosofica: non solo perché esso sollecita la decostruzione prima e la ricostruzione poi di valori e principii dati per scontati (già non è poco!), ma anche perché esprime tanto 1) una diversa visione della realtà delle relazioni quanto 2) un rinnovato inventario dei beni relazionali.

1) Nel “poliuniverso”, le relazioni hanno una consistenza propria, irriducibile alla stoffa delle “cose”, sostanze prestabilite e fisse: conta quel particolare campo di interazioni, non un modello di rapporto dato (stile “moglie + marito”), ossia una Super-Cosa rispetto a cui ogni volta doversi commisurare – facendo inevitabilmente brutta figura e mortificandosi. Scompare così l’idea che se non trovi l’altra metà della mela, o nemmeno desideri niente di simile, allora sei difettoso e colpevole: la realtà delle relazioni amorose dipende dalle dinamiche interne di quei rapporti stessi, in cui le persone stesse vengono (tras)formate, non da un termine di confronto esteriore, magari idealizzato, tale che gli individui sono chiamati a occupare un ruolo predefinito.

2) Il menu del “polimondo” è molto più ricco del mondo cosiddetto normale e riconosce l’esistenza di entità come (un piccolo assaggio):
• la compersione: la sensazione di gioia per la felicità che i propri partner provano anche con altri partner;
• la polecola: una “molecola” relazionale tra persone che possono intrattenere rapporti reciproci di diversi tipi;
• il metapartner: il partner del proprio partner.

Sia chiaro: nemmeno nel poliamore è tutto rose e fiori. Intanto perché sono i rapporti umani a non esserlo; poi perché una società mono-impostata non agevola certo le poli-cose; infine perché ogni specifico orientamento o stile di vita ha comunque i suoi “lati oscuri”. Inoltre, non è che il poliamore diventa la nuova normalità e sanità al posto della monogamia: il punto è piuttosto decidere liberamente e consapevolmente, senza considerare scelte diverse come immature, promiscue, aberranti e minacciose, se non patologiche.

Insomma, non c’è l’obbligo di vivere l’amore pluralisticamente, ma forse è ora quantomeno di chiedersi: pensare l’amore universalisticamente è l’unica via percorribile, o la migliore? Io credo di no: e tu? Chissà che cosa racconterebbe una web-serie intitolata Tre aristotelici e una gamba

 

Giacomo Pezzano

 

NOTE
1. Il punto di partenza migliore in lingua italiana per cominciare a esplorare è la guida ebook di D. Piras, Oltre la coppia monogama: poliamore e fluidità relazionale, 2021, inserita nel progetto https://www.miosessuologo.it/.

[Photo credit Tim Marshall via Unsplash]

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Quel quotidiano, “feriale” sentimento: l’amore in Wislawa Szymborska

Era il 1996, Wislawa Szymborska riceveva il premio Nobel per la letteratura, con stupore e sgomento di molti che si chiedevano chi fosse la poetessa polacca dal nome così difficile. Nata a Kòrnik nel 1923 trascorse la maggior parte della propria vita a Cracovia, dove studiò e mise radici fino alla morte(2012). Oggi, dopo più di vent’anni, la Szymborska è amata in molte nazioni, compresa l’Italia, tanto che i suoi versi sono riusciti a raggiungere anche parte della popolazione comune, viaggiando attraverso un decennio di fama sempre crescente. Disillusione, esperienza bellica, critica sociale e non ultimo l’amore sono i temi prediletti dalla Szymborska1, la quale con sguardo ironico e umoristico descrive sentimenti e scene di vita quotidiana, molto vicine al lettore, il quale facilmente riesce ad identificarsi nei protagonisti dei suoi componimenti.

Il tema dell’amore, in particolare, ricopre un ruolo fondamentale nella poesia dell’autrice, specialmente l’amore vissuto nella sua quotidianità, tendente alla vita di tutti i giorni e non al sublime.

«Sono entrambi convinti/che un sentimento improvviso li unì. È bella una tale certezza/ma l’incertezza è più bella […] Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi/dove da tempo potevano incrociarsi?»2. recitano alcuni versi di Amore a prima vista dall’omonima raccolta.

L’amore è un sentimento comune, quasi tangibile, tanto che l’ambientazione richiama aspetti urbani e casalinghi come strade, scale, corridoi, senza riferimenti a un panorama rarefatto, dalle caratteristiche trascendenti. È come se la Szymborska volesse narrare l’amore nella sua verità giornaliera, quell’amore che vive nelle case di ognuno di noi ed è fatto di condivisione, passione, ma anche di litigi, scontri e difficoltà. Non c’è pretesa di vedere tutto dall’alto, ma l’autrice si mescola tra la folla e osserva in maniera diretta e semplice ciò che caratterizza le nostre vite.

