L’eterno ritorno dell’immortalità digitale

«Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudine e ti dicesse: «Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere!»1, scriveva Nietzsche ne “La gaia scienza”. Il filosofo dell’eterno ritorno ci costringeva a riflettere sulla nostra intera vita e a cedere a una disperazione esistenziale qualora il demone, portatore del suddetto suggello, si fosse realmente palesato.

Se il demone nietzschiano si presentasse oggi, nel nostro mondo contaminato inevitabilmente dalla singolarità tecnologica del digitale, il suo pensiero si intreccerebbe probabilmente con il linguaggio dei social network e il risultato sarebbe più o meno questo: “A cosa penseresti per l’eternità”?
Cadremmo di nuovo nello sconforto a causa del nostro essere-temporale, e non essere-del-momento, oppure supereremmo a pieni voti il test esistenziale del demone 3.0?

Questa è la domanda che ci viene posta da Eter9, una sorta di Facebook che anziché chiederci “A cosa stai pensando?” domanda “A cosa penseresti per l’eternità?”. Il sito è un progetto creato dal programmatore portoghese Henrique Jorge.
Eter9 presenta una bacheca in cui vengono visualizzati i post degli utenti, proprio come in Facebook, ma differisce dal primo, in quanto utilizza le risorse del data mining per l’elaborazione dei contenuti condivisi al proprio interno2. Questo sistema porta alla creazione di un automatismo in grado di pubblicare post anche quando gli utenti risultano offline. La finalità ultima è quella di sviluppare un alter ego virtuale che possa comunicare con il resto del mondo, digitale e non, anche quando saremo passati a miglior vita.

Eter9 non è altro che una delle numerose invenzioni tecnologiche che cercano di concretizzare l’immortalità digitale. La loro finalità è far sopravvivere la propria identità alla morte oggettiva della nostra vita offline. Eppure è opportuno chiedersi se esista ancora una netta divisione tra offline e online. Seguendo il pensiero di Luciano Floridi si dovrebbe oggigiorno parlare di «esperienza onlife»; il confine tra le due abitazioni – offline e online – è infatti sempre più labile3.
Le due realtà si mescolano reciprocamente a tal punto da non distinguersi più l’una dall’altra, ed inevitabilmente siamo costretti a ripensare totalmente anche l’idea di morte e al suo legame con il pubblico e il privato. Si giunge, pertanto, a quello statuto paradossale del morto, ove la dialettica tra presenza e assenza, se tecnologicamente rimaneggiata, può costituire il punto di partenza per ricomporlo attivamente al di fuori di una mera fotografia, inficiando la vita umana in modo irreversibile.
Probabilmente è proprio questo il motivo dell’urgenza tecnologica, colmare o lenire il dolore e la sofferenza causata dalla perdita di chi si ama. Quindi, non tanto l’immortalità di se stessi, ma la vita eterna delle persone amate. Jacques Deridda descrisse l’esperienza del lutto come «la fine del mondo nella sua totalità, e ogni volta come la fine del mondo come totalità unica e quindi insostituibile e quindi infinita»4.
Ma un alter ego virtuale può davvero essere utile all’elaborazione del lutto emotivo?
La tecnologia inoltre non considera la variabile del cambiamento, dell’evoluzione dell’essere. L’avatar in formato digitale non sarà altro che l’eterna presentazione di ciò che siamo stati o meglio di ciò che vorremmo essere stati – se consideriamo il gioco dell’apparenza sui Social Network.

Nell’immortalità digitale, il nostro essere non potrà proseguire, evolversi, cambiare, ma rimarrà intrappolato nei pensieri che sono stati, nei luoghi in cui abbiamo vissuto, nelle azioni che abbiamo intrapreso. Il tempo della nostra immortalità digitale sarà intrappolato in quel cerchio senza evoluzione, ritornando eternamente, come nella descrizione del demone di Nietzsche.
Dunque, caro lettore, “A cosa penseresti per l’eternità?

 

Jessica Genova

 

NOTE
1. F. Nietzsche, La gaia scienza, Libro IV, n.341.
2. Tratto da D. Sisto, La morte si fa social. Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale, Bollati Boringhieri, Torino 2018.
3. L. Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Cortina, Milano 2017
4. J. Deridda, Ogni volta unica, la fine del mondo, Milano.

La filosofia polimorfa alla prova della città

Una filosofia polimorfa tiene conto dei piani diversi su cui si articola il reale. Non è quindi antropocentrica né concettuale, ma applicata, e considera la realtà come un campo su cui agiscono forze diverse non sempre gerarchicamente organizzabili. Un campo può essere una determinata porzione di spazio e di tempo mentre le forze, per esempio, diversi apparati percettivi e vite mentali. La città è un campo di applicazione sui generis del caso appena citato.

L’esercizio è quello di considerare la città come un organismo vivente, che include la natura. La città vive e le esistenze che ospita possono osservarla in modo radicalmente diverso. Secondo Anna Maria Ortese «nelle voci di molti uccelli, forse anche dei più lieti risuona a volte questa nota accorata, quest’alta e tiepida malinconia a cui non sembra esservi spiegazione»1. Quanto segue è un tentativo di spiegare questa intuizione geniale.
La malinconia degli animali, e di tutti coloro che non rispettano il canone di “normalità” imposto da una maldestra ontologia sociale, deriva da quello che possiamo definire “antropocentrismo del progetto”. In tutte le fasi della progettazione, infatti, non si tiene conto dell’impatto della costruzione di mondo sui micro-mondi. La città è un insieme di Umwelten, di mondi-ambienti, che tentano di organizzarsi armonicamente. L’armonia è un’arma a doppio taglio perché, come la globalizzazione, se mal gestita può sfociare in arroganza: un punto di vista, come quello dell’architetto o del politico, governerà loro malgrado anche i coni visivi delle forme di vita che si abiteranno uno spazio progettato da altri.

La sfida di Milano Animal City è dunque questa: tentare di progettare in modo tale che lo sguardo dell’altro diventi parte integrante del progetto stesso. Ciò costituirebbe un esercizio di depotenziamento della posizione antropocentrica: «bussare a tutte le porte, raccogliere tutte le voci di un evento che ci ha lasciati, e quando non le voci gli scritti in ogni corteccia d’albero o in ogni dura pietra quando, non pure, nelle risuonanti e sempre uguali narrazioni del mare»2.

L’antropocentrismo è l’oggetto più indecostruibile della filosofia. E forse si potrebbe domandare: tentare di uscirvi non è antropocentrico a sua volta? No: almeno più di quanto una doppia negazione non sia un’affermazione. L’antropocentrismo è nei suoi effetti morali, metafisici e scientifici devastanti. Un primo modo di superarlo è esercitarsi nell’attività di progetto dal punto di vista dell’altro.

L’antropocentrismo descrive una forma di vita: un’umanità chiusa nei quattro errori di Nietzsche descritti ne La gaia scienza: 1) vedersi sempre e solo incompiutamente; 2) attribuirsi qualità immaginarie; 3) sentirsi in una falsa condizione gerarchica rispetto alla natura e agli animali; 4) inventare sempre nuove tavole di valori considerandole per qualche tempo eterne e incondizionate. Cosa segue? La fine dell’umanità come concetto e non come oggetto. Quel volto umano tracciato sulla sabbia che sta per essere investita da un’onda, come raccontava Foucault. Caduta una narrazione ne occorre un’altra “postumana”, antagonista a quella superomistica proposta dallo stesso Nietzsche. Il postumano è un’umanità “aperta”. L’umano è in continuità ontologica con la natura e non ha una posizione speciale nel mondo. Tende a ibridarsi e modificarsi con i suoi stessi prodotti tecnologici, modificando i suoi predicati e la sua essenza, divenendo un’opera aperta (come la definiva Umberto Eco) contrapposta all’opera chiusa dell’umanesimo.

Qui rientra Milano Animal City. Un esperimento in cui si fa esercizio di questo “dopo” usando l’urbanistica. In questa intercapedine si apre un nuovo spazio per quella filosofia dell’architettura che è l’idea secondo cui per progettare nuove forme di vita (filosofia) si debbano concepire diverse strutture per la vita (urbanistica). È un progetto più metafisico che etico. Per troppo tempo si è creduto (si pensi ad Adolf Loos che non annoverava gli architetti tra gli esseri umani) che il progetto fosse un atto divino: una creazione di mondo a cui poi altri si sarebbero dovuti adeguare. Oggi i tempi sono invece maturi per comprendere che progettare significa creare vita comune: la domanda è come vedrei il mondo se non fossi chi sono?

Ecco dunque che la progettazione della città diventa un atto corale: visioni molteplici che tentano di ricongiungersi entro la parola “intersoggettività”. Dobbiamo prepararci a una nuova epoca: quel postumanesimo già in atto in cui nuove forme di vita vivono insieme in una ritrovata alleanza.