In La musa in Collera afferma infatti[…] taccio solo per timore/che il mio canto in futuro/mi dia dolore/ che verrà giorno e d’un tratto/smentirà le parole/[…] se ne andrà l’amore/ e sarà inafferrabile/come l’ombra di un  ramo»3, come se l’autrice stessa, parte degli uomini, fosse consapevole della possibilità che l’amore finisca e per questo motivo preferisce “tacere”, non parlare di quel sentimento intenso che la caratterizza.

È proprio questa peculiarità, questo suo “camminare tra gli esseri umani” che rende la Szymborska ancora più interessante al lettore, il quale facilmente si identifica nelle scenette descritte e riflette su di sé e sul proprio vivere.

L’intento della poetessa, dallo sguardo a dir poco pungente, è sicuramente quello di sfatare i miti comuni e la narrazione degli altri scrittori sul tema dell’amore: dalla mitizzazione del sentimento alla necessità, che caratterizza molta narrativa, di mostrare l’intenso dolore dopo la perdita. L’amore è qualcosa di più immediato, più semplice, che non richiede né la sublimazione, né lo strazio di certe descrizioni, eccessivamente caricate.

«Guardate i due felici/se almeno dissimulassero un po’/ si fingessero depressi, confortando così gli amici! Sentite come ridono – è un insulto […] è difficile immaginare dove si finirebbe se il loro esempio fosse imitabile. Su cosa potrebbero contare religioni, poesie […]?»4

In altre parole esiste una grande costruzione di aspettative, invidia, finzione che sottende a tutto quello che riguarda l’amore, quando invece può essere riassunto con dei semplici gesti quotidiani, quali il ridere assieme con complicità, che noi tutti conosciamo o abbiamo provato almeno una volta.

L’amore è in fondo quell’ “appropriarsi ed espropriarsi” così a lungo, nella nostra vita giornaliera, che porta ad intuire «l’espressione dei loro occhi dal tipo di silenzio, al buio»5, ma è allo stesso tempo quel «rimanere talmente soli per tanto disamore»che rende gelido tutto ciò che ci circonda, riducendo per un attimo i due amanti al riflesso di due sedie, accanto ad un freddo tavolino.

Niente più e niente meno di questo, insomma, ma non per questo di minor importanza o centralità nelle nostre vite. Forse, è proprio qui che si nota la maestria dell’autrice e quanto possiamo trarre dalla sua poesia: in quanto il suo “abbassare” l’amore ad oggetto quotidiano, tanto da farlo vivere assieme ad elementi urbani o casalinghi, non ne svuota il significato, anzi lo rende ancor più ricco e colmo di valore.

 

Anna Tieppo

 

NOTE
1. Marchesani in W. Szymborska, La gioia di scrivere, Milano, Adelphi, 2009, pp. XXVII – XLII
2.Szymborska, Amore a prima vista, Milano, Adelphi, 2017, pp. 90-91
3. Ivi, pp. 12-13
4. Ivi, pp. 72-75
5-6. Ivi, pp. 42-47

 

[immagine tratta da Unsplash]

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Io contro di te: Hegel e la lotta per il riconoscimento

Leggere la Fenomenologia dello spirito è un atto di scoperta e sofferenza continua: ogni volta che credi di averla capita, ecco che riesce a sorprenderti e a rivelarti qualcosa di nuovo a cui non avevi fatto caso. Sembra una di quelle calli veneziane che più le percorri e più ti risultano oscure e misteriose, conducendoti sempre in una direzione diversa. Ed è proprio per questo suo continuo ribollire di idee che oggi vorrei ritornare sulle pagine della Fenomenologia e parlare un po’ del tema del riconoscimento tra auto-coscienze. Però anziché considerare questo tema attraverso la famosa dialettica tra servo e padrone, vorrei concentrarmi sul suo stadio preparatorio. Sto parlando della lotta per la vita e la morte. Questa lotta è estremamente interessante, perché ci mostra con grande chiarezza i rischi di una concezione astratta dell’identità personale; rischi che si manifestano quotidianamente negli scontri tra fidanzati, amici, genitori e figli, etc.

Per cominciare bisogna dire che l’esperienza che Hegel ci sta descrivendo con questa lotta è un’esperienza originaria, perché rappresenta un desiderio di riconoscimento che ciascuno di noi – in quanto uomo – vive costantemente dentro di sé e fuori di sé, nel confronto con gli altri. Nel caso specifico della lotta per la vita e la morte, Hegel ritiene che questo desiderio si caratterizzi per il fatto che ciascun uomo pretende di affermare la sua assoluta libertà e indipendenza, e di essere riconosciuto come tale, senza però voler riconoscere a sua volta l’altro. Per esempio, un figlio adolescente pretende il riconoscimento unilaterale da parte dell’autorità del padre, che per lui significa dire: «Io sono grande e, se voglio uscire con gli amici, posso fare ciò che Io voglio!»
Allo stesso tempo, un padre pretende che il figlio sottostia e riconosca come assoluta la sua autorità, affermando che «Io sono il padre e decido Io cosa è meglio». In questo caso, è chiaro che le due auto-coscienze che sono coinvolte nello scontro si considerano entrambe come assolutamente libere e indipendenti, ovvero come un “puro essere per sé” che non è limitato da nulla poiché non è dipendente da nulla. Considerandosi così assolutamente libere, però, le due auto-coscienze non possono certo riconoscere l’altro come un loro stesso pari, ma soltanto come una cosa che limita momentaneamente la loro libera espressione di sé.