 

Leonardo Caffo

 

NOTE
1. A. M. Ortese, Le Piccole Persone, Adelphi, Milano 2016, p. 16
2. Ivi, p. 17

 

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“I posti del cuore” visto da Nietzsche

Le strade non portano a nessuna meta, tutte terminano in noi.

José Hierro – Le Strade Portano

Ormai da mesi “I posti del cuore” di Matteo Cristani edito da Perosini Editore se ne sta sulla mia scrivania in attesa di scrivere qualcosa su di esso. Mi sono imbattuto in questo libro, come accade la maggior parte delle volte, per caso.

Un comune amico dell’autore dopo aver visto La Chiave di Sophia me lo sottopose portandomelo nel corso di un’iniziativa chiedendomi un parere e, come scriveva qualcuno, la vita è un po’ quello che ci capita mentre siamo impegnati a fare altro.

“I posti nel cuore” è un libro proprio strano, un mix tra essere e apparire, tra biografia personale e immaginazione, sembra di guardare attraverso un caleidoscopio di emozioni e ricordi contrastanti che si manifestano attraverso i contesti, i posti, i luoghi che cambiano, o siamo noi a cambiare? In effetti i posti magari restano uguali e siamo noi a cambiare, diventiamo anagraficamente più vecchi, oppure sono i posti a cambiare, ma certe sensazioni restano costanti?

Sfogliando le pagine sorge spontaneo chiedersi chi ci sia dietro la scrittura, l’autore forse? Lewis Carroll, come ricorda Cristani nel libro, intitola la sua opera principale “Through the looking glass” per dire di se stesso che narra essere specchio di ciò che poi il lettore legge.

“I posti del cuore” è un libro difficile perché stimola nel lettore moltissimi dubbi e offre poche risposte preconfezionate come nella letteratura mainstream che va oggi per la maggiore. Ogni volta che la vita apre un varco tra un’età e l’altra qualcosa finisce e qualcosa comincia. Che succede nel corso di questi passaggi?

Ogni tappa del viaggio ci ricorda sempre la presenza degli altri, fa riflettere sul senso del nostro stare insieme e sul significato della comunità di cui facciamo parte. Cristani ci mostra dialoghi, scambi, comprensione, ma non ci nasconde nemmeno le ombre che i rapporti con il prossimo portano inevitabilmente con sé: incomprensioni, delusioni, riappacificazioni complesse. Gli equilibri mutano, le cose vanno e vengono. I personaggi del romanzo vivono luoghi che diventano molto più che meri sfondi nel quadro della vita che l’autore traccia per loro.

Sapete a chi sto pensando?

Da un punto propriamente teorico (vale a dire, filosofico, logico, epistemologico) Nietzsche dopo aver svolto una critica del presente riesce già a fornire un “terreno” alternativo su cui muoversi, modificando per molti versi il nostro orizzonte, pur nelle difficoltà palesate dallo stesso Nietzsche:

“La società sente con soddisfazione di avere nella virtù di questo, nell’ambizione di quello, nella riflessione e nella passione di quell’altro, uno strumento fidato, pronto a ogni momento: essa tiene in sommo onore questa natura strumentale, questa costante fedeltà a se stessi, questa irremovibilità nelle opinioni, nelle aspirazioni e anche nelle non virtù. Un siffatto apprezzamento, che è e fu in auge ovunque, unitamente all’eticità del costume, educa “caratteri” e getta il discredito su ogni cambiamento, su ogni diverso orientamento, su ogni auto trasformazione.”

F. NIETZSCHE, La gaia scienza.

L’importanza data da Nietzsche all’attimo è emblematica. Ogni scelta per quanto libera è paradossalmente anche necessaria secondo l’eterno ritorno dell’uguale. Ogni attimo è un tempo bloccato che perdura nella mente e nell’essere ontologicamente definito, un fotogramma fuori dal film, una foto istantanea fuori dalla realtà, un attimo bloccato, separato per sempre da quello prima e da quello dopo, perduto nel tempo e nello spazio per opera di quello che alcuni potrebbero chiamare l’incantesimo del ciclo dell’essere.

Proust ha ben indagato a livello letterario e fenomenologico questo fenomeno che si declina come la strana sensazione secondo cui l’orologio è come incantato e batte sempre lo stesso secondo incurante del tempo che scorre.

Tra coloro che non valutano le conseguenze delle proprie azioni si annoverano gli artisti e le persone capaci di portare all’essere azioni ed enti nuovi.