Siccome il riconoscimento è essenziale per l’auto-coscienza in generale, non le è mai sufficiente considerarsi libera in sé, ma sempre vuole essere riconosciuta in quanto libera dall’altra auto-coscienza. È così che nasce l’eventualità del conflitto e la vera e propria lotta per la vita e la morte: padre e figlio, per esempio, non si accontentano di dire «Io sono libero» ma bramano al contempo di ottenere la prova della propria libertà. Questa prova, ovviamente, passa attraverso l’altro, poiché mancando l’altra coscienza mancherebbe anche il mezzo del riconoscimento. Ecco che così si mostra il fraintendimento di fondo di questa lotta, in cui i due contendenti non comprendono che riconoscersi vuol dire includere e non escludere l’altro.

Ora, per Hegel, l’esito necessario di questa lotta tra auto-coscienze che si considerano astrattamente libere e indipendenti è che una delle due decida di abbandonare la scontro, al prezzo di riconoscere senza essere riconosciuta dall’altro contendente. Così si raggiunge una forma di riconoscimento, seppur assolutamente asimmetrica: un sé riconosce l’altro e così abbandona la propria assoluta indipendenza e libertà, l’altro sé rimane legato a questa indipendenza e libertà ottenendo il riconoscimento desiderato. Nel caso di padre e figlio, è solitamente il figlio che rinuncia alla sua libertà di uscire e divertirsi con gli amici e dà il riconoscimento dovuto al padre, che al contrario rimane fermo sulla sua posizione (ovviamente, è anche possibile che sia il padre a rinunciare alla sua autorità e lasciare fare al figlio tutto ciò che vuole).

In conclusione, la lotta per la vita e per la morte è estremamente interessante, poiché ci rivela qualcosa di essenziale sul modo in cui ci dobbiamo relazionarci agli altri; una relazione che passa attraverso l’evitare di affermare una concezione astratta e completamente auto-assorta della nostra identità. Infatti, ogni volta che crediamo di essere assolutamente liberi e indipendenti e di poter ottenere il riconoscimento dell’altro attraverso l’esclusione, ecco che siamo condotti alla più primitiva e ottusa violenza (sia verbale sia fisica); affermiamo, inoltre, con convinzione che la relazione con l’altro va rifiutata perché “Io” sono naturalmente auto-sufficiente e ci chiudiamo, infine, in un circolo vizioso di isolamento.

 

Gaia Ferrari

 

[Photo credit Marc Sendra Martorell via Unsplash]

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Anima e destino. Platone e il mito di Er

Cos’è il destino? Non esiste una risposta unica a questa domanda. Se analizziamo l’etimologia di tale termine, vediamo come in esso siano presenti differenti interpretazioni del suo significato, sia di stampo latino che greco, le quali indicano contemporaneamente un processo e il suo stesso scopo. Destino è ciò che accade nella vita di ciascuno e che viene sempre concepito come qualcosa che sfugge al pieno controllo dell’uomo, un evento che, nel senso comune, giunge inesorabilmente rendendo il soggetto totalmente inerme e passivo. È davvero così?

Certamente non lo è nella concezione platonica, dove il destino è strettamente collegato all’anima dell’uomo. Platone ne parla soprattutto nel libro X della Repubblica, attraverso la narrazione del mito di Er, soldato figlio di Armenio, che ucciso in battaglia riesce ad accedere alla vita nell’aldilà e, una volta ritornato sulla Terra, racconta poi ai suoi compagni ciò di cui è stato testimone. Tale mito va inserito nella più ampia teoria platonica dell’immortalità dell’anima, la quale, oltre ad essere composta della stessa sostanza delle idee, al momento della morte corporale compie una trasmigrazione, ovvero un passaggio, ad un altro corpo. Platone, infatti, credeva alla metempsicosi, una dottrina attribuita inizialmente a Pitagora ma già presente in quelli che storicamente sono stati definiti i culti orfici.

Cosa narra Er ai suoi compagni? Al termine della vita, ed una volta giunti al momento in cui bisogna scegliere in quale corpo reincarnarsi, le anime pervengono al fuso della Necessità, ovvero all’origine di tutti i legami che reggono i moti del cielo, accanto a cui sono poste, tra le altre figure, anche Lachesi, simbolo del passato, Cloto, simbolo del presente, e Atropo, simbolo del futuro. Secondo la narrazione del mito, la vergine Lachesi, figlia di Necessità, getta in mezzo alle anime, in modo del tutto casuale, diverse sorti e ciascuna anima ha la possibilità di raccogliere quella che le cade in prossimità. Ogni sorte stabilisce il posto a sedere che spetta a ciascuno attorno al fuso. In questo modo, viene così stabilito l’ordine di scelta del destino per le diverse anime. Una volta terminata la fase iniziale, alle anime vengono mostrati i «paradigmi delle vite»  successive che ognuno ha la possibilità di scegliere (Platone, Repubblica X, 618 A). Se, quindi, in una prima fase vi è un criterio di casualità delle sorti da parte della vergine, la scelta successiva del destino spetta soltanto all’anima del singolo e, come dice la stessa Lachesi, «la responsabilità, pertanto è di chi sceglie. Il dio non ne ha colpa», poiché «non ha padroni la virtù; quanto più di ciascuno di voi l’onora tanto più ne avrà; quanto meno l’onora, tanto meno ne avrà» (ivi, 617 E).