L’uomo si struttura in tal modo in qualità di soggetto estremamente vario e che proprio per la ricchezza dei suoi contenuti personali è in grado di impiegare in modi estremamente differenti le proprie capacità.

Nietzsche al riguardo scrive:

“fino a quella interiore apertura e raffinatezza derivante dalla sovrabbondanza, che esclude il pericolo che lo spirito si perda e per così dire si innamori delle sue stesse vie e resti fisso, inebriato, in un punto qualsiasi; fino a quell’eccesso di forze plastiche, capaci di guarire a fondo, formare di nuovo, ricostituire, che è appunto il segno della grande salute, quell’eccesso che dà allo spirito libero la pericolosa prerogativa di poter vivere d’ora innanzi per esperimento e di potersi offrire all’avventura; la prerogativa di maestria dello spirito libero! In mezzo possono venire lunghi anni di convalescenza, anni pieni di trasformazioni multicolori, doloroso- incantate, dominate e tenute a freno da una tenace volontà di salute, che spesso già osa vestirsi e travestirsi da salute.”

F. NIETZSCHE, Umano, troppo umano.

Diventa quindi estremamente attuale il confronto tra il pensiero di Nietzsche e l’opera di Cristani, non a caso l’interesse per questo filosofo non decresce e anzi spazia oltre gli ambiti accademici fino a toccare non di rado il mondo della letteratura.

L’accento posto dalla filosofia di Nietzsche sulla “trasgressione” dei limiti imposti dalle convenzioni stabilite, per il superamento della debolezza che tali convenzioni hanno determinato in noi, al fine di dare spazio al nostro essere personale ed alla nostra creatività, risulta essere estremamente stimolante. Importante che questa “trasgressione” non porti, nella ricerca del nostro essere e della nostra espressività, a perdere il senso del reale per chiudersi ancora una volta in un ghetto estraniato dal nostro rapporto con gli altri.

Nietzsche attraverso il suo pensiero scettico e sconvolgente si prefigge di raggiungere l’ideale di un uomo indipendente ed educato alla grandezza di sé e degli altri nonostante la tragedia che alberga nella vita umana nelle sue molteplici forme.

L’incitamento di Nietzsche pare denso di significato e ricco di conseguenze positive qualora riesca a mantenere un contatto interpersonale. Del resto è Nietzsche stesso ad avvertire e prevedere i rischi del proprio annuncio, ma è anche egli stesso a sottolineare come il bisogno di una vita alternativa, percepito inizialmente da pochi, non dovrà portare questi alla chiusura.

Si dovrà realizzare la massima comunicazione di ciò tramite forme e modi decisi a seconda del momento, perché è il sociale che dovrà comprendere tale bisogno e rispondere ad esso strutturandosi in modo alternativo.

Finché non si daranno delle soluzioni concrete a tutta una serie di esigenze che sono in noi e dalle quali non si può prescindere inevitabilmente le domande si faranno maggiormente insistenti e il rischio di squilibri nel sociale diventerà sempre più acuto.

Come sottolineato da Montinari, lo studioso che più ha indagato in merito alla conoscenza degli scritti, del pensiero e delle vicende esistenziali di Nietzsche, non è tanto da porre in discussione l’adesione di Nietzsche a idee democratiche, socialiste o totalitarie, come anche una parte della recente critica ha dibattuto, ma ritengo che sia soprattutto da porre in rilievo la dimensione del suo pensiero per l’indubbia valenza critica, razionale e liberatoria. Un pensiero che, senza nessuna presunzione di certezze assolute, vede l’individuo, benché inserito in una società di eguali, libero di esprimere la propria spontaneità e di reagire alla prevaricazione dello “Stato”, in grado cioè di superare la “politica” intesa come repressione dell’individualità.

E così nel libro di Cristani ogni personaggio suona la sua nota, e forma con gli altri l’accordo, come i tasti di un piano premuti sapientemente. I personaggi si immergono in luoghi immoti, luoghi che hanno amato come hanno amato la vita, dove hanno sperimentato come essa cambi, una vita che qualche volta hanno abbracciato e altre volte temuto. Vi sono ricerca, trasformazione e inquietudine. E’ probabilmente proprio l’inquietudine il filo che lega i racconti del libro, come se fossero immagini delle anime dei lettori, affinché riconoscano, in quei luoghi, i loro posti del cuore e forse, perché no, anche i nostri.

“E poi pensai che in fondo, di ogni luogo del mondo ce n’è un pezzo da un’altra parte”

Matteo Montagner

Link Pagina FB del libro: I posti del cuore

[Immagini tratte da Google Immagini]