Infatti, «proprio qui si annida ogni rischio per l’uomo»: sulla base della natura della propria anima, ciascuno sceglierà la vita successiva (ivi, 618 B). Non a caso parla Lachesi, simbolo del passato, in quanto la modalità di scelta dipenderà necessariamente da ciò che l’anima avrà vissuto nella vita passata, se è stata abituata a scegliere sempre solo ciò che, in apparenza e d’istinto, appare come preferibile, rispetto a ciò che invece può sembrarlo meno ma che, ad un esame più approfondito, potrebbe portare maggiore giovamento. La virtù, espressione dell’anima, guida le scelte, ed è per questo che ciascuno è responsabile della propria.

Se, quindi, la presenza ed il ruolo della Necessità non possa essere negato, in Platone il compito fondamentale nella scelta del proprio destino dipende soprattutto dall’anima del singolo e dalla propria virtù.

Cosa può insegnarci il mito di Er, oggi? Certamente che la responsabilità che proviene dalla natura della nostra anima e dalle nostre virtù possiede un valore molto più alto rispetto a ciò che pensiamo. Quello che Platone chiama destino e che noi potremmo più semplicemente considerare come la destinazione propria di ogni vita – la risposta inesauribile alla domanda: “Chi voglio essere? Dove voglio arrivare nella vita?” – dipende anche e soprattutto da noi. Sebbene l’uomo non possa essere in grado di controllare tutto è suo compito, nonché sua scelta, trasformare anche ciò che è imprevisto in un passaggio, una tappa, verso la propria destinazione. Le esperienze del passato sono sempre occasione per imparare a vivere secondo virtù, ovvero ad orientare la propria anima a scegliere secondo il Bene, o almeno a provarci. Come dice Lachesi, non serve dare la colpa ad altri per ciò che ci accade, ma piuttosto imparare a scovare in ogni cosa il Bene a volte nascosto, e a scegliere di conseguenza. Così, forse, «ci toccherà, insomma, felicità quaggiù sulla terra e nel viaggio millenario che abbiamo illustrato» (ivi, 621 D).

 

Agnese Giannino

 

[Photo credit Kyle Glenn via Unsplash]

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Fatalità (o forse no) del destino umano: tra racconti e poesia

Una roccia stanziata in mezzo al mare e battuta dal vento: questa la visione del rapporto tra essere umano e destino che Cesare Pavese ci racconta attraverso i Dialoghi con Leucò.

«Oh Saffo, non è questo il sorridere. Sorridere è vivere come un’onda o una foglia, accettando la sorte. È morire a una forma e rinascere a un’altra. È accettare, accettare, se stesse e il destino» scrive Pavese. Lumano è la roccia lambita dalla schiuma salmastra e il destino la tempesta che si impone; una tempesta a cui possiamo solo prostrarci, e sorridere. Nel linguaggio della ninfa Britomarti l’azione di sorridere rinnova il suo significato estendendosi a riassumere un potente insegnamento: che il Destino ci guidi mano per mano lungo le sue geometrie esistenziali, dice la ninfa; smarriti in vite vorticose di cambiamenti imprevisti e fortuna altalenante, è giusto e lecito tirare passi indietro e proteggersi dietro confini conosciuti. Incassa dunque la testa fra le spalle, caro umano, e precludi quanto puoi lo scontro con l’avvenire!

La filosofia di Britomarti può apparirci allettante, ma nasconde un rischio sul quale è opportuno che ci soffermiamo. Cosa implica infatti l’atto di sorridere se non il consumarsi di ogni aspirazione? Sorrido: lascio che gli eventi mi sovrastino, senza gioire né soffrire, ma accettandoli passivamente; e proprio per accettare a priori quello che sarà rinuncio necessariamente a proiettarmi nel futuro e a spaziare con l’immaginazione tra progetti ancora vaghi e sogni inespressi, tra infinite strade aperte e traiettorie esistenziali impossibilmente contorte. Sorridere, da che richiamava una forma di altero stoicismo o di invito al carpe diem, viene piuttosto a coincidere con un indebolimento dell’intraprendenza e delle altre risorse che il fato (o il caso?) è in grado di accendere proprio attraverso le situazioni nuove che ci pone di fronte.

Ciononostante l’imprevisto continua a incombere minaccioso, spaventandoci: siamo ancora convinti delle parole della ninfa e pronti a ignorare ogni avvertenza per sorridere finalmente al Destino… ma un’altra voce si leva, opponendosi alle parole rassegnate dello scrittore torinese: «we must lift the sail And catch the winds of destiny Wherever they drive the boat…». Siamo noi il nostro stesso avvenire, esclama George Gray in Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, siamo noi i marinai di noi stessi. Britomarti mentiva: non siamo rocce dominate dal mare, ma barche vive e forti che lo possono valicare. Il fato è un affaraccio vischioso che può investirci e buttare a terra, ma anche (possibile che il fato sia due cose in una?, che sia contemporaneamente lama e manico?) sostanza modellabile che possiamo e dobbiamo plasmare per dare un senso alle nostre vite, trasformandole da sforzo di sopravvivenza a vita di fatto.

Il destino come barca ai nostri comandi: questo forse è quel voto all’edonismo che avevamo scambiato erroneamente con la filosofia di Britomarti?

Identificando il fato con una barca, Gray ci incita a lanciarci e a convivere con la paura di cadere, smuovendoci a vivere; e ci invia a sua volta una barchetta, o meglio ancora un messaggio in bottiglia attraverso il tempo: non fingerti uno scoglietto nel porto; sei tu la tua barca, e non potrei perdonarti che la lasciassi attaccata a riva, e la coprissi magari con delle panciere di lana e facessi prender polvere alla sua bella vernice per paura che il mare la scrosti.

Cosa fare quando abbiamo la possibilità di inseguire un’idea ma abbiamo paura di stravolgerci la vita? Quando la protezione che ci assicurano le cose e i volti che conosciamo ci respinge e allo stesso tempo ne siamo attratti, e oscilliamo tra questi e la scelta di un possibile azzardo, di una porta che si chiude e i nostri passi che si allontanano?

Britomarti e George Gray ci offrono due definizioni di destino e con esse due risposte. Possiamo concepire il destino come forza di cui subire la volontà, e decidere di rischiare il meno possibile proteggendoci nella nostra comfort-zone; oppure possiamo far coincidere il nostro destino con noi stessi: non c’è alcuna forza trascendente, non c’è alcunché cui sorridere, esistiamo solo noi con la nostra lunga gavetta di marinai davanti – noi che spesso ci lamentiamo delle cose troppo più grandi di noi, che sospiriamo davanti a realtà che non possiamo cambiare – il disastro ambientale, le disuguaglianze, la politica, la crisi economica, ma che non ci accorgiamo di avere un immenso potere tra le mani: la facoltà di inventare e realizzare la nostra storia.

 

Cecilia Volpi

 

 

[immagine tratta da Unsplash]

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La corporeità delle parole: la mostra-tributo ad Andrea Zanzotto

A cento anni dalla nascita, Pieve di Soligo (TV) celebra il famoso poeta Andrea Zanzotto attraverso una mostra di 60 artisti, interpreti di quella commistione tra parola e immagine che fu cara al nostro autore. Situata presso Villa Brandolini e suddivisa in due sezioni, la mostra ospita infatti opere di “poesia visiva” ovvero di quella tendenza artistica, se così si può definire, volta allo sperimentalismo linguistico, che nasce nel clima della Neoavanguardia, negli anni Sessanta e Settanta del Novecento.

Camminando tra le sale del piano nobile della villa, il visitatore si immerge tra le parole che si stagliano nelle tele degli artisti, attraverso giochi di colori e di forme che ne risaltano la corporeità. Viene così a crearsi una fusione tra parola e immagine, dove l’una non può vivere senza l’altra e viceversa. Ne sono un significativo esempio le quattro opere di Eugenio Miccini (1925-2007) che uniscono versi di Eraclito con la rappresentazione pittorica degli stessi. In particolare l’opera che riporta la famosa citazione eraclitea “panta rei” :“tutto scorre” di fatto rappresenta l’idea del passaggio del tempo attraverso l’immagine di onde blu marine, che avvalorano quanto scritto a parole. Una poesia che si fa dunque corporea, accentuando la propria “visività”, quasi a voler uscire dal tradizionale supporto cartaceo, per essere percepita e compresa da chiunque.

Tale sensazione emerge, in particolare, nelle opere di Malek Pansera (1940 – 2008) nelle quali è evidente come la singola lettera o il singolo verso hanno bisogno di mostrare la propria tridimensionalità, mettendosi in risalto come in un bassorilievo, per imprimersi nella mente del lettore.

Esempi di questa tipologia ci riportano facilmente al retroscena della poesia zanzottiana, dove la lingua ricopre un ruolo essenziale e diventa essa stessa “corporea”, grazie alla presenza di versi bianchi, di disegni nei testi, di accostamenti arditi tra termini tecnici ed eruditi, più in generale di uno sperimentalismo linguistico che la caratterizza. L’intento è quello di ricordare la difficoltà di espressione nel mondo presente, lo squilibrio che popola un’era come quella attuale, predominata da ossessioni e contraddizioni quali il consumismo, il disastro ecologico, la psicosi umana. Ecco dunque che, secondo Zanzotto, è necessario esprimersi arrivando al nucleo della parola: al morfema o al fonema, che viene svuotato del suo significato consueto, ma si staglia così sulla pagina, come puro suono. La realtà è ormai indicibile, condannabile in molti suoi aspetti, e la lingua non può far altro che mostrare queste dissonanze.

Da ciò nasce un legame anticonvenzionale tra aspetto linguistico e testo poetico, più in generale tra testo e supporto cartaceo, che facilmente si può ritrovare anche nelle opere degli artisti in mostra. In particolare l’intera opera di Claudia Buttignol (1945 – oggi) si ispira ai colori che più popolano le raccolte zanzottiane: a quel rosso delle rose canine o dei papaveri che troviamo spesso nei componimenti del poeta. In Spine, cinorrodi, fibule (Poesie e Prose scelte) il poeta descrive il predominante colore rosso delle rose, forse arrabbiate per il destino ecologico infausto:

Dove mai si pote’ vedere
un getto di feroce rossezza
su un arbusto di spine
rose canine rose canine
incongruo nome, anzi stupendo
di un farneticare di rosso-arrabbiate entita’ […][1]

Rosso che diventa il primo colore delle tele dell’artista, un rosso totalizzante che può essere forse simbolo di ferocia, di rabbia, così come di morte.

Ecco dunque che i versi di Zanzotto sono fonte di ispirazione per un’opera fatta di colore e di immagine, dove la tela vive di sfumature colorate. Insomma una mostra – tributo ad un grande poeta, che qualcuno definì la voce più significativa dei giorni nostri dopo Montale, a cui la letteratura contemporanea è per molti aspetti debitrice.

 

Anna Tieppo

 

NOTE
1. A. Zanzotto, Spine. Cinorridi. Fibule, tratto da Prose e Poesie Scelte, 1999.

[Immagine di proprietà dell’autrice]

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Caro Giacomo…quando un poeta può salvarti la vita

Insegnare letteratura alla scuola media è un’impresa ardua. Rispetto ai tempi del web, ai video che trasmettono immagini ad alta velocità, la lentezza di una poesia o la fatica che richiede un passo dei Promessi Sposi possono risultare alquanto difficili. 

Eppure molti di noi giurano di aver trovato proprio nelle opere di un poeta o di uno scrittore quel sollievo esistenziale che ci ha fatto sperare, quando non vedevamo una via d’uscita. Tra le righe di un’opera spesso abbiamo ricevuto consolazione ai nostri mali e ci siamo risollevati.

Ma è ancora possibile oggi, che un poeta salvi la vita a un adolescente?

La risposta è sì. Molti ragazzi trovano conforto alle proprie insicurezze, alle delusioni nelle parole di una canzone, parente stretta della poesia. Ma anche i grandi poeti possono ancora affascinare. Tutto sta nel modo con cui noi educatori decidiamo di presentarli, nel luccichio che i ragazzi possono vedere nei nostri occhi. Se le antologie e i manuali scolastici preferiscono togliere le immagini e utilizzare caratteri sempre più ridotti, quasi a voler dire che si tratta di un affar serio e che non si può mica scherzare, noi di rimando dobbiamo esaltarne la bellezza. Dobbiamo ridare colore ad autori che spesso vengono relegati come pessimisti e tristi, quando invece hanno vissuto passioni straordinarie.

Nel suo libro ‘L’arte di essere fragili’ del 2016 Alessandro D’Avenia finge di dialogare con Giacomo Leopardi e si rivolge a lui con delicatezza e audacia, facendone emergere i tratti più intimi e profondi. Il legame che si crea tra l’autore del libro e il poeta non può lasciare indenne il lettore, il quale, attingendo agli aspetti meno conosciuti di Leopardi, viene coinvolto in un vortice emotivo cui è davvero difficile sottrarsi. Ci si innamora di Leopardi, della caparbietà con cui si è aggrappato a questo mondo, ma soprattutto del modo con cui egli ha affrontato la vita e l’ha esaltata. 

“Una luna, un passero, un gregge, una ragazza, una siepe, un cespuglio di ginestra ti bastavano, Giacomo, per farvi risuonare il canto dell’universo intero”.

Per chi è abituato a considerarlo un poeta triste e pessimista arriva la grande novità. Egli amava la vita, guardava ogni cosa con sguardo appassionato perché sapeva “quanto un dolore, un amore, un sogno, una lettura possono ‘accelerare’ un uomo, destarlo e restituirlo a se stesso”.

Ad un certo punto del suo libro (pag. 42) D’Avenia parla proprio dell’esperienza scolastica.  

Quando affrontiamo la vita e le opere di un autore, afferma, è bello immaginare che costui o costei entri realmente in classe. Come si comporterebbe ad esempio Dante, se lo facessimo accomodare in aula? Sicuramente ci guarderebbe uno a uno senza profferire parola, ma pensando già a dove collocarci nell’aldilà. Petrarca parlerebbe di sé. E Leopardi? Cosa farebbe, invece, Leopardi?

Tu apriresti la finestra, guarderesti per qualche istante fuori (…) poi ti volteresti e ci inviteresti a fare lo stesso, per ricordarci che c’è un fuori (…) ci chiederesti a che punto siamo con il contatto con questa realtà così ricca e piena di possibilità.(Ibidem)

Quando i ragazzi sentono queste parole, si rendono conto che i grandi della letteratura sono o sono stati innanzitutto delle persone con un forte sentire; uomini e donne capaci di penetrare il reale e restituircelo più bello. A volte più oscuro, ma grazie alla maestria con cui hanno saputo narrarlo, anche noi possiamo avvertirne l’intensità. 

Dopo aver ascoltato la poesia ‘A Zacinto’ di Ugo Foscolo, una ragazza un giorno alzò la mano e mi disse: “Professoressa, mi piace tanto questa poesia perché parla anche di me, parla della mia terra. Io capisco  il dolore del poeta perché lo provo ogni giorno. Ho vissuto la mia infanzia in Albania e lì ho lasciato molte persone care. Anch’io ho paura di non poterci più tornare, ho paura di morire lontana dai miei parenti e di essere dimenticata”.

“Tu non altro che il canto avrai del figlio, 
o materna mia terra; a noi prescrisse 
il fato illacrimata sepoltura.” (U. Foscolo, A Zacinto)

Credo che la letteratura abbia questa peculiarità, di riuscire a mantenersi fuori dal tempo. I sentimenti di poeti e scrittori viventi o del passato, possono davvero arrivare fino a noi e salvarci. Questa è la funzione principale di ogni opera d’arte.

 

Erica Pradal

 

[immagine tratta da Unsplash]

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Autenticità e libertà. Artemide e il mito della caverna

Si sente molto parlare, oggi, di “autenticità”: un vero e proprio tormentone del mondo social, dove spesso l’autenticità diventa, nella pratica, raccontare i dettagli della nostra vita, anche quelli più intimi e privati, ai nostri followers.
Ma è davvero questo il significato e il valore dell’essere autentico?

Qualche tempo fa mi sono imbattuta in Artemide, uno dei saggi più interessanti, a mio avviso, della psichiatra, psicoterapeuta e analista junghiana Jean Bolen. All’interno della più ampia riflessione che la Bolen dispiega sulla divinità greca e sui tratti della donna che rispecchia l’archetipo di Artemide (una donna che incarna le qualità di indomita, tenace e riflessiva, intuitiva e passionale), nelle pagine finali del libro l’analista junghiana si sofferma sul concetto di autenticità e lo affianca a quello di libertà. Per la Bolen, infatti, non c’è autenticità senza libertà, e la libertà di cui parla è una libertà di essere, di scegliere e di seguire il cuore:

«Essere capaci di fare scelte basate sull’anima e sul cuore ci fa sentire una passione per la vita, dandoci l’opportunità e la libertà di vivere un’esistenza significativa a livello personale.
Ciò è possibile solo quando si è liberi di essere tu e io, e si ha la libertà e l’opportunità di scegliere un sentiero dell’anima» (J.S. Bolen, Artemide, 2015).

A quanto pare l’autenticità, collegata alla libertà di essere, è anche la strada per sentirsi appassionati della vita, per non cadere nel “torpore emotivo” di chi si lascia vivere, e la Bolen lo ribadisce anche in un altro punto del libro:

«Entusiasmo e vitalità sono segni del fatto che stiamo vivendo la vita che fa per noi e ci sentiamo realizzati. Quando non è così può esserci torpore emotivo, una tristezza diffusa, ansia e vari dolori fisici derivanti da tensione e stress» (ivi).

 Ma come si può fare a trovare la nostra autenticità, il nostro vero essere? Sempre la Bolen scrive:

«Diventare reali ha a che fare con l’anima, con il lavoro e le connessioni dell’anima, termini che uso in modo intercambiabile con lavoro e connessione del cuore.» (ivi).

Quindi una profonda connessione col cuore è la chiave, secondo la psicoterapeuta, per l’autenticità, per comprendere chi siamo davvero e vivere la vita con pienezza ed entusiasmo.

Della scoperta del nostro vero sé, del diventare reali, autentici, consapevoli, ne aveva parlato anche Platone, molto prima della Bolen, in uno dei suoi miti più affascinanti, quello della caverna, forse il più noto del filosofo greco, che apre il VII libro della Repubblica.
L’inizio del mito è già di grande impatto: Platone ci presenta delle persone che vivono fin dall’infanzia rinchiuse in una caverna, incatenate così strettamente da non poter neanche girare la testa. Una di loro però riesce a liberarsi, a uscire fuori e vedere, per la prima volta, la luce del sole.

Analizzando profondamente il mito, emerge chiaramente il suo collegamento con l’autenticità: esso è di fatto anche il simbolo di un processo educativo che consente all’essere umano di procedere verso la conquista della sua più autentica natura. Con il mito della caverna Platone racconta un percorso di evoluzione di se stessi che consente il saldo possesso della verità, che ci conduce all’impegno civile nel mondo, al dono di sé alla comunità, che dà il senso più nobile alla propria esistenza nel mondo. E che conduce anche alla libertà e all’autenticità di cui parla pure la Bolen, che diversamente da Platone – il quale vede nella filosofia la chiave di svolta per uscire dalla caverna – pone il cuore e l’anima come “strumenti” centrali di verità.

In tempi in cui “libertà” e “autenticità” sono sulla bocca di tutti, spesso anche a sproposito, forse sarebbe bene ricordarci di quanto essere autentici sia il senso profondo di tutta la nostra esistenza. Non è in fondo quello che cerchiamo tutti quando ci chiediamo: “chi sono io”?

 

Martina Notari

 

[Photo credit Brett Jordan via Unsplash]

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Quando l’impresa si fa donna

«Essere donna è così affascinante, è un’avventura che richiede coraggio, una sfida che non annoia mai» affermava Oriana Fallaci, tra le giornaliste più anticonvenzionali e femministe del secolo scorso. In particolare, della sua nota citazione, emergono due parole significative “coraggio” e “sfida” che rimandano al campo semantico dell’attività, contrariamente a quella “passività” che culturalmente viene attribuita alle donne in quanto “curatrici delle mura domestiche”, “addette alla crescita dei figli” ecc… Ma perché la sua citazione è ancora oggi, nel 2021, così attuale?

Recentemente ho letto un libro dal titolo Le donne che fecero l’impresa, una raccolta di testimonianze di donne – imprenditrici venete che, attraverso diverse difficoltà, si sono fatte carico di attività famigliari, oppure hanno dedicato la loro vita a dirigere aziende di un certo calibro nei più disparati settori commerciali. Si tratta di figure che, nella loro quotidianità, sono riuscite a creare un equilibrio tra famiglia e lavoro, senza rinunciare per questo alla loro sensibilità di madri e alle loro ambizioni professionali.

Esse hanno infatti evidenziato una forte identità e una grande vocazione verso la carriera imprenditoriale.

Oggi si parla molto spesso di parità di genere, di creazione di piani di agevolazione per donne-madri, talvolta però dimenticando che il primo scoglio contro cui ci si imbatte è quello mentale più che fisico.

Ciò che ancora manca, nonostante diversi passi avanti degli ultimi decenni, è accettare che ogni individuo è unico e indipendentemente dal genere, può essere più o meno incline a ricoprire ruoli di leadership. 

Leggendo la storia di Edy Della Vecchia, imprenditrice di Vicenza, sono rimasta colpita da alcune sue affermazioni, nelle quali ricordava come la sua inclinazione caratteriale era molto simile a quella del padre “un uomo estroso con il pallino degli affari”, diversa da quella della madre introversa e pessimista. Tale aspetto significativo l’ha spinta a seguirlo nelle sue attività commerciali fin da piccola, formandola verso quel mondo dell’imprenditoria che poi diventerà il suo. La sua storia fa proprio riflettere sulla necessità di superare quelle barriere mentali e spirituali, che “etichettano” l’individuo secondo delle forme convenzionali, non tenendo conto delle sue inclinazioni.

Analogamente la vicenda di Sabrina Carraro, il cui carattere “tosto e risoluto” viene riconosciuto dallo zio Ivo, fin dalla sua giovane età, la rende la figura adatta a mandare avanti l’azienda dei trenini Dotto, affrontando il difficile passaggio generazionale che la caratterizza. La sua particolare personalità da imprenditrice è evidente fin da subito ed è ciò che le permette di andare avanti tra le difficoltà.

Infine Chiara Rossetto, produttrice di farine, è l’esempio della donna tenace, che nonostante i numerosi rifiuti utilizza l’inventiva per offrire qualcosa di più al cliente finale, mettendosi nei panni delle donne che acquistano il suo prodotto. La sua sensibilità la spinge a pensare alle necessità delle clienti, le quali ricercano anche ricette con cui poter utilizzare le farine, non solo una materia prima da comprare. Con questa convinzione si iscrive a corsi di cucina, partecipa a fiere e più in generale immagina in grande il futuro della propria azienda.

Questi esempi ci lasciano alcuni importanti insegnamenti sulla prospettiva che dovremmo assumere per il futuro. La vera sfida, per ritornare alla citazione della Fallaci, non è soltanto riuscire ad avere delle condizioni favorevoli per agevolare le donne al lavoro, ma pensare che non sia qualcosa di “insolito” vedere una donna alla guida di un’azienda, così come non avere pregiudizi in tale ambito. Il coraggio consiste proprio nello sfatare antichi clichès che, incancreniti nei secoli, devono essere grattati via come ruggine. Da lì si può partire poi a ragionare sulle necessità effettive di donne e uomini e sulle concrete condizioni per favorire questa parità.

 

Anna Tieppo

 

[immagine tratta da Unslash]

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